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LA MARCHETTA DI MARONI: 60.000 EURO AL MEETING DI CL, APPENA 20.000 AL FESTIVAL DELLA LETTERATURA DI MANTOVA

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

L’ASSESSORE ALLA CULTURA SI SMARCA: “DECISIONE DEL GOVERNATORE”

Per partecipare al Meeting “culturale” di Comunione e Liberazione, in programma a Rimini dal 24 al 30 agosto, la giunta Maroni, attraverso una delibera della presidenza, ha stanziato un contributo diretto di 60mila euro.
Il Festivaletteratura di Mantova, manifestazione di portata internazionale capace l’anno scorso di raccogliere oltre 100mila persone ai vari eventi, si deve accontentare di 20mila euro e per ottenerli deve anche partecipare a un bando.
“Maroni ci spieghi il criterio di queste scelte” tuona il consigliere regionale Marco Carra.
“L’assessore alle culture, Cristina Cappellini — prosegue il consigliere — aveva detto che tutte le manifestazioni, fossero sagre, feste più o meno provinciali o festival culturali nazionali o internazionali, dunque senza distinzione, avrebbero dovuto partecipare a un bando per accedere a un contributo di massimo 20mila euro. E aveva anche assicurato che la regola era ferrea e non potevano più esserci contributi diretti di Regione Lombardia a nessun evento”.
Insomma, perchè questa disparità  di trattamento, come mai si è fatta quest’eccezione? Se vale la regola che le rassegne culturali possono essere finanziate solo attraverso regolare bando, perchè il meeting di Cl, a tutti gli effetti evento culturale, si sottrae a questa normativa?
“Le due situazioni non possono essere paragonate — spiega l’assessore Cappellini — poichè l’assegnazione di fondi per il meeting di Comunione e Liberazione non è stata decisa dal mio assessorato. Si è trattato di una decisione della presidenza. Con ciò non dico che non la condivido. Il Festivaletteratura ha partecipato al bando e venerdì uscirà  la graduatoria. Allora sapremo a quanti soldi avrà  diritto”.
Bene che vada saranno 20mila euro, il massimo previsto dal bando.
Su un budget che per il Festival si aggira intorno al milione e 500mila euro.
Secondo Carra, però, è chiaro il modus operandi della Giunta Maroni: “Quei 60mila euro sono un obolo politico di Maroni agli alleati ciellini, un investimento per garantirsi l’appoggio necessario a tenere in piedi la sua Giunta. Al meeting i soldi della Regione non mancano mai a differenza di altre iniziative, ma per quanto riguarda uno degli eventi che caratterizzano ormai la Lombardia nel mondo, Maroni e la Lega concedono solo spiccioli: 20mila euro, decisi, evidentemente, con l’unico criterio della convenienza politica”.
Dal Comitato organizzatore del Festivaletteratura — la diciottesima edizione è in programma dal 3 al 7 settembre — non c’è molta voglia di commentare: “Non vogliamo entrare in polemica con nessuno — afferma Marzia Corraini, una degli otto membri del Comitato Organizzatore — e prendiamo atto della scelta della Giunta regionale. Per quanto ci riguarda abbiamo partecipato al bando e attendiamo l’esito. Se ne avremo diritto, incasseremo i soldi previsti”.
La querelle fra Regione e Festival si trascina da un po’ di tempo.
Da quando sul libretto ufficiale della rassegna letteraria è sparito il logo della Regione, ente che diciott’anni fa aveva contribuito a realizzare la manifestazione.
Il Comitato aveva spiegato che si trattava di una normale prassi.
Non avendo ancora ricevuto il finanziamento, la Regione non era stata inserita fra gli sponsor. Ma si era poi aperto un duro confronto con l’assessore Cappellini che aveva detto chiaro e tondo agli organizzatori che dovevano sottostare alle nuove regole: niente contributi diretti, assegnazione di fondi soltanto attraverso bandi.

Emanuele Salvato

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IL BLUFF DELL’ “AIUTIAMOLI A CASA LORO”: I GOVERNI ITALIANI NON HANNO MAI EROGATO PIU’ DI UN TERZO DI QUANTO SI ERANO IMPEGNATI A LIVELLO INTERNAZIONALE

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

I DATI SULLA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO RIVELANO CHE CHI USA QUESTO ARGOMENTO MENTE SAPENDO DI MENTIRE… ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA, ECCO I DATI

