Settembre 3rd, 2019 Riccardo Fucile
RESTANO I DUBBI SULLA CREDIBILITA’, VISTO CHE MANCA UNA CERTIFICAZIONE ESTERNA
E venne il giorno della “democrazia diretta”, quello in cui gli iscritti certificati al Movimento 5 Stelle possono votare (o meno) la propria personale fiducia al governo Conte 2. Naturalmente si vota su Rousseau, la piattaforma web gestita dall’omonima associazione, di cui è presidente (e anche Amministratore unico e tesoriere) Davide Casaleggio, anima tecnica e tecnologica e quindi, in tempi digitali, anche politica del M5s.
Il voto, aperto dalle ore 9 alle 18, si svolge secondo la consueta procedura di autenticazione, espressione e conferma adottata dal sistema Rousseau da un po’ di tempo a questa parte. Anzitutto per votare bisogna essere iscritti da tempo e quindi certificati, attraverso un documento.
Poi si entra nel sistema con una doppia autenticazione attraverso una OTP (One Time Password), un codice numerico che arriva sul telefono e che serve da ulteriore “Pin” da inserire dopo la password vera e propria.
Il quesito del giorno è apicale: gli utenti di Rousseau devono esprimersi sulla possibilità che il governo Conte due possa iniziare a lavorare. Non nascere attenzione, ma “partire”, come scritto nel quesito, che recita testualmente:
Sei d’accordo che il MoVimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?
Una volta letto il quesito, si può cliccare su uno dei due pulsanti per votare, il primo è un Sì e poi c’è il No, ma fino a ieri la prima opzione era quella negativa.
Si può escludere però un “vote-bombing”, ovvero una concentrazione di nuovi iscritti per falsare la votazione: per votare bisogna essere iscritti da più di sei mesi, proprio per evitare adesioni di massa con l’intento di influenzare la consultazione.
E’ una misura utile, ma certo nessuno impedisce a nessuno di iscriversi in previsione di una votazione importante, che prima o poi si dovrà pur svolgere. Ma certamente la possibilità di infiltrazioni è un grande classico in ogni consultazione interna di partito o movimento che sia, digitale o “analogico” coi gazebo.
Blindare il voto. Per quanto riguarda la sicurezza di Rousseau, dall’Associazione evidenziano come gli investimenti sulla piattaforma abbiano portato diverse novità . La fallacia delle precedenti versioni aveva esposto a rischi i dati personali di migliaia di utenti (oggi sono oltre 115mila):
Rousseau era stato “bucato” dall’hacker R0gue_0 e per questa vulnerabilità , multato dall’AgCom per 50mila euro. Dall’Associazione dicono che la piattaforma è stata messa in sicurezza ma anche qui non ci sono certificazioni terze a dimostrarlo. Anzi a volte a segnalare “buchi” si passano i guai, come è accaduto a Luigi Gubello, hacker “whitehat” che per aver indivduato delle falle si è visto querelare dall’Associazione Rousseau con l’accusa di attacco informatico. La querela è stata poi ritirata.
Una volta espresso il voto, il sistema lo registra. Ma qui entra in gioco il solito, annoso problema di Rousseau: la mancanza di certificazione di un ente terzo.
Il M5s continua a dichiarare la sua piattaforma “certificata” ma a verificare le operazioni di voto non c’è un’azienda o un ente esterno al movimento, come sarebbe necessario per poter usare quell’aggettivo.
C’è invece il notaio Valerio Tacchini, che per il M5s è anche stato candidato al Senato ed è stato consulente del ministro Bonisoli. Sicuramente è un notaio, ma altrettanto certamente non lo si può considerare propriamente esterno al M5s. Tacchini è stato il notaio dell’Isola dei Famosi e “certifica il voto” (parole sue) su Rousseau con una procedura assimilabile a quelle di programmi televisivi che prevedono la partecipazione di concorrenti, come (ancora parole sue) X-Factor o Ballando con le Stelle.
Il voto su Rousseau quindi è democrazia diretta o eterodiretta? Anche se per il notaio è tutto a norma, siamo tecnicamente lontani da quello che una piattaforma di partecipazione politica dovrebbe fornire a garanzia anzitutto dei suoi stessi attivisti.
