Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI SCIMMIOTTARE L’ENFANT PRODIGE FRANCESE URTA CONTRO LA REALTA’ DI DUE STORIE DIVERSE
A parte l’anagrafe, c’è poco in comune tra Emmanuel Macron e Matteo Renzi. 
E i tentativi di queste ore, di questi giorni, del mondo renziano di annettersi alla vittoria di Macron nel primo turno delle presidenziali francesi, e quella annunciata del ballottaggio del 7 maggio contro Marine Le Pen, suonano disperati e vagamente patetici.
Macron è un “enfant prodige” delle èlite tecnocratiche – diplomato all’Ena, brillante e fulminea carriera nel gruppo Rothschild -, Renzi ha fatto sempre e solo il politico scalando, anche lui va detto con indubbia brillantezza, i gradini della nomenclatura interna di partito: segretario provinciale del Partito popolare e della Margherita fiorentini, presidente della provincia e poi sindaco sempre a Firenze, segretario del Pd e per questa via, senza battesimo elettorale, presidente del consiglio.
Macron è un leader senza partito, ha vinto il primo tempo delle presidenziali e probabilmente vincerà la partita contro qualunque previsione e contro tutti i partiti, vecchi e meno vecchi, della quinta repubblica francese.
Renzi è un leader di partito sconfitto, sconfitto rovinosamente dal referendum del 4 dicembre, e la sua via per provare a ritrovare il potere perduto passa dalla riconquista della segreteria del Partito democratico.
È quasi certo che riuscirà in quest’impresa, grazie al voto nelle primarie del 30 aprile di alcune centinaia di migliaia di iscritti del Pd e grazie soprattutto all’appoggio del 90% dei gruppi dirigenti (segretari provinciali e regionali, parlamentari, consiglieri regionali) democratici.
Questa differenza pesa, e pesa molto, sui rispettivi profili: consente a Macron di presentarsi per ora credibilmente – e nonostante i suoi due anni da ministro “tecnico” dell’economia di Hollande – come leader al tempo stesso competente ed estraneo a quel mondo della politica e dei partiti che attualmente riscuote la disistima pressochè unanime dei cittadini.
Impedisce a Renzi di riproporre di sè con un minimo di credibilità l’immagine che a suo tempo lo rese attraente: quella del “rottamatore”, di “homo novus” deciso a farla finita con la “vecchia politica”, i suoi privilegi, i suoi riti e linguaggi novecenteschi; di un leader non “oltre la sinistra e la destra” come dice di sè Macron, ma che sembrava volere “ringiovanire” la sinistra immergendola nei problemi e nei bisogni del tempo presente.
In più, il passo odierno di Renzi è appesantito da un’altra vistosa palla al piede che lo divide da Macron: il fatto di essere parte di una famiglia politica, i socialisti europei, che dappertutto sembrano al tramonto, divenuti persino al di là dei loro (abbondanti) demeriti i simboli di una sinistra “tutta chiacchiere e distintivo” tanto arretrata culturalmente quanto identificata dal “popolo” con l’odiato “establishment”.
Anche sul piano programmatico le analogie tra Macron e Renzi sono sbiadite.
Il primo ha avvolto finora nella nebbia, nella genericità di parole e impegni del tutto vaghi, il suo programma, con un’unica eccezione: un sì convinto, ostentato, ripetuto in ogni occasione, all’Europa, la scelta di contrapporre con uno slogan bello ed efficace la sua “Francia dei patrioti” alla “Francia dei nazionalisti” impersonata da Marine Le Pen.
Renzi invece sull’Europa accarezza spesso le suggestioni euroscettiche di buona parte dell’opinione pubblica, quasi ad inseguire l’antieuropeismo militante di Salvini e quello più sfumato ma comunque inequivoco dei Cinquestelle.
Quanto al programma renziano, anch’esso all’inizio era abbastanza nebbioso, retorica della “rottamazione” a parte, ma mille giorni di governo hanno sostituito alla foschia delle origini indicazioni più che chiare: politiche sociali conservatrici e regressive, politiche ambientali giurassiche dalle trivellazioni petrolifere ai ripetuti decreti salva-Ilva, politiche economiche senza visione affidate quasi soltanto alla pioggia propagandistica dei bonus, alleanza stretta con gli interessi economici meno innovativi legati all’industria fossile (Eni) e automobilistica (Marchionne).
Tutto questo non vuol dire che Macron, se diventerà presidente dei francesi, farà meglio di Renzi.
Significa che se Matteo Renzi spera di ritornare sulla breccia, anzichè costruire la sua rivincita su un improbabile scimmiottamento di Macron, che per lui resta comunque “inimitabile”, dovrebbe partire dal fallimento evidente e radicale della sua prima stagione, da quei mille giorni che hanno dilapidato il patrimonio di fiducia in un vero e radicale rinnovamento politico incarnato per qualche mese dal “rottamatore”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
ALBANO E SCAMARCIO STANNO CON EMILIANO, COSTANZO E VERGASSOLA CON ORLANDO, RENZI SI PRENDE IL PRESIDENTE DELL’ISTITUTO GRAMSCI
Le primarie del Partito Democratico che andranno in scena il 30 aprile sono anche l’occasione per gli endorsement dei vip.