Nel 2002 il Consiglio Europeo decideva che ogni Stato Membro avrebbe dovuto destinare alla cooperazione allo sviluppo risorse crescenti fino ad arrivare allo 0,7% del proprio PIL.
L’Italia si è fermata molto prima, a circa 1/3 del percorso.
Grazie al portale OpenAid Italia, lanciato dal Ministero degli Affari Esteri, abbiamo la possibilità  di analizzare anno per anno il come e il dove dei fondi italiani destinati alla cooperazione allo sviluppo.
Partiamo da quello che dovrebbe essere: per un accordo del 2002 del Consiglio Europeo, tutti gli Stati Membri Ue devono destinare lo 0,7% del proprio PIL a fondi per lo sviluppo.
L’Italia dal 2004 a oggi non è mai riuscita a raggiungere questo obiettivo, fermandosi sempre a percentuali bassissime.
Mentre la differenza fra fondi stanziati e fondi realmente erogati è relativamente bassa, la distanza del nostro Paese dagli accordi presi a Barcellona è a dir poco allarmante.
Cooperazione all Sviluppo: i fondi che dovevamo stanziare vs. quelli realmente stanziati
2004
Fondi stanziati: euro 2.388.000 contro obiettivo di euro 9.555.000
2005
Fondi stanziati euro 4.555.000 contro obiettivo di euro 9.875.000
2006
Fondi stanziati euro 3.302.000 contro obiettivo di euro 10.275.000
2007
Fondi stanziati euro 3.078.000 contro obiettivo di euro 10.627.000
2008
Fond stanziati euro 3.916.000 contro obiettivo di euro 10.753.000
2009
Fondi stanziati euro 2.799.000 contro obiettivo di euro 9.875.000
2010
Fondi stanziati euro 2.610.000 contro obiettivo di euro 10.821.000
2011
Fondi stanziati euro 3.429.000 contro obiettivo di euro 10.915.000
2012
Fondi stanziati euro 2.401.000 contro obiettivo di euro 10.782.000
Nel 2012 sono state 3.353 le iniziative di aiuto allo sviluppo, bilaterali o multilaterali, promosse dall’Italia secondo gli ultimi dati Ocse.
Il Paese dove il nostro impegno è maggiore è la Tunisia (oltre 78 milioni di euro), seguono il Pakistan (69ml), l’Afghanistan (39ml), il Senagal (36ml) e il Mozambico (11ml).
Se molti di questi Paesi venissero davvero aiutati a casa loro il fenomeno migrazione sarebbe ridotto: questi dati dimostrano invece come in Italia , tra gli ultimi Paesi europei ad aiutare la cooperazione, si vive di ipocrisia e di chiacchiere.

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“IN ITALIA IL RECORD MONDIALE DI PRESSIONE FISCALE, SIAMO AL 53,2%”: LA DENUNCIA DI CONFCOMMERCIO

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

SANGALLI: “SENZA CRESCITA MANOVRA A OTTOBRE”

“Se non cresciamo, non solo i problemi non si risolvono, ma si acuiscono. E non si può escludere che a ottobre, per questi motivi, sarà  necessaria una manovra correttiva”.
Così il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, nel corso del suo intervento a un convegno di Confcommercio ha lanciato il suo monito al governo Renzi.
“Non c’è bisogno di una manovra correttiva per il 2014” ha subito replicato il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, intervenuto a un convegno della Confcommercio.
“Continuare a parlare di manovra correttiva è negativo e non serve a nulla. Non perchè dobbiamo edulcorare la pillola ma perchè sono convinto che le cose siano così”. Morando ha sottolineato che “se entriamo nel 2015 con il tasso di crescita quasi assente come quello attuale, ci sarà  un effetto trascinamento negativo che dobbiamo affrontare”.
Le regole del Fiscal Compact danno all’Italia come a tutti i paesi europei la possibilità  di “reinterpretare la legge di bilancio”; “quelle norme hanno la caratteristica di essere meno stupide delle precedenti perchè basate su obiettivi strutturali, che tengono conto dell’andamento del ciclo. Se il ciclo peggiora rispetto alle previsioni di bilancio allora la legge di bilancio deve essere reinterpretata. Non c’è bisogno di una manovra correttiva per il 2014, il che non vuol dire che non siamo preoccupati per il ciclo. Dopo di che le decisioni di finanza pubblica per il 2014-2015 saranno prese in una fase enormemente impegnativa che avrà  il suo centro nel successo o insuccesso della revisione della spesa”.
“È meglio — ha proseguito Sangalli – una scomoda verità  subito che un lento stillicidio di confuse illazioni che deprimono le aspettative di famiglie e imprese. E per favore, abbandoniamo l’idea di nuove tasse e di ulteriori eventuali prelievi: le tasse sono la mortificazione della crescita”.
Tutti i Paesi europei, ha aggiunto il presidente di Confcommercio, “crescono poco, ma l’Italia è ferma”.
L’allarme di Confcommercio. Le tasse uccidono la crescita.
Dallo studio condotto emerge che a fronte di un aumento della pressione fiscale in Italia del 5% dal 2000 al 2013, il pil procapite è sceso del 7%.
In Germania nello stesso periodo la pressione fiscale è diminuita del 6% mentre il pil reale procapite è aumentato del 15%.
In Svezia, paese fuori dall’Ue ad esempio, la pressione fiscale nello stesso periodo è scesa del 14% e il pil reale procapite è aumentato del 21%.
“Per favore – ha detto il presidente Sangalli – abbandoniamo l’idea di nuove tasse e di ulteriori eventuali prelievi: le tasse sono oggi la mortificazione della crescita. Le performance del 2014 sono compromesse, non distruggiamo le basi per la ripresa del 2015”.
“L’italia – ha evidenziato Sangalli – è ferma”. Dal 2008 al 2013 l’Italia ha perso in termini di pil reale procapite l’11,6%.
Peggio ha fatto solo la Grecia con un -23,2%. La Germania ad esempio nello stesso periodo ha visto crescere il pil reale procapite di 4,4 punti percentuali. La Francia ha perso 2,3 punti.