Servirebbe – come peraltro già accaduto in due votazioni passate, le Quirinarie del 2013 e le Parlamentarie del 2013 – dare accesso all’auditing del voto su Rousseau ad un agente certificatore completamente indipendente, per poter riconoscere alla procedura di voto tutta la necessaria ed irrinunciabile trasparenza. Soprattutto quando la consultazione diventa un elemento determinante nel complesso momento di formazione di un governo.
Alle 13 e 19 Davide Casaleggio ha annunciato che “ci sono state 56127 votazioni da parte degli iscritti.
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2019 Riccardo Fucile
IERI BEPPE FURIOSO: TEEFONATE CONCITATE A CASALEGGIO E DI MAIO
Dopo anni di voti leggermente orientati (eufemismo) e di curiose scelte lessicali e sintattiche nella
formulazione di quesiti, ieri Beppe Grillo si è improvvisamente svegliato dal Letargo del Garante per scagliarsi contro i suoi “ragazzi” con un’accusa piuttosto grave: state per caso tentando di sabotare il voto su Rousseau?
Racconta oggi il Messaggero in un articolo di Simone Canettieri che nel mirino di Beppe sono finiti il quesito e l’inversione tra No e Sì nella “scheda di voto” che verrà presentata agli attivisti:
«Ragazzi, faccio saltare il Movimento: state sabotando il voto su Rousseau?». Il più inferocito di prima mattina è Beppe Grillo e il suo umore non cambierà , soprattutto quando scopre che una «manina» ha invertito l’ordine delle risposte: prima «no» e poi «sì» al Conte-bis con il Pd. Da domenica notte, d’altronde, il Garante è un fiume in piena.
Legge alle 23 il quesito — neutro e quasi respingente per l’iscritto medio della piattaforma — e capisce di quanto «i suoi ragazzi» stiano giocando, ancora, un’altra partita,opposta alla sua.
E così partono una serie di telefonate concitate a tutti i big del Movimento: da Luigi Di Maio, a Paola Taverna, passando per Pietro Dettori e Davide Casaleggio, i responsabili tecnico-politici della piattaforma che oggi è chiamata al verdetto.
E così ieri è arrivato il dietrofront, ma soltanto parziale:
Sono le ore in cui matura un passo indietro per il ruolo di vicepremier. Ma sempre nello stesso video Di Maio apre al voto, ma non si espone. Forte della rassicurazione, almeno questa, di Di Battista che non dovrebbe sabotare oggi la conta con un post per il «no».
La resa di Di Maio arriva nel pomeriggio, intorno alle 18. E a poco a poco,anche i fedelissimi, dal capogruppo Ciccio D’Uva alla viceministra all’Economia Laura Castelli escono con l’endorsement: «Voteremo sì». Oggi la conta, destinata a cambiare comunque vada, seppur con diverse gradazioni, la storia del Movimento.
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2019 Riccardo Fucile
IL GIORNALISTA SPORTIVO DI MEDIASET, VICINO A CASAPOUND, ABBANDONA SALVINI: “NON MI PIACCIONO I SUOI PIAGNISTEI E L’ESPOSIZIONE DEL ROSARIO”
Si apre una crepa sovranista. Paolo Bargiggia, giornalista sportivo di Mediaset, da sempre molto attivo nella promozione politica degli ideali della destra (è stato collaboratore del Primato Nazionale, ha pubblicato un libro con la casa editrice Altaforte, vicina a Casapound) ha annunciato il suo abbandono della causa salviniana.
Con un tweet a calciomercato concluso (Bargiggia è un esperto del tema), il giornalista ha affermato di non essere più un sostenitore di Matteo Salvini:
A quanto pare, Paolo Bargiggia non ha compreso la motivazione della rottura della Lega con il Movimento 5 Stelle e, allo stesso modo, non ha apprezzato la marcia indietro, con il tentativo di ricomporre la frattura con i pentastellati.
Al giornalista non è piaciuta nemmeno l’esposizione continua del rosario e il piagnisteo che il leader della Lega ha avviato, ritenendosi vittima di una manovra che — in realtà — ha avviato lui stesso.
Paolo Bargiggia è da sempre un attivo sostenitore del sovranismo ed è intervenuto spesso in dibattiti che riguardano la politica dei nostri giorni.
Questa dichiarazione così esplicita — e soprattutto non richiesta — ha un impatto molto forte nell’universo delle destre, soprattutto sui social network.