Dimmi chi voti alle primarie e ti dirò chi sei: racconta oggi Tommaso Ciriaco su Repubblica che tanti nomi prestigiosi si stanno schierando.
Come ad esempio Al Bano Carrisi, che ha detto che voterà per Michele Emiliano, così come Mauro Corona ed Erri De Luca (che però non voterà ) e l’attore Riccardo Scamarcio.
Orlando, invece, ha mobilitato quanti più vip possibile: Dario Vergassola e Gherardo Colombo, don Tonino Palmese e l’olimpionico di scherma Salvatore Sanzo. E ancora, Alberto Melloni, Luciano Violante, Fabrizio Barca e Gad Lerner, il tastierista dei Nomadi Beppe Carletti.
Il Guardasigilli ha fatto presa anche tra i padri nobili. Non su Walter Veltroni, che ha scelto il silenzio, ma sui prodiani: stanno tutti con Orlando. Il Professore non parla, ma invita a pranzo proprio il Guardasigilli.
E che dire di Enrico Letta? Defenestrato dall’ex segretario, preferisce l’ex diessino: «Per la sua capacità di unire». È lunga, la lista dei delusi “celebri” del renzismo. Tra gli intellettuali, Emanuele Macaluso, che considera esaurita la spinta propulsiva del leader di Rignano. Come pure Giorgio Napolitano, amico e big sponsor del capo dei Giovani Turchi.
Ma ci sono anche defezioni illustri (si fa per dire):
Uno su tutti, Jovanotti. Nel 2009 aveva sposato la causa di Dario Franceschini, nel 2012 quella di Renzi. Perdendo sempre, tanto da commentare: «Oh, io in politica non ne azzecco una». Stavolta, fanno sapere, è in piena fase creativa ed eviterà di schierarsi. E ancora, che fine hanno fatto gli endorsement di Sabrina Ferilli e Claudio Amendola, o di tante altre celebrità “in sonno”? La verità è che si è sfoltita soprattutto la nutrita pattuglia di renziani.
Del grande freddo con Alessandro Baricco si è scritto molto. Voterà Renzi il professor Arturo Parisi, regista dell’Ulivo.
Basso profilo e silenzio da parte di Roberto Benigni, assai schierato per il Sì al referendum.
Resiste al fianco del vecchio amico Oscar Farinetti: «Voterò per Matteo. La sua storia non finisce qui. Anche Churchill fu richiamato».
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
ISTAT, LE PREVISIONI DEMOGRAFICHE: LE MIGRAZIONI SALVERANNO SOLO IN PARTE IL PAESE
Un Sud Italia sempre meno popolato, sempre più anziano. E di conseguenza sempre più povero,
anche se questo le previsioni demografiche appena pubblicate dall’Istat non lo dicono.
Dallo studio “Il futuro demografico del Paese” emerge un forte calo della popolazione italiana, che passerebbe dagli attuali oltre 60 milioni a 58,6 milioni nel 2025 e 53,7 milioni nel 2065.
Con un picco negativo fino al 2045, quando solo il 54,3% della popolazione sarà in età lavorativa. Ma le previsioni mostrano anche un Paese sempre più squilibrato, con un Nord che cresce in popolazione e attira anche le migrazioni dall’estero, e un Sud che si spopola, dove rimangono solo gli anziani a invecchiare.
A soffrire della riduzione della popolazione, secondo i demografi, sarà infatti soprattutto il Mezzogiorno, che passerà ad accogliere dall’attuale 34% della popolazione al 29%, mentre il Centro-Nord passerà dall’attuale 66% al 71%.
Non si tratta solo dell’effetto del calo delle nascite, ma di una forte ripresa dell’emigrazione interna, del resto già ricominciata negli ultimi anni: nel 2065 il Sud avrà perso 1,1 milioni di abitanti, soprattutto giovani.
Sempre in meno al lavoro.
La fecondità è prevista in rialzo, da 1,34 a 1,59 figli per donna, ma visto che anche la sopravvivenza è in aumento, con la vita media in crescita fino a 86,1 anni per gli uomini e 90,2 per le donne, la popolazione invecchierà : l’età media passerà da 44,7 a oltre 50 anni nel 2065, con un picco fino al 2045-50. Dopo si assesterà , ma nel frattempo la popolazione in età attiva, in grado di lavorare e versare contributi che supportino il sistema previdenziale, scenderà al 63% del totale già nel 2025 (adesso siamo al 64,3%).
Gli emigrati scelgono il Nord.
Così come il flusso migratorio interno, anche quello dall’estero si concentrerà soprattutto nel Centro-Nord. Le previsioni in questo caso sono un po’ meno affidabili, precisa l’Istat, visto che i saldi migratori dipendono in parte anche dalla legislazione e soprattutto da circostanze esterne al nostro Paese (a cominciare dalle guerre, per esempio).
Però in ogni caso i demografi prevedono un salgo migratorio con l’estero ampiamente positivo, con almeno due milioni e mezzo di residenti in più provenienti dall’estero entro il 2065 (circa 144.000 immigrati in arrivo ogni anno).