(da “Huffingtonpost”)

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IL GOVERNO ACCATTONE, “VENERDI’ALMUSEO”: IL MINISTERO CHIEDE AGLI ARTISTI DI LAVORARE GRATIS

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

DA INIZIO LUGLIO MUSEI E LUOGHI ARCHEOLOGICI APERTI DALLE 20 ALLE 22 A CHI CREA EVENTI COLLATERALI… POI SI SCOPRE CHE DEVONO PURE PAGARSI LA SIAE E L’ASSICURAZIONE

Pagare per lavorare gratis, in nome dell’arte.
Monta sul web la protesta dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo, spesso giovani e precari, che avevano raccolto con entusiasmo la possibilità  di realizzare eventi speciali in occasione della nuova iniziativa del ministero dei Beni e delle attività  culturali, #VenerdìalMuseo. Versione estiva delle Notti dei Musei.
Da inizio luglio tutti i venerdì sera i principali musei e luoghi archeologici statali restano aperti due ore in più, dalle 20 alle 22 per mettere in mostra la “creatività  nazionale”.
In tanti hanno scaricato l’apposito avviso pubblico che porta la firma del direttore generale del Mibact, Anna Maria Buzzi. Pronti a candidarsi.
Ma hanno trovato brutte sorprese, scoprendo che la loro attività  sarebbe “a titolo gratuito in favore del ministero”, e che dovrebbero dotarsi di una “polizza assicurativa di responsabilità  civile per danni”.
Non finisce qui: ai “fortunati” toccherebbe anche il rispetto di “tutte le norme che disciplinano la realizzazione di eventi da svolgersi in luogo pubblico”.
In pratica, l’accollo di tutte le onerose spese Siae. Con tariffe fisse di diritti d’autore dai 73.40 ai 425.80 euro.
In Italia lavorare nella cultura costa.
“Il ministero chiama a raccolta tutti gli operatori culturali per organizzare eventi che rendano più appetibile una propria iniziativa. Questo non prevede però solo la beffa di essere a titolo completamente gratuito, ma anche il danno di prevedere una serie inspiegabile di oneri a carico degli operatori culturali stessi — ha scritto in una lettera aperta, condivisa da migliaia di utenti Facebook, il violoncellista Michele Spellucci-. Ora, con tutto il cuore, Signor Franceschini, le chiedo: con quale coraggio?”.
E dire che proprio il ministro della cultura Dario Franceschini aveva parlato di “un’iniziativa che avvicina ulteriormente i musei italiani agli standard europei”.
E che agli inizi del suo mandato aveva affermato, facendo il verso all’ex ministro Tremonti: “Con la cultura si mangia”.
“A questo punto ci chiediamo: qual è il valore che si vuole dare agli artisti in questo Paese? Devono ridursi a suonare o ad esibirsi nelle piazze chiedendo un euro a cittadini volonterosi, oppure danzare e suonare gratis alle iniziative del ministero che è impegnato a diffondere la cultura? E la cultura si diffonde così?” — dichiara     Emanuela Bizi, segretaria nazionale della Slc.
Nel frattempo l’avviso pubblico della discordia è sparito dal sito web del ministero.

Maurizio Di Fazio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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URLA E CORI AL SENATO: LA BOSCHI IN CONFUSIONE, GRASSO NON COMPRENDE IL REGOLAMENTO, ZANDA FA IL CAPOBASTONE

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

CALDEROLI INCHIODA GRASSO: “NON CONOSCE IL REGOLAMENTO, STA VIOLANDO LA NORMA DEL VOTO SEGRETO”… GRILLINI, SEL E LEGHISTI SCATENATI… ZANDA PENSA DI ESSERE IL DIRETTORE DI UN GULAG

