Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
SOLO ALTRI SEI MESI DI VITA… SCONTRO CON RENZI CHE NON VUOL SENTIRE PARLARE DI FALLIMENTO
Trecento milioni di euro per sei mesi di commissariamento, non di più. E’ quanto è disposto a spendere il governo per Alitalia, dopo il no dei lavoratori al piano di salvataggio preparato da azienda, esecutivo e sindacati.
Oltre alla spesa per gli ammortizzatori sociali, s’intende, da quantificare a seconda di come andrà .
Lo shock al governo è ancora forte e i 300 milioni — contenuti in ‘manovrina’ inizialmente come garanzia dei soci se il piano di salvataggio fosse stato approvato al referendum aziendale — non si sa ancora esattamente come spenderli, adesso che il piano è stato bocciato.
Ma all’indomani del voto il destino di Alitalia sembra segnato.
Almeno secondo il ministro Carlo Calenda. Non la pensa come lui Matteo Renzi.
Ma andiamo con ordine.
Dice Calenda al Tg3: per Alitalia ci sarà un “breve periodo di transizione straordinaria e poi o vendita parziale o totale degli asset oppure fallimento”.
Qualche minuto dopo parla il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato. Fallimento? Manco per sogno, è il suo ragionamento.
“Non lasceremo sole le famiglie – dice Rosato – l’impegno del Pd è stare accanto a una grande azienda italiana, va cercata fino in fondo una soluzione. Tante migliaia di lavoratori e un grande indotto non possono essere dispersi: l’Italia che vive di turismo e cultura non può restare senza una compagnia al servizio del sistema Paese. I problemi vengono dal passato, quando la destra non ha accompagnato Alitalia sul mercato nell’accordo con Air France”.
E’ chiaro che il caso Alitalia diventerà campo privilegiato di sfida tra Renzi e Calenda, a confermare i rapporti tesi ormai da tempo tra i due.
Di certo sarà cavallo di battaglia dell’ex premier dopo le primarie del Pd che domenica prossima – stando ai sondaggi – dovrebbero confermarlo alla segreteria del partito.
Ciò che è meno chiaro è come il governo collocherà i 300 milioni di euro per Alitalia, in quali forme.
I 300 milioni sono quelli previsti dalla cosiddetta ‘manovrina’, chiesta dall’Ue quale correzione dei conti pubblici italiani per 3,4 miliardi di euro. Solo che nella manovrina sarebbero serviti come garanzia per i soci, nel caso di approvazione del piano di salvataggio da parte dei dipendenti Alitalia. Ecco il testo:
“Aumento di capitale fino a 300 milioni per Invitalia — il Mef potrà sottoscrivere l’aumento che dovrebbe consentire alla controllata del Tesoro di fornire garanzia pubblica ad Alitalia”.
Adesso che il piano è stato bocciato, dal Tesoro aspettano le indicazioni dei ministri Calenda e Graziano Delrio: il caso Alitalia è principalmente nelle loro mani, con la mediazione di Gentiloni.
Ma per tutta la giornata i renziani hanno atteso le mosse di Calenda, prima di esprimersi. Il ministro prevede un prestito ponte per gestire la fase di emergenza, il “breve periodo di amministrazione straordinaria”.
Ora si tratta di capire come modificare la ‘manovrina’ per usare i 300 milioni in una cornice che nel frattempo è cambiata. Discussione che si annuncia non semplice, viste le tensioni tra Renzi e Calenda: il caso Alitalia dovrà passare in Parlamento, nella discussione sulla manovrina chiesta dall’Ue prevista per maggio.
E poi c’è da vedere se sarà il caso di riaprire una trattativa con la Commissione europea sull’uso di soldi pubblici per Alitalia, già avvenuto in passato. Da Bruxelles lasciano trapelare che Roma potrebbe farlo, essendo passati dieci anni dall’ultimo intervento statale sulla compagnia di bandiera. Ma al governo non si tranquillizzano: il caso Alitalia li ha buttati nel panico.
