Destra di Popolo.net

L’EX INSEGNANTE DI SALVINI: “QUANDO PARLAVA DI MERIDIONALI AVEVA LA BAVA ALLA BOCCA, PER LUI DOVREMMO ANDARE TUTTI VIA”

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

L’EX DOCENTE DEL LICEO MANZONI: “I SUOI DISTINTIVI ERANO LA VIOLENZA VERBALE E L’ARROGANZA”

“Salvini? Quando parlava di meridionali, aveva la bava alla bocca. Io sono meridionale e per lui dovevamo andare via”.
Così l’ex professore di educazione fisica del ministro dell’Interno Matteo Salvini parla del leghista, ai tempi in cui era studente del liceo classico Manzoni di Milano. Intervistato da Elena Iannone per Tagadà  (La7), il docente aggiunge: “I suoi distintivi erano la violenza verbale e l’arroganza. A 14 anni era esattamente come ora”.
Più tenera con lui la professoressa di greco e latino: “Non era simpaticissimo. Fisicamente era alto e molto magro, ma ricordo soprattutto i suoi pullover coi rombi”
Nulla di nuovo sotto il sole, peraltro. Solo la dimostrazione che gli slogan contro i meridionali non sono mai stati frutto di una birra di troppo, ma insiti nella sua mentalità .
Salvo per convenienza presentarsi ora al Sud come il salvatore dell’Italia unita.
Le percentuali da prefisso telefonico ottenute in Campania e Sicilia alle ultime elezioni sono la conferma che il popolo del Sud non è coglione.

(da agenzie)

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L’EX ASSESSORE BERDINI: “L’INCHIESTA SULLO STADIO PEGGIO DI MAFIA CAPITALE”

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

“LA CITTA’ CONSEGNATA NELLE MANI DEL MALAFFARE”

“Mafia capitale aveva fatto emergere la disarticolazione delle funzioni pubbliche di una amministrazione”, “quello che emerge dall’inchiesta sullo stadio della Roma, invece, è ancora peggiore, perchè pare proprio che stavolta sia tutta la città  e il suo destino a essere stata consegnata nelle mani del malaffare”.
E’ il giudizio dell’ex assessore capitolino Paolo Berdini, uscito dalla giunta Raggi un anno e mezzo fa, intervistato da Repubblica.
Definì lo stadio “la più grossa speculazione immobiliare d’Europa” e ne è ancora convinto: “gli arresti di oggi lo confermano: il futuro della città  è passato dalle mani pubbliche a quelle private. Non si tratta più di piccoli appalti, come nel caso di Mafia capitale, ma di un progetto enorme”.
A suo avviso il progetto fu fatto per consenso elettorale: “Me lo spiegò il vicesindaco Luca Bergamo.
Dopo l’uscita di Francesco Totti, quando disse in tv ‘Famo ‘sto stadiò, mi chiamò: ‘Paolo, dobbiamo fare l’impianto, una posizione contraria non la reggiamo in città ‘”, “io provavo a chiedere un intervento organico e invece si pensava che la scorciatoia per il consenso fosse dire sì allo stadio. Panem et circenses”.
Raggi dovrebbe dimettersi?
“La sua vittoria arrivò per un’esigenza impetuosa di buon governo e moralità . Dopo due anni di errori colossali bisognerebbe avere l’umiltà  di riconoscere gli errori, riprendere il filo e puntare sulle periferie. Se non si fa così, il suo destino, dimissioni o meno, è segnato”, conclude

(da “il Fatto Quotidiano”)

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ROBERTA LOMBARDI: “LANZALONE CE LO HANNO PORTATO I CAPI DEL M5S”