Dopo un lungo dibattito nell’aula del Senato, e due riunioni in capigruppo, non è stato trovato nessun accordo.
La proposta di mediazione avanzata da Vannino Chiti sull’esame del ddl riforme, che aveva raccolto le aperture del premier Matteo Renzi, è caduta nel vuoto.
Ed è subito bagarre in Aula. Fischi e urla da parte delle opposizioni hanno costretto il presidente dell’aula a sospendere la seduta.
Ma alla ripresa i toni non sono cambiati. Il nodo è la decisione di votare per parti separate gli emendamenti che al loro interno hanno riferimenti sia all’elezione diretta dei parlamentari sia alla tutela delle minoranze linguistiche (su cui è stato accolta la richiesta di voto segreto): “La vogliamo finire con questa gazzarra? Prego i presidenti di gruppo di richiamare i propri senatori”, ha detto Grasso.
E avverte: “Chi prosegue con la protesta andrà  fuori dall’Aula”.
Ma i senatori dell’opposizione gridano in coro: “Non si può, non si può”.
La proposta bocciata di Chiti. Il senatore pd, capofila dei dissidenti, ha suggerito di posticipare a settembre le dichiarazioni di voto e il voto finale, e al tempo stesso di ridurre il numero degli emendamenti per concentrare la discussione su pochi punti qualificanti e cercare una mediazione anche sul merito.
Proposta accolta dal governo, che però con il ministro Maria Elena Boschi ha precisato: “Non possiamo sottostare a un ricatto ostruzionista della minoranza, e non su tutti i punti di merito sarà  possibile trovare un punto di incontro”. Nel corso del dibattito, tutti i gruppi di maggioranza e il gruppo di forza italia si sono detti disponibili alla mediazione.
Lo stop di Sel.
Dall’opposizione, l’m5s ha invece ribadito che difenderà  tutti i suoi emendamenti che però sono solo 200. Sinistra e libertà , presentatrice da sola di circa 6mila emendamenti, ha dal canto suo spostato il tema della discussione: “Non ci interessa avere una settimana di tempo più, ci interessa sapere se c’è la disponibilità  a muovere dalle proprie posizioni per raggiungere mediazioni alte”. Ovvero, Sel vuole sapere se il governo è disposto a modifiche sostanziali del testo, e se il dibattito potrà  svilupparsi “libero dai vincoli del convitato di pietro, il patto del nazareno” tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.
Posizione che ha provocato la dura reazione del capogruppo pd Luigi Zanda: “Se Sel non riduce il numero dei propri emendamenti, non ci sono le condizioni per una mediazione”.
Zanda ha quindi bocciato la richiesta di convocare la capigruppo per rivedere il calendario, chiedendo di proseguire secondo il percorso già  stabilito.
Ma alla fine ha prevalso la linea di chi la capigruppo la voleva, compresa Sel: “la capigruppo credo sia utile, potremo avere la possibilità  di capire se davvero c’è l’intenzione di una mediazione alta, di muovere dalle proprie posizioni e arrivare a risultati apprezzabili per tutti quanti”, ha detto De Petris.
Dunque, come sottolineato dalla Lega e da Calderoli, a questo punto è il governo che dovrà  dire se è disponibile a mediare o no sul merito della riforma.
E la risposta del governo è arrivata a conclusione del dibattito: “il governo come sempre ha la disponibilità  a trovare ulteriori punti di incontro anche nel lavoro dell’aula dei prossimi giorni”, ha spiegato il ministro Boschi, ma allo stesso tempo “il governo non può in qualche modo sottostare a un ricatto ostruzionista”.
Dunque “probabilmente non sarà  possibile trovare su tutti i temi dei punti di incontro tra maggioranza e opposizione, ma è impensabile che una minoranza affermi le proprie ragioni a scapito di una maggioranza: non succede in nessun paese democratico, non succederà  neanche stavolta”.
Sel mette in atto una contromossa per evitare lo spacchettamento dell’emendamento 1.28.
Dopo che nuovamente il Pd, come già  avvenuto per l’emendamento di Sel precedente e poi ritirato dagli stessi firmatari, ha chiesto il voto per parti separate, con votazione segreta solo sulla parte relativa alle minoranze linguistiche e non anche per quella che prevede il Senato elettivo.
Con la riformulazione in un’unica riga dei due concetti – Senato elettivo e minoranze linguistiche – Sel prova a evitare che la bocciatura della parte sul Senato elettivo, per voto palese, faccia scattare il ‘canguro’, ovvero l’effetto domino che travolge, facendoli decadere, tutti gli altri emendamenti sullo stesso argomento
La riformulazione del testo dell’emendamento è la seguente: “i membri del Parlamento sono eletti a suffragio universale garantendo le minoranze linguistiche”. L’obiettivo di Sel, in definitiva, è sia evitare lo spacchettamento che tentare si proceda a scrutinio segreto anche per la parte che riguarda il Senato elettivo.
Grasso avverte: basta cori da stadio o espulsioni
Questi cori da stadio non mi sembrano Adeguati”. Così il presidente del Senato Pietro Grasso quando le opposizioni, in aula, riprendono a gridare “non si può, non si può”, riferendosi al voto per parti separati dell’emendamento 1.28 Di Sel sul senato elettivo con la parte sulla tutela delle minoranze che consentirebbe il voto segreto.
Visto che le urla aumentano, e arrivano anche dei fischi, Grasso chiama i commessi e i questori. Poi avverte:   “chi non consente di parlare in aula va fuori- dice- adesso cominciamo ad indicare chi turba l’ordine dei lavori”.
Il capogruppo Pd, luigi zanza, parla di “reato” perchè si tratta, secondo lui di “interruzione di organi costituzionali”.
Grasso mette comunque in votazione, per parti separate e senza discussione, il primo comma dell’emendamento de petris che non passa.
Lega, “Grasso schiavo di Renzi”
“Grasso è lo schiavo di Renzi. Vergogna, con la complicità  del presidente del Senato il parolaio di Firenze vuol togliere ai cittadini il diritto inalienabile di poter votare ed eleggere i loro rappresentanti. Vadano a casa se non vogliono che i liberi cittadini li caccino a calci nel sedere. Lega pronta alla battaglia”. Lo dichiara Gian Marco Centinaio, capogruppo della Lega Nord al Senato.
Calderoli, così si cancella voto segreto da regolamento Senato
Singolar tenzone in aula del Senato tra il presidente Pietro Grasso e il co-relatore del ddl sulle riforme, Roberto Calderoli della Lega nord, grande conoscitore dei regolamenti parlamentari, sul tema del voto segreto.
Calderoli spiega che procedendo così come fatto finora in aula, con la richiesta di voto per parti separate degli emendamenti, “a suon di voti di maggioranza si sta cancellando dal nostro regolamento il voto segreto”.
Piccata la risposta di grasso alla richiesta di chiarimenti di Calderoli, che ricorda che in base al regolamento la votazione per parti separate devono mantenere “la logica normativa” delle singole parti.
“La richiedente Ghedini o lei presidente Grasso ci spieghino come fanno a reggersi le parti separate dell’emendmenrto 1.28 così come richiesto” insiste Calderoli.
Grasso dal canto suo ribadisce la sua decisione di sostenere il voto segreto solo per la tutela delle minoranze linguistiche, mentre uno sconfortato Calderoli tenta di spiegare che il punto non è questo.
Alla decisione di Grasso di procedere comunque al voto sulla votazione per parti separate, si scatena nuovamente la bagarre in aula.
Scoppiano nuovamente i cori “non si può”, sostenuti da urla di disapprovazione. Qualcuno afferma che “questo è un reato”, ma l’assemblea non riesce a ricomporsi. Grasso inutilmente chiede l’intervento dei questori.
Gli animi restano incandescenti.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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RENZI CORRE, MA STAVOLTA IN TRIBUNALE: ARRIVA LA DENUNCIA PER LE SUE SPESE D’ORO