Perchè tutte le opzioni sul tavolo hanno delle controindicazioni. Anche l’uso dei 300 milioni per far volare gli aerei e non lasciare a piedi chi ha già comprato biglietti Alitalia, magari per le vacanze estive, potrebbe prestare il fianco alle polemiche politiche.
E’ per questo che dal governo ci tengono a sottolineare che l’intervento servirebbe solo a salvaguardare i diritti dei cittadini, non quelli di chi ha rifiutato l’accordo.
E poi 300 milioni potrebbero non bastare, visto che secondo i primi calcoli servono 230 milioni di euro al mese per far volare gli aerei, tra carburante, stipendi, diritti vari e manutenzione.
E ancora c’è il tema degli ammortizzatori sociali: Calenda fa una stima di un miliardo di euro. I 12 mila dipendenti di Alitalia sono una sorta di bomba sociale pronta a esplodere, in caso di fallimento.
Insomma, comunque vada, il governo dovrà mettere mano al portafoglio. Vito Riggio dell’Enac mette in chiaro che potrà rilasciare il certificato di operatore aereo ad Alitalia a patto che venga commissariata “entro 2-3 giorni” e a condizione che ci siano le risorse. Certificato da rinnovare “di mese in mese”, dice.
La strada sembra segnata: commissariamento e fallimento, se non ci sono investitori disposti a rilevare la compagnia.
“Esclusa la nazionalizzazione”, precisa il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, a Sky. Dita incrociate: Alitalia potrebbe finire come Swissair, dicono dal governo facendo riferimento alla compagna svizzera, fallita e poi rinata. Ma il futuro è tutto da scrivere.
In ogni caso, insiste Calenda, “mettere altri miliardi di euro pubblici e mantenere l’azienda in perdita non è il caso: i cittadini non chiedono questo”.
Andrea Boitani, professore alla Cattolica e componente della struttura di missione del ministero delle Infrastrutture, prepara il terreno a quello che sarà . “E’ legittimo aspettarsi il fallimento” di Alitalia, dice all’Adnkronos, perchè “un’azienda privata che non riesce a trovare le risorse per andare avanti deve andare in fallimento”.
Oggi Alitalia “è una compagnia irrilevante rispetto al mercato aereo”, continua Boitani, e anche l’eventuale acquisizione da parte di un’altra compagnia, “sempre possibile”, comporterebbe comunque “un completo smantellamento, sia dal punto di vista dell’occupazione che dei contratti di lavoro”.
L’incontro con Cgil, Cisl e Uil fissato per domani a Palazzo Chigi è stato rinviato a dopo l’assemblea dei soci di Alitalia, convocata per il 27 aprile dal cda della compagnia, ma potrebbe slittare al 2 maggio. Susanna Camusso chiede l’intervento della cassa depositi e prestiti, richiesta che cade nel vuoto.
Alitalia è ormai terreno scivoloso per il governo, un piano inclinato che potrebbe anticipare la fine anticipata della legislatura, ipotesi che Renzi non ha mai veramente messo da parte.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
CHE PAGLIACCIATA: “MI SENTO CITTADINA EUROPEA, NON VOGLIO USCIRE DALL’EURO, CHIEDO SOLO DI RINEGOZIARE LE CONDIZIONI CON LA UE”… DOPO CHE DUE TERZI DEI FRANCESI SI SONO DICHIARATI CONTRO L’USCITA DALLA UE, LA CAPOCOMICA CAMBIA IDEA, AVVISATE I CAZZARI NOSTRANI
«Mi sento francese ma anche europea»: non appena arrivata al ballottaggio nelle elezioni
presidenziali francesi Marine Le Pen cambia posizione su euro ed Europa.
Un po’ come sono destinati a fare tutti quelli che vogliono concorrere alle elezioni per vincerle e non per partecipare, la candidata del Front National apre la sua campagna per l’occupazione del centro politico moderando la sua posizione.
Un passo obbligatorio dopo i 25 premi Nobel che l’hanno sconfessata sulla moneta unica e sull’Europa.
