Destra di Popolo.net

I RAGAZZI DIMENTICATI NELLE PERIFERIE D’ITALIA

Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile

DALLO ZEN DI PALERMO A QUARTO OGGIARO, DISCARICHE SOCIALI IRRISOLTE… VIAGGIO ALLA FINE DELLO STATO DOVE LE ISTITUZIONI SONO ASSENTI

Il piccolo Totò, se fosse il sindaco, renderebbe il suo quartiere irriconoscibile. «Vorrei che non ci fossero più omicidi, che i ragazzi non spacciassero e realizzerei subito una piazzetta con il divieto di buttarci la spazzatura».
Totò, 12 anni, è nato e vive allo Zen 2 di Palermo. Quartiere difficile, come lo sono, del resto, le altre periferie italiane. Difficili, spesso brutali, soprattutto per chi è minore. Esclusione, marginalità , povertà , non solo economica ma pure educativa. Assenza costante delle istituzioni.
«Qui la politica è venuta sempre e solo a chiedere i voti nelle campagne elettorali, promettendo grandi rivoluzioni, per poi scomparire», ci racconta indignata una mamma dello Zen, che ogni pomeriggio manda suo figlio nell’unico centro di aggregazione presente in questo agglomerato urbano di palazzi chiamati padiglioni, realizzato durante l’era di don Vito Ciancimino e Salvo Lima, all’epoca del famigerato “Sacco di Palermo”.
Centro di aggregazione che esiste grazie all’impegno dell’associazione Zen Insieme e Save the Children, che da qualche anno svolge un ruolo fondamentale nelle periferie del nostro Paese. Dove la latitanza pressochè totale delle istituzioni ha lasciato che questi luoghi diventassero discariche di questioni sociali irrisolte.
Dallo Zen 2 a Quarto Oggiaro, periferia milanese. Da San Luca e Platì, in Calabria, roccaforti della mafia più potente al mondo, a Ponte di Nona, sobborgo della Capitale deturpato da spaccio e degrado.
L’Espresso è andato nei luoghi dimenticati dallo Stato, dove monta la rabbia sociale, a parlare con chi l’emarginazione la vive quotidianamente sulla propria pelle. E che ha trovato nelle associazioni del territorio, supportate da Save the Children, l’unico appiglio di normalità  in un contesto dove anche solo un campetto da calcio è una grande conquista.
Totò e i libri
A casa di Totò, tolti i testi scolastici, non ci sono libri. Se fosse esistita una biblioteca pubblica ne avrebbe già  letti parecchi.
Così in mancanza di una pubblica, è nata quella al primo piano del punto luce di Save the Children dello Zen 2. Una giovane bibliotecaria da settimane sta archiviando i titoli e alcuni ragazzini coetanei di Totò la aiutano nell’impresa. «A fine mese arriveranno altri mille libri», ci spiega seduta senza staccare gli occhi dal grande registro in cui elenca i nuovi testi appena sistemati.
È in questa grande stanza dalle pareti bianche e rosse che Totò sconfigge la timidezza e inizia a leggerci il suo programma elettorale, scritto durante il laboratorio “Se io fossi sindaco”. «Farei in modo che le persone si vogliano bene. Basta con la violenza che ha rovinato tante famiglie. Un grande parco giochi, l’ospedale, un campetto. Basta con lo spaccio».
Nelle richieste del piccolo Totò c’è il grido d’aiuto di un intero quartiere. Tra chi prova a dare speranza a questi giovani c’è il preside dell’istituto comprensivo Leonardo Sciascia. Giuseppe Granozzi dirige una scuola di frontiera. La dispersione scolastica è alta, alcuni bambini, mentre parliamo nel cortile, si aggirano fuori dai cancelli con una palla in mano. Sulla destra, collegato alla scuola, c’è un grande edificio di cemento, è la palestra. Finestre rotte, all’interno macerie ovunque, ferro arrugginito. Vandalizzata da 14 anni.
Intere generazioni di studenti non l’hanno mai potuta utilizzare. Un vero spreco, qui si potrebbero fare anche molte attività  extrascolastiche. Per fortuna, ci dice Granozzi, a breve, finalmente, dovrebbero ristrutturarla.
«Se è vero come sostengono che lo Zen è il serbatoio di manovalanza di Cosa nostra, allora forse sarebbe il caso di investire molte più risorse in queste scuole. È nelle periferie che si vince la sfida educativa, realizzando non solo scuole che funzionano, ma anche belle, accoglienti», riflette il preside.
La bellezza contro il degrado. Ricetta basica, economica, ma a Roma, nei palazzi dove si fanno leggi e si stabiliscono finanziamenti, hanno un’altra idea della “buona scuola” necessaria.
All’istituto Sciascia fanno il tempo pieno, nonostante manchi la mensa. I ragazzi si arrangiano con un panino. «Non me la sento di lasciare andare a casa i ragazzi, dove passerebbero le loro giornate? Non c’è un teatro, non ci sono piscine, nè centri sociali, nè un centro di aggregazione pubblico», si congeda con un sorriso amaro Granozzi. Storie reali, che confermano dati e statistiche raccolte dall’organizzazione umanitaria Save the Children:
La Sicilia è la regione con la più alta percentuale italiana di alunni senza mensa a scuola (8 su 10), ha il 24 per cento di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi (la media nazionale è del 14,7 per cento), meno di 1 bambino su 10 può andare all’asilo nido, il tempo pieno è assente in 9 classi primarie su 10 e più di 4 giovani su 10 non utilizzano internet.
Gli angeli dell’Aspromonte
Per lungo tempo sono stati i paesi dell’anonima sequestri. Poi sono diventati i feudi di una ‘ndrangheta leader nel narcotraffico. San Luca e Platì, paesi d’Aspromonte. Raccontati meravigliosamente da Corrado Alvaro, che a San Luca era nato. Arriviamo qui seguendo la blacklist di dati e numeri fornita da Save the Children: il 38 per cento dei minori calabresi è in povertà  relativa. In Calabria i servizi garantiti per l’infanzia coprono solo l’1 per cento dei bambini. E 3 classi su 4 delle scuole elementari e medie non hanno il tempo pieno.
Quasi 1 ragazzo su 5, inoltre, abbandona gli studi prima del tempo e il 78 per cento dei bambini e ragazzi non partecipano ad attività  culturali e ricreative.
