Destra di Popolo.net

FALSO DOSSIER CONTRO DE VITO NELLA GUERRA INTERNA AL M5S, ALMENO DUE INDAGATI

Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile

IL PM: CALUNNIATO DE VITO… FU ACCUSATO DAI SUOI COLLEGHI   RAGGI, FRONGIA E STEFANO

Ha ora un’ipotesi di reato – la calunnia – e almeno due indagati, il fascicolo aperto a fine gennaio dalla Procura di Roma per il presunto dossieraggio ai danni dell’attuale presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito. All’inizio del 2016 “fatto fuori” dalla corsa per le Comunarie indette dal M5S per individuare il candidato sindaco della capitale, sulla base di un’accusa – aver trafficato su una licenza edilizia – poi rivelatisi del tutto falsa.
Accelera dunque l’inchiesta sul “processo” interno, ordito con prove fasulle dagli ex colleghi di De Vito in consiglio comunale, avviato dopo l’esposto presentato l’estate scorsa dal senatore di centrodestra Andrea Augello. Furono infatti Virginia Raggi, Daniele Frongia ed Enrico Stefà no – i primi due all’epoca in gara contro il candidato cinquestelle che, più di un anno fa, partiva favorito nella consultazione fra gli iscritti – a sollevare il sospetto che lo sfidante sostenuto dalla deputata Roberta Lombardi avesse commesso un abuso d’ufficio nel corso del suo mandato in Campidoglio.
A provarlo non solo la ricostruzione dei fatti dipanatisi tra fine 2015 e gennaio 2016, ma pure le chat dei consiglieri comunali e municipali in cui, alla vigilia del voto online, De Vito venne definito “inaffidabile come candidato sindaco”. La colpa? Essersi avvalso qualche mese prima, il 19 marzo, del potere concesso a tutti i consiglieri comunali (lo stesso esercitato per ottenere i famosi scontrini di Ignazio Marino) per avere dagli uffici capitolini “tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del proprio mandato”.
Nel caso di specie, aveva compiuto un accesso agli atti – su richiesta, si chiarirà  in seguito, di Paolo Morricone, avvocato del M5S in Regione – per verificare se un presunto condono in un seminterrato della zona Aurelia fosse stato autorizzato dietro il rilascio di una mazzetta. “Ragazzi scusate, ma per verificare il pagamento di una mazzetta fai un accesso agli atti? E perchè non vai dalla polizia?”, commentò sarcastica Raggi in chat. Un’accusa peraltro già  sostenuta il 28 dicembre 2015 durante la riunione organizzata dai soliti tre con gli eletti municipali, all’insaputa di De Vito medesimo.
A suffragare l’ipotesi della Procura, tuttavia, c’è un elemento considerato decisivo. Il 7 gennaio 2016 l’ancora ignaro “imputato” viene convocato – insieme a Raggi, Frongia e Stefà no – alla Camera.
Alla presenza dei deputati Alessandro Di Battista e Carla Ruocco (allora membri del direttorio, poi sciolto), di Roberta Lombardi, Paola Taverna ed Enrico Baroni, con i capi della Comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi a far da supervisori, i tre colleghi accusano “Marcello” di abuso d’ufficio, esibendo il parere di un autorevole legale. Daniele Frongia, che però successivamente negherà  questa circostanza, addirittura lo sventolerà , senza però dire – di fronte alle insistenze di un De Vito visibilmente scosso e incredulo – quale avvocato lo aveva redatto. Uscito da Montecitorio, lui torna a casa per cercare tutti i documenti che provino la sua estraneità .
Li trova e, quella stessa sera, scrive una mail in cui non solo spiega che “l’accesso agli atti è stato correttamente richiesto per le motivazioni di cui alla mail di Paolo Morricone, nostro avvocato regionale, che riporto di seguito (e che allego)”, ma chiede, visto che “la vicenda è molto grave”, di “valutare ciò che si è verificato oggi nei miei confronti, alla luce delle accuse che mi sono state mosse”. Ma ormai il danno è fatto.
Grazie all’operazione di discredito e, pure, alle defezioni strategiche (Frongia si ritirerà  dalla corsa per far confluire i suoi voti su Raggi), l’avvocata grillina vincerà  le Comunarie e diventerà  poi il primo sindaco donna di Roma.
Nonostante le proteste di Lombardi e Taverna, la quale addirittura in una mail partita per sbaglio definirà  quella riunione come “uno squallido tribunale speciale”.
“Tribunale speciale” che, però, proprio perchè allestito alla Camera e non in una sede di partito, con i parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni e dunque in qualità  di pubblici ufficiali (come più volte stabilito dalla Cassazione penale), invera l’ipotesi di calunnia ai danni di De Vito. Calunnia che ricorre quando viene incolpato di un reato una persona di cui si conosce l’innocenza, o quando si simuli a carico di quest’ultima le tracce di un reato. Esattamente ciò che è accaduto all’attuale presidente dell’Aula Giulio Cesare in quei torbidi mesi di veleni e guerre interne al M5S.
“Non ci sono indagati per calunnia nell’inchiesta sul presunto dossieraggio ai danni dell’attuale presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito, fatto fuori sulla base di false accuse all’inizio del 2016 dalla corsa per le Comunarie indette dal Movimento Cinque Stelle per la scelta del candidato sindaco”.