(da agenzie)
argomento: Costume | Commenta »
Settembre 3rd, 2019 Riccardo Fucile
IL SENATORE M5S FILO-LEGHISTA AVEVA USATO LA CANZONE “C’E’ CHI DICE NO” PER ESPRIMERE IL SUO DISSENSO ALL’ACCORDO CON IL PD, ORA ARRIVA LA DIFFIDA DI VASCO
“C’è chi usa le mie canzoni per le sue campagne politiche e di opinione .. voglio sia chiaro che io
non autorizzo nessuno a farlo e per quello che mi è possibile cerco di impedirlo…!”
Con chi ce l’ha Vasco? Uhm, considerando che parla di politici e considerando che cita la canzone “C’è chi dice no”, vediamo, proviamo un po’ a indagare…
Qualcuno per caso ha citato quella canzone, magari il ritornello completo? Ma sì che c’è: è Gianluigi Bombatomica Paragone!
Il senatore grillino lo ha fatto per annunciare il suo no nel voto su Rousseau all’accordo tra MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico per il Conte Bis.
Vasco Rossi insomma ce l’aveva con Paragone, il quale in caso di vittoria del sì e di nascita del governo M5S-PD ha annunciato che lascerà il Senato dimettendosi e tornerà a fare il giornalista (sì, lo ha detto).
E ci teneva a ribadirlo ieri con un video che sembrava proprio uno di quei “clippini” di Vasco. Attenzione, però, perchè se si arrabbia lui allora…
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2019 Riccardo Fucile
I SERVI COMINCIANO A CACARSI ADDOSSO
In RAI la stanno prendendo bene: la possibile nascita del governo M5S-PD sta facendo passare i classici cinque minuti di terrore ai tanti lavoratori di viale Mazzini che si erano schierati con la Lega e Salvini per rimediare qualcosa o per mantenerla.
Tanto che il Fatto Quotidiano oggi racconta un aneddoto esilarante:
Così in questi giorni circola un aneddoto esilarante: un giornalista del Tg1 non più di primissimo pelo ha chiesto a una collega come si facesse a cancellare la cronologia dei “like”sui social network (elargiti con un po’troppa disinvoltura a un Capitano in disgrazia). Dal Tg2 invece fanno notare che alcune clamorose sbavature andate in onda nei mesi passati — come il servizio sulla sharia a Stoccolma, gli attacchi a Fazio e Macron, le aperture di scaletta con il Capitano in ruspa —nelle ultime settimane non si sono viste: la linea rimane quella filoleghista del direttore Gennaro Sangiuliano, ma ora c’è un po’più di prudenza
Ma va detto, come racconta il Fatto, che nella nidiata sovranista —va detto —c’è pure chi non abbandona la nave del Capitano.
Come Auro Bulbarelli, direttore di Rai Sport, che continua a inondare di “mi piace” gli slogan di Salvini sui social. O come Paola Bacchiddu, ex sinistra radicale, giornalista di Rai1 ora intransigente con gli ex compagni
E poi l’eterna Lorella Cuccarini, tornata in auge insieme alle sparate contro l’Ue, oppure Monica Setta, un tempo filorenziana, oggi sovranista e preoccupatissima (“Per il bene dell’economia, servono elezioni subito”, sostiene, pensosa, in un’intervista su Libero).
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 3rd, 2019 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI ANDREJ KHARCHENKO E DI ILJA ANDREEVICH, LEGATI A PUTIN: IL CERCHIO SI STRINGE
Rivelati i nomi dei protagonisti russi della “trattativa” all’hotel Metropol, avrebbero stretti legami
con personalità di spicco nella politica russa.
Un’indagine congiunta di BuzzFeed News, il sito web di giornalismo investigativo Bellingcat e il sito di notizie russo Insider ha identificato le voci ascoltate nella registrazione pubblicata a luglio: si tratta di Andrej Kharchenko e, come Repubblica aveva scritto, confermato la presenza di Ilja Andreevich Jakunin.
Entrambi legati il filosofo sovranista Aleksandr Dugin e a Vladimir Pligin, avvocato vicino al presidente Putin. Fino ad oggi l’identità di Kharchenko non era nota, e quella di Jakunin non confermata.
Nato in Azerbaigian nel 1980 e diventato cittadino russo 15 anni dopo, Kharchenko fa parte del Movimento Internazionale Euroasiatico fondato da Dugin e avrebbe viaggiato all’estero più volte con il filosofo, ad esempio nel novembre 2016 i due si sarebbero recati insieme nella penisola di Crimea annessa dalla Russia per incontrare una delegazione turca. Nello stesso mese sarebbero andati anche ad Ankara.