La Locride è una delle zone studiate dall’Ong. E dove spesso la ‘ndrangheta è l’unica vera alternativa. A San Luca, per esempio, non è facile la vita di una sedicenne. Per una ragazza è consigliabile il matrimonio non oltre i vent’anni. Matrimoni combinati. Accade ancora, come ci conferma anche Carmela Rita Serafino, la preside della scuola elementare e media di San Luca. «È un dogma, persino le madri più giovani, invece di desiderare una vita diversa per le proprie figlie preferiscono che seguano le loro orme».
Miriam, invece, ha scelto la strada più bella e difficile. A sedici anni vuole essere libera. Ha già  scritto due libri. Il primo si chiama “Angels, la vita segreta di un angelo nascosto”. Stampato da una piccola casa editrice, il genere è fantasy. Ambientato in una Londra piena di fascino e di mistero.
Miriam frequenta il punto luce aperto qualche settimana fa da Save the Children a San Luca, in collaborazione l’associazione Civitas solis. Una villetta, all’interno completamente ristrutturata e con ampi spazi dove i ragazzi si dividono tra studio e laboratori. Una novità  assoluta per San Luca. Che sembra aver suscitato la curiosità  dei genitori, anche quelli più riservati e più diffidenti.
Anche qui, prima dell’apertura di questo luogo a parte la piazza del paese e qualche bar sala giochi, i bambini non avevano un posto dove fare attività  ricreative dopo la scuola. Perciò o restavano a casa oppure vivevano la strada, con tutti i rischi che ne conseguono. «Mancano vere opportunità , e già  il fatto che non esistano strutture nè per i giovani nè per gli adolescenti è un segnale del disinteresse delle istituzioni», spiega Miriam, che parla solo in italiano.
Può sembrare una banalità , in realtà  la maggior parte dei suoi pari dialogano in dialetto, anche a scuola. Per questo da qualche tempo persino i dirigenti scolastici hanno imposto che si parli in italiano.
«I giovani devono capire è la lingua a metterli in connessione con il resto del Paese, è un modo per aprirsi al mondo», ci spiega Carmela Rita Serafino. Lo stesso vale per Platì, il paese che l’attuale ministro dell’Interno, Marco Minniti, definì la Molenbeek della ‘ndrangheta. Se la lotta alle ‘ndrine si fa con le armi della cultura, qui la guerra dello Stato non è mai iniziata.
«Ogni anno cambia il preside», racconta scoraggiato Fortunato Surace, reggente dell’istituto, «siamo in una scuola di frontiera, senza una palestra e senza molto altro da offrire. Oltretutto il Comune di Platì per 10 anni non ha avuto amministrazione, tra scioglimenti per mafia e elezioni saltate per mancanze di liste».
Surace non nasconde l’amarezza per il degrado educativo che tocca con mano in paese. Molti padri vivono al 41 bis, lontani dalle famiglie. E poi terminate le medie, chi vuole proseguire gli studi deve svegliarsi massimo alle 6 di mattina, correre a prendere l’unico autobus che porta ai comuni della costa. Lo stesso vale per chi vive a San Luca. Un viaggio che Miriam fa ogni giorno.
Roma è lontana
La grande rivoluzione a Cinque stelle a Ponte di Nona, estrema periferia di Roma, non è ancora arrivata. Solo Papa Francesco si è spinto fin qui, per visitare la parrocchia. Per l’occasione il parco che divide in due la strada è stato ripulito da erbacce alte quanto alberi. Ora è tornato al degrado di prima.
C’è una grande vasca che doveva raccogliere l’acqua piovana trasformata in discarica e un ponticello di legno con due pedane sfondate, dal quale i bambini rischiano di cadere se provano ad attraversarlo. Crescere a Ponte di Nona vuol dire fare i conti con l’indifferenza delle istituzioni. Anche in questo caso tolto il punto luce di Save the Children, gestito dall’associazione Santi Pietro e Paolo, e la scuola resta poco. Il centro è nel cuore della zona dello spaccio.
A pochi metri da qui due anni fa c’è stata una sparatoria, due ragazzi sono morti. Erano del quartiere. I loro volti sono raffigurati su un murales. C’è, poi, una seconda area verde. Nell’aiuola che scorre in mezzo alla scalinata invece dei fiori c’è una distesa di sacchetti bianchi e azzurri della spazzatura. Il resto è abbandonato.
«Chi vive qui non si sente di Roma», spiega Maria Rosaria Autiero, la preside dell’istituto comprensivo “Ponte di Nona-Lunghezza”, «per raggiungere il centro storico è un viaggio e anche nel lessico che utilizzano per indicare la città  si percepisce questa distanza».
Tanti ragazzi vivono con un solo genitore, molti padri sono in carcere. «È fondamentale lavorare con questi minori, perchè vivono la situazione familiare con disagio, sono fragili e hanno una bassa autostima», racconta un’insegnate che da 20 anni lavora in questa scuola.
L’altro volto di Milano
Luca ha 13 anni e vive a Quarto Oggiaro, periferia milanese. Molti coetanei abbandonano la scuola, e molte famiglie non arrivano a fine mese. Vive in una piccola casa popolare, con le sorelle, la nonna e la mamma, che da sola si occupa di tutti, pur non avendo un lavoro fisso.
Fa enormi sacrifici saltando da un piccolo lavoro saltuario a un altro per poter garantire ai suoi figli almeno i libri scolatici, cibo e vestiti. La sua più grande preoccupazione è poter dare un futuro ai propri ragazzi, lontano dalla strada. La vita di strada anche in questa periferia del Nord non è poi tanto differente dal resto d’Italia. Anche qui c’è una grande piazza di spaccio. Anche qui la criminalità  cerca carne fresca da mandare al macello.
Luca fugge da tutto questo. Da un anno frequenta il Punto Luce di Save the Children, gestito dall’Acli di Milano.
Qui è al sicuro, lo seguono nei compiti, viene sostenuto, e col tempo matematica, chimica e italiano, non sono più incubi ma materie da studiare per crescere. Il pomeriggio si dedica all’orto urbano che gli educatori hanno piantato nel suo quartiere. Ma la vera passione di Luca è la musica. Ha così iniziato un corso di pianoforte. Uno spartito lo salverà . Basta poco, in fondo.

