Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI MILANO HA IN MANO LE PROVE DI UN FLUSSO DI DENARO ARRIVATO A SAVOINI
Nell’inchiesta sui rubli alla Lega dalla Russia non ci sono solo parole ma anche soldi. Ovvero,
una serie di flussi di denaro che è arrivata sul conto dell’Associazione LombardiaRussia gestita dal neonazista Gianluca Savoini e di cui la procura di Milano ha chiesto di spiegare la provenienza, ottenendo in cambio da parte dell’indagato per corruzione internazionale soltanto silenzio.
Certo, la decisione di rimanere in silenzio davanti agli inquirenti è frutto di una strategia difensiva piuttosto comune, che parte dal presupposto che l’indagato non ha ancora letto i documenti d’istruttoria e quindi può trovarsi in difficoltà a rispondere, come ha confermato ieri il difensore di Savoini Lara Pellegrini.
Ma intanto Repubblica scrive che le transazioni individuate dalla procura di Milano sono “di interesse”:
L’inchiesta è infatti destinata ad allargarsi. Già dopo l’apertura del fascicolo a febbraio, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e i pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro avevano dato mandato al Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di isolare eventuali flussi di denaro tra la galassia-Savoini e la Russia.
E i primi controlli sulle movimentazioni bancarie intorno all’associazione Lombardia-Russia hanno permesso di individuare transazioni definite «di interesse».
Che non corrispondono alle cifre indicate negli audio, ma che sono precedenti e successive alla riunione moscovita.
Movimentazioni che Savoini, convocato in procura, non ha spiegato avvalendosi della facoltà di non rispondere. «Quando saranno depositati documenti d’istruttoria, Savoini potrebbe anche decidere di farsi interrogare», ha chiarito il suo difensore Lara Pellegrini.
E la questione va ad intrecciarsi giocoforza con quella del terzo uomo, ovvero l’avvocato Francesco Vannucci che ieri ha rivelato di essere il “Nonno Francesco” dell’audio di Buzzfeed. E con la storia del Forum Italo-Russo raccontata oggi da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera:
Dopo 15 anni l’imprenditrice Luisa Todini –scelta nel 2004 da Silvio Berlusconi– è stata liquidata e al suo posto è arrivato Ernesto Ferlenghi, il presidente di Confindustria Russia che – si scopre adesso – era legatissimo al consigliere di Matteo Salvini a Palazzo Chigi Claudio D’Amico e al suo ex portavoce Gianluca Savoini. E in vista dell’incontro del 4 luglio scorso e della cena di quella sera a Villa Madama si adoperò per avere la garanzia che proprio Savoini fosse tra i partecipanti sia all’incontro, sia alla festa organizzata dalla presidenza del Consiglio e dalla Farnesina.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile
L’EX AN, PDL, NCD, ORA CONVERTITA LEGHISTA PERDE LA TESTA E ROMPE IL MICROFONO DELLA PARLAMENTARE PD… I NERVI DEI SOVRANISTI RUSSI STANNO CROLLANDO
La notizia arriva mentre prosegue il pressing Pd su Matteo Salvini perchè vada in Aula a riferire sul caso dei presunti fondi russi.
Questa mattina, alla ripresa dei lavori delle commissioni Affari costituzionali e giustizia della Camera sul decreto sicurezza bis, i parlamentari Dem hanno iniziato una serie di interventi a raffica per rallentare i lavori e invocare la presenza in Aula del ministro dell’Interno.
Nei tweet @nomfup prima racconta della pressione dei deputati PD per avere Salvini in Aula, poi scrive: “Hanno portato i rinforzi, sacchetti di sabbia in Prima Commissione per evitare che Salvini venga in Aula”. Infine arriva la sospensione dei lavori e la “aggressione” della deputata.
“Vorremmo ricordare a tutti che siamo in commissione per chiedere di non discutere un decreto #sicurezzabis intestato ad un ministro che si rifiuta di venire in aula a rispondere delle sue azioni contro la #sicurezzanazionale”, scrive invece la Bossio condividendo il tweet di Sensi.
Secondo il racconto, quando la maggioranza ha provato a proseguire le votazioni superando l’ostruzionismo Dem, i deputati Pd sono andati verso i banchi della presidenza.