L’inchiesta di BuzzFeed-Bellincat-Insider evidenzia stretti rapporti dei due russi sia con figure politiche che con organizzazioni statali: uno dei due avrebbe viaggiato usando un passaporto di servizio, concesso solo a delegazioni governative ufficiali.
Questi elementi potrebbero essere fondamentali per l’indagine condotta dai pm di Milano, che ipotizza appunto la tentata corruzione di pubblici ufficiali russi: accusa che nasce dalla discussione sulla percentuale dei profitti destinata a restare nelle mani dei russi.
Lo scandalo nasce il 10 luglio, quando BuzzFeed pubblica l’audio di un incontro riservato tenutosi nella hall dell’hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre 2018. L’audio ripropone e rilancia un’inchiesta dell’Espresso a firma di Giovanni Tizian e Stefano Vergine che, nel febbraio scorso, aveva rivelato questa storia.
A un tavolo si siedono tre italiani e tre russi. Non si sa chi faccia la registrazione. Gli italiani presenti sono il leghista Gianluca Savoini, presidente dell’Associazione Lombardia-Russia con sede in via Bellerio a Milano, l’avvocato d’affari Gianluca Meranda, il consulente finanziario Francesco Vannucci. Tra i russi c’è Ilja Andreevich Jakunin, il quale durante l’incontro specifica che avrebbe riferito i termini della conversazione a Vladimir Pligin, avvocato vicino al presidente Putin. Fino ad oggi era ignota al momento l’identità degli altri due. Con Andrej Kharchenko, ne resta uno solo che nell’audio viene chiamato Jurij.
Le identità di Jakunin e Kharchenko sono state stabilite abbinando le loro voci ad altre registrazioni. La voce di Jakunin può essere ascoltata in un’intervista che ha condotto con il canale televisivo russo Arkhyz 24 nel dicembre 2017. La voce di Kharchenko è stata catturata da The Insider durante una telefonata del mese scorso. L’analisi di Bellingcat ha confermato definitivamente che le voci di Kharchenko e Yakunin corrispondono a quelle degli uomini sul nastro Metropol.
Le registrazioni della voce di Jakunin, si legge su BuzzFeed, “sono state inviate agli specialisti del National Center for Media Forensics dell’Università del Colorado Denver per un’analisi forense completa (la qualità audio della voce di Kharchenko sul nastro Metropol non è abbastanza elevata per un’analisi così approfondita)”.
Nè Dugin nè Pligin hanno partecipato alla riunione Metropol del 18 ottobre ma entrambi sono citati nell’audio pubblicato da BuzzFeed.
Una terza voce, non ancora identificata, dichiara però di aver bisogno della “luce verde” di Pligin prima di andare avanti con i negoziati. Mentre Savoini cita “Aleksandr” Dugin che tra l’altro alla vigilia dell’incontro era stato fotografato mentre incontrava Savoini e Vannucci proprio davanti al Metropol.
Kharchenko, Jakunin e Dugin non hanno risposto alle molteplici richieste di commento nè a domande dettagliate.
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2019 Riccardo Fucile
VENDETTA DEI MISERABILI PERCHE’ LA GUARDIA COSTIERA AVEVA FATTO I NOMI DEI RESPONSABILI AL VIMINALE DEL SEQUESTRO DI PERSONE.. LA GUARDIA DI FINANZA INCAZZATA PERCHE’ COSTRETTA A UN ATTO ILLEGALE… TRANQUILLI, QUANDO ARRIVERANNO LE DENUNCE PER REATI DA 15 ANNI DI GALERA QUALCUNO PERDERA’ IL SORRISO FINO ALL’ULTIMO DEI SUOI GIORNI
E’ il prevedibile colpo di coda alla vigilia dell’addio al Viminale. A costo di innescare uno scontro senza precedenti tra apparati dello Stato.
Con la Guardia di finanza di Lampedusa costretta, controvoglia, a sconfessare i provvedimenti della Guardia costiera, a pochi giorni dall’avvicendamento ai vertici della capitaneria dell’Isola.
Un gioco di palazzo orchestrato da chi non ha saputo incassare la sconfitta per la sostanziale demolizione del decreto sicurezza, andato a infrangersi contro il diritto internazionale e il “diritto del mare” rispettato da Mare Jonio, la nave della piattaforma Mediterranea che ha salvato 98 naufraghi, dal primo all’ultimo sbarcati in Italia senza che il ministro Salvini riuscisse a respingerne neanche uno.