(da “L’Espresso”)

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TREMILA EURO AL MESE PER CINQUE SEDUTE ALL’ARS

Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile

ENTRATO A FINE LEGISLATURA, SALVATORE CALTAGIRONE BENEFICIA DI UN SONTUOSO VITALIZIO DELLA REGIONE SICILIA

Immagina, puoi. Nel magico mondo dei vitalizi dei consiglieri regionali tutto è possibile.
Anche che un deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana subentri alla fine della legislatura a un politico eletto alla Camera, partecipi a cinque sedute in tutto senza firmare atti e alla fine si porti a casa un vitalizio di tremila euro al mese.
La storia la racconta Emanuele Lauria su Repubblica:
Salvatore Caltagirone difende la sua storia di meteora della politica, di inquilino mordi e fuggi di un’assemblea legislativa. Venne, vide, vinse un vitalizio da 3 mila euro (lordi) al mese.
Era il 16 aprile del 2001: l’imprenditore di Grotte, provincia di Agrigento, sbarcò all’Ars come primo dei non eletti nella lista di Alleanza nazionale.
Prese il posto di un collega, Giuseppe Scalia, che nel frattempo era andato alla Camera. Cinque sedute prima della chiusura della legislatura regionale, due mesi in tutto senza un intervento in aula, senza la firma su un atto. Sufficienti a garantire la “pensione”.
La Sicilia in particolare spende 19,5 milioni di euro l’anno per i vitalizi degli ex deputati. La Regione non ha tagliato nulla anche per la paura di finire nel vortice dei tribunali. Il risultato è questo:
La metà  delle Regioni non ha applicato il cosiddetto contributo di solidarietà  previsto nel 2014, una “tassa” sui vitalizi. La Sicilia è fra queste. Caltagirone, che oggi ha settant’anni, nel 1996 tentò volentieri la strada del parlamento che è «il più antico d’Europa», come amano ricordare i suoi rappresentanti. E che, di certo, almeno fino a qualche tempo fa, è stato anche il più generoso.
La candidatura nata con il favore di Guido Lo Porto, allora braccio destro di Gianfranco Fini in Sicilia, fruttò 4.174 preferenze. Non abbastanza per essere eletto e fare un’intera legislatura, ma per sperare sì: in un ripescaggio che, anche con pochi giorni di militanza, allora poteva garantire l’agognato vitalizio.
Così, quando Scalia lasciò, Caltagirone si guadagnò automaticamente l’assegno.
«Non vedo dove sia lo scandalo. In quella legislatura ci furono 12 o tredici candidati subentranti. Io non lo so quanti mesi o anni abbiano trascorso all’Ars, ma tutti oggi hanno una pensione. Lo prevedeva la legge. Che non ho fatto io».