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

L’ACCUSA A DI MAIO, BONAFEDE E FRACCARO

Roberta Lombardi, candidata presidente e capogruppo M5S nel Lazio, si difende in una intervista a Repubblica sulla vicenda dello stadio della Roma: “Non ho mai chiesto e nemmeno ottenuto ‘a mia insaputa’ favori dal costruttore Parnasi”.
E attacca: “A portare Lanzalone a Roma è stato il gruppo che si occupava degli enti locali”.
Quindi Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro.
“Sono rimasta esterrefatta dalla notizia sia dell’arresto che dell’indagine su Ferrara (capogruppo M5S a Roma, ndr). Mai avrei pensato che degli episodi del genere potessero riguardare il mio Movimento. La differenza tra noi e gli altri dev’essere nella reazione. Mi auguro che la magistratura faccia celermente le sue indagini per la verità  giudiziaria e che i 5 stelle individuino le responsabilità  politiche e si faccia ammenda”, “Lanzalone è entrato in contatto con il gruppo che gestiva gli enti locali, da Livorno, dove ha lavorato bene per il risanamento dell’Aamps, fino a Roma, dove dopo il caso Marra fu messo a controllare tutto quello che Raggi aveva firmato nei mesi in cui lo aveva avuto come braccio destro”.
E parla del suo scontro con l’avocato genovese sullo stadio della Roma: “Insisteva dicendo che il progetto della giunta Marino, irricevibile perchè puramente speculativo, non poteva essere revocato senza pagare grosse penali. Insieme ad alcuni consiglieri regionali chiesi un parere pro veritate a un importante studio legale e lo fermai. Sa cosa diceva di me? Meno male che non è diventata presidente, non sa fare politica. Sono fiera di non saper fare il suo genere di politica. Per quello scontro ricevetti molti attacchi interni e due ps sul blog”.

(da agenzie)