E mantengono il Paese “giovane”.
E’ proprio grazie all’arrivo degli immigrati che si alzerà costantemente il numero di figli per donna. E quindi se si considerano non solo gli arrivi, ma anche le nascite, il peso positivo delle migrazioni sulla popolazione italiana è notevole, si potrebbe arrivare a oltre 10 milioni di persone in più da qui al 2065.
L’Italia invecchia fino al 2045, poi andrà meglio.
L’allarme invecchiamento raggiungerà un picco nel 2045: solo il 54,3% della popolazione sarà in età attiva, e quindi sarà difficile tenere in equilibrio il sistema pensionistico. Un terzo della popolazione sarà anziana. Un dato del quale del resto si è già tenuto conto in gran parte nelle riforme. Dopo invece andrà meglio, e l’età media si andrà gradualmente riequilibrando, anche se questo dipende molto dalla natalità .
Nel Mezzogiorno età media oltre i 50 anni.
Questo processo d’invecchiamento della popolazione non si distribuirà in modo omogeneo, ma penalizzerà soprattutto il Mezzogiorno, che avrà una riduzione della popolazione in età da lavoro del 13%. L’età media del Mezzogiorno si attesterà a 51,6 anni entro il 2065.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
NELLA MEMORIA IL ROGO DI PRIMAVALLE, IL BARBARO OMICIDIO DEI SUOI DUE FRATELLI… E UN ASSASSINO PROTETTO DALLA POLITICA
“Sono deluso e arrabbiato. A 44 anni dalla strage che ha provocato la morte dei miei fratelli (nel rogo di Primavalle morirono i fratelli Stefano e Virgilio Mattei, figli dell’allora segretario della locale sezione dell’ Msi, ndr), ci sono ancora procedimenti aperti. Non c’è una sentenza definitiva che individui i mandanti. Non c’è mai stata la giusta condanna degli assassini di Virgilio e Stefano. E sono offeso dalla politica che ha assunto e pagato Achille Lollo”.
Lo dice Giampaolo Mattei al settimanale OGGI dopo la scoperta che Lollo (“Fu lui a versare benzina sotto la nostra porta”) firma articoli per un sito registrato a nome di Alessandro Bianchi, stretto collaboratore di Alessandro Di Battista.
“Alessandro Di Battista mi ha telefonato — sostiene -, scusandosi. Mi ha detto che Bianchi ‘è un ragazzo’. Che non sapeva del passato di Achille Lollo. Che lui non sapeva del sito di Bianchi”.
Conclude Mattei: “Le telefonate di scuse non mi servono… Achille Lollo è un uomo libero, può fare il giornalista, l’opinionista… D’altronde tutti gli assassini degli Anni di Piombo oggi sono professori e intellettuali. Sono stati accolti da varie associazioni e lavorano e vivono bene nonostante gli ergastoli mai scontati. Non sono loro a infastidirmi ma i politici che hanno permesso questo, che hanno dimenticato le vittime premiando i carnefici. Oggi — conclude — c’è il ‘non so’ del Movimento 5 stelle, ieri c’era l’associazione Soccorso Militante Rosso di Dario Fo e Franca Rame”.
Ma chi è Achille Lollo? La sua storia si intreccia con il rogo di Primavalle, che si consumò il 16 aprile 1973. Quel giorno in via Bernardo da Bibbiena andò a fuoco l’appartamento di Mario Mattei, spazzino e segretario della sezione MSI di zona.
Due dei figli, Virgilio di 22 anni, militante missino, e il fratellino Stefano di 10 anni morirono carbonizzati, non riuscendo a gettarsi dalla finestra.
Il dramma avvenne davanti ad una folla che si era accumulata nei pressi dell’abitazione, e assistette alla progressiva morte di Virgilio, rimasto appoggiato al davanzale, e di Stefano, scivolato all’indietro dopo che il fratello maggiore che lo teneva con sè perse le forze.
Gli attentatori lasciarono sul selciato una rivendicazione della loro azione: “Brigata Tanas — guerra di classe — Morte ai fascisti — la sede del MSI — Mattei e Schiavoncino colpiti dalla giustizia proletaria”.
PotOp depistò le indagini per salvare i suoi tre militanti Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo dopo averne ottenuto la confessione.
Molti intellettuali si schierarono a favore dei tre e di una teoria del complotto approntata ad arte per accusare altri e favorire gli indagati. Franca Rame inserì il nominativo di Lollo in Soccorso Rosso Militante, assicurandogli denaro e amici a cui scrivere.
Il primo processo si concluse con un’assoluzione per insufficienza di prove. Il secondo con la condanna per incendio doloso ed omicidio colposo, essendo maturata nella corte la convinzione che i tre non volessero uccidere i Mattei ma che la situazione gli era sfuggita di mano quella notte.
In Cassazione le accuse vennero confermate. La pena si estinse per prescrizione, trattandosi di delitti colposi.
E a quel punto Lollo ammise in un’intervista al Corriere della Sera nel febbraio 2005 che le cose erano andate come la giustizia aveva già appurato.