E così nell’intervista a TF1 riportata da Bloomberg Marine ha detto persino che comprende le preoccupazioni di molti francesi sul fatto che i loro risparmi potrebbero perdere valore in caso di ritorno al franco. Anche se la sua piattaforma di proposte prevedeva l’uscita dall’euro, nei discorsi e nelle interviste Marine ha ammorbidito le sue posizioni, anche perchè i sondaggi hanno mostrato che i due terzi dei francesi non ha nessuna intenzione di tornare alla valuta nazionale; e nella performance televisiva ha anche accuratamente evitato gli attacchi all’Unione Europea che erano stati il leitmotiv della campagna
«Io non sono nemica dell’Europa», ha detto la Le Pen, «Mi sento in primo luogo francese ma anche europea», ha continuato.
Poi è tornata ad affermare che l’euro è stato un peso per l’economia francese che ha portato a un’esplosione dei prezzi, ma ha accuratamente evitato di rispondere alle domande sulla Frexit, sostenendo semplicemente che voleva negoziare con l’Unione Europea la possibilità di recuperare un maggiore controllo sulla sua economia e poi validare i risultati con un referendum.
«Voglio convincere l’Unione europea a negoziare», ha detto.
«Qualunque cosa accada, i francesi avranno l’ultima parola».
Eppure i sondaggi che non hanno sbagliato nulla al primo turno e adesso incoronano Macron al ballottaggio dicono che il programma europeo è la palla al piede di Marine. “La parte economica del suo programma spaventa conservatori e pensionati che invece apprezzano le sue parole su identità e immigrazione”, ha detto a Bloomberg Nicolas Lebourg, ricercatore di scienze politiche presso l’Università di Montpellier.
D’altro canto la candidata del Front National alle presidenziali francesi per sostenere la sua tesi ha citato più volte gli autorevoli pareri di alcuni premi Nobel per l’economia; l’argomento è semplice “se lo dicono anche i premi Nobel” che si può uscire dall’euro o che stare nell’euro non conviene allora non dobbiamo perdere altro tempo e abbandonare la moneta unica.
Alla vigilia del voto però venticinque (25) premi Nobel hanno scritto a Marine Le Pen per condannare «questa strumentalizzazione del pensiero economico nel quadro della campagna elettorale francese».
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
STOP AI FONDI PER IL MURO CON IL MESSICO… E UN ALTRO GIUDICE BLOCCA IL DECRETO CONTRO LE CITTA’ PRO-MIGRANTI
Un giudice federale di San Francisco ha bloccato il decreto con il quale Donald Trump avrebbe voluto togliere fondi alle grandi città che accolgono e proteggono gli immigrati.
Per il presidente Usa si tratta di un nuovo stop giudiziario sul tema dell’immigrazione, dopo il freno al “Muslim ban”, la norma che impediva l’ingresso nel Paese alle persone provenienti da sei paesi a maggioranza musulmana.
In questo caso, il provvedimento del giudice riguarda l’iniziativa sulle cosiddette ‘città santuario’, le grandi metropoli come New York e Los Angeles alle quali l’amministrazione Trump ha minacciato tagli finanziari se non collaborano con le autorità federali circa la stretta sull’immigrazione illegale.
A presentare ricorso contro il decreto sono state due contee californiane, San Francisco e e Santa Clara, che avrebbero rischiato di perdere miliardi di dollari.
Tali contee “hanno un forte interesse nell’evitare l’incostituzionale applicazione a livello federale e la significativa incertezza di bilancio che è emersa dal minaccioso linguaggio dell’ordine”, ha sottolineato il giudice William H. Orrick nel motivare la sua decisione.
La ‘guerra’ alle città santuario dichiarata da Trump era stata ribadita nelle scorse settimane dal responsabile della Giustizia, Jeff Session, con un duro monito rivolto alle municipalità : o collaborano con gli agenti federali e seguono le indicazioni dell’amministrazione, o perderanno i fondi federali.
Da parte dell’amministrazione era arrivata anche la minaccia di recuperare le somme già versate.
Ora la decisione del giudice fa infuriare la presidenza, che annuncia già un controricorso in Appello.
Fin dalla campagna elettorale Trump aveva messo nel mirino Stati e comunità locali che riconoscono la residenza agli immigrati irregolari, evitando loro il rimpatrio forzato nel Paese d’origine. Con la residenza viene riconosciuto anche l’accesso ai servizi sanitari, sociali e all’istruzione per i minori.