(da “NextQuotidiano“)

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PREMIO UNESCO PER LA PACE ALLA SINDACA DI LAMPEDUSA, ORGOGLIO NAZIONALE

Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile

GIUSI NICOLINI: “DEDICO IL PREMIO A GABRIELE DEL GRANDE”… RICONOSCIMENTO ANCHE A SOS MEDITERRANEE

La giuria del Premio Houphouet-Boigny per la ricerca della pace dell’Unesco ha attribuito il prestigioso riconoscimento alla sindaca di Lampedusa Giuseppina Nicolini e all’Ong francese SOS Mèditerranèe per aver salvato la vita a numerosi rifugiati e migranti e averli accolti con dignità .
“Da quando è stata eletta sindaco nel 2012, Nicolini si è distinta per la sua grande umanità  e il suo impegno costante nella gestione della crisi dei rifugiati e della loro integrazione dopo l’arrivo di migliaia di rifugiati sulle coste di Lampedusa e altrove in Italia”, si legge nelle motivazioni.
“SOS Mèditerranèe è un’associazione europea che si occupa di portare assistenza a tutte le persone bisognose nel mar Mediterraneo”, ricorda l’Unesco.
Il Premio, istituito nel 1989, è un riconoscimento per tutte le persone, istituzioni od organizzazioni che si sono distinte per la ricerca della pace. Sono stati premiati tra gli altri Franà§ois Hollande, Nelson Mandela, Shimon Peres e Yasser Arafat.
“Dedico questo premio a tutti coloro che il mare non sono riusciti ad attraversarlo perchè ci sono rimasti dentro e in questo momento mi sento proprio di dedicarlo a Gabriele del Grande”. Ha detto a Radio Rai 1 Giusi Nicolini.
“Lui è stato il primo attraverso un sito a contare i morti nel mediterraneo, quando ancora nessuno sapeva che si moriva nel mediterraneo. Adesso è prigioniero in Turchia, pretendo che il governo del nostro paese riporti a casa presto Gabriele”, ha concluso il sindaco di Lampedusa.

(da agenzie)

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QUANDO IL M5S NON RISPOSE ALLE DOMANDE DI REPORT, DEFINITO “UN PROGRAMMA DI MERDA”

Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile

OGGI I GRILLINI DIFENDONO LA TRASMISSIONE DI RAITRE, MA QUANDO LA GABANELLI CHIESE QUANTO GUADAGNAVA GRILLO CON IL BLOG PIOVVERO CONTUMELIE

Ieri il MoVimento 5 Stelle è partito in difesa della libertà  di informazione e di Report in relazione alla vicenda del servizio sul vaccino anti HPV.
«Report non chiuderà  a causa della censura di regime che contamina altri programmi RAI (come il TG1), il Pd impari a rispettare l’informazione indipendente», ha scritto il M5S con un lodevole intento.
Che però tende a dimenticare i precedenti tra M5S e Report; e segnatamente quanto accadde nel maggio 2013, quando Milena Gabanelli, che aveva vinto le Quirinarie dei grillini ma aveva poi rifiutato la candidatura a presidente della Repubblica, pose due domande ai grillini:
Che fine fanno i proventi del blog di Grillo?
Quanto guadagna le Casaleggio e associati dalla pubblicità  sul sito?
Chissà  perchè, le domande suscitarono un certo nervosismo nei grillini. Anche la postilla: “Con tre milioni di disoccupati smettetela di parlare di scontrini”, disse la Gabanelli riferendosi alle polemiche interne sulla diaria.
Il M5S (Camera) rispose alfine, replicando sugli “scontrini”, un argomento laterale della Gabanelli, senza rispondere nel merito alle due domande della trasmissione sui guadagni del blog di Grillo e della Casaleggio.
“Domanda semplice, trasparenza esige risposta”, disse all’epoca la storica conduttrice di Report.
E in un certo senso la risposta arrivò. Un servizio del TG di La7 si divertì infatti a contare gli insulti destinati alla conduttrice di Report: “Venduta!”; “Come è entrata in Rai?”; “Come può essere libera? È stata richiamata all’ordine dal PD-L?”; “Un programma di merda!”; “La Gabanelli ha fatto una marchetta al PD”.

(da “NextQuotidiano”)

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LA POLITICA ESTERA DEL M5S? LA STESSA DELLA LEGA DI SALVINI

Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile

LA NATO NON VA BENE, L’EUROPA NEPPURE, I TRATTATI NEMMENO, SOLO I RUBLI DI PUTIN,   NOTO DIFENSORE DEI DIRITTI UMANI, SUSCITANO INTERESSE