(da “La Repubblica”)

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GASDOTTO TAP, BLITZ NELLA NOTTE DELLA POLIZIA CON LE RUSPE, MINNITI ORDINA LA CARICA DEI CAVALLEGGERI

Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile

MINNITI NON TROVA IGOR DA UN MESE, MA MOSTRA I MUSCOLI CON CHI DIFENDE IL TERRITORIO… ZONA MILITARIZZATA

ll cantiere per la realizzazione del gasdotto Tap a Melendugno (che porterà  in Italia il gas dell’Azerbaijan) è stato militarizzato prima dell’alba: intorno alle 9 si erano già  conclusi senza incidenti i lavori per la messa in sicurezza di 43 ulivi.
Le forze dell’ordine si sono concentrate a Lecce poco dopo la mezzanotte e hanno raggiunto in massa località  San Basilio, dove da 42 giorni è attivo un presidio di manifestanti contro la realizzazione dell’infrastruttura.
Una cinquantina di attivisti sono stati bloccati all’interno del terreno privato, di fronte all’ingresso del cantiere, che era stato trasformato in presidio.
Immediato è scattato il tam tam sui social network e altre decine di persone hanno raggiunto la zona per dare forza alla protesta.
Per liberare le strade interpoderali di accesso al cantiere dalle barricate innalzate dai manifestanti nei giorni scorsi, sono state utilizzate delle ruspe e poi istituiti posti di blocco agli accessi, che hanno impedito l’arrivo in massa di manifestanti.
La zona della protesta è stata raggiunta a piedi attraverso la pineta e le campagne.
Il blitz è giunto inaspettato, poichè nei giorni scorsi sembrava essere stata siglata una tregua tra la multinazionale Trans Adriatic Pipeline e il Comune di Melendugno, in relazione alla possibilità  di mettere in sicurezza i 43 ulivi rimasti nell’area di cantiere. In totale erano 211 gli alberi da espiantare in questa prima fase di lavori (2.000 per la realizzazione complessiva) e, secondo gli impegni della società , tutti saranno ripiantati al loro posto a interventi conclusi.
Il cantiere di Melendugno è stato aperto il 17 marzo e le attività  delle ditte incaricate da Tap di espiantare gli ulivi e trasferirli in un sito di stoccaggio sono state ostacolate da continue manifestazioni.
Nei giorni 21, 28 e 29 marzo le forze dell’ordine hanno forzato i blocchi dei manifestanti, che cercavano di bloccare l’ingresso dei mezzi nel cantiere. Il primo aprile sono stati invece famiglie e bambini a impedire il passaggio dei camion.
A seguire il Tar Lazio aveva accolto una richiesta di sospensiva dei lavori da parte della Regione ma, dopo la tregua di Pasqua, è stato lo stesso Tribunale anministrativo a dare definitivamente il via libera alla conclusione degli interventi di espianto. Tap aveva comunque manifestato la disponibilità  a non stare gli ultimi 43 alberi dal cantiere, mettendoli in sicurezza in dei grandi vasi e, per effettuare questi lavori, è stato disposto di militarizzare l’area per consentire l’accesso a due gru e cinque camion nonche agli operai.
Il Movimento No Tap ritiene infatti che gli ulivi che devono rimanere a San Basilio debbano essere mantenuti nella terra per evitarne la morte.
L’Osservatorio fitosanitario regionale, invece, dopo il sopralluogo del 24 aprile, ha certificato la possibilità  di spostare le piante in vasi di tre metri, che sono stati posizionati in fondo al cantiere.
Proprio all’osservatorio fitosanitario è stata indirizzata una lettera del sindaco di Melendugno, Marco Poti, che ha chiesto un urgente sopralluogo dei tecnici nel sito di stoccaggio di Masseria del Capitano (dove erano già  stati portati 157 alberi) “per verificare le condizioni di salute degli ulivi”.
Il primo cittadino per la prima volta non ha partecipato alle manifestazioni davanti al cantiere: “Non sono andato perchè qualcuno ha voluto mettere in difficoltà  le istituzioni di questo Paese, cercando di mettere i sindaci contro la popolazione che vuole manifestare”.
“Con dispiacere abbiamo visto di nuovo centinaia di uomini delle forze dell’ordine che hanno fatto servizio di sicurezza a una società  straniera – ha aggiunto Potì – e requisito un pezzetto del mio territorio. Non so se chi ha responsabilità  politiche, i ministri dll’Interno e dello Sviluppo, si rende conto che un’opera del genere non può essere fatta contro il volere della popolazione”.