E poche ore dopo a Trump arriva un altro stop che brucia.
Non sono entrati nel budget statale i fondi per la costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico che tanto piace alla Casa Bianca.
Anche se il presidente Usa aveva garantito che la costruzione sarebbe stata tutta a carico dei messicani, si parla della richiesta ufficiale al Congresso da parte del ministero competente di circa un miliardo di dollari, per le prime 62 miglia di muraglia, poco più di 100 chilometri.
Un pezzettino iniziale: 62 miglia (esattamente 100 chilometri), sono la tratta per la quale il ministero competente (Department of Homeland Security) richiederà un miliardo di dollari.
Al momento , “i finanziamenti non saranno inseriti nella manovra di aggiustamento di bilancio che deve essere approvata entro la mezzanotte di venerdì”, ha confermato a Fox News la consulente del presidente Usa, Kellyanne Conway, ma il muro rimane una “priorità molto importante”.
Il progetto si sarebbe bloccato perchè i parlamentari democratici si sono rifiutati di accettare uno scambio in stile “io ti finanzio l’Obamacare tu dai il via libera ai finanziamenti per il muro”.
Secondo il direttore del bilancio della Casa Bianca Mick Mulvaney, intervistato dalla Cnn, la Casa Bianca aveva offerto di includere le sovvenzioni della riforma sanitaria dell’ex presidente se i democratici avessero accettato di finanziare il progetto al confine con il Messico.
“Abbiamo detto ‘ti compriamo un dollaro per ogni dollaro messo sui mattoni del muro, ma hanno detto di no”, così Mulvaney.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
IL RUOLO DI DUE AVVOCATI CHE ORA LAVORANO ALL’UFFICIO LEGISLATIVO DEL M5S IN REGIONE
Ieri è andato in scena l’ennesimo capitolo della guerra tra le Iene e il MoVimento 5 Stelle sulle firme
per la candidatura di Virginia Raggi.
Oggi si comincia ad adombrare l’ennesimo approdo in procura. Carmelo Miceli, l’avvocato e segretario provinciale del Pd palermitano già al lavoro sulle elezioni delle firme false a Palermo, sta lavorando all’esposto. Anche se i tempi per un ricorso amministrativo contro la legittimità dell’elezione sono scaduti.
Ecco perchè, spiega oggi Repubblica Roma, si va verso l’esposto: ci sono due punti poco chiari nella vicenda e balla una possibile accusa di falso.
Prima di tutto lo scarto tra date: nell’atto principale, ossia il modulo con cui si presentano le firme dei cittadini, è segnata la data del 20 aprile 2016 e sono indicate 1.352 sigle raccolte attraverso 90 atti separati, i moduli di raccolta delle firme stesse. Ma il “Firma day” pentastellato, ovvero il giorno della raccolta firme, è stato il 23 aprile. Tre giorni dopo rispetto alla data sul documento.
Ora, poi, spunta un’altra possibile incongruenza negli atti che il comitato elettorale ha vidimato (per poi spiegare davanti a Onorato, a telecamere nascoste, che le firme non avrebbero dovuto essere accettate). I sottoscrittori della lista, gli avvocati M5S Alessandro Canali e Paolo Morricone, sono anche i delegati. «Ma non si può delegare se stessi», spiega, intervistato dalla trasmissione Mediaset, il professore di diritto amministrativo della Sapienza Vincenzo Cerulli Irelli.
Vincenzo Cerulli Irelli, un’autorità nel diritto amministrativo in Italia, ieri è stato deciso: «Si dichiara una cosa che nè i firmatari nè il pubblico ufficiale potevano sapere. Se è un atto pubblico siamo di fronte a un falso, altrimenti l’atto è di carattere inesistente».
E sulle deleghe: «E’ una cosa che non sta nè in cielo nè in terra. Tutti gli studenti, anche del primo anno, sanno che delegatus non potest delegare, quindi che il delegato non può delegare se stesso».