Contrasto ai trattati internazionali, via dalla Nato (forse), maggiore sovranità  e ritiro delle truppe dall’Afghanistan.
Se il Movimento 5 Stelle andrà  al governo si occuperà  di tutto questo. Così ha deciso la Rete e i parlamentari grillini hanno illustrato il programma Esteri in conferenza stampa.
Un programma che sembra mutuato alla Lega Nord e alle destre alla ricerca di punti in comune in chiave post elettorale, nella speranza cioè di raccogliere in Parlamento i voti del Carroccio che potrebbero permettere ai grillini di formare il governo se M5S dovesse essere il partito più votato.
Per adesso solo tanti “se”, di certo però i vertici pentastellati stanno ragionando, ormai da diversi mesi, su un programma che possa essere “compatibile”, così viene definito da diversi deputati e senatori, con quello di altre forze politiche minori “così da fare accordi in Parlamento su singoli temi”. Accordi. Guai a parlare di alleanze, anche se la sostanza non cambia.
“Se noi proponiamo più sovranità  e il referendum sull’euro, come fa la Lega Nord a non votare la fiducia?”, dice un parlamentare della commissione esteri. Ragionamento che però, a livello costituzionale, potrebbe trovare più di un intoppo.
Al di là  di questo, andando a leggere il programma Esteri targato M5S sin dal titolo si percepisce un’attenzione a temi cari soprattutto alla destra senza però dimenticare la sinistra.
Il ripudio della guerra, nel documento in dieci punti che riassume le posizioni del Movimento, è al secondo posto dopo la sovranità . Titolo del programma: “Un’Italia libera e sovrana. Amica di tutti i popoli. Per un Mediterraneo di pace e un futuro senza austerità “.
Quanto all’Unione europea, questa “si sta smantellando da sola” a giudizio di Alessandro Di Battista, che ricorda come le istituzioni comunitarie “non coincidono per forza con l’unione monetaria”. E comunque il big pentastellato critica una “Ue del tutto schiacciata su posizioni filoamericane”.
Il Movimento 5 Stelle attacca inoltre la politica estera italiana ed europea rivendicando il no alle sanzioni alla Russia e accusa: “Pensiamo che un mondo nuovo e multipolare possa garantire un dialogo con delle realtà  con cui ad oggi non parliamo, come i paesi ‘Brics’ (Brasile Russia India Cina e Sudafrica, ndr) che rappresentano cinque miliardi su sette totali della popolazione mondiale”.
Anche sul terrorismo “serve una cooperazione reale delle intelligence, c’è il problema di come farle cooperare senza violazioni reciproche, ma la Russia è un partner in questo campo”.
Manlio Di Stefano aggiunge: “Se la Nato riuscirà  davvero a cambiare, con la nostra partecipazione al cambiamento, sicuramente se ne può fare parte. Se non cambia dovremo riflettere se farne parte o meno. E questo vale anche per gli altri organi”.
In definitiva il programma M5S sembra collocare la creatura di Beppe Grillo in una scelta di netta discontinuità  rispetto alla tradizione atlantista.
In sostanza, nel programma, vi è multilateralismo, cooperazione internazionale, rifiuto della guerra e delle missioni militare ad eccezione delle truppe di interposizione Onu. Tradotto in termini di missioni italiane all’estero: Libano sì, Afghanistan no. “Ritireremo le truppe quando saremo al governo”, ribadisce Di Battista.
Nel dettaglio poi M5S al governo dovrà  impegnarsi “nel contrasto ai trattati internazionali come TTIP e CETA che vedono dominare le multinazionali sui prodotti locali; in una maggiore sovranità  e indipendenza dai dettami di entità  sovranazionali; per un’Europa che non consideri più l’austerità  come un ‘valore’ da imporre a forza a paesi già  indeboliti dalla crisi”.
Della permanenza o meno nell’euro se ne parlerà  nel capito che riguarda l’economia, ma in auge sembra essere tornata l’idea dell’uscita dalla moneta unica.
Tema, non a caso, molto caro alla Lega Nord.
La multinazionale populista al servizio di Putin per scardinare ogni identità  europea con qualche banalità  pacifista per non perdere i fessi che ci credono ancora.

(da agenzie)

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COSA SUCCEDE QUANDO UN GURU DEL COMPLOTTISMO MONDIALE INCONTRA LA LEGGE

Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile

IL RE DEI PATACCARI USA FA DIRE AL SUO AVVOCATO CHE L’ALEX JONES CHE DENUNCIA I PERICOLI DEL COMPLOTTO GLOBALE E’ SOLO UN PERSONAGGIO DI FANTASIA