Lollo aggiunse che a partecipare all’attentato furono in sei, i tre condannati più altri tre di cui fece i nomi.
Inoltre ammise di aver ricevuto aiuti dall’organizzazione per fuggire. Ma le successive inchieste nei confronti dei presunti mandanti con l’accusa di strage furono chiusi.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
VIAGGIO TRA I DIPENDENTI ALITALIA CHE PENSANO A RICICLARSI: “FACCIO LE PULIZIE, QUI NON C’E’ SPERANZA, LE FARO’ ALTROVE”
Mentre ancora non si spegne la speranza di un salvataggio in extremis dell’Alitalia da parte del
governo, con la nazionalizzazione, tra i dipendenti a Fiumicino spunta la tentazione di «riciclarsi», di rimettersi in gioco sul mercato. Anche in settori diversi da quello del trasporto aereo.
Marco, 47 anni, assistente di volo, due figli di 8 e 14 anni, una moglie che svolge la sua stessa professione, non ha dubbi: «Può sembrare strano, ma preferisco andare a fare il magazziniere in un supermercato a 1200 euro al mese rispetto ai 2800 che guadagno oggi come assistente di volo, piuttosto che accettare un piano di tagli che mi umilia e mi avvelena la vita».
È già successo a un suo collega, il quale dopo la crisi del 2008 non è stato reintegrato dalla cassa integrazione.
«È stato costretto a vendere la casa e ha trovato posto in un supermarket, io sono pronto a fare altrettanto perchè non mi posso certo permettere di rimanere a spasso con due bambini da mantenere e la moglie che si trova nelle mie stesse condizioni. Ma mi creda non siamo pentiti di aver votato “No” al referendum perchè ormai non ne potevamo più. Da quasi dieci anni è uno stillicidio di crisi, inciuci e tagli che non hanno portato niente di buono. Credo sia arrivato il momento di guardare la vita con maggiore realismo: il management che si è succeduto negli anni ha fallito, i nostri diritti sono stati calpestati e non era più tollerabile che ci piegassimo a scelte industriali inconcludenti. Basta essere presi in giro».
Insiste molto sull’importanza di «essere rispettati» anche Andrea, 51 anni, pilota da 24, padre di due figli di 17 e 21 anni.
«Dal 2008 sono stato demansionato due volte, ho anche accettato sedi periferiche, a Milano e Palermo. E che cosa ho concluso? Ho speso più soldi di quelli che ho guadagnato pur di essere in qualche modo vicino alla mia famiglia. Tutti ci considerano una classe di privilegiati, pensano che facciamo la bella vita sempre in viaggio, ma non immaginano i sacrifici che dobbiamo sostenere per conciliare lavoro e famiglia».
Andrea rivela anche disagi e difficoltà di carattere psicologico: «Per riprendermi dal demansionamento professionale sono persino finito in psicoterapia. Sinceramente ho meno paura del commissariamento che del programma industriale dell’azienda: meglio un futuro incerto ma chiaro, piuttosto che un papocchio com’era l’accordo appena bocciato dal referendum. Nel lavoro, come nella vita, si deve scendere a compromessi, ma c’è un limite a tutto: sotto un certo livello non si può scendere. E in Italia lo abbiamo già fatto troppe volte. Noi piloti avremo probabilmente più opportunità degli altri dipendenti a ricollocarci presso altre compagnie, ma penso ancora all’Alitalia come a una grande famiglia e confido nella possibilità di buone opportunità anche per gli altri lavoratori».
L’ansia sul futuro non riguarda solo i dipendenti Alitalia ma anche quelli dell’indotto, le stime raccontano di un rapporto uno a quattro: a fronte dei 12.500 lavoratori della compagnia aerea ce ne sono altri 40 mila collaterali.
Come Angelica, 53 anni, da 20 addetta alle pulizie uffici Alitalia per conto di un’impresa esterna.
«Noi non abbiamo votato, ma se avessimo potuto avrei scelto il “No”. Tanto questa dirigenza, come le precedenti, non ha dimostrato di essere in grado di risolvere i problemi. Io dopo il 2008 sono stata in cassa integrazione due anni e mezzo e mio figlio, che ha 33 anni e fa le pulizie a bordo degli aerei Alitalia, è appena finito in solidarietà . Sono tempi duri e non si profila niente di buono. Se non ho paura di perdere il posto? Certo che ce l’ho, ma è talmente oscillante che tanto vale ricominciare da capo. Sa qual è il vero problema degli amministratori di Alitalia? Guardano solo al proprio tornaconto senza cambiare nulla: la musica è sempre la stessa, cambiano solo i cantanti».
(da “La Stampa”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO: “A KHAN SHEIHOUN LO STESSO GAS USATO PER LA STRAGE DI GOUTHA NEL 2013, ORDINE ARRIVATO DA ASSAD”
L’Intelligence francese è giunta alla conclusione che le forze di Bashar al-Assad hanno condotto l’attacco con gas Sarin il 4 aprile a Khan Sheihoun.