Sulla graticola ci sono Alessandro Canali e Paolo Morricone, due vecchi attivisti grillini ora in forze all’ufficio legislativo del gruppo regionale del M5S Lazio che ieri hanno persino mandato una diffida alla trasmissione (curioso, per chi milita in un partito che si lamenta per le diffide di Report).
E proprio loro due sarebbero visti come i capri espiatori della vicenda. Spiega Ilario Lombardo sulla Stampa:
E’ un particolare non irrilevante perchè nel’infinita faida romana, Canali e Morricone sono legati a Lombardi e De Vito, avversari interni di Raggi. Da fonti del M5S risulta che i due avvocati sarebbero già stati scaricati e il Movimento vorrebbe liquidarli al più presto. Ma già nel servizio delle Iene sembra che la stessa Raggi voglia addossare su di loro l’intera responsabilità di quanto accaduto: «Andate a parlare con i miei delegati, così vi chiarite una volta per tutte».
L’ipotesi di reato sarebbe falso in atto pubblico.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
SCRITTORE E REGISTA, NIPOTE DI FRANCOIS: “PER FORTUNA MACRON BATTERA’ LE PEN E POTRA’ CONTARE SU UNA NUOVA GENERAZIONE”
«Domenica ho votato Franà§ois Fillon per fedeltà personale, ero suo ministro della Cultura e con me è sempre stato impeccabile, purtroppo lo scandalo lo ha privato di una vittoria già in tasca. Al ballottaggio invece starò, ovviamente, con Emmanuel Macron. Un tipo che vince senza dire nulla, ma capace di capovolgere molte opinioni diffuse. Come la morte della V Repubblica, la crisi irreversibile dell’Europa, il fatto che la politica ormai sia il terreno di chi grida più forte, dalla Brexit a Trump. Macron rappresenta il contrario di tutto questo e alla fine scopriremo che la maggioranza – chi l’avrebbe mai detto – la pensa come lui».
Quando suo zio Franà§ois entro all’Eliseo, nel 1981, Frèdèric Mitterrand aveva 34 anni e si occupava di cinema. Poi è stato saggista, romanziere, ministro sotto la presidenza Sarkozy e oggi, a 69 anni, anche osservatore disinibito di una vita politica che conosce da vicino e da decenni.
Pensa che Emmanuel Macron batterà Marine Le Pen?
«Senza dubbio, e per fortuna».
E che presidente sarà ?
«Ha lacune importanti, dovute a inesperienza e mancanza di cultura politica. Ogni tanto mostra anche un lato un po’ inquietante da telepredicatore e un notevole narcisismo. Tende a fare gaffe ma la funzione nobilita l’uomo, come si dice, e godrà di un periodo di grazia. I francesi e il mondo impazziranno per lui. Sarà come Justin Trudeau in Canada».
Perchè?
«Perchè la personalità conta più del programma. Ora tutti prendono un’aria sdegnata e se ne lamentano ma è sempre stato così. E Macron ha una personalità seducente, al di là della giovinezza e dell’aspetto piacevole. E poi ha Brigitte».
La moglie Brigitte Trogneux, sua ex insegnante, di 24 anni più grande. È così importante?
«Sì perchè lo aiuta davvero, e dà alla coppia un’aria da Clinton degli inizi. E poi qui i francesi vivono il grande contrappasso dell’affare Russier».
Cioè?
«Nel 1969 l’insegnante 32enne Gabrielle Russier si innamorò perdutamente, corrisposta, del suo allievo Christian Rossi, 16 anni. I genitori di quest’ultimo la denunciarono, lei si uccise. Fu un dramma nazionale, il presidente Pompidou citò una straordinaria poesia di Paul à‰luard. Morire d’amore, ispirato alla vicenda, è stato il film di più grande successo nella carriera di Annie Girardot e ogni anno i francesi lo rivedono in tv. È una storia un po’ dimenticata e un po’ radicata nell’inconscio nazionale. Anche per questo il matrimonio tra Emmanuel e Brigitte fa simpatia».
I detrattori dicono che Macron è Hollande travestito.