Se il nome di Alex Jones non vi dice nulla e pensate che InfoWars sia il titolo di un videogame allora significa che godete di ottima salute, almeno per quanto riguarda le vostre frequentazioni su Internet.
Alex Jones però è tutt’altro che uno sconosciuto: è uno dei guru del complottismo mondiale, uno che guadagna parecchie centinaia di migliaia di dollari al mese, grande esperto di cospirazioni globali (in primis l’11 settembre), Bilderberg, finti allunaggi sulla Luna, crimini e omicidi commessi dai Clinton e soprattutto false flag.
Alex Jones è solitamente quello che per primo ci spiega che l’ennesima strage (che sia Sandy Hook o Charlie Hebdo non fa differenza) è il solito false flag messo in piedi dal governo (o dal NWO) per farci credere che esista il pericolo terrorismo.
Insomma Jones è l’esperto di riferimento dal quale si abbeverano tutti gli altri indagatori dell’occulto che poi come abili amanuensi propalano le sue bizzarre teorie sull’immancabile complotto globale ai nostri danni.
Se in questi anni siete venuti — vostro malgrado — in contatto con qualche assurda teoria sul Nuovo Ordine Mondiale e i suoi loschi piani per renderci tutti schiavi è molto probabile che la fonte sia proprio il signor Jones.
In altri — come ad esempio la storia del certificato di nascita di Barack Obama — Jones è stato uno dei più attivi divulgatori di queste teorie del complotto. Anche se si considera “buon amico” di Trump che ha giovato degli articoli di InfoWars contro i Clinton e Obama, Jones non ha risparmiato critiche al Presidente come quando lo ha bacchettato per aver creduto alla messinscena del presunto attacco siriano con il Sarin a Khan Shaikhun.
Ultimamente Jones è diventato un acceso sostenitore dei populisti europei (in particolare Marine Le Pen) che difendono l’Occidente dall’invasione islamica e un feroce critico del sistema mediatico che combatte le cosiddette fake news   ma che in realtà  è al soldo dei potenti della Terra (un nome su tutti: George Soros) per censurare le poche voci libere come la sua.
Alex Jones però, quando non è impegnato a registrare uno dei suoi video-denuncia sul fatto che il governo stia inquinando l’acqua con sostanze chimiche in grado di rendere gay le rane o a postare sul suo sito InfoWars qualche bufala, è un uomo come tutti gli altri, un padre di famiglia con moglie e figli.
Ed è qui il problema perchè Jones, che vive ad Austin in Texas, ha divorziato dalla moglie Kelly nel 2015 mantenendo per il diritto alla custodia dei figli che infatti vivono con lui.
La moglie di Jones ha fatto ricorso davanti al giudice per chiedere l’affidamento dei figli e spiegando che ritiene che i bambini non siano al sicuro con l’ex-marito che proprio in virtù della sua attività  di divulgatore di bufale.
Secondo Kelly il lavoro di Jones (perchè per lui è un vero lavoro e non un hobby) non solo non lo rende un buon padre ma rischia di esporre i tre figli a dei pericoli non necessari.
Il quotidiano locale di Austin MyStateman riporta che la battaglia legale tra i due ex coniugi ha coinvolto direttamente il sito e l’attività  di Jones. A quanto pare infatti l’avvocato del famoso teorico dei complotti ha intenzione di sostenere una linea difensiva particolare: il Jones che che tutti conosciamo e che i complottisti di mezzo mondo utilizzano come fonte delle loro ricerche e indagini non è il “vero Jones” ma un personaggio che Jones ha costruito e interpreta per il pubblico.
Accusare Jones di essere pericoloso per i figli in virtù di quello che fa per vivere sarebbe come accusare Anthony Hopkins di essere un pericolo per i figli perchè ha interpretato il ruolo di Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti.
La causa è ancora in corso e non si sa se il giudice accoglierà  le tesi della difesa o dell’accusa (anche perchè l’ex-moglie sostanzialmente sta chiedendo più soldi per il mantenimento) ma è divertente che di fronte alla possibilità  di perdere la causa la strategia di Jones sia quella di paragonare il suo lavoro a quello di un attore che recita un’opera di finzione letteraria.
Non ci pensa a tutti quelli che credono a quello che dice come se fosse la verità ? Qualcuno potrebbe suggerirgli un’altra astutissima tecnica di difesa: dire che InfoWars non è il suo blog e qualcuno gliel’ha intestato a sua insaputa.

(da “NextQuotidiano”)

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GABRIELE DEL GRANDE: “COMINCIO LO SCIOPERO DELLA FAME”

Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile

IL REGISTA TOSCANO CHIEDE IL RISPETTO DEI DIRITTI: “TRATTENUTO IN TURCHIA SENZA CHE MI SIA STATO CONTESTATO ALCUN REATO”… LA RABBIA DEL PADRE: “HO CHIAMATO QUATTRO VOLTE LA FARNESINA E NESSUNO MI HA RISPOSTO”