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

NEL MIRINO LA GESTIONE DELLA PROVINCIA QUANDO LUI NE ERA PRESIDENTE… ENTRO VENERDI SARA’ DEPOSITATA DALL’AVV. TAORMINA: SI PARLA DI SPESE PER 30 MILIONI E DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Le spese d’oro di Renzi. Arriva la maxi-denuncia
L’avvocato Taormina la presenterà  entro venerdì. Nel mirino la gestione della Provincia
I documenti sono da tempo sul tavolo dell’avvocato Carlo Taormina. Una vera e propria montagna di fogli che l’ex parlamentare di Forza Italia ha letto e riletto, sottolineato, evidenziato, traendone un’unica conclusione: Matteo Renzi deve essere denunciato.
Il testo della denuncia è pronto e, a quanto risulta a Il Tempo, verrà  presentato entro venerdì in una conferenza stampa che si preannuncia scoppiettante.
I «capi d’imputazione» a carico del premier e di altri soggetti sono diversi.
Ci sarebbe anche l’associazione a delinquere.
E la domanda è immediata: perchè?
Tutto nasce dal dipendente comunale Alessandro Maiorano unanimente riconosciuto come il «censore» di Renzi. Sono anni che lo accusa di aver sperperato soldi pubblici quando era presidente della provincia di Firenze (dal 2004 al 2009).
E proprio per questo il premier lo ha querelato per diffamazione.
Nasce da qui il rapporto con Taormina che ne ha assunto la difesa. Ma anche la decisione dell’avvocato di andare fino in fondo.
Di scoprire e dire a tutti cosa è successo in quei 5 anni di governo.
Il primo capitolo è, ovviamente, quello delle cosiddette spese «pazze» alla provincia sotto la giunta Renzi.
«Spese di rappresentanza», si dirà . Certo, peccato che è la stessa giustificazione utilizzata da tanti dei consiglieri regionali, comunali e provinciali che in questi anni sono finiti sotto la lente dei magistrati.
Per Franco Fiorito, ad esempio, non è bastata.
Basterà  per Renzi?
Ma non finisce qui. Secondo capitolo della saga riguarderebbe la società  Florence Multimedia. Arrivato in Provincia Matteo “smantella” l’ufficio comunicazione e crea una società  ad hoc. Perchè? E, soprattutto, come venivano destinati i soldi? Ci sono delibere del Consiglio?
La Provincia ha risparmiato o ha piuttosto speso di più?
Tutte domande cui Taormina vorrebbe rispondere.
Poi si passa al Genio Fiorentino , manifestazione creata dalla Provincia per evocare fra le altre cose la nascita di Dante Alighieri. In sintesi soldi per realizzare eventi nei comuni della Provincia. Si è svolto tutto regolarmente?
Terzo capitolo riguarderebbe la Fondazione Strozzi che da molti è indicata come un pezzo significativo del «potere» che in questi anni ha sostenuto Renzi nella sua scalata verso Palazzo Chigi.
I «fondatori istituzionali» sono Provincia, comune e camera di Commercio di Firenze. Tra i «fondatori» associazioni e importanti istituti di credito.
Recentemente la Corte dei Conti ha contestato a «Firenze Parcheggi» un danno erariale di qualche migliaio di euro per delle sponsorizzazioni, tra cui quelle alla «Fondazione Strozzi», elargite nel 2011.
Amministratore di Firenze Parcheggi era, in quell’anno, Marco Carrai, fedelissimo da sempre dell’attuale premier.
Si arriva così all’ultimo capitolo.
Quello della ormai famosa casa in via degli Alfani, 8 che Carrai aveva affittato e che per tre anni è stata la residenza di Renzi.
Il premier ha già  spiegato che quella «non era la casa di Renzi pagata da altri, ma la casa di Carrai pagata da Carrai. Renzi ha usufruito in alcune circostanze dell’ospitalità  di Carrai, il cui contratto di affitto dell’appartamento è stato già  reso pubblico».
Tutto vero, ma c’è una domandina che a detta di chi oggi decide di vederci chiaro, resta sospesa nel nulla: Carrai ha «guadagnato» qualcosa da questa cortesia?
E comunque c’è tutto il resto. Una vera e propria montagna di soldi, si parla di oltre 30 milioni di euro spesi, di cui ora Renzi dovrà  dare conto.