(da “La Repubblica”)

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CAOS M5S GENOVA, L’ULTIMO ROUND IN AULA

Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile

E CASSIMATIS PENSA A UNA LISTA AUTONOMA COME ESTREMA RATIO

Due udienze cruciali nello spazio di pochi giorni; il candidato fedelissimo di Beppe Grillo, Luca Pirondini, che presenta il programma e rivendica la titolarità  esclusiva sul simbolo; la prof ribelle Marika Cassimatis, al momento riabilitata dai giudici, che pensa a una lista autonoma e valuta la possibilità  d’una diffida per bloccare l’avversario.
La nebbia che da settimane avvolge il percorso del Movimento cinque stelle verso le elezioni comunali di Genova, si diraderà  nello spazio di due settimane massimo, registrando un paio di passaggi clou a palazzo di giustizia fra domani e mercoledì.
Ma intanto Pirondini lancia il sito della sua campagna e il simbolo pentastellato è in bella vista: «Gli altri candidati nascondono i segni dei partiti, noi lo mettiamo in primo piano».
L’orchestrale sa quanto il suo percorso sia stato accidentato finora; ma dopo il silenzio gioca allo scoperto: «I magistrati non si sono espressi su chi debba essere il candidato sindaco. Siccome Cassimatis e due esponenti della sua lista sono stati sospesi (da Grillo, ndr) solo io ho i requisiti».
Poi giustifica l’ingerenza del capo sul voto locale: «Il M5S si è preso la responsabilità  di dire che l’11 giugno, a Genova, ci saranno soltanto persone che condividono pienamente il suo progetto». E annuncia d’essere pronto a firmare un contratto (stile Virginia Raggi a Roma) con tanto di penale se dovesse “tradire” la linea.
Cassimatis, al momento rimessa in sella dalle toghe ma non da Beppe, non ci sta e annuncia una reazione che svelerà  oggi. Gli attivisti a lei più vicini parlano della possibilità  d’una candidatura con una lista indipendente.
Lo sviluppo degli scenari politici è tuttavia vincolato ai passaggi giudiziari.
Fra ventiquattr’ore sarà  discusso un ricorso urgente presentato da cinque potenziali consiglieri della lista Pirondini, che chiedono alla magistratura civile di annullare tout-court le “comunarie” del 14 marzo scorso: quelle, per intenderci, vinte dalla movimentista Cassimatis, stoppate unilateralmente da Grillo insieme alla candidatura dell’insegnante, e seguite dalla ratifica della corsa di Pirondini in precedenza secondo classificato.
Le consultazioni, dicono adesso gli ultrà  dello stesso Pirondini, vanno cestinate a prescindere da vincitori e i vinti, poichè convocate con insufficiente preavviso.
La rivendicazione giudiziaria ha un fine (molto) politico.
Perchè nel momento in cui il giudice l’accogliesse, imploderebbe di riflesso la prima vittoria in tribunale di Cassimatis e il candidato non risulterebbe più individuato con le primarie, ma semplicemente “nominato” da Grillo.
Pirondini, in pubblico, dice di non essere coinvolto in quest’iniziativa, sorta di opzione zero per radere al suolo le chance della professoressa.
«È un’idea di cinque candidati della mia lista, ma io ho già  i requisiti».
Non mancano i paradossi: per rappresentare il Movimento, i cinque hanno dovuto preparare formalmente un ricorso «contro» il Movimento stesso, avendo questo convocato le tribolate comunarie.
Non solo: Cassimatis ha comunque titolo a partecipare e domani potrebbe a sua volta comparire in aula.
A distanza di pochi giorni (mercoledì 3 maggio), nuovo round. Stavolta si discute il «reclamo» di Beppe Grillo contro la precedente riabilitazione della prof, la cui vittoria alle primarie online – senza che il magistrato si fosse pronunciato sulla validità  “generale” della consultazione – era stata ritenuta regolare con un verdetto del 10 aprile.
Dopo le due udienze, nello spazio di pochi giorni arriveranno le sentenze. Se le comunarie sono irregolari in toto, Cassimatis è fuori dal Movimento, può creare una sua lista ma non ha carte da giocare sul simbolo.
Se le comunarie sono valide, allora diventa cruciale il secondo troncone, in cui viene stabilito chi ne è il legittimo vincitore. Fino ad allora, sul campo politico, si può solo giocare a rimpiattino fra accelerazioni e frenate.