Nell’attacco morirono 85 persone, quasi metà bambini. Parigi è convinta che l’ordine sia arrivato da Assad stesso o dal suo stretto entourage.
L’attacco aveva provocato la reazione americana, con il bombardamento della base da cui erano partiti i cacciabombardieri, Al-Shayrat. I missili Tomahawk avevano distrutto una ventina di jet del regime.
Analisi dei campioni di terreno e di sangue
Il documento di sei pagine redatto dai servizi francesi, con l’aiuto di quelli Paesi alleati, spiega che la convinzione è stata raggiunta attraverso l’analisi di varie prove sul campo e soprattutto su campioni di terreno prelevato vicino ai crateri provocati dall’impatto dei missili che trasportavano le sostanze chimiche e dall’esame medico dei prelievi di sangue delle vittime.
La sostanza rivelatrice
I chimici hanno trovato tracce di hexamine, uno dei componenti del Sarin, prodotto dall’industria chimica siriana e già rinvenuto nei campioni prelevati dopo la strage nel Ghouta del 2013, quando morirono oltre mille persone.
Dopo il massacro un accordo internazionale convinse il regime a distruggere tutti gli stock di armi chimiche, comprese 1300 tonnellate di Sarin.
Secondo l’Intelligence occidentale, però, 3 tonnellate sarebbero rimaste nelle mani delle forze armate siriane.
Ordine dall’alto
Secondo Parigi solo Assad, o il suo stretto entourage, ha l’autorità per ordinare un attacco con armi chimiche. La responsabilità finale ricadrebbe quindi sul presidente siriano.
(da “La Stampa”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
“TI HANNO STUPRATA? E PERCHE’ NON HAI SOLO CAMBIATO QUARTIERE INVECE CHE FUGGIRE?”… UNA VERA E PROPRIA INQUISIZIONE, DOMANDE DA TELEQUIZ, ERRORI… MINNITI VUOLE ELIMINARE IL RICORSO AL GIUDICE PERCHE’ NEL 75% DEI RICORSI EMERGE IL DIRITTO DEL PROFUGO ALL’ASILO
«Sei stata violentata? Perchè hai cambiato paese e non quartiere?». M. è una donna eritrea. Sta
raccontando la sua storia alla commissione territoriale, una di quelle che decidono quali migranti possono restare in Italia e quali no.
Ha studiato ad Addis Abeba, dove voleva fare il meccanico. «In quel paese si può fare un lavoro da uomo», spiega. Nel 2010 sposa un etiope col matrimonio tradizionale. Ma tradizionale è pure la famiglia di lui, che la rifiuta. Per gli etiopi è e sarà sempre una spia eritrea. Non può proseguire gli studi nè lavorare e così decide di partire e raggiungere la sorella in Sudan. Da sola.
Ed è proprio a Khartum che il cognato la violenta: «Se avessi parlato mi avrebbe ucciso», dice. Ha paura di rivolgersi alla polizia e scappa in Libia.
Qui iniziano i dubbi del suo intervistatore. Perchè ha lasciato il Sudan? Khartum è molto grande. Poteva semplicemente cambiare quartiere. Perchè ha deciso di cambiare nazione?
Le linee guida Unhcr consigliano un tono rassicurante e domande pertinenti.
Invece l’audizione per M. diventa un interrogatorio. «Non riesco a capire, perchè ha lasciato suo marito dopo pochi mesi di matrimonio? Perchè non si è sposata ufficialmente prendendo la cittadinanza etiope? Perchè non conosce i motivi dell’arresto di sua madre? In Etiopia la consideravano una spia? E quindi che problema c’era?».
La stupreranno anche il padrone di casa dove lavora come domestica e i trafficanti.
Il tono dell’intervista però non cambia: «Perchè non è rimasta in Libia?». M. arriva finalmente ad Agrigento nel 2013. Un anno dopo la commissione non la riconosce come rifugiata. Consiglia solo di «fare visite mediche». Ci vorranno due anni perchè il tribunale ribalti la decisione.
Si tratta di un caso isolato? Non proprio.
Siamo entrati nel mondo chiuso – e finora inesplorato – delle commissioni che decidono sulle domande di asilo. Abbiamo letto centinaia di pagine di documenti ufficiali.
È venuta fuori una lotteria: domande da telequiz, errori di copia-incolla, una vera e propria inquisizione.
Le donne nigeriane sono spesso vittime di tratta. Le aspettano interrogazioni del tipo: «Anche oggi sono morte cento persone nel Canale di Sicilia, l’altra opzione era fare la prostituta in Libia. Capisce che non ha molto senso che sia venuta in Italia solo perchè glielo ha consigliato un uomo che conosceva da due mesi?».
Quelle del Corno d’Africa scappano da dittatori e guerre endemiche. Subiscono numerose violenze di ogni tipo prima di arrivare in Europa.
Una donna ha visto una collega uccisa dai terroristi nello spiazzo di un supermarket. In commissione le chiedono: perchè è venuta in Italia? «Non esistono posti sicuri in Somalia?».
I profughi dell’Africa occidentale si lasciano alle spalle epidemie e conflitti inter-etnici. Per loro la diffidenza è fortissima.