Nicola Imberti
(da “il Tempo”)

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NELLA TAGLIOLA C’E’ FINITO RENZI: E’ RISSA AL SENATO SULLA LEGGE TRUFFA

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

SEL NON RITIRA GLI EMENDAMENTI, IL PD VUOLE SCORPORARLI E L’OPPOSIZIONE INSORGE: “TRUFFATORI”…. SEDUTA SOSPESA

Dopo il fallimento di tutte le mediazioni per agevolare il dibattito sulle riforme costituzionali, bloccato da una parte da circa 8mila emendamenti e dall’altra dal contingentamento deciso dalla conferenza dei capigruppo del Senato, la discussione in Aula — a Palazzo Madama — è ricominciata con la votazione sugli emendamenti al testo uscito dalla commissione Affari costituzionali.
Sul primo voto segreto la questione si è fatta incandescente.
Oggetto dello scontro tra maggioranza e opposizione l’emendamento di Sel, a prima firma Loredana De Petris, che introduce il Senato elettivo prevedendo che “i membri delle due Camere sono eletti a suffragio universale”.
La senatrice del Pd, Rita Ghedini, ha chiesto il voto per parti separate e di votare prima l’emendamento 1.1713, sul quale c’è il parere favorevole del governo.
Dura la risposta di M5S e Sel: “E’ un trucco, un artificio per non fare il voto segreto”. L’assemblea recepisce la richiesta del Pd, quindi sarà  messa a votazione prima la norma riformulata dai relatori Finocchiaro e Calderoli, “sull’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza” in Parlamento.
Ma ormai è bagarre in Aula al Senato, al momento di votare, per parti separate, un emendamento di Sel che prevede l’elezione diretta del Senato.
Quando Grasso indice la votazione, che potrebbe avere l’effetto di precludere altri voti sul tema, l’opposizione insorge: “Non si può, non si può”, si sente urlare dai banchi M5S.
E Grasso sospende la seduta.
“Visto lo spacchettamento del mio emendamento, ritiro i miei emendamenti 1.29, 1.30, 1.31″. Lo annuncia in Aula al Senato Loredana De Petris, capogruppo di Sel. L’annuncio arriva poco prima del voto, per parti separate, della proposta di modifica 1.29 di Sel per il Senato elettivo.
Si passa così a un altro emendamento, che tuttavia contiene ancora l’elezione a suffragio universale del Parlamento. Ma anche su questo emendamento (1.28), il Pd chiede il voto per parti separate.
“Voterò in dissenso dal mio gruppo per difendere il principio dell’elezione universale e diretta delle due Camere”. Lo dichiara il senatore Pd Corradino Mineo nell’annunciare in Aula che voterà  a favore dell’emendamento di Sel sull’elezione diretta del Senato.
“Non sarà  una battaglia, faremo guerra quando calpestate la Costituzione”. Lo dice il senatore della Lega Sergio Divina in Aula al Senato. “Una parte soggiogata dal presidente del Consiglio vuole soltanto un Parlamento veloce. Noi non vogliamo un Parlamento veloce: vogliamo ancora un Parlamento libero”, proclama Divina.

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LA MADONNA SI INCHINA AL COVO DEL PADRINO, PROCESSIONE SHOCK TRA I VICOLI DI BALLARO’, A PALERMO