«Ma Hollande non è stato poi così disastroso e verrà rivalutato, a differenza di Sarkozy. A Hollande è mancata soprattutto la brutalità di Franà§ois Mitterrand nel controllare il partito. Se uno legge le lettere di mio zio a Anne Pingeot, si accorge di quante manovre Mitterrand faceva per controllare e dominare le correnti».
Macron avrà la stessa forza?
«Non ne avrà bisogno, potrà contare su una nuova generazione di persone che gli permetteranno di ottenere i risultati sfuggiti, per esempio, a Manuel Valls. Il quale compensava il deficit di autorità con l’impazienza e il nervosismo. Che non sono mai buone qualità in politica».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
“MARINE LE PEN ATTIRA I PREOCCUPATI: NON CHI HA PROBLEMI, CHI LI TEME”… “MACRON E’ UN OTTIMISTA, MARINE VEDE IL FUTURO IN MODO RISTRETTO”
È la Francia triste a votare per Marine Le Pen, sostiene lo scrittore Règis Jauffret: «Gente pessimista,
angosciata per l’avvenire, che non ha necessariamente problemi sociali, ma teme di averli. Non il disoccupato, ma qualcuno che magari conosce qualcun altro che ha perso il lavoro, ed è preoccupato».
Celebre per i romanzi costruiti su fatti di cronaca (e per essere stato portato a giudizio dall’ex direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Khan, dopo la sua Ballata di Rikers Island), Jauffret resta un attento osservatore della politica francese («Anche se ora – confessa al tavolino di un bar di Montparnasse – mi sto dedicando alla pura finzione»).
Si presta anche al reportage, di frequente, per L’Obs o Libèration, e in questa veste insolita di «giornalista letterario» ha attraversato diversi raduni del Front National. «A Tolone, per esempio, due anni fa: sono entrato nella sala del comizio ed ero circondato da persone anziane…»
Perchè Le Pen attrae questo tipo di elettori timorosi?
«Il suo è un discorso centrato sulla paura. Poco eccitante, costruito da parole già sentite che non accendono desideri. È un’ideologia da vecchietti, con una visione del futuro ristretta e negativa. In questo senso per nulla fascista».
Che cosa intende?
«Nel fascismo mussoliniano, per esempio, c’era forza, energia, spinta all’espansione e alla conquista. Nel Front National c’è ripiegamento, manca lo slancio, nessuna idea di una Francia che può diventare dominante chessò nel settore della tecnologia».
Eppure lei è passata al secondo turno, con il risultato storico per il Front National di 7,6 milioni di voti
«Non s’è vista, però, un’avanzata irresistibile del Front National: suo padre Jean-Marie era già andato al ballottaggio con Jacques Chirac nel 2002, 15 anni fa. In così tanto tempo avrebbe dovuto fare di più… Alla fine il partito resta un’impresa di famiglia, con tutti limiti che questo comporta».
Come si fa da questa base timorosa ad allargare il bacino elettorale, allora, per passare anche il secondo turno? Se lei fosse Marine Le Pen, che cosa farebbe?
«Mi sembra molto difficile che possa conquistare tante preferenze. Anche perchè come presidente è poco credibile, e non ha possibilità di formare un governo. Molto di quello che dice è irrealizzabile, come il ritorno al franco o la chiusura delle frontiere. Se fossi lei, spererei in un errore dello sfidante, Emmanuel Macron. È l’unica via».
L’elettorato di Macron è più ottimista?
«Senza dubbio. Macron rappresenta un’incognita totale, è questo fa un po’ paura, è venuto dal nulla. Il suo movimento “En Marche!” è nato meno di un anno fa, con quattro gatti, e si ritroverà all’Eliseo. È come se lei domani fondasse una casa automobilistica e nel giro di 12 mesi sparissero le Peugeot, le Fiat, e girassero solo le sue vetture… Macron, però, a differenza di Le Pen, parla di speranza e di sogni».
I due grandi partiti della Quinta Repubblica, gollisti e socialisti, sono finiti
«Io non credo. Sono grandi strutture, con budget importanti, hanno i mezzi per risorgere, entrambi».
Sono gli ultimi giorni di Franà§ois Hollande presidente: che opinione ne ha?