C’è chi si sente dire: «Puoi ritornare al tuo paese, temi solo l’Ebola». Oppure: se tua moglie vive ancora lì, allora il tuo paese è sicuro.
F. ha visto il fratello morire sotto i colpi dei ribelli in Mali. Fuggito dal colpo di Stato, ha superato nell’ordine i militari a caccia di disertori, il deserto algerino, il mare che lo separava dall’Europa. È un sopravvissuto.
Ma non aveva previsto l’ultimo ostacolo, i quiz della commissione. «Come si chiama lo stadio di Goa?», «Non lo so». «E il ponte sul fiume», «Non lo so». «E il fiume?», «Niger».
Il commissario si fida sempre meno. «Quali sono i nomi dei paesi che ha incontrato per andare in Algeria?», «Non so, erano località piccolissime».
Arriva il diniego, soltanto «i positivi segnali di integrazione» lo salvano dall’espulsione e gli consegnano un permesso temporaneo.
L’errore copia-incolla
Gambia, agosto 2013. Un uomo denuncia alla polizia che il fratellastro ha violentato la sorella. In quel paese non è facile denunciare un militare. E infatti non gli credono. Gli amici del fratello lo minacciano di morte. Senza parenti e protezione, scappa in Senegal, Mauritania, Mali e Algeria. Infine riesce a imbarcarsi dalla Libia all’Italia.
La sua odissea non è finita. Per un «clamoroso errore di copia – incolla nella stesura della motivazione», la commissione territoriale gli nega l’asilo.
Infatti nel testo si parla di un cittadino del Bangladesh. Hanno incollato la motivazione di un altro.
Il giudice, dopo dieci mesi, concede lo status di rifugiato e riconosce: «La grave situazione in cui versa il Gambia». Nel complesso, tre anni bruciati a scappare e aspettare.
Le domande si basano spesso sulla credibilità del soggetto intervistato.
La Convenzione di Ginevra parla invece dell’oggetto, cioè il fondato timore di subire una persecuzione in patria.
Da poco si sta imponendo un nuovo criterio, quello dei «positivi segnali di integrazione». Un concetto non definito dal diritto e spesso arbitrario.
Prendiamo il caso di G., che si salva dall’espulsione per un paio di parole in italiano. In un’ora spiega che il padre faceva politica in Costa d’Avorio, nel paese devastato dalla guerra; che è stato ucciso dai sostenitori dell’ex presidente; che tornare lì significa rischiare la vita perchè ci sono aree in conflitto di cui non si parla.
La commissione non gli crede. Citando qualche sito web, dice che la guerra è finita. Il destino sembra segnato.
Tra lui e l’espulsione c’è solo un’ultima domanda. Frequenta corsi? Questa volta non risponde nel dialetto bambara, ma in italiano. È la sua salvezza. Tutto il resto viene rigettato, ma i «positivi segnali d’integrazione» gli valgono un permesso umanitario.
L’integrazione è un criterio soggettivo, ma piace sempre più sia ai tribunali che alle commissioni.
J., per esempio, pur scappando dalla guerra ucraina vive in una bella casa («un appartamento idoneo») e la madre ormai parla italiano. Ha anche fatto politica nel suo paese rischiando la pelle, ma questo non è preso in considerazione.
Alcune risposte sono decisive. Per esempio, quelle alla domanda-chiave: «Cosa teme tornando al suo paese?». Un nigeriano risponde: «Non so cosa potrebbe accadermi» e si auto-condanna all’espulsione.
Poi ci sono decisioni che sembrano già prese. Lo schema è questo: se la tua storia è credibile, allora il tuo paese è sicuro. Se il tuo paese è pericoloso, allora la tua storia è contraddittoria.
Ci sono commissioni che hanno considerato paesi sicuri anche la Libia in fiamme del post-Gheddafi, le zone curde militarizzate dai turchi e la Costa d’Avorio in guerra civile.
C’è poi chi ama le domande di controllo. Sono quelle che servono a capire se l’intervistato sta mentendo.
Ma possono diventare un tribunale delle scelte personali: «Perchè è andato a vivere da solo?». Oppure: «Se suo padre era benestante, perchè non l’ha fatta studiare?» E ancora: «Hai avuto altre donne prima di tua moglie?».
Infine ci sono le sottigliezze giuridiche. N. è al centro di una faida in Pakistan. In questo caso le linee guida delle Nazioni Unite dicono che si tratta di un rifugiato. Tuttavia, nota la commissione, non si può parlare esattamente di faida perchè non è un’intera famiglia a volerlo morto ma un singolo membro.
Dinieghi
Nel 2016 le commissioni hanno respinto il 60 per cento dei migranti arrivati in Italia. Per il senso comune è la prova che si tratta di finti profughi. Ma è davvero così?
Secondo il prefetto Angelo Trovato, presidente della Commissione nazionale asilo, nel 2014 il 65 per cento dei rifiutati ha presentato ricorso.
E nel 75 per cento dei casi ha vinto. In tre casi su quattro, la magistratura ha ribaltato le decisioni delle commissioni.