(da “il Secolo XIX”)

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QUELLA SINISTRA RIDICOLA CHE CONCEDE LA SALA DEL CAP A SALVINI

Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile

“OSPITIAMO TUTTI, BASTA CHE NON SIANO FASCISTI”… SE SONO RAZZISTI INVECE SI’?… COSI’ DOMENICA VA IN SCENA LA SOLITA MARCHETTA DELLA LEGA PER ACCREDITARSI COME “PARTITO OPERAIO”… E COME AL SOLITO CI SARA’ LA CONTESTAZIONE SCENEGGIATA POST MORTEM DELLA SINISTRA

Premessa: non è vero che Salvini parlerà  domenica al “circolo dei portuali” come riporta “Repubblica”: si tratta non della sala chiamata della Compagnia Unica, ma di una sala del Consorzio Autonomo del Porto, l’Authority istituzionale spartita tra i vari partiti.
Detto questo è evidente che, essendo il Pd il referente tradizionale del Cap, la stupidità  della sinistra genovese non ha limiti.
Lo capirebbe anche un idiota che l’operazione dei fighetti padani locali (che annoverano in Consiglio regionale un assessore e un presidente del Consiglio regionale entrambi sotto processo per peculato ) è quello di accreditarsi come “forza politica che parla di lavoro” (il che fa sorridere, stante la storia di fancazzisti che vivono da 10-15 anni di politica) e quindi cosa di meglio di una sala da spacciare come quella “dei portuali”, visto che ci sono dei pirla che gliela concedono?
Così si veicola il messaggio dei leghisti “vicini ai problemi dellaggggente”.
La decisione di dire sì alla richiesta del Carroccio è stata presa dal direttivo, rappresentativo dei 4mila soci del Consorzio autonomo del porto.
«Dove essere socio, vuol dire anche impegnarsi ad affermare dentro e fuori dal circolo il valore e la dignità  delle persone, al di là  di ogni differenza di sesso, di razza o religione, la cultura e la pratica della tolleranza, della pace, della cooperazione e della solidarietà », si legge sul sito dello stesso Cap.
Cosa da scompisciarsi dalle risate la dichiarazione del responsabile Danilo Oliva che pare vivere sulla Luna: «Nei nostri spazi ospitiamo gratuitamente partiti, sindacati, associazioni, migranti. L’unico paletto che ci siamo dati è il no a chi si richiama al fascismo».
Insomma i fascisti no, i razzisti sì, secondo il nuovo statuto del Cap elaborato nottetempo.
Poi Oliva dà  il massimo di sè: “Su alcuni temi in effetti Salvini sembra un fascista, ma stiamo parlando di un partito che governa la nostra Regione, forse presto chissà  anche il Comune”…. Insomma conviene tenerseli buoni, magari un domani abbiamo bisogno di qualche favore, pare la filosofia di Oliva.
Ovviamente i portuali non la pensano così.
«Chi semina odio, divide i lavoratori in base al colore della pelle, parla di bruciare i campi nomadi e di affondare i barconi dei profughi in quel posto non dovrebbe neppure entrare. Perchè le sue idee e quelle dei suoi sodali sono l’antitesi di tutta la storia del movimento operaio e democratico genovese», è la posizione del Collettivo autonomo lavoratori portuali.
E inizia la rivolta di chi non ci sta:   «Hai scelto la città  sbagliata per provocare», recita la scritta nera con la bomboletta spray davanti al Cap di via Albertazzi.
Il destinatario è ovviamente Matteo Salvini e la sua corte dei miracoli.
Anche Genova in Comune e L’Altra Liguria chiedono un ripensamento: “Auspichiamo che i responsabili del Cap ci ripensino, attingendo la forza di dire no dalla propria storia e dalle proprie radici, nonchè dal sostegno di tutti noi».
«Non possiamo sopportare una simile vergogna e chiediamo ai gestori del Cap di ripensarci. Per quel che ci riguarda la casa in cui Salvini può vomitare il suo odio razzista non potrà  più essere la nostra», è la chiosa del Collettivo.
E così ci saranno due eventi: uno dentro la sala (con Salvini, anche Giovanni Toti ed Edoardo Rixi) e un altro fuori, con partiti e movimenti della sinistra-sinistra a protestare per l’invasione di campo.
Resta però, a questo punto, un problema di ordine pubblico. Le scritte sui muri apparse ieri in via Albertazzi rappresentano una specie di avvertimento: l’arrivo del segretario federale lumbard non filerà  liscio e infatti probabilmente si trasformerà  in un problema di ordine pubblico.
Tutto secondo copione.

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MACRON HA LE PALLE, VA TRA GLI OPERAI DELLA WHIRPOOL CHE RISCHIANO IL POSTO DI LAVORO. PRIMA FISCHI, POI UN’ORA DI CONFRONTO: “IO NON FACCIO PROMESSE DEMAGOGICHE”

Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile

MARINE LE PEN ARRIVA DOPO E FA SELFIE … E NEI SONDAGGI MACRON SALE AL 62-64% … MACRON: “TORNERO’ PER RENDERVI CONTO DI QUANTO HO FATTO”

