Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile
COSI LA JIHAD ARRUOLA NEL MONDO
Sono almeno quaranta i jihadisti partiti dall’Italia verso i fronti siriano e iracheno. 
È allarme rosso, secondo i servizi segreti. I mujaheddin italiani vengono monitorati nel timore che nel futuro, radicalizzati e addestrati di ritorno dal Medio Oriente, organizzino attività ostili contro il nostro Paese.
In più, con il sì delle Camere alle armi ai curdi, l’Italia è nel mirino dei terroristi.
La probabilità di un attentato è altissima, avvisa l’intelligence. S’è già visto nel caso di Jarraya Khalil, di stanza a Zenica, arrestato a Bologna con l’accusa di guidare una cellula integralista islamica.
O del genovese convertito all’Islam Ibrahim Giuliano Delnovo, ucciso mentre combatteva ad Aleppo con la “Brigata dei Difensori e dei Migranti” diretta dal ceceno Abu Omar.
Per tutto questo le intelligence sono prese a studiare il ritratto del jihadista della porta accanto: l’europeo infervorato dalla guerra santa, dal delirio di un Califfato in cui frontiere e identità nazionali d’incanto svaporino.
Ha il profilo di un maschio (ma le femmine sono il 16 per cento) fra i 16 e i 28 anni d’età , musulmano (però si arruolano anche cattolici) spesso convertito, mosso da un ardente idealismo o da un profondo malessere esistenziale.
In francese è il “Mal de vivre”, molto citato oggi da sociologi e servizi segreti persuasi che si tratti d’una epidemia, viste le formidabili schiere reclutate in Francia più che altrove in Occidente: almeno 700, indottrinati su Internet dai predicatori dell’Islam jihadista.
Giovani poco integrati, molti della seconda o terza generazione di immigrati, finiscono accalappiati dai sulfurei messaggi di emiri intenti a diffondere la “buona novella” del combattimento e della “morte santa”.
Sono almeno 400 in Gran Bretagna e in Turchia, più di 250 in Germania e Belgio, oltre un centinaio in Olanda e Danimarca, quasi la stessa cifra in America, e tutti quanti, sommati ai combattenti stranieri affluiti nel Vicino Oriente dai quattro capi del mondo (da 83 Paesi in totale) costituiscono qualcosa come un terzo dell’esercito jihadista addestrato alla violenza estrema.
Se si ascoltano le intelligence, questi numeri offrono soltanto uno scorcio parziale, destinati a moltiplicarsi in misura esponenziale.
Ad esempio: in aprile di quest’anno Gilles de Kerchove, coordinatore dell’antiterrorismo Ue, ha stimato che almeno 2000 combattenti si siano recati in Siria dai 28 Stati Ue: una cifra quadrupla rispetto ai 500 dell’anno precedente.
E ancora: i servizi americani calcolano ben oltre 7000 jihadisti in partenza, cifra che fa impallidire gli 800-1000 di appena un anno fa.
Capita così che emerga un gran numero di europei nei video più cruenti del nichilismo jihadista.
I “Baadiya Boys”, inglesi radicalizzati in Siria, sono stati ripresi a massacrare e stuprare Yazidi in fuga nel Nord Iraq.
Su Twitter un ventenne di Londra, Abdel-Majed Abdel Bary, ride della testa mozza che ha in mano: “Vado a zonzo col mio amico, o con quel che di lui rimane”.
Facebook e Twitter sono i grandi reclutatori di un pubblico “universale” – un solo filone è stato seguito in 75 lingue diverse, in primis l’inglese e l’olandese.
E a dividersi i neofiti stranieri sono tre epigoni di al Qaeda: Ahrar al-Sham, Jabhat al-Nusra, con l’Is (lo Stato islamico) a fare man bassa.
«Sei soddisfatto della tua vita?», sorride un americano con la figlioletta in braccio nei video di arruolamento dell’Is. «Qui troverai amore, fratellanza, giustizia, sharia». Immagini confezionate apposta a suggerire fratellanza, solidarietà , benessere, con un sottinteso senso di eroismo e d’avventura.
Per un “jihadologo” quotato come Aymenn Jawad al-Tamimi, l’attrativa dell’Is non risiede soltanto nella ricchezza finanziaria, la scaltrezza persuasiva, la potenza dell’arsenale.
«È il concetto del Califfato, la costruzione dello Stato, l’enfasi sulla jihad globale ad attirare reclute », dice al-Tamimi.
«I criteri d’ammissione dell’Is sono meno rigorosi rispetto ad altri gruppi. L’addestramento avviene dopo l’ammissione».