I leghisti hanno urlato “fuori” e, a quanto raccontano i Dem, la deputata Barbara Saltamartini “si è scagliata contro Enza Bruno Bossio, sbattendole giù il microfono”.
Il 5S Sergio Battelli è intervenuto come paciere. L’ostruzionismo Pd prosegue.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile
CADE NEL RIDICOLO IL TENTATIVO DI SALVINI DI FIGURARE VITTIMA DI UN COMPLOTTO UCRAINO
Come abbiamo spiegato ieri, è una bufala che gli estremisti del missile volessero colpire Matteo
Salvini, come ha detto ieri il ministro in conferenza stampa. ù
Ma la parte divertente della vicenda è che ieri il ministro è stato smentito dalla procura che ha indagato sulla storia ma anche dalla Digos.
Racconta oggi il Messaggero:
«Era una minaccia dettagliata, si parlava di un gruppo ucraino che attentava alla mia vita – ha detto il ministro–: L’ho segnalata io. Era una delle tante minacce di morte che mi arrivano ogni giorno. Sono contento sia servito a scoprire l’arsenale di qualche demente», ha concluso il leader della Lega riferendosi ai 3 uomini fermati nei giorni scorsi dalla Digos con l’accusa di detenzione di armi da guerra.
Gli inquirenti torinesi, diretti dall’Ucigos, dopo più di 12 mesi di verifiche non hanno trovato alcun riscontro alla tesi del presunto attentato, come peraltro puntualizzato ieri da alcune fonti dell’Antiterrorismo e della stessa Procura subito dopo le dichiarazioni di Salvini.
Le intercettazioni avviate un anno fa –concentrate sulle posizioni di 5 italiani che hanno combattuto recentemente in Ucraina – hanno portato la Digos di Torino a scoprire un altro «ambiente criminale» che ruota intorno al traffico in nero di armi da guerra.
Sono scattate così le manette nei confronti di 3 «collezionisti» italiani che, oltre a detenere fucili, mitragliatrici e munizioni, conservavano in un hangar a Rivanazzano un missile lungo 3,54 metri.
L’indagine dell’Antiterrorismo era stata da subito condivisa con i servizi segreti russi, che avevano confermato l’appartenenza, in passato, della fonte confidenziale al Kgb. Alla fine, sono emersi riscontri sul traffico di armi ma non sulla pianificazione di un attentato.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile
L’ODIO DEGLI SCIACALLI SI SCATENA SUI SOCIAL… ESCREMENTI UMANI CHE PRESTO PERDERANNO IL SORRISO
Questa mattina è morto lo scrittore Andrea Camilleri. L’autore della fortunata serie de Il Commissario Montalbano si è spento oggi all’età di 93 anni, ad un mese dal suo ricovero in rianimazione all’ospedale Santo Spirito di Roma.
Oggi come quel giorno di un mese fa Camilleri è vittima dell’oltraggio di chi ne festeggia la dipartita. Ad esultare, e la cosa non sorprende, sono i fan del ministro dell’Interno, in passato oggetto di critiche da parte dello scrittore siciliano.
L’elettore leghista, il fan salviniano, il patridiota quella dichiarazione di Camilleri se l’è legata al dito. Ed ha atteso pazientemente sulle rive del fiume che passasse il cadavere del “nemico” per dare il via ai festeggiamenti.
Tutta colpa di quando lo scrittore disse che la vista (Camilleri ormai non ci vedeva più) di Salvini con il Rosario in mano gli dava “un senso di vomito”.
Secondo Salvini e i suoi un insulto gravissimo. Ma in quell’intervista il narratore siciliano ne aveva anche per il PD e per il M5S. E già in un’intervista del 2013 aveva espresso giudizi ancora più duri nei confronti di Renzi e del M5S.
«Via un’altra zecca anacronistica di propaganda» scrive Lory, contenta di poter respirare meglio «senza quel tisico kompagno komunista».
Luca invece bacchetta “Matteo” e gli rimprovera di «ricordare un seminatore di odio come Camilleri, un incallito ammiratore del comunismo, la più mortifera delle ideologie, un mediocre assurto a genio solo per la sua militanza, uno che disprezzava te e i milioni di italiani che ti votano».