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LA MANDRAKATA DI PAOLO FERRARA (M5S) SUL LUNGOMARE DI OSTIA

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

L’OPERA CHE GLI SERVIVA NEL SUO COLLEGIO ELETTORALE

Oggi sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio parlando dell’inchiesta sullo stadio della Roma definisce “più marginale” la posizione del capogruppo M5S al Campidoglio Paolo Ferrara accusato di aver chiesto al costruttore Parnasi un progetto di restyling del litorale di Ostia che — si legge nell’ordinanza — Ferrara «presentava come proprio». Travaglio, che ormai fa Cassazione, applica le attenuanti al capogruppo pentastellato aggiungendo che si tratta «un’opera pubblica, non una faccenda privata come quelle contestate invece al consigliere regionale del Pd Michele Civita e dei forzisti capitolini Adriano Paolozzi e Davide Bordoni».
Insomma dalla narrazione del Fatto Quotidiano sembra che Ferrara abbia agito “a fin di bene” e non per trarne un beneficio personale.
In realtà  quello ottenuto da Ferrara non è un opera pubblica ma solo un progetto che Ferrara non ha proposto “al popolo” o alla cittadinanza ma all’interno del M5S per cercarsi consenso: questa è la storia del tentativo di mandrakata di Paolo Ferrara: solo che al posto della pista dell’ippodromo di Tor di Valle c’è il lungomare di Ostia
Di cosa è accusato Paolo Ferrara?
Ieri il Procuratore di Roma Paolo Ielo ha spiegato che il progetto del Lungomare di Ostia — municipio considerato da sempre feudo di Ferrara — era “una cosa che avrebbe poi potuto rivendicare politicamente”.
Il Procuratore però ha anche chiarito che sui fatti oggetto d’indagine “ci sono fatti leciti, altri illeciti e altri ancora da verificare”.
Dall’ordinanza traspare come Ferrara, pur non chiedendo nulla per sè, abbia tentato la mandrakata (come quelle di Proietti in Febbre da cavallo) ovvero di chiedere “un’opera pubblica” il cui progetto ha poi speso a fini personali come strumento per generare consenso politico.
In primo luogo per lui visto che il progetto doveva realizzarsi a Ostia dove Ferrara è il leader indiscusso del M5S.
Nell’ordinanza del giudice si legge che è stato Ferrara a chiedere a Parnasi di realizzare un progetto di restyling del lungomare di Ostia. Progetto che lo staff dell’imprenditore ha realizzato gratuitamente.
Secondo gli inquirenti l’operazione è volta “ad acquisire il favore del partito di maggioranza e ad acquisire la benevolenza del gruppo consiliare”.
In qualità  di capogruppo Ferrara è senza dubbio una delle figure politiche di riferimento per l’iter di approvazione del progetto dello stadio di Tor di Valle (Ferrara è inoltre membro della X Commissione Personale, Statuto e Sport che si occupa anche dello sviluppo e   valorizzazione dell’impiantistica sportiva).
E l’interessamento di Ferrara sulla vicenda del nuovo stadio della Roma è dimostrato dai numerosi post pubblici su Facebook dove il pentastellato — una volta che il M5S ha abbandonato l’idea di non realizzare la struttura — rilancia l’hashtag #unostadiofattobene.
Secondo i PM la vicenda che riguarda Ferrara vede da un lato le manovre di Parnasi e del suo gruppo per poter acquisire i favori di Ferrara e del M5S (così come di altri politici) dall’altro l’interessamento dello stesso Ferrara alla vicenda del progetto sul lungomare di Ostia, da lui espressamente richiesto.