E’ stata una giornata molto complicata, quella trascorsa ad Amiens da Emmanuel Macron. Ha allentato il nodo alla cravatta, si è tirato su le maniche della camicia e ha impugnato la sciabola.
Che non è più tempo di fioretto glielo ha fatto capire chiaramente proprio Marine Le Pen, con una mossa che ha costretto Emmanuel a nuotare per ore controcorrente.
Una mossa politicamente ruvida, che lascia intendere come la candidata del Front National, nella sua strategia disperata,   è pronta a sferrare colpi bassi.
Cosa è dunque accaduto ad Amiens? Oltre a rientrare in quel nord della Francia “feudo” elettorale della leader del Front National, la città  è anche sede di uno stabilimento Whirlpool divenuto simbolo della perdita di posti di lavoro francesi. Perchè il gigante americano degli elettrodomestici trasferirà  la produzione in Polonia nel 2018.
Pur consapevole dei rischi naturalmente associati a una partita giocata in trasferta, Emmanuel Macron questa mattina si è recato ad Amiens.
Il candidato centrista era riunito con le rappresentanze sindacali quando, a sorpresa, Marine Le Pen si è materializzata nel piazzale antistante lo stabilimento. Per rubargli la scena.
“Sono qui, nel parcheggio, al fianco dei lavoratori” le parole dettate ai reporter dalla leader del Fn, così ben disposta al bagno di folla da prestarsi al selfie con chiunque glielo chiedesse.
Le Pen ha respinto l’accusa di essere lì per lucrare sul colpo mediatico, che in realtà  è perfettamente riuscito, con le televisioni che in diretta mostravano lei tra le tute gialle e Macron altrove, in giacca e cravatta dietro le vetrate.
E la folla dei lavoratori, galvanizzata, non ha esitato a salutare Le Pen al grido di “Marine Presidente!”.
Avvertito della presenza di Le Pen davanti alla fabbrica, Macron ha reagito facendo sapere che nel pomeriggio avrebbe incontrato anche gli operai, dopo il secondo turno: “Con i delegati sindacali vedrò i dipendenti, bisogna fare le cose in quest’ordine. Se non si va con i rappresentanti dei lavoratori, non si risolve alcun problema”.
Quindi ha parlato di Marine Le Pen. “La signora è venuta ad Amiens perchè ci sono venuto io. Benvenuta a lei. Ma madame Le Pen non ha capito come funzionano i Paesi e noi due non condividiamo nè la stessa ambizione nè lo stesso progetto”.
“La signora Le Pen strumentalizza il conflitto sociale alla Whilrpool – l’accusa di Macron -. E il suo progetto (antieuropeista e antieuro) rischia di distruggere il potere d’acquisto dei francesi”.
Dalle parole ai fatti. Quando Macron si è presentato in fabbrica, al candidato all’Eliseo paladino dell’apertura e del filoeuropeismo le tute gialle di Whirpool hanno riservato soprattutto fischi, mentre un esercito sempre più numeroso di giornalisti e telecamere gli rendeva complicato anche solo raggiungere il piazzale per avere un contatto diretto con chi lo contestava.
All’inizio gli è stato difficile anche riuscire a farsi sentire, ma lui ci ha provato: “Non voglio alimentare la collera o fare demagogia o strumentalizzare la disperazione degli operai. La risposta a quello che vi succede non è metter fine alla globalizzazione o chiudere le frontiere. Chi ve lo dice, mente. La chiusura delle frontiere è una promessa menzognera, dietro vi è la distruzione di migliaia di posti di lavoro, che hanno invece bisogno della loro apertura”.
“Io – ha quindi affermato Macron – non vi prometto cose impossibili. Mi sono impegnato ad applicare duramente la legge. Non mi impegno a nazionalizzare la fabbrica, a salvarla con denaro pubblico, ma mi impegnerò affinchè l’impianto sia rilevato da altri imprenditori”.
Quindi, la promessa: “Tornerò per rendervi conto di quanto fatto”.
Un discorso scandito al megafono, non tra i volti di amici sorridenti radunati in una brasserie parigina ma tra il fumo di copertoni in fiamme e le urla rabbiose di chi ha perso la pazienza.
Ma anche un discorso accorato ed evidentemente percepito come sincero, se alla fine Macron ha potuto trattenersi per un po’ a parlare con gli operai.
Stando ai sondaggi, se manterrà  la sua promessa, Macron tornerà  ad Amiens da presidente.
Il candidato di En Marche! viene accreditato al ballottaggio di un vantaggio netto su Le Pen, consenso stimato tra il 62 il 64%.
Ma la sua giornata difficile tra le tute gialle di Amiens ha dimostrato ai francesi che + uno con gli attributi.

(da agenzie)

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MA I POTERI FORTI NON STAVANO CON MACRON? IL CASO RENAULT DOVE A VOLER RIDURRE LO STIPENDIO AL NUMERO UNO GOHSN NON E’ LA LEPEN, MA MACRON

Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile

PSA E RENAULT, I DUE GRUPPI FRANCESI DELL’AUTO, SONO PARTECIPATI DALLO STATO

Per Psa e Renault non è indifferente chi vincerà  le prossime elezioni presidenziali.
I due gruppi francesi dell’auto sono entrambi partecipati dallo Stato: il primo dal 2014 con un 14% (dopo una lunga e orgogliosa storia di capitalismo privato familiare), il secondo con un quasi 20% (19,7) dopo essere stato in mano pubblica, bandiera nazionale e chiamato un tempo “vetrina sociale” del Paese.
Per Psa e Renault le cose potrebbero cambiare se a vincere le presidenziali fosse Emmanuel Macron.
Macron ha già  duellato pubblicamente nel recente passato con Carlos Ghosn, numero uno di Renault-Nissan.
Sia contestando la governance del gruppo negli equilibri con la controllata giapponese, sia la sua remunerazione giudicata eccessiva.
In Francia i manager delle aziende pubbliche non possono guadagnare più di 450.000 euro all’anno. Renault è privata, ma partecipata quanto basta per spingere a suo tempo Macron a puntare il dito su un argomento popolare in tempi di crisi economica.
E per far sospettare che dietro una mossa di questo tipo ci possa essere stato dell’altro.
Per Psa, non è stato Macron ma il predecessore gauchiste Arnaud Montebourg, in qualità  di ministro dell’Economia, a imporre alla famiglia Peugeot di mollare il volante e diluire la quota di controllo per affidare la presidenza del consiglio di amministrazione a un manager espressione del governo.
Strada obbligata per salvare Psa dal baratro e ricominciare a correre grazie poi all’ottimo lavoro del nuovo amministratore delegato Carlos Tavares, nominato anche con la moral suasion (e forse più) dello Stato francese.
Toccherebbe a Macron, se vincesse le Presidenziali, affrontare la svolta di Psa, che trattando con la Gm, ha appena comprato la Opel.
Non sarà  una digestione facile per Tavares, nè è chiaro se il 14% del gruppo in mano allo Stato francese possa essere ceduto.
E nè se, per esempio, in caso di una ristrutturazione che comportasse perdite di posti di lavoro in Francia, quel 14% pubblico possa fare da caffè o da ammazza caffè, oppure diventare un peso sullo stomaco.
Toccherebbe poi sempre a Macron un vis à  vis con Ghosn, ma da altra angolazione. Allons enfants de la patrie automobile…

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MELENCHON FA IL TROTSKIJ, MA IL SUO PORTAVOCE E’ CHIARO: “NON UN VOTO DEVE ANDARE ALLA LE PEN, NEMMENO UNO”

Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile

AL VIA LA CONSULTAZIONE ON LINE CHE SI CHIUDERA’ MARTEDI, TRE LE OPZIONI: ASTENUTI, BIANCA O MACRON

Jean-Luc Mèlenchon non dirà  in alcun momento di qui al 7 maggio quale sarà  la sua scelta di voto personale per il secondo turno.
Mentre France Insoumise, il movimento che ha promosso la candidatura di Mèlenchon si consulterà  sul web per decidere chi appoggiare.
Martedì 2 maggio alle 12 si concluderà  la consultazione di France Insoumise, che non prevede l’opzione a favore della candidata del Front National: le tre scelte possibile sono scheda bianca o annullata, astensione o voto per Emmanuel Macron.
Non è possibile votare Le Pen, si legge nel testo pubblicato on-line- perchè “il movimento de La France Insoumise è per definizione legato ai principi del nostro motto repubblicano, Libertà , uguaglianza, Fraternità . E il voto per il candidato di estrema destra non può rappresentare un’opzione”.
La direzione del Partito Comunista Francese, che ha appoggiato la corsa di Mèlenchon all’Eliseo, ha invece invitato a votare Macron.
“Non un voto deve andare al Front National, non uno”, si è invece limitato a dire Alexis Corbiere, portavoce di Melenchon, in una conferenza stampa ripresa dai media francesi.
Mèlenchon non sente di sottrarsi alle sue responsabilità  politiche non annunciando un voto contro la Le Pen.
Al contrario, dare un voto per l’altra parte secondo lui significa tornare a quella logica dell’alternanza finta che denuncia da quando ha lasciato il Partito Socialista.
Lui, spiega Threard, vuole affermare la sua differenza rispetto al sistema che rifiuta: il suo silenzio è un atto di insubordinazione che mira a costruire l’immagine dell’unico ribelle del sistema politico francese.
C’è anche una componente di vendetta. E un occhio alle prossime elezioni politiche, dove il Partito Socialista si presenta sempre più sfaldato e lui spera di guadagnare dall’immagine di contrario al sistema da sinistra.
Dopo l’illustrazione del suo piano per l’Europa e la valuta unica indicare un voto per Macron significherebbe tradire quello che ha detto nel suo discorso dopo il primo turno:
Storicamente la sua scelta può essere spiegata dal suo percorso politico, che l’ha visto essere mitterrandiano ma anche trotzkista, e che adesso lo vede, nell’anzianità , tornare alle idee della gioventù.
Claude Askolovitch sull’edizione francese di Slate racconta che pochi giorni dopo lo sbarco alleato in Normandia il giornale trotskista clandestino “La Verità ” aprì con un titolo che recitava “Sono uguali”, indicando Roosevelt e Hitler.
E se non si vede differenza tra quei due si capisce che non si riesca a vederla nemmeno tra tra Le Pen e Macron.