Così ieri notte, quando oramai era stato concluso il trasbordo degli ultimi 31 migranti, prelevati come sempre da una eccezionale operazione di trasbordo della Guardia costiera, costretta ancora una volta a operare in acque internazionali a causa del divieto d’ingresso alla nave umanitaria, il vascello di “Rescuemed” ha chiesto di poter entrare a Lampedusa per ripararsi dall’imminente tempesta.
Venendo meno i presupposti del divieto salviniano (a bordo non c’era più alcun migrante) la Capitaneria di porto dell’isola ha dato luce verde autorizzando il comandante Buscema a fermarsi su un punto di fonda, dove tenere la nave sotto costa e al sicuro dai contraccolpi del maltempo.
A sorpresa, però, una motovedetta della Guardia di finanza si è lanciata verso la Mare Jonio per prelevare il comandante e il capomissione Luca Casarini, poi condotti in caserma all’unico scopo di notificare un sequestro amministrativo con una multa da 300mila euro.
La Guardia costiera conferma di avere permesso alla nave l’ingresso nelle acque territoriali, ma le Fiamme gialle non hanno voluto sentire ragioni. Da Roma, infatti, erano state incaricate di rovinare la festa di Mediterranea, che aveva appena concluso la quarta missione del 2019.
Fonti ministeriali e delle forze coinvolte, confermano che al Viminale qualcuno si è risentito per essere finito nelle comunicazioni della Guardia costiera alla procura della Repubblica di Roma e Agrigento.
Era accaduto qualche giorno prima, come rivelato da Avvenire, quando dal Comando delle capitanerie di porto di Roma avevano trasmesso al ponte di comando della Mare Jonio il rifiuto di un porto di sbarco per ordine delle “autorità nazionali”.
La missiva era stata inviata alle due procure insieme all’elenco, in chiaro, di 37 altri destinatari coinvolti a vario titolo nel processo decisionale che aveva portato a tentare di bloccare il vascello.
Tra questi appariva il nome del capo di gabinetto del ministro uscente Salvini, oltre agli omologhi delle Infrastrutture e della Difesa.
Ad Agrigento e Roma, com’è noto, ci sono inchieste per abuso d’ufficio e sequestro di persona, al momento contro ignoti ma che presto potrebbero vedere sul registro degli indagati esponenti politici e funzionari pubblici.
La guerra alla Mare Jonio si iscrive perciò all’interno di una faida politico-burocratica che caratterizza le ore della caduta di un’alleanza di governo che, per ammissione del vicepremier uscente Salvini, avrà altri seguiti.
Il quasi ex ministro dell’Interno ha dichiarato ieri che ci sono ad Agrigento “due inchieste contro di me”.
Quando dovessero eventualmente arrivare le richieste di autorizzazione a procedere, difficilmente il Parlamento lo salverebbe dal processo, come già avvenuto nel caso Diciotti.
La guerra alle organizzazioni umanitarie, perciò, è molto di più che una pesante contravvenzione amministrativa. Ma potrebbe trasformarsi nel campo di battaglia per un regolamento di conti.
(da “Avvenire”)
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Settembre 2nd, 2019 Riccardo Fucile
ESTERI ED ECONOMIA AL PD, UN TECNICO AL VIMINALE… CI SONO NOMI NUOVI
Dopo il passo indietro di Luigi Di Maio, da questa sera si fa sul serio. E per la prima volta si
conosce la quantità della spartizione: otto ministri al M5S, e sette al Partito democratico.
È il risultato dell’incontro, definito “positivo”, e che è terminato pochi minuti fa al Nazareno dove a confrontarsi a Palazzo Chigi, sono stati Andrea Orlando, Dario Franceschini, Stefano Patuanelli, Vincenzo Spadafora, e va da sè il premier Conte. Con il Pd che ottiene i dicasteri di Economia ed Esteri (in pole Orlando), e con la certezza che al Viminale si siederà un tecnico.
Ma è tutto “work in progress”. A questo punto, però, può partire la rumba dei ministri. Di chi sogna un dicastero. Si parte affollati, ma si arriva in pochi al rush finale.
Come in conclave, c’è chi entra papa ma poi esce cardinale. C’è voluto il definitivo passo indietro del capo politico dei cinquestelle per sciogliere il nodo vicepremier. E accelerare, forse, la nascita dell’esecutivo.