Scrivono gli inquirenti che «risulta che Ferrara abbia avuto nei confronti del Parnasi un atteggiamento di favore che si è manifestato attraverso un’ampia e completa disponibilità  a fornire allo stesso informazioni riguardo l’iter della procedura amministrativa relativa al progetto dello stadio e che è culminato nel voto favorevole da lui espresso, in data 14/6/2017, alla dichiarazione di pubblico interesse».
È vero che Ferrara ha chiesto la progettazione di un’opera di interesse pubblico e non favori personali però il giudice a proposito della posizione di Ferrara scrive (ma curiosamente Travaglio non lo riferisce) che «l’interesse personale e non pubblico del Ferrara nella vicenda» appare evidente «avuto riguardo alla circostanza che proprio il collegio di Ostia costituisce il suo bacino elettorale».
Il progetto di restyling rappresenta con evidenza uno strumento di consenso elettorale. Starà  poi ai giudici e agli inquirenti stabilire se questa operazione condotta dal capogruppo del M5S costituisca o meno un reato.
Nell’ordinanza si legge che in questo modo si è realizzato lo scambio tra «la funzione pubblica che viene ad essere mercificata per la realizzazione dell’interesse privato e l’utilità  realizzata dal pubblico ufficiale».
Nel testo viene citato l’articolo 319 del codice penale ovvero la corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio. In un altro passaggio viene evidenziato come l’attività  svolta da Ferrara sia stata in violazione «dei principi di imparzialità  e correttezza» che dovrebbero caratterizzare l’azione di un pubblico ufficiale
Nell’ordinanza si parla di un “accordo corruttivo tra Ferrara e il gruppo Parnasi” , accordo del quale il progetto di riqualificazione del litorale di Roma rappresenterebbe, secondo i giudici, il prezzo.
E Ferrara ha del resto “capitalizzato” politicamente quel progetto in una serie di post su Twitter e su Facebook dove annuncia il “grande piano che questa Amministrazione sta portando avanti” oppure scrive che «Recuperare una spiaggia libera intorno al Pontile di Ostia è il più bel regalo che potevamo ricevere».
Nell’ordinanza si fa notare come il progetto sul litorale non abbia alcun collegamento formale con l’operazione sullo stadio della Roma e che non è citato nella Deliberazione di interesse pubblico numero 32 del 14/06/2017.
Sempre nell’ordinanza si legge che è su richiesta di Ferrara che Parnasi si sarebbe adoperato per la campagna elettorale di Roberta Lombardi, all’epoca deputata del MoVimento 5 Stelle e candidata alla Presidenza della Regione Lazio (ma estranea ai fatti dell’inchiesta).
Quindi è vero, al contrario di altri Ferrara non ha chiesto nulla per sè.
Però dall’ordinanza emerge come il capogruppo del MoVimento 5 Stelle sia stato avvicinato da Parnasi che aveva intenzione di stabilire relazioni con lui e il M5S per la vicenda dello stadio della Roma.
Emerge altresì che Ferrara invece che rifiutare l’approccio ha richiesto il famoso progetto di restyling (quattro tavole in tutto, realizzate in fretta ma presentate ugualmente da Ferrara sui social) per il lungomare di Ostia.
Resta da chiarire se la posizione del capogruppo costituisca un illecito o meno e sarà  poi compito dei tribunali eventualmente stabilirne la colpevolezza.
Nel frattempo Ferrara si è autosospeso dal MoVimento ribadendo di essere estraneo alla vicenda e di non avere nulla da nascondere.
Rimane però il tentativo di mandrakata di Ferrara che, secondo la procura, ha tentato con notevole abilità  di volgere a suo favore la vicenda dello stadio di Tor di Valle (che ironia della sorte sorgerà  proprio al posto di un ippodromo) rimanendo però scottato dalla sua passione per il X Municipio e per il litorale di Ostia.