Evidentemente criticare un politico che si fa le foto con il Vangelo o il Rosario in mano equivale a disprezzare tutti i suoi elettori. Chissà quanti di loro sanno recitare un Rosario.
Non va meglio nei commenti sparsi sotto i post dei giornali che danno la notizia del decesso dello scrittore. Anche lì è una gara a chi si dimostra capace di disprezzare meglio una persona che non può più rispondere agli insulti (e per fortuna Camilleri aveva troppa classe per farlo quand’era in vita). «Una merda di meno!», «È sempre un comunista in meno» si consolano alcuni che evidentemente non riescono a trattenere la gioia per la morte di una persona.
Odiatore seriale, pdiota è così che alcuni scelgono di ricordare Camilleri, felici che ci sia “un voto in meno per il PD” e augurandosi cristianamente che “nel regno dei comunisti” lo scrittore possa trovarsi bene. Il migliore è senza dubbio quello che scrive “riposa non in pace comunista“, chissà quanto l’ha pensata prima di scriverla.
Più che la frase sul rosario, che certamente rimane impressa nelle menti semplici, va ricordata in questa intervista rilasciata al sito di Michele Santoro e che risale al 25 aprile scorso dove fa notare al ministro dell’Interno che la Liberazione “non fu una rissa tra comunisti e fascisti come dice Salvini: così offende i caduti di entrambe le parti, perchè i fascisti che andavano a morire giovani credevano in un ideale sbagliato, , ma ci credevano”
A differenza di questi rifiuti umani sovranisti, clandestini dell’umanità .
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile
“NON HAI AVUTO RISPETTO DI LUI DA VIVO, DOVRESTI VERGOGNARTI DI RICORDARLO DA MORTO”
Matteo Salvini dedica un pensiero ad Andrea Camilleri, morto stamani all’età di 93 anni. I
rapporti tra i due, si sa, non erano idilliaci. Si ricordi l’ultimo scontro, risalente a giugno, in cui lo scrittore attaccava il ministro dell’Interno: “Salvini con il rosario mi dà il vomito”, aveva detto Camilleri in un’intervista a Radio Capital. Pronta la risposta di Salvini: “Scrivi che ti passa”.
Dopo l’annuncio della morte, il ministro dell’Interno ha pubblicato un tweet: “Addio ad Andrea Camilleri, papà di Montalbano e narratore instancabile della sua Sicilia”.
Il ricordo, però, non è stato apprezzato da gran parte degli utenti che hanno subissato di insulti il vicepremier.
“Non hai avuto rispetto di lui da vivo dovresti solo vergognarti di onorarlo da morto!!!”, scrive un utente; “lo hai infamato ed ora lo lodi….chi semina vento raccoglie tempesta Capitano!!!”, gli fa eco un altro.
Per altri “era meglio non scrivere niente”, mentre c’è chi sottolinea che “neanche Giuda è stato cosi falso”. “Lo hai insultato fino a ieri! Sei di una bassezza unica”, è un altro commento.
“Si vergogni, lo avete denigrato e insultato in vita anche quando era moribondo”, incalza un utente sotto al tweet di Salvini.
Un altro utente ricordo i recenti scontri mediatici tra lo scrittore e il Ministro dell’Interno: “Lo hai insultato fino a ieri!”
“Forse era meglio non dire niente invece di fare un comunicato palesemente falso”, twitta un utente a Salvini.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile
E SU MONTALBANO DISSE: “IL COMMISSARIO FINIRA’ CON ME”
Fenomeno letterario davvero unico e inimitabile, Andrea Camilleri, morto oggi a 93 anni, è diventato autore bestseller a oltre 70 anni. Il successo arrivato in tarda età ha raggiunto cifre record ma si è visto quanto non sia radicato solo nei numeri.