(da “NextQuotidiano”)

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DOPO LE LISTE DI PROSCRIZIONE, ORA GRILLO PROVA A GETTARE FANGO SU “REPORTER SANS FRONTIERES” CHE AVREBBE CAMBIATO LA CLASSIFICA

Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO ESSERSI BASATO SU QUELLA CLASSIFICA PER ATTACCARE GLI ALTRI, ORA CHE TOCCA A LUI FA LA VITTIMA

Beppe Grillo oggi ha scoperto di essere la causa del problema di libertà  di stampa in Italia. Per la verità  non è vero che è “il problema” ma uno dei problemi.
E ad essere precisi non è da quest’anno che Reporter sans frontieres ha attribuito al partito di Beppe Grillo la corresponsabilità  dello stato della libertà  di stampa nel nostro Paese.
Ma dopo aver passato anni ad accusare i giornalisti di essere servi del regime e aver creato liste di proscrizione Grillo ha deciso che è più conveniente fare la parte della vittima.
Beppe Grillo ovviamente non ha capito — o finge di non capire — perchè Reporter sans frontieres parla di lui.
Il motivo è semplice: “il livello di violenza contro i giornalisti (intimidazioni verbali e fisiche, provocazioni e minacce) è allarmante, soprattutto nel momento in cui politici come Beppe Grillo, del Movimento Cinque Stelle non esitano a fare pubblicamente i nomi dei giornalisti che a loro non piacciono”.
Questo però Grillo stranamente non lo scrive nel suo post. In fondo è molto meglio recriminare la “lunga” lista di torti subiti che raccontare del modo con cui il MoVimento 5 Stelle gestisce i rapporti con la stampa e i media che sono il vero problema. Non è quello che scrive grillo sul Blog (a proposito, ci scrive?) ma le modalità  con cui il M5S si rapporta ai media a creare difficoltà .
Ma c’è dell’altro: Grillo crede che la classifica sia stata cambiata dopo pressioni di “direttori dei giornali italiani”:
Grillo dimostra di non capire come funziona il meccanismo d’indagine di Reporter sans frontieres che prevede che la classifica venga stilata in base al punteggio conseguito dal singolo paese.
Il punteggio viene calcolato sulle risposte fornite ad un questionario che Rfs fornisce ad alcuni giornalisti locali di cui — per ovvie ragioni — non è nota l’identità .
Ma per Grillo la classifica “è stata cambiata” perchè Rfs ha ceduto alle pressione di fantomatici direttori di giornale.
È il metodo a 5 Stelle: se qualcosa non ti piace gettaci del fango sopra. Lo si è visto con le ONG che aiutano i migranti e lo si vede ora con Reporter sans frontieres.
Ma Grillo non l’ha sempre pensata così, ad esempio l’anno scorso in occasione del rapporto che ci ha messi al 77° posto della libertà  di stampa il Capo Politico del MoVimento ne dava l’annuncio con preoccupazione.
In un post sul blog Grillo spiegava che «in Italia c’è una delle informazioni peggiori del mondo occidentale e non solo.
Quest’anno per Reporter senza frontiere la stampa italiana è scesa al 77esimo posto, 4 posizioni in meno rispetto all’anno scorso, superata dal Burkina Faso».
Grillo accusava la “propaganda del regime renzinverdiniano” di nascondere le notizie ed invitava i suoi ad informarsi in Rete dove non ci sono censure.
Il problema è che anche lo scorso anno Rfs non si riferiva alla qualità  dell’informazione ma alla possibilità  dei giornalisti di fare liberamente il proprio lavoro.
Inoltre va fatto notare che a contribuire a farci ottenere un piazzamento così poco onorevole lo scorso anno c’è stato il fatto che per Reporter sans frontieres il caso Vatileaks e il processo in Vaticano a due giornalisti italiani è stato visto come una faccenda italiana.
In realtà  quel processo riguardava le istituzioni dello Stato Vaticano (e quest’anno il processo si è concluso con l’assoluzione di Nuzzi e Fittipaldi).
È anche per quel motivo che nel 2016 l’Italia ha “scalato la classifica”. Per Grillo però è più importante sventolare l’attestato rilasciato da Julian Assange che ha detto che i 5 Stelle hanno squarciato il velo “della vecchia stampa mainstream corrotta“.
Assange però non ha detto in che modo i 5 Stelle, che sono sempre in televisione, lo avrebbero fatto.
Ad aumentare il livello di confusione c’è un tweet della deputata Carla Ruocco che nell’ansia di fare bella figura ha scoperto chi si cela dietro Rsf in italia: Eugenio Scalfari e Roberto Saviano che sono due membri italiani del consiglio emerito (e non i giornalisti che compilano i questionari).
La situazione per la Ruocco è chiara perchè i due non sono certo amici del 5 Stelle e quindi faceva tutto parte di un piano per affossare il M5S.
La cosa però rende ancora più evidente la confusione mentale dei 5 Stelle e il loro problema con il giornalismo: per un anno sono andati avanti a spiegarci che aveva ragione Rfs a dire che in Italia non c’era libertà  di stampa e ora scoprono che a dircelo erano quei due “amici” del MoVimento.
Ma questa è la fine che fanno (e faranno) tutti quelli che il 5 Stelle usa per fare propaganda: non appena dicono qualcosa non va allora devono essere distrutti.