Di queste strutture ce ne sono venti in tutta Italia. Ognuna è composta da quattro membri: un funzionario di prefettura, uno di polizia, un delegato degli enti locali e uno dell’Unhcr. Poi c’è l’interprete, decisivo se il colloquio si svolge in un dialetto africano che nessuno comprende.
L’intervista spesso è condotta da un solo membro, ma nel verbale non è indicato di chi si tratta. Nel 2016, circa 150 persone hanno giudicato 123.600 richiedenti.
C’è chi fa questo lavoro con preparazione e dedizione, ma le decisioni delle commissioni ribaltate dai tribunali hanno creato un contenzioso enorme.
Al Tribunale di Catania, ad esempio, un giudice è stato incaricato di un preciso compito: smaltire 3.200 fascicoli di ricorsi pendenti. Alcuni risalgono al 2012. Se rispettasse la media record di quattro al giorno, finirebbe tra due anni.
Il decreto Minniti – Orlando, recentemente approvato dal Parlamento , affronta il problema dei tribunali intasati cancellando il ricorso in appello.
Si potrà ricorrere solo in Cassazione entro 30 giorni. «Sono norme manifesto di nessuna utilità pratica che creano solo marginalizzazione sociale e costi per un sistema giudiziario già precario», protesta Lorenzo Trucco, presidente dell’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Si crea così un «diritto processuale civile speciale» basato sulla nazionalità .
Alcune norme sembrano inoltre complicate da applicare.
Per esempio, la videoregistrazione: due-tre ore di audizione da inviare ai giudici in caso di ricorso. Oppure i responsabili dei centri di accoglienza che diventano “pubblici ufficiali” e dovranno gestire le notifiche giudiziarie ai richiedenti asilo. Un’altra novità che ha già suscitato le proteste degli operatori.
(da “L’Espresso“)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI REPORTER SANS FRONTIERES NEL RAPPORTO ANNUALE: “CON I SUOI ATTACCHI CONTINUI AI GIORNALISTI HA AVUTO UN RUOLO IMPORTANTE NEL LIMITARE LA LIBERTA’ DI STAMPA”… ITALIA RECUPERA 25 POSIZIONI E SALE AL 52° POSTO
Reporter sans frontieres ha pubblicato la classifica 2017 sulla libertà di stampa nel mondo per l’anno 2016.
La prima sorpresa è che il nostro Paese ha guadagnato venticinque posizioni: dal 77° posto dello scorso anno siamo risaliti fino alla cinquantaduesima posizione.
Quindi tutti i geni che nel corso del 2016 hanno rinfacciato a giornali e giornalisti di essere al servizio del regime spiegando (e sbagliando) che è per colpa degli articoli contro una certa parte politica che siamo “al 77° posto della libertà di stampa” ora si trovano in una posizione complicata.
Vale la pena di ricordare ai lettori che il rapporto annuale di Rsf non misura la qualità dell’informazione ma fotografa invece il livello di libertà dei giornalisti di poter fare il proprio lavoro in maniera indipendente senza subire intimidazioni e minacce e la qualità delle leggi a tutela della libertà di stampa.
Inoltre bisogna considerare anche la modalità con cui con cui vengono assegnati i punteggi: i criteri di valutazione sono squisitamente soggettivi perchè RSF si affida al giudizio di alcuni selezionati contatti locali che hanno il compito di giudicare il grado di libertà nei seguenti ambiti: pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza, infrastrutture e abusi.
Questo significa che a parità di punteggio su un dato argomento lo stesso voto non abbia lo stesso valore in Argentina e in Romania.
Dal punto di vista assoluto un 3 dato in Argentina equivale ad un 3 dato in Italia, ma al punto di vista oggettivo dal momento che chi giudica potrebbe non usare lo stesso metro di giudizio ed essere influenzato da fattori locali differenti i due voti non hanno lo stesso valore.
C’è inoltre da considerare che a giudicare il livello della libertà sono i giornalisti stessi (non è noto quali siano), quindi quando ci si lamenta della poca libertà di stampa o del fatto che siamo “in fondo alla classifica” bisognerebbe chiedere conto a chi collabora con RFS di rendere noti i suoi ragionamenti.
Oltre ai fattori qualitativi ci sono anche quelli quantitativi, che sono decisamente più interessanti, si tratta dei casi di omicidio, arresto e intimidazioni ai danni dei giornalisti, ivi comprese le aggressioni e le querele per diffamazione.
Quest’anno il nostro Paese ha totalizzato 26,26 punti (una differenza 2,67 punti rispetto allo scorso anno quando l’Italia aveva totalizzato uno score pari a 28,93) che ci posizionano nei primi posti della “fascia arancione” ovvero in quella che Reporter sans frontieres definisce “problematica”.
Per chi ama le classifiche siamo sotto Argentina e Papua Nuova Guinea e sopra Haiti e Polonia, ma come abbiamo detto poco sopra questi confronti non hanno valore assoluto. Lo si comprende se si prende la classifica 2015 che ci vedeva al 73° posto con un global score pari a 27,94 (più alto è il punteggio peggiore è la situazione).
Perchè siamo così in basso rispetto ai nostri vicini europei?