«È come se venisse da un’epoca lontana, da un altro Paese. L’altro giorno l’ho visto in tv e avevo l’impressione che non esistesse. È scomparso nel momento stesso in cui ha ritirato la candidatura alle presidenziali».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
LE PEN PRIMA NEI COMUNI SOTTO I 20.000 ABITANTI, MACRON PREVALE IN TUTTE LE CITTA’ PIU’ GRANDI
Il Messaggero e Repubblica hanno pubblicato due infografiche che riepilogano i risultati del primo turno delle elezioni in Francia con l’analisi dei flussi di voto e le preferenze per categoria.
Nelle infografiche da Opinionway si spiega che il 45,5% di chi votò Hollande nel 2012 oggi ha scelto Macron, mentre il 26% ha votato per Mèlenchon; fra quelli che scelsero Sarkozy il 59% ha votato Fillon, il 17,2% Macron e il 12,7% Marine Le Pen. Quest’ultima spopola tra gli operai insieme a Mèlenchon mentre Macron prende molti voti tra professionisti e quadri.
Il voto dei giovani ha visto invece trionfare Mèlenchon così come gli ultra-65enni hanno votato per Fillon; a Parigi la Le Pen è arrivata ultima mentre nel dipartimento dell’Aisne, in forte crisi economica, a vincere è stata proprio la Le Pen mentre Macron ha visto la sua seconda posizione insidiata da Mèlenchon.
La Le Pen arriva ultima nelle famiglie con più di tremila euro di redditi mensili e prima in quelle con meno di 1250 euro di redditi mensili.
L’infografica di Repubblica segnala anche la divisione nel voto tra città e campagna, con Marine Le Pen che vince nelle zone rurali e nelle città con meno di 20mila abitanti, mentre Marcon vince in tutte le altre.
Nella città di Calais, dove è alta l’emergenza migranti, vince Le Pen che in totale è stata la più votata in 47 dipartimenti mentre Macron ha vinto in 41, Fillon in 5 e Mèlenchon in 3.
Nella ripartizione tra categorie Le Pen trionfa nel voto tra gli operai e gli impiegati, Macron vince tra dirigenti e professionisti, Fillon batte tutti tra i pensionati e Mèlenchon in generale vince tra i giovani tra i 18 e i 24 anni.
(da “NextQuotidiano“)
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Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE: “FLYNN PERSEGUIBILE”
La Casa Bianca si è rifiutata di fornire ai deputati che indagano sul Russia-gate informazioni e
documenti legati all’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, costretto a dimettersi per aver mentito al vice presidente Mike Pence di aver discusso di sanzioni con l’ambasciatore russo in Usa.
Gli atti negati riguardano il nulla osta di sicurezza e pagamenti ricevuti da organizzazioni legate al governo russo e turco. Sei le richieste della commissione che indaga ma la Casa Bianca ha usato vari motivi per opporsi.
I deputati Jason E. Chaffetz (repubblicani) ed Elijah Cummings (Dem), che guidano la commissione della Camera, sostengono che Flynn potrebbe essere perseguito penalmente e dovrebbe restituire i soldi ricevuti da governi stranieri.
Documenti militari classificati, hanno spiegato, mostrano che Flynn non chiese l’autorizzazione nè informò il governo Usa sui pagamenti per i suoi interventi in Russia nel 2015 e per l’attività di lobbying per Ankara.
Nelle scorse ore intanto è stato reso noto un sondaggio Wall Street Joutnal/Nbc secondo il quale il 73% degli americani non si fida del Congresso e non vuole che siano deputati a senatori ad indagare sullo scandalo delle presunte interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali dello scorso 8 novembre.
La nettissima maggioranza preferisce un’inchiesta indipendente non gestita dai partiti. Questo perchè il 61% non ha fiducia che il Congresso sia in grado di condurre un’indagine corretta ed imparziale sulle ingerenze russe nel voto, mentre il 39% ritiene che l’incarico, oltre alle indagini dell’Fbi e delle agenzie di intelligence, possa essere affidato anche al Campidoglio.