Ecco, non si riproporrà lo schema del governo gialloverde, con “Gigino” e Salvini a incalzare e far da vice all’avvocato del popolo. Nè tanto meno lo schema del governo Berlusconi del 2001 quando il Cavaliere subiva il pressing a uomo di Marco Follini e Gianfranco Fini, entrambi vicepremier. Nulla di questo si riproporrà sul canale giallorosso. Sempre se Rousseau lo vorrà .
Battute a parte, davanti a tali novità – l’assenza di vicepremier – da ora in avanti ci si muoverà lungo la linea Grillo-Zingaretti.
Il fondatore dei pentastellati invoca una squadra pescando “da un pool di personalità del mondo della competenza al di fuori della politica”. E lo stesso si può dire del segretario del Nazareno, che a ogni piè sospinto, reclama «discontinuità » rispetto al passato in modo che l’esecutivo non sembri un assemblaggio di riciclati, aumentando così il tasso di innovazione.
Poi certo dalle parti del Pd filtra anche che il rinnovamento deve essere sì perseguito, ma, nelle condizioni date, con prudenza e realismo. Già perchè, spiegano dal Nazareno, “Conte è una figura autonoma, ma a volte sembra Napoleone, e allora meglio accompagnarlo con figure esperte in grado di frenare il suo ego”.
E allora se a Palazzo Chigi non ci saranno nè uno, nè due vicepremier, sembra conseguente che il pivot del Consiglio dei ministri, ovvero il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, spetti al Pd.
Dai piani alti di via Sant’Andrea delle Fratte si spinge per Dario Franceschini, mentre i cinquestelle caldeggiano la soluzione Vincenzo Spadafora, che resta il regista dell’operazione giallorossa, essendosi tenuto a casa sua il primo incontro che ha permesso a Di Maio e Zingaretti di guardarsi negli occhi. Tuttavia, queste due soluzioni se la dovranno vedere con il “metodo Conte”.
Il premier incaricato preferirebbe invece avere al suo fianco, come unico sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Chieppa, ovvero l’attuale segretario generale di Palazzo Chigi.
In questo contesto l’avvocato del popolo ha l’urgenza di trovare una collocazione per Di Maio. Il capopolitico del Movimento, sfilatosi dalla corsa a vicepremier, desidera un ministero di peso. O Viminale, o Esteri.
In un primo tempo si era pensato alla Difesa, ma il vicepremier dimissionario spinge per la Farnesina. Tuttavia, dal vertice notturna si fa sapere che gli Esteri spetteranno al Pd. E allora Di Maio potrebbe in un’altra casella di peso.
Poi resta l’incognita di Di Battista: che ne sarà del guerrigliero dei pentastellati? In mattinata infatti è circolata l’idea di Dibba agli Affari Europei, ma nel tardo pomeriggio sembrava già essere tramontata.
In casa Pd si desiderano otto ministeri di peso. Ma alla fine ne dovrebbero incassare sette. Quattro uomini e tre donne.
All’interno di questo schema, due caselle dovrebbero spettare alla corrente di Matteo Renzi. Non a caso, al Nazareno le truppe dell’ex premier scalpitano e minacciano di non votare la fiducia.
L’ex sindaco di Firenze vorrebbe piazzare una fra Simona Malpezzi e Anna Ascani all’Istruzione, Tommaso Nannicini al Lavoro, Lorenzo Guerini alla Difesa, che lascerebbe il Copasir e l’ex inquilino del Mef Pier Carlo Padoan come commissario Europeo. Regna il caos dalle parti del PD, dove ex ministri, come Roberta Pinotti e Piero Fassino, sperano nel grande ritorno ma dovranno fare i conti con la richiesta di rinnovamento richiesta da Zingaretti.
E soprattutto sono più i posti in piedi che i posti da ministro. Di certo, rivestiranno un ruolo di peso Andrea Orlando (sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giustizia) e Paola De Micheli. Quest’ultima è la numera due della segreteria, e promessa al Ministero dello Sviluppo economico, dicastero chiave perchè da lì passeranno le future nomine nelle società partecipate dello Stato.
Come, quasi certamente, saranno valorizzati, figure come quella di Giuseppe Provenzano, economista e vicedirettore dello Svimez, che potrebbe finire al ministero del Lavoro.