(da “NextQuotidiano”)

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LANZALONE LA SERA PRIMA DELL’ARRESTO ERA A CENA CON CASALEGGIO PER LA SPARTIZIONE DELLE NOMINE

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

LANZALONE TRATTAVA POSTI E RUOLI, RACCOGLIEVA E FILTRAVA DOSSIER PER CONTO DEI VERTICI DEL M5S

Vedi tu a volte le coincidenze.
Luca Lanzalone, arrestato e posto ieri ai domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sullo Stadio della Roma, otto ore prima di finire nelle grinfie dei giudici era a cena in un ristorante di Corso Vittorio Emanuele a due passi dal Senato.
Con lui seduto a tavola c’era Davide Casaleggio, “soltanto un informatico” (secondo la definizione di Di Maio) e attualmente presidente dell’Associazione Rousseau.
Una cena di cortesia? Una rimpatriata tra vecchi amici per parlare dei bei tempi?
No, perchè Casaleggio e Lanzalone non sono due vecchi amici.
Luca De Carolis sul Fatto Quotidiano spiega che Lanzalone e Casaleggio, assieme ad altri graduati del MoVimento, potrebbero aver parlato di nomine nelle partecipate, ossia di poltrone che pesano.
Già , perchè il legale genovese trattava posti e ruoli con la Lega. E raccoglieva e filtrava dossier. Ma questo è già  il passato.
Perchè Lanzalone, presenza fissa a tutti i convegni del M5S, “potrebbe averci preso tutti in giro”come sibilava ieri un nome di peso.
E soprattutto perchè la sua caduta, l’essere finito agli arresti domiciliari con l’accusa di aver ottenuto la promessa di consulenze, segna la perdita dell’innocenza per il Movimento.
Perchè si parla più “solo” di un sindaco che ha ricevuto un avviso di garanzia per nomine o decisioni. Ora sulla graticola c’è un tecnico vicinissimo alla casa madre di Milano, alla Casaleggio.
Il legale che ha scritto, raccontano, buona parte del nuovo Statuto, quello varato a dicembre. E che parlava e trattava con il potere, quello vero, per conto dei vertici.
D’altro canto che Lanzalone sia un fedelissimo di Grillo e Casaleggio non è un mistero, anche se c’è chi, come il senatore Elio Lannutti, sostiene di non credere che tutto ciò sia vero e che si tratti di una fake news.
Forse Lannutti potrebbe chiedere conto della vicenda a Roberta Lombardi, che oggi in un’intervista a Repubblica spiega e manda segnali precisi sulle responsabilità  da accertare all’interno del MoVimento 5 Stelle:
«Mi auguro che la magistratura faccia celermente le sue indagini per la verità  giudiziaria e che i 5 stelle individuino le responsabilità  politiche e si faccia ammenda».
Di chi sono queste responsabilità ?
«Di chi ha portato Lanzalone a contatto con il Movimento, affidandogli incarichi delicati e facendolo diventare presidente di Acea».
Chi?
«Lanzalone è entrato in contatto con il gruppo che gestiva gli enti locali, da Livorno, dove ha lavorato bene per il risanamento dell’Aamps, fino a Roma, dove dopo il caso Marra fu messo a controllare tutto quello che Raggi aveva firmato nei mesi in cui lo aveva avuto come braccio destro».
Quindi Di Maio, Fraccaro e Bonafede. Erano loro a occuparsene.
«Ho detto: il gruppo degli enti locali».
Oppure entrambi potrebbero chiedere conto del fatto che sia stato lui a scrivere lo statuto della nuova associazione, quella del 2017 che è oggi a giudizio a Genova per nome, sito e simbolo. Scrive Giovanna Vitale su Repubblica:
Lanzalone è un uomo di fiducia. Un consigliere ascoltato da Grillo e Casaleggio, che gli hanno affidato molti incarichi e molto potere. Per questo ieri Virginia Raggi è apparsa sotto shock. Piegata dalla rabbia, la sindaca non vuole fare il capro espiatorio: «Non l’ho scelto io, manco lo conoscevo, me l’hanno imposto loro» si sfoga coi consiglieri riuniti in una sorta di tribunale del popolo per interrogare il capogruppo Paolo Ferrara, indagato (e indotto ad autosospendersi)
Ce l’ha con Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, i due tutor – promossi entrambi ministri – che i vertici le affiancarono nel dicembre 2016 dopo l’arresto per corruzione dell’ex fedelissimo Raffaele Marra. «È stato Alfonso a presentarmi Luca», protesta, tirando in ballo anche il sindaco di Livorno Filippo Nogarin e l’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti (da 10 mesi traslocato nella giunta romana).