Autore di oltre cento libri pubblicati – il centesimo è ‘L’altro capo del filò – con i titoli usciti per Sellerio, il suo editore, ha venduto venticinque milioni di copie in Italia ed è tradotto nelle lingue di tutto il mondo, dal giapponese al gaelico. E con Mondadori, che ha da poco pubblicato Km 123, l’inedito per l’anniversario dei 90 anni dei Gialli, ha venduto circa 6 milioni di copie. I suoi libri non facevano in tempo ad uscire che entravano in testa alle classifiche dei più venduti, piacendo dal nord al sud Italia e a lettori di tutte le età .
Il 15 luglio lo scrittore, che il 6 settembre avrebbe compiuto 94 anni e da qualche anno era cieco, era atteso per la prima volta sul palco delle antiche Terme di Caracalla in una serata speciale di teatro con con ‘L’autodifesa di Cainò. Lo spettacolo seguiva il successo di ‘Conversazione su Tiresia’ da lui scritto e interpretato al Teatro Greco di Siracusa nel 2018 e divenuto un film diretto da Roberto Andò e Stefano Vicario.
Il salto alle grandi tirature è avvenuto per Camilleri con il suo commissario Salvo Montalbano, apparso per la prima volta nel romanzo ‘La forma dell’acquà del 1994. A 25 anni da quell’esordio è uscito in questi giorni il ventisettesimo romanzo con protagonista il commissario: ‘Il cuoco dell’Alcyon’
In tutto sono trenta i libri Sellerio con Montalbano, se si considerano le tre antologie ‘Morte in mare aperto e altre indagini del giovane’, ‘Un mese con Montalbano’ e ‘Gli arancini di Montalbano’. Il nome del commissario è un omaggio a uno degli scrittori più amati da Camilleri: Manuel Vazquez Montalban e il modello ideale è stato Maigret.
Ma il vero balzo mediatico si è realizzato nel 1996 quando Maurizio Costanzo, in una puntata della sua trasmissione, ha invitato a comprare ‘Il ladro di merendine’ impegnandosi a restituire i soldi se il libro non fosse piaciuto.
Da allora non si è più fermata la fortuna del commissario – colto, gran lettore di romanzi, ghiotto, fidanzato con Livia – che è entrato nell’immaginario collettivo grazie all’interpretazione di Luca Zingaretti, ex allievo di Camilleri, negli episodi della serie di Rai1, al top degli ascolti anche in replica.
Montalbano ”è′ un monumento che se ne sta lì, ancora destinato a crescere per qualche anno. Terminerà quando finirò io” aveva detto all’ANSA Camilleri in occasione dei vent’anni del suo commissario le cui avventure si sarebbero dovute fermare al secondo episodio e invece non si sono mai arrestate e lo scrittore stava già lavorando al trentunesimo titolo. “Non mi facevo capace di avere una tale fantasia per la lunga serialità . Però ci sono riuscito” aveva spiegato lo scrittore, incallito fumatore.
Regista, sceneggiatore, autore teatrale e televisivo delle più conosciute produzioni poliziesche della tv italiana, dal tenente Sheridan a Maigret, Camilleri è nato il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. Prima di Montalbano lo scrittore ha appassionato una cerchia di lettori di mezza età che non lo ha mai abbandonato pubblicando, dopo il rifiuto di 14 editori, ‘Il corso delle cose’ (Lalli, ’78). Il primo libro uscito con Sellerio è ‘La strage dimenticatà del 1984 cui sono seguiti ‘La stagione della caccia’, ‘Il birraio di Preston’, ‘Un filo di fumo’, ‘La concessione del telefono’, diventati dei cult. Tutto senza fare troppo chiasso, come nello stile dell’ amica Elvira Sellerio, per lo scrittore “una sorella”. Il suo editore storico per i novant’anni lo aveva festeggiato con l’uscita, in tiratura limitata, de ‘I sogni di Camilleri’, dove sono raccolti i brani in cui sognano i personaggi di tutti i libri dello scrittore e un volume celebrativo con una serie di saggi in cui era proposta una chiave di lettura della sua opera, del rapporto con la lingua, i luoghi e le abitudini, firmati da critici e intellettuali come Salvatore Silvano Nigro, Giovanni De Luna, Tullio De Mauro
Pubblicato oltre che da Sellerio, da Mondadori – che ha puntato molto su Montalbano contribuendo alla sua fortuna e poi da minimum fax, Chiarelettere e Rizzoli, il Commissario e il suo autore non hanno mai smesso di stupire. “Le sue avventure seguono un ordine cronologico preciso invece l’editore li ha mescolati. E’ meglio che sia così”, ha raccontato Camilleri. E se il suo “unico vero maestro è “stato Orazio Costa”, Camilleri – che ha una memoria di ferro nel ricordare episodi della sua vita e un grande senso dell’ironia – ha più volte raccontato di sentire “immensamente” la mancanza di Leonardo Sciascia, suo fondamentale punto di riferimento.