Dopo nove giorni di silenzio, la prima telefonata alla compagna di Gabriele Del Grande, il blogger e regista toscano arrestato in Turchia, al confine con la Siria otto giorni fa: “Sto bene, non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio cellulare e le mie cose, sebbene non mi venga contestato nessun reato”.
Queste le parole al telefono dalla provincia di Mugla dove si trova “in un centro di espulsione, in isolamento”.
Poi l’annuncio: “Da stasera inizio lo sciopero della fame e invito tutti a mobilitarsi per chiedere che vengano rispettati i miei diritti”. Lo ha ribadito anche parlando con alcuni amici il regista arrestato dalla polizia turca mentre documentava il dramma della gente che scappa dalla Siria.
Immediata la reazione della famiglia Del Grande, che vive sulla montagna Pistoiese. Il padre Massimo: “Che cosa dire ancora? Non lo so nemmeno io, la cosa evidentemente non è così semplice e lineare come ci era stato fatto pensare, mi chiedo a cosa servano un’ambasciata e un consolato se non riesce a sapere come stanno davvero le cose”. Così sbotta il padre di Gabriele subito dopo aver saputo della telefonata fatta oggi alle 14,30 dal figlio alla compagna Alexandra, che si trova in Grecia e ad alcuni amici. “Non ho sentito io la sua voce, so solo quello che mi è stato riferito di quel che ha detto alla compagna”, spiega il padre, secondo il quale le parole del figlio fanno pensare “a una situazione che non si sta certo risolvendo come sembrava”. Insomma rabbia e ansia.
Massimo Del Grande commenta anche la decisione del figlio di cominciare lo sciopero della fame: “Che cosa altro dovrebbe fare una persona chiusa in cella e interrogata tutti i giorni come se fosse un terrorista, solo perchè vuole dare delle notizie?”.
Il padre conclude: “Se sono arrabbiato? Certo che sono arrabbiato, oggi ho chiamato quattro volte la Farnesina è nessuno mi ha risposto”. E ancora: “Non è lì per far del male a qualcuno, lui fa lo scrittore e il giornalista, non è un terrorista, lo devono rimandare a casa, ha una moglie e due bimbi piccoli che lo aspettano”.
In serata la Farnesina ha diffuso una nota: il ministero chiede che il nostro connazionale “sia rimesso in libertà , nel pieno rispetto della legge”.
“Il ministro Alfano – si legge – ha disposto l’invio a Mugla, dove Del Grande è detenuto, del console d’Italia a Smirne per rendere visita al connazionale” mentre “l’ambasciatore d’Italia ad Ankara ha trasmesso alle autorità  turche la richiesta di visita consolare, come previsto dalla Convenzione di Vienna del 1963”.
Gabriele era stato bloccato al confine con la Siria lo scorso 9 aprile.
Appena prima era riuscito a mandare un messaggio alla sua compagna Alexandra (che vive ad Atene) da un cellulare non suo: diceva di essere stato fermato ma sperava in un rilascio a breve.
Cosa che non è stata così. Invece passano i giorni nel silenzio. Il ministero degli esteri italiano sta seguendo da vicino la vicenda e fa sapere che il giovane secondo le autorità  turche sta bene.
Tuttavia prima di oggi, a otto giorni dall’arresto non c’erano stati contatti diretti nè con la famiglia nè con le autorità  diplomatiche italiane.
Al giovane regista toscano sarebbe stato contestato, secondo alcune indiscrezioni, di essersi trovato in quei territori senza avere un permesso stampa. Ma il diretto interessato nella telefonata di oggi nega che gli siano stati contestati reati.
Quella di oggi è “la prima telefonata – rendono noto la compagna Alexandra d’Onofrio e i compagni di viaggio di ‘io sto con la sposa’ – che gli è stato concesso di fare da domenica 9 quando è stato fermato dalle autorità  turche al confine nella regione di Hatay”. Il giornalista era in Turchia dal 7 aprile. Gabriele ha spiegato anche: “Mi hanno fermato al confine, e dopo avermi tenuto nel centro di identificazione e di espulsione di Hatay, sono stato trasferito a Mugla, sempre in un centro di identificazione ed espulsione, in isolamento”.
Del Grande da anni si occupa di documentare i flussi migratori nel blog Fortress Europe. In passato è stato pluripremiato per il film “Io sto con la sposa” presentato anche alla mostra del cinema di Venezia.
Negli ultimi tempi si stava occupando di raccontare la guerra in Siria dagli occhi e dalle vite di chi scappa, dalle voci di chi l’Isis l’ha vissuto sulla propria pelle.
Su Twitter la solidarietà  corre lungo l’hastag #iostocongabriele. Intanto sulla vicenda interviene l’Isf Information safety and freedom (l’associazione internazionale per la libertà  di stampa) con un appello affinchè “il governo turco liberi subito il documentarista Gabriele Del Grande, detenuto illegalmente da una settimana e privato di qualsiasi garanzia di difesa, tanto da dover ricorrere allo sciopero per la fame per richiedere una tutela internazionale”.

(da “La Repubblica”)

argomento: denuncia | Commenta »

TRUMP SI E’ “PERSO” L’INVINCIBILE ARMADA: USA-COREA TRA GIALLO E FARSA

Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile

LA FLOTTA HA CONTINUATO A NAVIGARE PER UNA SETTIMANA NELLA DIREZIONE OPPOSTA, ALLONTANANDOSI SEMPRE DI PIU’ DAL PAESE CHE DOVEVA INTIMIDIRE