Poi c’è chi avanza il nome di Lia Quartapelle, 37 anni, al secondo giro a Montecitorio, che potrebbe finire o alla Farnesina o agli Affari europei.
Per l’Economia, nel caso di soluzione di politica, come sembra profilarsi, si fa il nome di Roberto Gualtieri, europarlamentare e presidente della commissione per i Problemi economici e monetari del parlamento europei. Altrimenti in caso di tecnico d’area circola il nome di Dario Scannapieco, vicepresidente della Banca europea per gli investimenti.
Un discorso a parte merita la casella del Viminale, che quasi certamente sarà concertata con il Quirinale. Per questa ragione prendono quota i profili tecnici di Alessandro Pansa, capo del Dis, e dell’ex prefetto di Milano, Luciana Lamorgese.
I cinquestelle blindano Riccardo Fraccaro (Rapporti con il Parlamento) e Alfonso Bonafede (Giustizia). Ma quest’ultimo se la dovrà vedere con Pietro Grasso che potrebbe entrare così al governo.
Sarà forse riconfermata Giulia Grillo alla Sanità , così come Barbara Lezzi al ministero del Sud. Ai Trasporti da settimane è dato in pole positition l’ingegnere triestino Stefano Patuanelli, capogruppo in Senato degli stellati, stimanto trasversalmente, e uno dei protagonisti della trattativa fra i gialli e i rossi.
Nella squadra ministeriale dei cinquestelle avanzano le quotazioni di Lorenzo Fioramonti (Istruzione), Francesco D’Uva, Nicola Morra e Stefano Buffagni (Sviluppo Economico). In quota Fico, potrebbe spuntarla Giuseppe Brescia, presidente di commissione, e in rampa di lancio per le ministero delle Riforme.
Ma si annuncia anche l’istituzione di nuovi ministeri come quello dell’Innovazione, dove è in ascesa Mattia Fantinati, già sottosegretario alla Pa. Inutile dire che il tutto dovrà ricevere il via libera del premier Conte.
Raccontano infatti che a M5S e Pd non abbia chiesto un nome per ogni ministero, ma una rosa di nomi. E questa voce che si rincorre nelle ore in cui sono rimasti soltanto posti in piedi sembra preoccupare Largo del Nazareno.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 2nd, 2019 Riccardo Fucile
ANCORA APERTO IL NODO IMMIGRAZIONE… MOLTI TEMI RESTANO NEL VAGO
La vera notizia è nella parte più politica del programma, la legge elettorale con il grande ritorno del proporzionale puro. La proporzionale come si diceva una volta.
È il punto che permette di sterilizzare Salvini e di smontare il suo schema maggioritario, favorito dalla legge vigente che consente – quando sarà – al leader della Lega di chiamare un plebiscito su di sè: una coalizione prima del voto con lui candidato premier.
Evidentemente in un sistema proporzionale le coalizioni si fanno dopo il voto, in Parlamento, e l’inquilino di palazzo Chigi è frutto non di una scelta nelle urne ma del negoziato successivo tra i partiti.
Ed è, quella proporzionale, una legge che consente anche al Pd di digerire la misura sul taglio dei parlamentari su cui i dem avevano votato già contro nelle prime letture in Parlamento.
Il perchè è semplice: quella riforma, a sistema vigente, creava una forte torsione maggioritaria, aumentando a dismisura il numero dei collegi e favorendo in tal modo i partiti maggiori. In questo modo il taglio si può fare, ma è riequilibrato nei suoi effetti dal nuovo meccanismo di voto e questo è il punto più chiaro nell’ambito di un programma che è ancora incompiuto.
Ci sono solo i titoli, e neppure tutti. Dello svolgimento, figurarsi, neppure l’ombra. Il tratto del cantiere aperto, con il pontile critico dell’immigrazione, è dato dal fatto che il programma non sarà pubblicato integralmente sulla piattaforma Rousseau, teatro domani del voto degli iscritti M5s.
Sono le 19.13 quando nel cielo nero che sovrasta palazzo Chigi esplode il rumore di un tuono così potente da far saltare i sistemi di allarme delle macchine di servizio parcheggiate nella piazza davanti al palazzo del governo. Giuseppe Conte è apparso da pochi minuti su Facebook per lanciare un appello agli iscritti M5s con l’obiettivo di far partire l’esperienza del governo tra i pentastellati e il Pd. Subito dopo Luigi Di Maio, in video e sempre sui social, rinuncia alla carica di vicepremier, sbloccando di fatto la trattativa.