Sia la Camera che il Senato hanno avviato inchieste sul Russigate anche se quella gestita dalla commissione Intelligence della House of Representatives ha visto il suo presidente, il repubblicano Devin Nunes, ex membro delle staff del presidente Donald Trump, ricusarsi perchè aveva fornito alla Casa Bianca informazioni sul fatto che per errore gli 007 britannici avevano intercettato la squadra dell’allora candidato repubblicano.
Notizia smentita da Londra, irata dalle voci.
(da “La Stampa”)
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Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
PARTE L’ITER PER IL COMMISSARIAMENTO, CONFERMATA PER ORA LA LICENZA DI VOLO
Il Cda di Alitalia “data l’impossibilità di procedere alla ricapitalizzazione” ha “deciso di avviare le procedure previste dalla legge e ha convocato un’assemblea dei soci per il 27 aprile al fine di deliberare sulle stesse”. È quanto si legge in una nota della compagnia.
Il Consiglio di Amministrazione di Alitalia, convocato oggi, “ha preso atto con rammarico della decisione dei propri dipendenti di non approvare il verbale di confronto firmato il 14 aprile tra l’azienda e le rappresentanze sindacali”, si legge in una nota.
“L’approvazione del verbale – continua la nota – avrebbe sbloccato un aumento di capitale da 2 miliardi, compresi oltre 900 milioni di nuova finanza, che sarebbero stati utilizzati per il rilancio della Compagnia. Data l’impossibilità di procedere alla ricapitalizzazione, il Consiglio ha deciso di avviare le procedure previste dalla legge e ha convocato un’assemblea dei soci per il 27 aprile al fine di deliberare sulle stesse”.
Etihad dice sì al commissariamento. “L’accordo preliminare con i sindacati era stato reso possibile e supportato dai leader degli stessi sindacati, dal management di Alitalia, dal Primo Ministro Italiano e da tre Ministri del Governo, che avrebbero aiutato a mettere il futuro di Alitalia al sicuro. Il rifiuto di questo accordo nel referendum è profondamente deludente”. Lo dice in una nota James Hogan, presidente e amministratore di Etihad.
“Una condizione fondamentale” per il pacchetto da due miliardi di euro concesso da Etihad e dai soci italiani di Alitalia per aiutarla a finanziare il suo piano industriale quinquennale era “un lavoro condiviso e congiunto di tutte le parti interessate, inclusi i sindacati”, continua Hogan. “Supportiamo la decisione odierna del consiglio di amministrazione di convocare un’Assemblea dei soci per il 27 di aprile per avviare le procedure previste dalla legge”, aggiunge Hogan.
L’Enac e’ disponibile a lasciare il certificato di operatore aereo (Coa) all’Alitalia in attesa che nell’arco di un paio di giorni venga nominato il commissario, dopodiche’ la licenza verra’ sospesa e al commissario, verificato che abbia a disposizione le risorse sufficienti, verra’ concessa un’autorizzazione temporanea rinnovata mese per mese. E’ quanto spiega il presidente dell’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile), Vito Riggio, interpellato dopo l’annuncio che il consiglio di amministrazione dell’Alitalia avviera’ le procedure previste dalla legge.
“Ci hanno detto – afferma Riggio – che un po’ di soldi ce li hanno e per ora gli lasciamo la licenza in attesa che arrivi il commissario che dovrebbe avere le risorse sufficienti. Se non le avesse, dovremo interdire la possibilita’ di emettere biglietti. Una volta deciso il commissario il Coa viene sospeso e rilasciata un’autorizzazione temporanea rinnovabile mese per mese. L’importante e’ che arrivi subito il commissario in non piu’ di due o tre giorni”.
Da parte aziendale l’Alitalia, che ha convocato un’assemblea degli azionisti per giovedi’ 27, ha fatto presente che la riunione potrebbe slittare in seconda convocazione al 2 maggio. Comunque uno degli elementi fondamentali da chiarire e’ se il governo e’ disponibile a dare un supporto economico, anche se temporaneo, per permettere la continuita’ aziendale. Tema che dovrebbe essere chiarito domani pomeriggio in occasione della riunione tra governo e le parti al ministero dello Sviluppo Economico.
(da “Huffingtonpost”)
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