(da “NextQuotidiano”)

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I SOLDI DI PARNASI AI CANDIDATI M5S

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

15.000 EURO A VAGLIO e 16.032 EURO A PIVA MASCHERATI DA FALSE FATTURAZIONI

Nella rete dell’inchiesta sul sistema Parnasi e sul nuovo stadio della Roma non sono finiti solo politici come Paolo Ferrara, Michele Civita, Adriano Palozzi, Davide Bordoni e Giampaolo Gola.
Tra gli indagati ci sono anche due avvocati romani, Mauro Vaglio e Daniele Piva entrambi candidati — e non eletti — con il M5S alle elezioni politiche del 4 marzo.
Sia Vaglio che Piva erano stati candidati dal MoVimento 5 Stelle all’uninominale (Vaglio al Senato, Piva alla Camera) e quindi erano stati personalmente scelti dal Capo Politico del MoVimento 5 Stelle Luigi Di Maio e dallo staff del M5S.
Probabilmente anche a loro il MoVimento ha chiesto il certificato penale e quello dei carichi pendenti. Quest’ultima richiesta però come è noto è particolarmente inutile perchè non tutte le indagini in corso risultano quando si fa la richiesta al Tribunale. L’accusa nei confronti dei due è la medesima: aver ricevuto fondi per la campagna elettorale da parte di Parnasi (che ha finanziato anche il coordinatore di Forza Italia Bordoni, candidato nello stesso collegio elettorale di Piva).
Fino a qui nulla di illecito — ma in quello stesso periodo la candidata alla Regione Roberta Lombardi tirava fuori le ricevute delle donazioni di Buzzi alla campagna di Zingaretti del 2013 —   se non fosse che i due indagati sono accusati di aver “mascherato” la donazione con l’emissione di fatture per attività  professionali “di fatto mai eseguite” al fine di consentire alla società  destinataria della fattura di evadere le imposte sui redditi.
Luca Parnasi è accusato di aver erogato «somme a sostegno della campagna elettorale dei candidati Vaglio e Piva   mascherando la natura della dazione mediante l’artificioso conferimento di incarichi e la conseguente fatturazione di compensi per prestazioni professionali non eseguite».
Mauro Vaglio — già  noto alle cronache per aver utilizzato la mailing list dell’ordine degli avvocati di Roma per fare propaganda elettorale — avrebbe ricevuto 15 mila euro; Daniele Piva invece qualcosa di più: 16.032 euro.
L’interesse per Vaglio da parte di Parnasi — scrivono i giudici nell’ordinanza — matura sia in virtù della sua candidatura con il M5S sia in quanto Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma.
In un’intercettazione Bisignani suggerisce all’avvocato di puntare al ruolo di Presidente della Cassa Forense. Secondo gli inquirenti Parnasi e Bisignani avrebbero puntato a corrompere l’attuale Presidente della Cassa Luciano Nunzio (anch’egli candidato alle politiche con Forza Italia in Molise) ma il progetto sarebbe sfumato e quindi si sarebbero rivolti a Vaglio.
Dal momento che i bonifici non sono arrivati in tempo (c’è stato a quanto pare qualche problema o errore) Vaglio e Parnasi «si accordano per reintegrare l’erogazione attraverso una fatturazione per attività  professionale svolta dall’avvocato in quanto, essendo trascorso il periodo elettorale, non e più possibile eseguire contribuzioni in favore dei candidati alle elezioni».
Secondo gli inquirenti dalle analisi delle intercettazioni ambientali «appare evidente che è intenzione di Parnasi e di Vaglio, al fine di giustificare una contribuzione di altra natura (finanziamento elettorale non andato a buon fine), utilizzare una fattura che faccia riferimento a prestazioni professionali individuate ad hoc, ma non effettivamente eseguite».
Al fine di acquisire la benevolenza di un soggetto “di cui assaporano la possibile utilità ” i due inoltre ipotizzano di avviare una collaborazione professionale vera e propria. Per la cronaca Vaglio non è riuscito a spuntarla all’uninominale per appena 681 voti (su 93 mila), tutto considerato una bella fortuna per il M5S che altrimenti avrebbe al Senato il primo senatore indagato.
La situazione che vede coinvolto l’avvocato e candidato pentastellato Daniele Piva è simile a quella di Vaglio.
Durante una conversazione con Parnasi nei giorni successivi alle elezioni Piva dice all’imprenditore di non aver utilizzato i fondi erogati per la campagna elettorale perchè “arrivati troppo tardi” e chiede all’interlocutore di poterli trattenere per alcuni impegni economici che erano sopraggiunti nel frattempo. Parnasi accetta di lasciare a Piva tutta la somma ma rimane il problema di come giustificare l’erogazione.In una successiva conversazione telefonica Parnasi definisce Piva “braccio destro di Di Maio” (si tratta di uno dei candidati all’uninominale che il M5S ha “pescato” dalla Link Campus University) e spiega la sua importanza per l’operazione.
Piva infatti era candidato alla Camera all’uninominale nel collegio 08 Ardeatino che comprende l’Eur «che è il quartiere di Tor di Valle» ovvero del nuovo stadio della Roma al centro degli interessi di Parnasi.
Gli inquirenti hanno scoperto che il giorno 8 marzo è entrato sul conto corrente di Piva un bonifico da poco più di 16 mila euro con causale il saldo di una fattura. Il bonifico è stato emesso da una società  riconducibile al gruppo Parnasi.
Scrive la Procura che le operazioni di finanziamento a Vaglio e Piva «vengono effettuate in origine nel rispetto della normativa in materia, ma non vi è alcuna perplessità  nè da parte dell’ imprenditore, nè da parte del Vaglio e del Piva a veicolare il danaro, in origine oggetto del finanziamento, attraverso la creazione di un rapporto fittizio».
Anche se non eletto Piva ha continuato a pubblicare contenuti sulla sua pagina di attivista per il MoVimento 5 Stelle. Uno degli ultimi post sulla pagina Facebook di Piva — datato dieci maggio 2018 — è la notizia di un convegno alla Scuola di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza dove Piva ha presentato una relazione dal titolo «I reati di riciclaggio e autoriciclaggio: prospettive applicate nello scenario dell’economia digitale».