E la presenza costante dei figli al seguito? «Questi rappresentano la futura generazione di jihadisti, devono perpetuare l’esistenza del gruppo. Perciò vengono indottrinati anche i bambini siriani e iracheni ».
Gli stranieri sono tenuti in gran conto per l’efficacia nel proselitismo – fa già letteratura l’olandese Yilmaz, animatore di una “posta jihadista” via Kik, Tumblr e ask. fm. Soprattutto, sono potenziali pedine del progetto terrorista internazionale: motivati e addestrati in Siria e in Iraq, rappresentano cellule attivabili di ritorno nei Paesi d’origine.
Sono i “returnees”, la minaccia globale. Come fermare l’Is? «I raid americani ne argineranno l’avanzata. Ma per sradicarli, servono forze a terra. Nessuno vuole impegnarle».
Questo fa dire ad al-Tamimi che «il declino dell’Is non è questione di mesi. Serviranno molti, molti anni».
Custodero e Van Burer
(da “La Repubblica“)
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Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile
LA QUINTA GENERAZIONE PANISLAMISTA CRESCIUTA IN OCCIDENTE
L’accento british del boia di Jim Foley materializza un incubo per governi e opinioni pubbliche occidentali: quello della guerra in casa.
Già evocato da un video dell’IS, circolato nelle scorse settimane in Rete, che riprende immagini di città americane. E nel quale la voce narrante fa sapere: «Siamo già tra voi!». O meglio: «Siamo sempre stati qui!».
Un incubo che non riguarda solo gli Stati Uniti. Ci sono migliaia di giovani europei, musulmani di seconda generazione, cittadini o residenti di Paesi dell’Unione, nelle file dello Stato Islamico.
Non solo britannici, ma anche francesi, tedeschi, scandinavi, belgi.
Oltre che italiani: come ha rivelato la morte in combattimento in Siria del convertito Giuliano Delnevo. E tra Mosul e Raqqa vi sono decine di nuovi italiani.
Non poteva essere diversamente nel tempo della globalizzazione che trasforma le società occidentali in società multietniche e multiculturali.
Significativamente il gruppo che gestisce il «circuito penitenziario» degli ostaggi dello Stato Islamico, e al quale appartiene «John» il carnefice di Foley, sono chiamati dagli jihadisti locali i «Beatles».
Non certo perchè, oltre a salmodiare versetti coranici, cantano Lucy in the Sky with Diamonds. Gli «scarafaggi» britannici, così come i loro compagni d’avventura partiti dalle banliues parigine o dai quartieri etnici tedeschi, fanno parte della quinta generazione panislamista.
Seguita a quella, pionieristica, che ha praticato il jihad contro la potenza «atea» sovietica negli anni Ottanta; a quella che ha avuto il battesimo del fuoco in Bosnia a metà degli anni Novanta; a quella riunita attorno a Al Qaeda nell’Afghanistan dei Taleban; a quella che ha combattuto in Iraq durate l’epopea sanguinaria di Zarkawi.
La novità è proprio questa: la quinta ondata registra una massiccia presenza di mujiahidin nati o cresciuti in Occidente.
Alcuni dei quali giovanissimi e non solo maschi. Un dato che, purtroppo, non stupisce.
Con il suo dogmatismo, le sue risposte nette all’indeterminatezza della vita, il suo richiamo alla dimensione comunitaria, l’islam radicale offre straordinarie certezze e, sia pure distorte, risposte di senso.
Quelle che nel tempo della fine delle grandi ideologie, nessun altro sistema culturale è più in grado di offrire.
In discussione, per questi membri della generazione del rifiuto e del rancore, non vi è solo una politica che, a loro dire, criminalizza sempre e comunque l’islam, ma anche un sistema di valori.
Per questa generazione militante nessun passaporto può mettere in discussione la sola appartenenza riconosciuta: quella transnazionale alla comunità di fede e ideologica declinata secondo i principi radicali.
Quella attuale è, però, una generazione, figlia del suo tempo.
Nell’era del frammento e dell’individualizzazione, anche la partecipazione al jihad segue cicli temporali definiti da fattori impolitici. Così per parte di quei giovani è «normale », dopo aver partecipato alle campagne di Iraq o Siria, tornare nel Paese nel quale hanno vissuto e riprendere una vita quotidiana scandita da altri imperativi, come il lavoro o la famiglia.
Per quelli che non sono stati catturati, o da eserciti ostili o da video che ne fissano per sempre il volto negli archivi d’intelligence, si presentano opzioni diverse.
Alcuni, come i ludici, che hanno praticato l’esperienza essenzialmente come dimensione esistenziale legata ai loro vent’anni, ritengono il kalashnikov un momento fondamentale ma superato della loro biografia.