Perchè — come denuncia Rsf — in Italia ci sono “ancora” sei giornalisti sotto scorta della polizia, ventiquattr’ore su ventiquattro, “perche’ minacciati di morte, dalla mafia o da gruppi fondamentalisti”.
Per Reporter sans frontieres “il livello di violenza contro i giornalisti (intimidazioni verbali e fisiche, provocazioni e minacce) è allarmante, soprattutto nel momento in cui politici come Beppe Grillo, del Movimento Cinque Stelle non esitano a fare pubblicamente i nomi dei giornalisti che a loro non piacciono”.
Grillo è in buona compagnia assieme all’amico Nigel Farage (il Regno Unito è sceso di due posizioni) e a Donald Trump (gli USA passano dal 41° al 43° posto), due leader politici occidentali che come i portavoce del 5 Stelle non esitano a gettare discredito sui media per accreditarsi dinnanzi ai propri elettori come “anti-sistema”. Per Rfs Grillo è un politico che preferisce dedicarsi alla sua attività di blogger che rispondere alle noiose e fastidiose domande dei giornalisti che spesso e volentieri fanno parte della tanto odiata “casta”.
La metodologia di Grillo comprende anche le famose liste di proscrizione dei giornalisti considerati nemici e la proposta di dare vita ad una “giuria popolare per le balle dei media“:
Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa.
Stranamente però a Grillo, che continua a fraintendere il senso della classifica della libertà di stampa, non danno fastidio le interviste apparecchiate senza contraddittorio o il fatto che i gestori della comunicazione dei parlamentari pentastellati concordino con i giornalisti le domande che possono essere poste ai portavoce. E come non ricordare l’eroico consigliere regionale M5S Davide Barillari che qualche mese fa minacciava di farla pagare ai giornalisti.
Il motivo per cui eravamo al 77° posto della classifica della libertà di stampa non è il modo con cui i giornalisti fanno il loro mestiere ma il fatto che ci siano alcuni soggetti, tra i quali anche il partito politico di Beppe Grillo, che vorrebbero impedire ai giornalisti di farlo.
Ora tutti quelli che per un anno intero hanno commentato gli articoli di giornale “sgraditi” dicendo che era quello il motivo per cui eravamo così in basso nella classifica e spiegandoci che nei loro confronti era in atto una vera e propria “persecuzione giornalistica” dovrebbero quantomeno chiedere scusa.
Perchè la “persecuzione” era semmai quella che loro facevano nei confronti dei giornali sgraditi.
Nonostante i loro piagnistei sulla qualità del giornalismo in Italia il nostro Paese ha risalito la classifica.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL CINQUESTELLE GALLO CHIEDE AL MINISTERO DI FAR USARE UN MANUALE DI FORMULE PER NON ESSERE COSTRETTI A STUDIARLE… A QUANDO IL 6 POLITICO?
La proposta è nata come petizione su Change.org: lasciare utilizzare un formulario scientifico nella
prova di maturità . A lanciarla uno studente pistoiese Francesco Erpichini, aiutato dal suo prof di matematica Paolo Palumbo dell’Enrico Fermi di San Marcello. Ma adesso è arrivata persino in Parlamento.
Racconta oggi il Corriere della Sera:
La petizione ha avuto poco meno di mille firme, che era l’obiettivo fissato dallo studente e dal suo prof. Ma la questione è approdata comunque in commissione cultura alla Camera portata dal deputato M5S Luigi Gallo, che ne ha fatto oggetto di una interrogazione alla ministra.
La tesi dei Cinque Stelle riprende quella della petizione: negli altri licei si usano vocabolari e manuali tecnici, allo scientifico solo la calcolatrice scientifica mentre sono vietati altri strumenti che si possano collegare in rete.
Ma la risposta del sottosegretario Vito De Filippo alla possibilità di alleggerire un po’ il peso della maturità scientifica è no. Niente bigino.
«Le conoscenze memorizzate diventano vive — scrive De Filippo — e, quindi, si trasformano in competenze solo attraverso l’attivazione del senso, della logica e del ragionamento, che sono il cuore dell’apprendimento.
Selezionare «cosa» ricordare è ciò che tutte le persone competenti fanno nel loro campo di interesse tramite una «mappa concettuale» e la costruzione di una gerarchia di contenuti; si tratta di un’operazione sofisticata e di grande valore culturale ed educativo, che necessita come nessun’altra del supporto e della guida del docente».
Chissà perchè, la questione posta dai 5 Stelle ha suscitato ironie come quella di Massimo Gramellini, sempre sul Corriere:
Quel briciolo di memoria che mi rimane basta a ricordarmi che la guerra al nozionismo e la sfiducia nelle autorità («Uno vale uno») non le ha inventate Grillo, ma il Sessantotto, che tra i suoi numerosi meriti ebbe però il demerito gigantesco di umiliare il talento e lo sforzo in nome di una falsissima idea di uguaglianza. Se la memoria non mi inganna, il prossimo passaggio sarà il 6 politico. Potrebbero chiamarlo voto di cittadinanza.
(da “NextQuotidiano”)
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