(da “NextQuotidiano”)

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“SALVINI RESTITUISCA I 250.000 EURO DI PARNASI”, IL COSTRUTTORE IN GALERA PER LO STADIO DI ROMA

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

IL FATTO QUOTIDIANO: “CHIARISCA ANCHE CHI SONO GLI ALTRI FINANZIATORI E SE HA ANCORA IN CASSA LE AZIONI DI GENERAL ELECTRIC, DELLA SPAGNOLA GAS NATURAL, DI MEDIOBANCA, INTESA SAN PAOLO E I BOND DI MITTAL”… ALTRO CHE PRIMA GLI ITALIANI

Il Fatto Quotidiano in un articolo di Antonello Caporale chiede oggi a Matteo Salvini di restituire i 250mila euro che sono arrivati alla Onlus Più Voci dal gruppo Parnasi, di cui si è parlato in relazione all’inchiesta sullo stadio della Roma a Tor di Valle. Caporale cita un precedente storico di sicuro impatto per chiedere la restituzione:
Tutto torna e la storia ancora si ripete.
Era il 7 dicembre 1993 quando un altro tesoriere, si chiamava Alessandro Patelli, raccolse una busta contenente 200 milioni di lire da Carlo Sama, presidente Montedison. E quei soldi, tutti in nero, Umberto Bossi si affrettò a restituirli ma non bastò a evitargli una condanna a otto mesi per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti.
Oggi Salvini deve ripetere il gesto del suo antico e perduto leader.
Certo, i soldi di Parnasi sono iscritti a bilancio della sua società  (Pentapigna srl) e l’erogazione è legittima dal punto di vista giuridico.
Politicamente invece suona come una resa al vizio antico di predicare bene eccetera eccetera. Salvini, già  che si trova in tema, approfitti e indichi i nomi degli altri donatori che hanno scelto di inviare soldi all’associazione Più Voci, la onlus destinataria dei bonifici.
Antonello Caporale chiede al leader della Lega di spiegare anche se ha ancora in cassa le azioni di General Electric, della spagnola Gas Natural, di Mediobanca, Enel, Telecom e INtesa San Paolo e se ha ancora i bond di Arcelor Mittal, che ha acquistato l’ILVA, di cui si è parlato nell’inchiesta sui soldi in Lussemburgo:
Matteo Salvini con le parole ha costruito un mondo. Ne usi qualcuna per spiegare se ha investito (lui o i suoi predecessori) o perchè non abbia disinvestito.
E ne usi qualche altra per illustrare la distanza che separa l’apparenza, il leader che attacca le multinazionali, il lombardo che mangia italiano, beve italiano compra sempre italiano, e poi la realtà .
Un movimento che acquista azioni del capitale ostile e aggressivo, che raccoglie donazioni da costruttori parecchio affamati, che arruola gente dal passato opaco. Spieghi con un tweet. O forse con due. O anche con tre. Non prima di aver compiuto l’unica scelta possibile: andare in banca e bonificare sul conto della Pentapigna srl, società  detenuta al 100% da Luca Parnasi, i 250 mila euro con questo messaggio: grazie, ma sono troppi soldi e la gente mormora…

(da “NextQuotidiano”)

argomento: denuncia | Commenta »

MORTI ABBRACCIATI SUL GOMMONE ALLA DERIVA: “NON SI CONOSCEVANO, IN COMUNE AVEVANO SOLO LA DISPERAZIONE”

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

SULLA NAVE DELLA NOSTRA GUARDIA COSTIERA ANCHE I CADAVERI DI UNA RAGAZZA E UN RAGAZZO SOMALO, MORTI DI STENTI IN MEZZO AL MARE… E IN ITALIA CI SONO ANCORA DEI RIFIUTI UMANI CHE PARLANO DI PACCHIA

È approdata verso le 7 di mercoledì mattina nel porto di Catania la nave Diciotti della Guardia Costiera Italiana, trasportando 932 migranti salvati negli ultimi giorni nel corso di sette operazioni di soccorso effettuate al largo della Liba. ù
Sull’imbarcazione, anche due cadaveri recuperati durante i salvataggi: si tratta di due somali, una ragazza e un ragazzo, morti sul gommone prima che arrivassero i soccorsi. Se ne stavano lì, in mezzo al mare, abbracciati a darsi manforte nella disperazione e negli stenti.
La loro storia viene raccontata oggi sulle pagine de Il Corriere della Sera
Il medico legale sale a bordo per primo, deve fare accertamenti sui due morti che la Guardia Costiera ha recuperato durante una delle operazioni di salvataggio, fra sabato e lunedì. Quando ha finito, il dottore si avvicina ai colleghi della Sanità  Marittima e dice che no, quei due non sono morti annegati. Erano un ragazzo e una ragazza, giovani, molto deperiti. L’autopsia spiegherà  di più ma nei ricordi di chi li ha trovati il solo dettaglio che resterà  di quei due poveri corpi è che erano abbracciati, stretti l’uno all’altro su un gommone alla deriva, forse morti di stenti, prima lei di lui.
Eppure i due ragazzi non erano marito e moglie, neanche fidanzati, men che meno parenti o amici. In comune avevano solo la paura e la disperazione, che li aveva spinti a solidarizzare l’un con l’altro in maniera così intima e struggente.
Si erano conosciuti da prigionieri, tutti e due somali, in uno dei campi dell’orrore in Libia. La loro storia passa di bocca in bocca e sulla banchina che accoglie i migranti c’è un silenzio surreale mentre i due corpi lasciano il porto sui carri funebri.
Un attimo dopo è di nuovo fermento, riprende a scorrere il fiume incessante di gente che scende dalla passerella, si ripara dal sole sotto una tenda bianca, si lascia misurare la febbre, mostra le ferite della scabbia.