Dentro palazzo Chigi, seduti intorno a un tavolo, ci sono il premier e i capigruppo dei due partiti, Graziano Delrio e Andrea Marcucci per il Pd, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli per i 5 stelle. Sul tavolo ci sono due programmi, consegnati a Conte alla fine della scorsa settimana.
Quei programmi vanno amalgamati in un solo, che dovrà essere allegato al quesito su Rousseau. La riunione va avanti da un’ora e mezza. Terminerà intorno alle 20. A quell’ora la pioggia non cadrà più copiosa, ma sui sampietrini di piazza Colonna si scivola a causa dell’acqua che ristagna. Il punto di caduta dei lavori in corso sul programma di governo è assimilabile a questa immagine. Il sereno è una condizione ancora da rincorrere e infatti la riunione viene riaggiornata a domani. Quando gli iscritti M5s voteranno su Rousseau il programma di governo sarà ancora work in progress. È l’ennesima prova, se mai ce ne fosse bisogno, che a contare nella trattativa sono le caselle di governo, non i programmi.
I passi in avanti ci sono e lo dice apertamente Delrio uscendo da palazzo Chigi. Il ritorno al proporzionale puro, come si diceva, salda in un punto fermo le agende di Pd e 5 stelle, unite in questo nella possibilità di dare un altro colpo a Salvini e alla Lega. C’è intesa piena e i pentastellati portano così a casa il taglio dei parlamentari senza l’allungamento dei tempi inizialmente messo dal Pd sul piatto delle rivendicazioni.
Nel programma, spiegano fonti vicine alla trattativa, non ci sarà alcuna restrizione temporale: ci sarà scritto che il taglio dei parlamentari si fa. Punto. Secco così.
Ma se in questo caso i dettagli sono superflui per i motivi di cui si diceva sopra, per gli altri punti del programma la sintesi è d’obbligo. Come dettagliare il via libera comune alla volontà di fermare l’aumento dell’Iva quando la ricerca dei 23 miliardi necessari a questo scopo è ancora da ideare?
Su questo punto ci si ferma al titolo. Il tratto è quello della convergenza, così come c’è comunanza di vedute sul taglio del cuneo fiscale e sul salario minimo. Su queste due voci c’è sempre stata unità d’intenti tra i due partiti, non sulle modalità d’azione. Secondo quanto apprende Huffpost da fonti di primo livello, il taglio del cuneo rientrerà in una strategia di riduzione delle tasse di lungo periodo, spalmata su tre anni. Si partirà comunque subito con il taglio del cuneo.
Schema Pd, ancora però da confezionare nella sua forma compiuta: l’obiettivo è arrivare a dare 1.500 euro netti in più all’anno a 20 milioni di lavoratori. Bisogna però trovare i soldi: 15 miliardi per il prossimo triennio.
Anche il salario minimo, misura cara ai 5 stelle, vedrà la luce, almeno queste sono le intenzioni perchè con 23 miliardi da trovare per disinnescare le clausole di salvaguardia sull’Iva e 3-4 miliardi di spese indifferibili, lo spazio per finanziare altre misure è più che stretto: è un’impresa ardua, se non un azzardo.
Ma questa è una partita lunga, che tira in ballo l’Europa e il processo di gestazione della manovra che si snoderà lungo tutto l’autunno.
Per ritornare all’oggi, la quadra sul salario minimo è stata raggiunta sul disegno presentato dal Pd: sarà previsto nei settori che non sono attualmente coperti dai contratti nazionali.
Se su manovra e lavoro si registra sintonia, la nota che ancora non è stata collocata nel pentagramma e che impedisce di arrivare alla votazione su Rousseau con un programma chiuso è l’immigrazione.
Sul tavolo ci sono i decreti sicurezza. Il Pd insiste per recepire i rilievi del capo dello Stato, i 5 stelle mantengono il loro punto di vista. Se ne discuterà domani, sempre a palazzo Chigi, ma alcune fonti mettono in evidenza che sicuramente non si arriverà a una linea massimalista, cioè bruciare in piazza i due provvedimenti voluti fortemente da Salvini. Sì, Salvini.
Nell’elenco del programma di governo quantomeno un sottotitolo c’è. È alla voce riforma della legge elettorale. Ed è un sottotitolo che da solo vale forse gran parte del programma di governo o quantomeno ne è la sua blindatura.
(da “Huffingtonpost”)
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