Camilleri avrebbe voluto finire la sua carriera “seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio ‘cunto’, passare tra il pubblico con la coppola in mano” aveva detto più volte lo scrittore.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile
E’ MORTO ANDREA CAMILLERI, AVEVA 93 ANNI
È morto all’età 93 anni lo scrittore Andrea Camilleri. Lo comunica la Asl Roma 1 “con profondo
cordoglio”, precisando che il papà del Commissario Montalbano si è spento alle 08.20 di questa mattina presso l’Ospedale Santo Spirito.
“Le condizioni sempre critiche di questi giorni si sono aggravate nelle ultime ore compromettendo le funzioni vitali. Per volontà del Maestro e della famiglia le esequie saranno riservate. Verrà reso noto dove portare un ultimo omaggio”, si legge nella nota.
Nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, da metà giugno era ricoverato in seguito a problemi cardiorespiratori. Avrebbe compiuto 94 anni il 6 settembre. Prima che scrittore di successo, è stato regista di teatro, televisione e radio, oltre che sceneggiatore. Ha percorso anche la strada dell’insegnamento, con un corso di regia presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.
Amatissimo dal pubblico – ricorda l’Ansa – Camilleri ha sempre usato la sua forza mediatica per intervenire sul sociale, per cercar di far arrivare ai suoi lettori alcune idee base di democrazia, eguaglianza e dignità che oggi, purtroppo, non possono più essere date per scontate.
La sua importanza come artista e intellettuale è stata proprio in questo costante impegno nella scrittura legata alle idee (si vedano un libro quale “Come la penso” del 2013 o le sue prese di posizione sul governo Berlusconi e oggi verso Salvini), proposte con la sua aria bonaria ma anche con un preciso vigore, con quel guizzo negli occhi che rende vero e vitale quel che si sta dicendo, senza perdere forza nemmeno ora che gli occhi gli si erano spenti.
E i modi per dirlo, oltre a quelli diretti delle interviste su temi caldi del momento, sono anche quelli dei romanzi, in particolare quelli costruiti su influenza di Sciascia partendo da un avvenimento storico del passato più o meno recente, ma tutti alla fine incentrati sul nodo dei rapporti tra potere e malavita organizzata.
Traccia di questo resta anche nelle avventure contemporanee di Montalbano nella sua Vigata, nate nel 1994 con “La forma dell’acqua”, ritratto di vita e malavita di provincia (quella di Montelusa) in cui comunque emerge la figura del protagonista, con la sua malinconica ironia, e la caratterizzazione dei personaggi di contorno (il che ha fatto anche la eccezionale fortuna della serie tv con Luca Zingaretti), simpatico e abile commissario con una moralità tutta sua da cui non prescinde mai e con un modo personale di svolgere le indagini, spesso apparentemente attratto più dagli elementi di contorno e da rivelatori indizi divagatori che dalla sostanza del crimine.
Figure e ambienti divertenti e ironici che rivelano echi, personalmente reinventati, della letteratura gialla che va da Simenon (di cui amava ancor più i romanzi senza Maigret) a Vazquez Montalban passando per Scerbanenco, ma soprattutto sono proposti in un’abile costruzione di ritmo narrativo incardinato su un dialogo magistrale e sostenute da quella personalissima lingua da lui creata, misto di italiano ed echi di siciliano, la cui espressività tanto conquista i suoi lettori ma spesso ha fatto storcere il naso a certa critica.
“Non si tratta di incastonare parole in dialetto all’interno di frasi italiane – spiegava – quanto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adoperi il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane”. Per questo l’ultima lettura risolutiva, prima di consegnare un testo, era sempre ad alta voce.