(da “NextQuotidiano“)

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GRILLO NUOCE ALLA LIBERTA’ DI STAMPA? E I TRINARICIUTI A CINQUESTELLE DENUNCIANO IL COMPLOTTO DELLE ONG DIETRO LA CLASSIFICA DI RSF

Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile

MA QUANDO REPORT SANS FRONTIERES AVEVA CRITICATO IL PD, GRILLO CI FECE UN POST PER SFRUTTARE LA NOTIZIA… ORA CHE TOCCA A LUI SONO OVVIAMENTE DEI VENDUTI

Se speravate che dopo aver appreso che l’Italia non è più al 77° posto della libertà  di stampa finalmente ci saremmo liberati del ritornello di chi critica articoli di giornale citando la nota classifica vi siete sbagliati.
Perchè l’elettore pentastellato è come un bambino a cui è appena stato rotto il giocattolo preferito e non accetta che ora il nostro Paese sia ora al 52° posto.
Per un anno infatti sotto quasi ogni articolo di giornale abbiamo letto critiche alla qualità  dell’informazione italiana che utilizzavano come argomento la posizione di una classifica che non valuta la qualità .
Per molti elettori a 5 Stelle che nel corso del 2016 hanno ricordato lo stato pietoso del giornalismo italiano facendo ricorso alla classifica di Reporter sans frontieres il fatto che nell’analisi sullo stato della libertà  di stampa in Italia sia stato fatto un esplicito riferimento al contribuito delle minacce e di alcune dichiarazioni di Grillo nei confronti dei giornalisti è il chiaro segnale che anche Rfs è ormai parte del sistema dei media.
Quello stesso sistema corrotto che Grillo cerca da anni di scardinare.
Ecco quindi che c’è l’attento commentatore di articoli di giornale che coglie il “retroscena”: dietro l’attacco a Grillo c’è la vendetta delle lobbies ONG. Se qualche giorno fa Di Maio ha detto che le ONG che oprano nel Mediterrano sono conniventi con gli scafisti ecco che altre ONG accorrono in difesa dei “colleghi”.
Certo, l’anno scorso nessuno si era preoccupato del fatto che Reporter sans frontieres facesse parte di qualche lobby. In effetti a quanto pare nessuno aveva capito cosa misurasse la classifica di Rfs.
C’è però da dire che non è la prima volta che Rfs si occupa del “problema” rappresentato da Grillo. Nel 2015 Reporter sans frontieres citava la “pressione populista” sui media e parlava apertamente del ruolo del Capo Politico del M5S.
Ecco cosa scriveva:
In Italia il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo non ha eguali quando si tratta di controllo dell’informazione. Il partito esercita un ferreo controllo sulla possibilità  dei parlamentari di dare interviste e sembra voler controllare anche i giornalisti, denigrandoli quando cercano di mantenere la loro indipendenza. Grillo ha accusato i giornalisti di prostituirsi e impedito ai nazionali di partecipare ai suoi meeting.
Il metodo è chiaro: se Reporter sans frontieres dice una cosa che “piace” agli elettori grillini e che può essere usata come arma contro i media allora nessuno va a criticarne l’operato.
Appena però accade che Rfs smentisca certe teorie allora ecco che entrano in gioco le lobby di potere.
Per un anno i simpatizzanti del 5 Stelle hanno fatto finta di non capire cosa misurasse quella classifica sulla libertà  di stampa. Una classifica che non misura la qualità  dell’informazione ma la possibilità  per i giornalisti di fare il proprio mestiere senza rischi.
Come abbiamo spiegato si tratta di una classifica che ha anche delle criticità , come tutte le classifiche che vengono compilate sulla base della percezione individuale di alcuni professionisti del settore.
Ma la lettura che ne danno alcuni utenti è curiosa: se l’Italia è risalita nella classifica è merito di Grillo che denuncia i giornalisti. E i giornalisti non fanno bene il loro lavoro non perchè sono minacciati ma perchè sono venduti al potere.
C’è addirittura chi, con evidenti difficoltà  di comprensione del testo, dà  a Repubblica che ha dato la notizia la colpa di aver occultato la verità  definendoli: luridi lecchini e servi del potere.
Come sempre accade in questi casi il benaltrismo la fa da padrone. Sarebbe bastato leggere le domande del questionario di Reporter sans frontieres per capire che a concorrere al punteggio finale c’è una molteplicità  di fattori e che la “colpa” non è solo di Grillo.
I continui attacchi di Grillo alla stampa però costituiscono un problema, è inutile negarlo.

(da “NextQuotidiano”)

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