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

LA SFILATA DEL CARMINE RENDE ONORE AL BOSS IN CARCERE

L’ultimo padrino di Cosa Nostra è rinchiuso nella sezione “41 bis” del carcere di Novara, ma è come se fosse ancora tra i vicoli di Ballarò, qui dove due anni fa portava orgoglioso la vara della madonna del Carmine.
Domenica scorsa il boss Alessandro D’Ambrogio non c’era.
Ma la processione ha voluto comunque rendergli onore: si è fermata proprio davanti all’agenzia di pompe funebri della sua famiglia
Un uomo di mezza età , con la casacca della confraternita di Maria Santissima del Monte Carmelo, urla: «Fermatevi».
E così la processione della madonna del Carmine si ferma, mentre la banda continua a suonare.
La vara tutta dorata di Maria immacolata si ferma davanti all’agenzia di pompe funebri della famiglia del capomafia Alessandro D’Ambrogio, uno dei nuovi capi carismatici di Cosa nostra palermitana.
Lui non c’è, rinchiuso dall’altra parte dell’Italia, nella sezione “41 bis” del carcere di Novara, ma è come se fosse ancora qui, tra i vicoli di Ballarò.
Questo accadeva domenica, intorno alle 19: la processione ferma per quasi cinque minuti davanti all’agenzia di via Ponticello, tra la gente in festa per l’arrivo della statua della madonna.
Fino a un anno e mezzo fa, in questi uffici arrivavano solo poche persone, scendevano da auto e moto di lusso e si infilavano velocemente dentro.
Nell’agenzia di pompe funebri dove la processione si è fermata Alessandro D’Ambrogio organizzava i summit con i suoi fedelissimi, ripresi dalla telecamera che i carabinieri del nucleo investigativo avevano nascosto da qualche parte.
Ecco perchè questo luogo è un simbolo per i mafiosi di tutta Palermo, il simbolo della riorganizzazione di Cosa nostra, nonostante la raffica di arresti e di processi.
Ecco perchè il capomafia di Ballarò sembra ancora qui: la processione gli rende omaggio nella sua via Ponticello, a due passi dall’atrio della facoltà  di Giurisprudenza dove sono in bella mostra le foto dei giudici Falcone e Borsellino il giorno della loro laurea.
È questa l’ultima cartolina di Palermo. Ancora una volta, diventa sottilissimo il confine fra mafia e antimafia. Quasi non esiste più confine fra sacro e profano.
Due anni fa, D’Ambrogio portava orgoglioso la vara di questa madonna con la casacca della confraternita.
Adesso è accusato di aver riorganizzato la mafia di Palermo, aver diretto estorsioni a tappeto e traffici di droga milionari.
Ma la processione continua a rendergli onore.
I tre fratelli del padrino sono tutti lì, davanti all’agenzia di pompe funebri, per accogliere la festa più importante dell’anno.
Franco, con amici e parenti. Iano e Gaetano un po’ in disparte. I fratelli D’Ambrogio non sono mai stati indagati per mafia, ma non è per loro che si ferma la processione.
Sembra una sosta infinita, la più lunga di tutto il corteo. Anzi, soste ce ne sono ben poche lungo il percorso.
Per i giochi d’artificio o per le offerte di alcuni fedeli. I D’Ambrogio non fanno nè fuochi d’artificio, nè offerte. Chiedono ai confrati di portare sin sulla statua due bambini della famiglia.
Poi, Franco D’Ambrogio saluta con un sorriso. E la processione riprende.
«È stata una fermata anomala», ammette fra’ Vincenzo, rettore della chiesa del Carmine Maggiore.
«Anche quest’anno è accaduto», sussurra il giorno dopo la processione. «Io ero avanti, su via Maqueda, stavo recitando il santo rosario. A un certo punto mi sono ritrovato solo. Ho capito, sono tornato indietro di corsa, e ho visto la statua della madonna ferma. Qualcuno stava passando un bambino ai confrati, per fargli baciare la Vergine. Cosa dovevo fare? Era pur sempre un atto di devozione quello. Qualche attimo dopo, la campanella è suonata e la processione è andata avanti».
Adesso, frate Vincenzo cerca con dolore le parole: «Avevo cercato di esprimere concetti chiari durante la preparazione del triduo della Madonna, richiamando tutti al senso di questa processione così importante. Ho detto certe cose nel modo più gentile possibile, per evitare reazioni, ma le ho dette. Ed è accaduto ancora. Cosa bisogna fare?».
Il frate va verso l’altare. «Cosa bisogna fare?», ripete. Da quando l’anziano sacerdote si è ammalato lui è solo nella frontiera di Ballarò, che continua ad essere il regno dei D’Ambrogio, nonostante i blitz disposti dalla procura antimafia.
«Da qualche tempo, la Curia si sta muovendo in modo deciso – il tono della voce di fra’ Vincenzo diventa più sollevato – sono stati chiesti gli elenchi dei componenti delle confraternite, e poi il cardinale ha inviato suoi rappresentanti alle processioni ». Anche domenica pomeriggio, a Ballarò, c’era un ispettore inviato dal cardinale Paolo Romeo. Perchè Cosa nostra continua ad essere molto legata ad alcune processioni. Uno degli ultimi boss arrestati, Stefano Comandè, era addirittura l’autorevole superiore della Confraternita delle Anime Sante, che organizza una delle più importanti processioni del Venerdì Santo a Palermo.
I carabinieri l’hanno fermato alla vigilia di Pasqua, poche ore dopo aver portato in giro per il quartiere della Zisa le statue di Cristo morto e di Maria Addolorata: le microspie hanno svelato che Comandè era fra i registi di una faida che stava per scoppiare.
La Curia l’ha rimosso e ha sciolto la confraternita. Anche perchè il boss devoto non si rassegnava e dal carcere faceva sapere tramite i familiari: «A giugno faremo un’altra grande processione. E alla confraternita nomineremo una brava persona».
Ma questa volta l’intervento della Chiesa è stato severissimo: «Scioglimento della confraternita a tempo indeterminato per infiltrazioni mafiose». È la prima volta che accade in Sicilia.
Alessandro D’Ambrogio, invece, nessuno l’ha ancora sospeso dalla confraternita di Ballarò.
Anche il suo vice, Tonino Seranella, è un devoto speciale della processione di fine luglio, pure lui due anni fa spingeva la vara per le strade del popolare mercato palermitano.
E le mamme del quartiere facevano a gara per affidare il loro bambino a D’Ambrogio. Era il boss di Ballarò che offriva i piccoli al bacio della madonna del Carmine.