La teatralità , l’abilità nei dialoghi, la costruzione delle trame sono rivelatori degli altri e non minori aspetti di questo artista, nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, ma vissuto a Roma sin dal dopoguerra e dal 1949 regista (il primo a rappresentare Beckett in Italia) e autore teatrale e di saggi sullo spettacolo e scritti su Pirandello, oltre che per anni titolare di una cattedra di regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Un legame con la scena mai spezzato se anche negli ultimi anni, ormai persa praticamente del tutto la vista, costretto a dettare e farsi rileggere i propri libri, gli ultimi Montalbano, si è esibito al teatro greco di Siracusa in un suo monologo ispirato alla figura del veggente cieco Tiresia e si preparava a recitarne uno nuovo a Caracalla su Caino.
Nelle vesti di funzionario Rai delegato alla produzione e sceneggiatore lega poi il suo nome a famose produzioni poliziesche della tv italiana, che avevano come protagonisti il tenente Sheridan e il commissario Maigret.
E se pubblica e scrive poesie sin dai suoi vent’anni, arriva davvero alla scrittura narrativa solo verso i 60 anni, con ‘Il corso delle cose’, pubblicato nel 1978 gratis da un editore “a pagamento” con l’impegno di citarlo nei titoli dello sceneggiato tv tratto dal libro, “La mano sugli occhi”, che comunque non ne aiutò la fortuna.
Nel 1980 esce quindi da Garzanti ‘Un filo di fumo’, il primo in cui compare la cittadina immaginaria di Vigà ta ma è solo nel 1992, con l’uscita da Sellerio, che sempre resterà il suo editore principale, de “La stagione della caccia”, che grazie al passaparola dei lettori diventerà un sorprendente successo, confermato poi dal boom de “Il birraio di Preston”.
Camilleri ama la scrittura, ha una storia teatrale legata all’amore per l’alta avanguardia novecentesca e ha radici nella sua Sicilia e nel passato classico, così i suoi romanzi sorprendono spesso per scelte innovative, come accade nel 2008 con l’uscita de ‘Il tailleur grigio’ e, lo stesso anno, de ‘Il casellante’, seconda parte di una trilogia di romanzi legati al mito, di cui fanno parte “Maruzza Musumeci” e “Il sonaglio”.
Scrive costantemente, quotidianamente e nel 2016, a 91 anni, nella nota finale del suo centesimo libro, “L’altro capo del filo”, dichiara che si tratta di “un Montalbano scritto nella sopravvenuta cecità ” che ha dovuto dettare alla sua assistente Valentina Alferj, “l’unica che sia ormai in grado di scrivere in vigatese”. E lo stesso vale per tutto ciò che ha firmato da allora, sino all’ultimo Montalbano appena uscito, “Il cuoco dell’Alcyon”, giocato su recite e finzioni.
I suoi rimpianti, divenuto cieco, diceva che riguardavano principalmente il non vedere più l’amatissima pittura e il non riuscire più ad ammirare la bellezza femminile.
Negli anni, con i libri tradotti in trenta lingue e decine di milioni di copie vendute nel mondo, ha ricevuto una decina di lauree honoris causa e tanti premi.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 16th, 2019 Riccardo Fucile
FINO ALL’ULTIMO HANNO SPERATO CON IL CAPPELLO IN MANO, ORA HANNO CAPITO CHE NON CONTANO UNA MAZZA: SALVINI SCONFITTO… E UN POSTO POTREBBERO DARLO ALL’EUROPEISTA MOAVERO TRATTANDO PERO’ CON CONTE
Alla fine Ursula von der Leyen diventa presidente della Commissione europea per un pugno di voti. Solo 9 in più rispetto alla maggioranza di 374 nell’aula del Parlamento di Strasburgo. Determinanti quindi i 14 voti degli eletti del Movimento cinquestelle, inizialmente non scontati nel computo dei sì. Ma la maggioranza della presidente tedesca è comunque europeista, sebbene con tante defezioni tra i socialisti. Ma i sovranisti del gruppo ‘Identità e democrazia’, da Salvini a Le Pen, sono fuori.