(da “Huffingtonpost”)

argomento: criminalità | Commenta »

IL GIURISTA VASSALLO: “ILLEGALE IL RESPINGIMENTO COLLETTIVO DI DONNE INCINTE E BAMBINI, SALVINI E TONINELLI FINIRANNO DAVANTI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA”

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

E CI SONO ANCHE “RESPONSABILITA’ PENALI INTERNAZIONALI”

Uno spinosissimo caso legale si è aperto nel mezzo del Mediterraneo.
Stando a quel che segnalano diversi esperti di diritto internazionale e di convenzioni marittime, la storia dell’Aquarius e dei suoi 629 passeggeri potrebbe non finire con l’approdo nel porto di Valencia.
E non solo per quell’ipotesi di “responsabilità  penali internazionali a carico dell’Italia per violazione dei trattati sui diritti umani”, paventata dalla ministra spagnola della Giustizia Dolores Delgado.
A bordo della Aquarius, infatti, sono saliti 134 minorenni e 7 donne incinte. Non è un dettaglio, questo. “Nei loro confronti la chiusura dei porti italiani ispirata dal ministro dell’Interno Salvini configura un respingimento collettivo, che è vietato dalla legge anche in presenza del successivo trasferimento tra paesi dell’Unione europea”, spiega Fulvio Vassallo Paleologo, giurista e professore di Diritto dell’asilo all’Università  di Palermo.
In che senso respingimento collettivo
“Per quanto concordata con la Spagna, la rendition a Valencia equivale al respingimento di migranti irregolari dal territorio italiano al territorio spagnolo. Siamo di fronte a una macroscopica violazione dell’articolo 19 del Testo unico sull’immigrazione in vigore in Italia: donne incinte e minorenni non possono mai essere respinti, vanno accolti”.
Il principio vale anche se non c’è stato alcun ingresso fisico dentro i nostri confini?
“Sì, perchè le motovedette che li hanno recuperati in mare, per poi trasbordarli sulla Aquarius, appartengono alla nostra Capitaneria. Battono bandiera italiana, quindi formalmente sono territorio italiano. L’Italia diventa così paese di primo ingresso e ne assume la giurisdizione. A maggior ragione ora che hanno spostato 400 migranti dell’Aquarius sulla Orione della Marina e sulla Dattilo della Guardia Costiera. In teoria, se chi si trova a bordo di queste due navi chiedesse l’asilo il comandante dovrebbe riportarli in Italia”.
E’ una violazione da codice penale?
“No, l’illecito è amministrativo e internazionale. Può però intervenire la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, come già  accaduto in passato: nel 2014 l’Italia è stata condannata per aver respinto verso Patrasso un traghetto di linea che portava decine di minori e che era giunto ad Ancona”.
La ministra spagnola, però, parla di “violazioni penali internazionali”. A che si riferisce
“Al fatto che l’Italia rischia di finire anche davanti al Tribunale internazionale all’Aja, se il trattamento inflitto ai migranti dell’Aquarius, minorenni e maggiorenni, violi diritti fondamentali della persona riconosciuti dai Trattati”.
E’ stato presentato un esposto in procura a Roma, secondo cui il governo italiano ha infranto palesemente la Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il soccorso in mare. Non concedere lo sbarco è illegale?
“Dipende dai singoli casi. Qui però entriamo nel campo delle convenzioni marittime, citate spesso ma non sempre a proposito. Le linee guida dell’Imo (l’Organizzazione internazionale marittima dell’Onu che definisce i principi normativi della navigazione, ndr) stabiliscono che il porto sicuro dove sbarcare i naufraghi deve essere interno al Paese che ne gestisce il soccorso. Per l’Aquarius, quindi, sarebbe l’Italia.

(da “La Repubblica”)

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