Salvo Palazzolo e Giorgio Ruta
(da “La Repubblica”)

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BERLUSCONI: “I PATTI NON SI CAMBIANO”

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

FORZISTI PREOCCUPATI PER LA TRATTATIVA TRA RENZI E I DISSIDENTI

La lettera con cui Renzi riapre i giochi sull’Italicum contribuisce solo in parte a trasformare la giornata di ieri nel lunedì nero di Silvio Berlusconi.
Ben più incisivi si riveleranno il virus intestinale che lo aggredisce e la caduta in bagno con conseguente taglio tra coscia e glutei, racconta chi lo ha sentito.
Incidente e indisposizione da doppio ko, che lo terrà  lontano da Roma per l’intera settimana.
E addio al faccia a faccia col presidente del Consiglio che già  era in agenda per questa mattina prima che iniziassero le votazioni al Senato.
Alla fine, solo un fitto scambio di telefonate tra Matteo Renzi e Denis Verdini riuscirà  a riportare il sereno tra i due principali partner delle riforme.
«Ma a che gioco sta giocando Silvio? Prima fa un passo avanti e poi si tira indietro?», sarebbe sbottato il premier con l’«ambasciatore» forzista, appena saputo dell’annullamento dell’incontro di oggi.
Poi tutto torna come prima, i due leader non si vedranno ma non è escluso che si possano sentire, già  dalle prossime ore.
Dallo staff dell’ex Cavaliere smentiscono qualsiasi giallo o tatticismo dietro il forfait, obbligato in realtà  da quanto avvenuto a Villa San Martino.
Certo è che l’apertura di Renzi sulle modifiche della legge elettorale (sbarramento e perfino preferenze) accennata nella lettera del premier ai senatori della maggioranza aveva fatto suonare già  in mattinata il campanello d’allarme ad Arcore.
«Non si sogni di rimettere in discussione il Patto del Nazareno senza coinvolgerci» si è impuntato Berlusconi, appena letti i lanci di agenzia che riportavano i contenuti della lettera. Proprio a Verdini, ancora una volta, il compito di sondare, capire, riferire sulle reali intenzioni dell’inquilino di Palazzo Chigi.
Anche perchè il gruppo parlamentare di Forza Italia, in quegli stessi frangenti, era entrato subito in grande agitazione.
Levata di scudi generale, i dissidenti – dalla Bonfrisco a Minzolini e altri – incontrano il capogruppo Paolo Romani per dire no alle preferenze e confermare il no alla riforma del Senato.
Tanto da costringere lo stesso Romani a mandare un avvertimento al premier: «Non intendiamo valutare modifiche all’Italicum, testo che ha avuto un passaggio parlamentare complesso dove siamo stati protagonisti».
Come se non bastasse, scoppia una lite tra i due capigruppo.
Brunetta e Romani non si amano: “trattativista” il secondo, “barricadero” quello della Camera sulle riforme.
«Il lodo Brunetta riguarda Brunetta e non ci riguarda» taglia corto Romani.
E il capogruppo alla Camera ricambia dal suo “Mattinale”: «Solidarietà  al presidente dei senatori Romani, che continua a difendere il Patto del Nazareno ma che è stato smentito da Renzi».
Dosi massicce di veleno. Verdini intanto si attacca al telefono e chiede spiegazioni al premier, che risponde: «Puoi rassicurare Berlusconi, io non cambio il Patto senza un vostro consenso, nè lo sbarramento, nè le preferenze se non siete d’accordo » è stata la garanzia fornita da Palazzo Chigi.
Poi Renzi è passato al contrattacco, soprattutto quando ha saputo che l’incontro di oggi sarebbe saltato. «Cosa intende fare Silvio?».
Poi avrebbe rincarato così: «Non è che quel Giovanni Toti può fare certe sparate sul “patto segreto”, scritto o non scritto, poi aprire sull’Italicum, insultare l’Ncd di Alfano, mentre io devo restare inerte di fronte al casino del Senato».
Ma anche su questo punto riferiscono che Verdini abbia gettato acqua sul fuoco: «Matteo, guarda che Toti non è Berlusconi e tu l’accordo lo hai stretto con Silvio».
Alla fine, tutti d’accordo.
Il leader di Forza Italia in serata si dirà  soddisfatto perchè «Renzi ha confermato che nulla si cambierà  di quel Patto se non sarà  deciso insieme ».
Ad Arcore sarebbero pure pronti a rivedere le soglie di sbarramento, anche per facilitare un riavvicinamento con Lega e Ncd, ma non a tornare sulle preferenze, che aprirebbero praterie a big del consenso come Raffaele Fitto.
Al Senato tuttavia il gruppo forzista resta in tempesta.
Nella riunione trasversale di ieri pomeriggio tra tutti i senatori di opposizione in rotta contro la riforma, ci sono anche i dissidenti berlusconiani.
Si fa largo l’ipotesi del rinvio a settembre, ma loro restano sul piede di guerra.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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