Dopo infinite trattative e altalene, la Lega vota no. Maggioranza risicata ed europeista: non c’è cornice migliore per impedire l’ingresso di commissari sovranisti in squadra con von der Leyen.
Lei lascia chiaramente intendere che non li vuole: “Voglio commissari che lavorino per una Europa più forte — dice in conferenza stampa – sono convinta che lavoriamo meglio insieme e non da soli questo è il segreto per l’Europa”. Il cammino del leghista Giancarlo Giorgetti come commissario europeo è in salita. E a Roma si accende ancor di più lo scontro tra i due partner di governo.
“Il nostro voto è coerente col nostro programma. Invece è gravissimo l’asse Renzi-Cinquestelle in Europa!”, fanno sapere dalla Lega. E sottolineano che il punto non è il commissario. “Abbiamo deciso in base al programma, quello della von der Leyen è stato un discorso di sinistra”, dice a fine giornata il capogruppo dei sovranisti di ‘Identità e democrazia” Marco Zanni.
Eppure proprio lui aveva ipotizzato il sì a von der Leyen in cambio del sostegno dei Popolari ad un commissario leghista. E sempre Zanni nel pomeriggio ci diceva della necessità di ottenere garanzie dalla presidente sul programma ma anche sul commissario, con portafoglio pesante “alla Concorrenza, commercio o industria”. Evidentemente queste garanzie non sono arrivate.
Per tutta la giornata la Lega ha trattato, cercato rassicurazioni dalla presidente tedesca. Anche dopo che il resto dei sovranisti aveva annunciato il no in aula: lo ha fatto il tedesco dell’Adf Jorge Meuthen a nome di tutti, tranne i leghisti.
Gli eurodeputati di Matteo Salvini hanno tenuto la porta aperta fino all’ultimo. In prima battuta, risulta all’Huffpost, il discorso in aula della nuova presidente era anche piaciuto in casa Lega, pieno di riferimenti alla necessità di aiutare i paesi periferici come l’Italia sull’immigrazione.
Certo, ci sono stati anche i richiami al dovere di soccorrere la gente in mare e lì i leghisti hanno cominciato ad aggrottare la fronte. Alla fine nemmeno nei contatti informali è arrivato il via libera che cercavano per dare i loro 28 sì.
Hanno cominciato a perdere forza nel momento in cui questi voti non si sono rivelati determinanti
Ce l’ha fatta, per un pelo. E questo non depone a favore di un leghista commissario.
Lo fa capire la nuova presidente. Ma è la stessa cornice del voto a parlare. Con una maggioranza così ristretta — sono mancati 48 voti alla somma di Ppe, socialisti e liberali, dovevano essere 444 — ma europeista, la stessa von der Leyen non può permettersi di rischiare di mandare in audizione in Parlamento un commissario non in linea con i principi europeisti (audizioni fissate per la prima settimana di ottobre). Rischierebbe di non passare e lei stessa non rafforzerebbe la sua presidenza. Invece ne ha bisogno.
E comunque il commissario lo tratterà con Giuseppe Conte, il premier che fa sapere subito di “apprezzare” il discorso della presidente in aula, i cinquestelle votano a favore. E’ possibile che il governo italiano debba proporre il nome di un commissario dal profilo più europeista (Moavero?) per passare il test a Bruxelles.
Salvini ha perso, potrebbe aver perso tutto con un no.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 16th, 2019 Riccardo Fucile
IN UN’AGENDA POLITICA FATTA DI SELFIE, PANINI E SALSICCE, IL SUO AUDIO RIMETTE AL CENTRO LA PAROLA MAFIA
L’ultima volta che incontrai Paolo Borsellino fu il 24 maggio 1992. Erano le otto di sera. Giovanni
Falcone e sua moglie Francesca Morvillo erano morti da poco più di ventiquattro ore a Capaci, insieme a Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro, tre uomini della scorta.
Borsellino entrava e usciva dagli uffici della Procura al secondo piano del Palazzo di Giustizia con le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, la sigaretta tra le labbra e gli occhi rossi e gonfi.