Dov’è finita l’Invincibile Armada che Donald Trump stava mandando al largo della Corea del Nord? Ha continuato a navigare, per una settimana, nella direzione opposta. Allontanandosi sempre di più dal paese che doveva minacciare, intimidire, indurre alla ragione.
Si tinge di giallo, o di farsa, il gesto imperioso con cui il presidente voleva mandare un messaggio a Kim Jong-un per costringerlo a rinunciare a nuovi test nucleari. Lo stesso Trump aveva dato l’annuncio l’8 aprile, usando proprio quel termine, “armada”, evocando gloriose gesta navali.
Era passato poco tempo dal lancio di 89 missili Tomahawk su una base militare siriana. La decisione di reagire all’escalation nucleare nordcoreana con l’invio di una poderosa flotta militare – inclusa la mega-portaerei Uss Carl Vinson – era stata recepita nel mondo intero come una conferma del “nuovo corso” trumpiano, da isolazionista a interventista in politica estera.
Gli unici a non avere ricevuto quel messaggio, a quanto pare, sono stati proprio gli ammiragli della U.S. Navy e tutti gli equipaggi della flotta in questione.
Che ha continuato per una settimana a navigare nella direzione opposta. Dirigendosi, imperterrita, verso la sua destinazione “normale”, puntando cioè verso quei mari dell’Australia dov’era attesa per un’esercitazione.
I primi ad accorgersi della sconcertante situazione sono stati i cronisti dello Huffington Post. Poi la vicenda è stata confermata ai massimi livelli, al punto che il New York Times ne ha fatto il titolo di apertura del suo sito.
Tardivamente, la flotta ha finito per seguire gli ordini del presidente. Ma con un tale ritardo, da mettere a dura prova la credibilità  della Casa Bianca.
Il gesto che doveva intimorire Pyongyang non c’era stato, o non era stato trasmesso “per li rami” ai vari livelli della gerarchia militare?
O qualcuno non aveva preso sul serio quell’annuncio, all’interno del Pentagono?
Secondo le ricostruzioni dei media americani è stata la stessa U.S. Navy a sbugiardare involontariamente il proprio presidente, avendo messo sul proprio sito ufficiale le foto della portaerei Ccarl Vinson mentre attraversava lo stretto che separa le isole indonesiane di Giava e Sumatra, ben quattro giorni dopo l’annuncio della spedizione al largo della Corea del Nord.
Rivelando così che in quei quattro giorni la flotta si era allontanata, non avvicinata alla penisola coreana.
Forse ha portato sfortuna l’uso della metafora storica. Come sanno gli appassionati di storia navale, l’Invincibile Armada spagnola nonostante il nome altisonante fece una brutta fine. Salpata nel 1588, doveva partecipare all’invasione spagnola dell’Inghilterra, scortando un esercito dalle Fiandre.
Dopo una serie di disavventure e soprattutto un terribile uragano nel Mare del Nord, la flotta dovette battere in ritirata con un terzo delle navi colate a picco.

(da “La Repubblica”)

argomento: Esteri | Commenta »

MACRON AL 24% STACCA MARINE FERMA AL 23%, SEGUONO FILLON 19,5% E MELENCHON 18,5%

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

INFUOCATO COMIZIO DI MACRON A BERCY DAVANTI A 20.000 SOSTENITORI TRA EMOZIONI, CITAZIONI E CARISMA

A sei giorni dal primo turno, un sondaggio ha mostrato che la coppia Macron-Le Pen sembra poter rintuzzare la rimonta che Francois Fillon e Mèlenchon avevano cominciato da alcuni giorni.
Il leader di En Marche!, protagonista di un comizio infuocato davanti a 20.000 sostenitori a Bercy (Parigi), è in testa con il 24% delle intenzioni di voto, la presidente del Front National segue al 23%, 19,5% per il candidato della destra dei Rèpublicains e 18% per quello della «Francia indomita», l’estrema sinistra.
La Francia che torna «forte e solidale», la speranza e la fine del disfattismo, ma soprattutto tanta Europa sono stati i temi del grande comizio di Macron alla Accorhotels Arena di Bercy.
Il candidato senza partito, al quale per mesi è stato pronosticato un sicuro fallimento, ha mostrato di essere ormai riuscito a mobilitare le folle anche grazie ad un carisma tutto personale, fatto di emotività  e di citazioni dotte, come quella di Albert Camus in chiusura.
«Lo sentite il mormorio della primavera? Domenica vinceremo e sarà  l’inizio di una nuova Francia»: queste le prima parole di Macron sul palco, guardando diritto negli occhi la moglie Brigitte, seduta in tribuna al fianco del principale alleato, il centrista Francois Bayrou, molto applaudito.
Un clima bollente sulle tribune per un candidato nato tecnocrate – dalla banca d’affari Rotschild al ministero dell’Economia – e diventato via via carismatico.
Un’ora e mezzo di discorso e molti riferimenti alla «generazione Macron», che si riconosce «in Bob Dylan e Vaclav Havel» ma anche in «Michel Rocard e Fran‡ois Mitterrand».
«Restituiremo la Francia al suo ottimismo, alla sua fede nel futuro» ha promesso Macron, strappando il paese all’«immobilismo e al disfattismo», alla voglia di «nostalgia e restaurazione».
L’intento del comizio era anche quello di mostrare che l’entusiasmo mostrato negli ultimi giorni dai sostenitori di Mèlenchon, che sembra però aver esaurito la sua forza ascendente, c’è anche fra le file di En Marche!.
«Noi siamo contro chi vuole chiudere le frontiere – ha gridato Macron attaccando il programma della Le Pen e suscitando salve di fischi – non dovete fischiarli, ma combatterli».
Ed ha poi insistito, «voi dovete combattere, perchè siete dei guerrieri».
Poi, tanta Europa: «siamo per una Francia forte e un’Europa ambiziosa», ha detto Macron, un’«Europa meno burocratica e stanca, meno incerta e più protettrice».
«Sarò il presidente del risveglio della nostra ambizione europea – ha continuato Macron – La vita, il caso, il destino forse, mi hanno offerto il privilegio di proporvi questa scelta. Ne avverto l’onore e la gravità . Sono pronto. Con voi, che avete alzato la testa, al fianco di Brigitte e con chi ci ama».

(da agenzie)

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