Lo osservavo, seduto nell’anticamera, in quell’andirivieni convulso. Non riusciva nemmeno più a piangere, stordito da quella strage impensabile e orrenda che aveva sventrato l’autostrada che collega l’aeroporto a Palermo portandogli via l’amico più caro, e schiacciato dall’incombenza di coordinare un’indagine che però gli serviva prima di tutto per non pensare a ciò che sarebbe venuto dopo.
Mi fece entrare nella sua stanza invasa dal fumo. Si sedette alla scrivania, spalle alla finestra, e in quel momento realizzai che per farlo fuori sarebbe bastato un cecchino piazzato sulla terrazza di uno dei palazzi sul lato opposto della piazza. Glielo dissi.
Gli dissi anche: possibile che nemmeno il vetro sia blindato? Lui mi guardò facendo un cenno molto siciliano con la mano, un’altra sigaretta accesa tra le dita, e bofonchiò qualcosa come: “Fosse solo questo…”.
Poi cominciammo a parlare. E credo che anche quell’intervista, che uscì il giorno dopo sul Corriere della Sera, gli servisse per tenere la mente occupata, e tuttavia gli sono ancora grato di quell’ora che riuscii a rubargli in un momento in cui sembrava che quel Palazzo di Giustizia tormentato dai morti e dai veleni dovesse sprofondare sotto il colpo più feroce messo a segno da Cosa Nostra.
Il primo vero atto di guerra contro lo Stato. O almeno il più eclatante, seguendo la logica del procuratore Nino Di Matteo, che invece retrodata l’inizio dell’attacco armato alle istituzioni del nostro Paese all’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel 1982.
Oggi, trentasei anni dopo quell’incontro, quelle due battute scambiate sul vetro della finestra alle sue spalle, mi sembrano la continuazione coerente dell’audio dell’audizione che Borsellino fece davanti alla Commissione antimafia nel 1984.
Quattro minuti in cui fu costretto a spiegare che l’unico computer assegnato al pool di magistrati che doveva combattere Cosa Nostra giaceva privo di collaudo da due mesi. Quattro minuti per spiegare con pacatezza che avere la scorta solo di mattina, con un’unica auto blindata per quattro procuratori, significava da parte dello Stato mettere nel conto di consegnarlo alle pallottole della mafia la sera.
Quattro minuti per confessare ai parlamentari, allo Stato, che il pomeriggio tornava a lavorare a Palazzo di Giustizia con la propria macchina.
Per sentirsi dire da qualcuno, in sottofondo, che quello era un segno di libertà . La libertà di farsi ammazzare.
Come poi sarebbe accaduto domenica 19 luglio 1992, sotto casa di sua madre. Con un’autobomba in tutto e per tutto simile a quella che nel 1983 aveva sventrato la macchina del capo dell’ufficio istruzione Rocco Chinnici.
Ecco, ascoltare quegli audio desecretati, riascoltare la voce di Paolo Borsellino, è una esperienza da brividi che accende nuova rabbia.
Almeno quanto sapere che per un’intervista in cui ha semplicemente messo in fila gli interrogativi ancora aperti sulla strage di Capaci (per non parlare di quella di via D’Amelio che fece a pezzi Borsellino e la sua scorta di cinque persone, della sua agenda rossa sparita e i depistaggi che seguirono), il procuratore Nino Di Matteo è stato estromesso dal pool d’indagine sulle stragi della Direzione Nazionale Antimafia. In attesa che il Consiglio Superiore della Magistratura decida se ratificare quella decisione o reintegrarlo nelle funzioni.
Questo Csm, di cui da settimane abbiamo scoperto intrallazzi e collusioni impensabili con la politica. Con intercettazioni nelle quali, guarda caso, si accenna proprio all’auspicio che Di Matteo venga messo fuori gioco dal coordinamento sulle inchieste che permetterebbero di non consegnare solo alla storia e alle commemorazioni quelle stragi, senza che sia fatta piena luce sulla possibile complicità tra Cosa Nostra a pezzi deviati dello Stato.
Uno Stato senza memoria, distratto, a cui farebbe bene ascoltare quegli audio per recuperare nell’agenda quotidiana, tra selfie, panini e salsicce, anche una parola che quando raramente viene pronunciata sembra sia quasi per caso: Mafia.
(da “Huffingtonpost”)
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