Una realtà più diffusa di quanto si pensi tra gli europei che hanno combattuto in Mesopotamia. Anche se l’aggravarsi di conflitti internazionali, o la percezione di una criminalizzazione collettiva dell’islam, spesso maturata nelle dinamiche locali, non esclude che possano tornare in azione.
Altri, invece, rimangono legati, più o meno organicamente, alla rete jihadista, che estende i suoi tentacoli nelle metropoli occidentali.
Sono gli jihadisti mascherati o « in sonno», non certo esposti nell’attivismo di quartiere. Hanno un alto profilo di rischio, sanno usare armi ed esplosivi, e possono colpire su input esterno o autonomamente.
Il timore, oggi, è che il conflitto siro-iracheno trasformi le città occidentali in nuovo avamposto del fronte.
A conferma che la distinzione tra globale e locale è, in questi casi, sempre più effimera.
Renzo Guolo
(da “La Repubblica”)
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Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile
L’ITALIETTA ALLEATA CONTEMPORANEAMENTE DI DUE NEMICI CHE SI ODIANO
Ha fatto bene Renzi a visitare Baghdad, dove ha incontrato il governo di quel che resta dell’Iraq, e
poi anche il campo profughi di Erbil, dove ha parlato con i capi dell’enclave autonoma curda.
Ha fatto male invece a non telefonare subito a Roma per bloccare le allegre ministre Mogherini & Pinotti che stavano incassando l’ok delle ignare commissioni Esteri e Difesa all’invio di armi ai curdi.
Ciò che il premier ha visto e sentito in Iraq era più che sufficiente per indurlo ad archiviare l’idea balzana di spedire una carrettata di vecchi kalashnikov, missili e razzi anticarro di fabbricazione sovietica sequestrati nel lontano 1994 alle milizie croate e da allora giacenti nei magazzini del nostro esercito.
Che si guardava bene dall’usarli, il che la dice lunga sulla loro efficienza.
Qui non si tratta di fare del pacifismo a buon mercato: anche le missioni di pace e i corridoi umanitari esistono grazie alla protezione armata.
Qui si tratta di domandarsi chi stiamo armando, con quali armi, con quali procedure e contro chi verranno usate non solo oggi, ma anche domani.
1) Chi stiamo armando? I guerriglieri curdi, che si oppongono alle milizie jihadiste sunnite del Califfato (Isis), anch’esse dotate di armi occidentali ereditate dagli arsenali di Saddam Hussein, e animate da spirito di vendetta dopo l’umiliazione subita dai sunniti con la sconfitta saddamita e la salita al potere di un regime sciita.
Dunque al momento i curdi che andiamo ad armare sono alleati degli sciiti, sostenuti dall’Iran, che fino a qualche anno fa erano la bestia nera dell’Occidente.
Chi ci garantisce che le nostre armi non passino dai curdi agli sciiti che fra qualche anno ci toccherà disarmare quando decideremo di reiscriverli all’albo dei terroristi? 2) Con quali armi? Il capo di gabinetto del presidente della regione autonoma curda Fuad Hussein spiega al Corriere che ai suoi soldati occorrono “blindati anti-mina, armi anticarro nuovo modello, visori per la guerra notturna ed elicotteri da guerra”. Noi, per tutta risposta, inviamo i ferrivecchi di cui sopra: c’è da sperare che i curdi non ce li rimandino indietro con spedizione a carico del destinatario.
La Germania, che è la Germania, ha deciso di inviare caschi e giubbotti antiproiettile, che almeno servono a qualcosa. E la Svezia ha comunicato: “Non siamo una potenza in campo militare, mentre lo siamo in campo umanitario, quindi invieremo cibo, medicinali e soccorsi”.
Un discorso serio che avremmo dovuto fare anche noi: invece due mesi fa il governo ha tagliato i progetti umanitari all’Iraq e ora se la tira da superpotenza militare con i fondi di magazzino per soddisfare gli uzzoli interventisti della Pinotti, in corsa per il Quirinale, e della Mogherini, ansiosa di accreditarsi in Europa per l’inutile poltrona di Mister Pesc (lesso).
3) Con quali procedure? Il premier dimissionario iracheno al Maliki e quello incaricato al Abadi han chiesto a Renzi di non consegnare le armi ai curdi, ma al governo di Baghdad, mentre il presidente dell’enclave curda Barzani gli ha chiesto di spedirle direttamente a lui. Il perchè è semplice: il governo filosciita iracheno detesta cordialmente i curdi, che ricambiano con interessi, rivendicando la propria indipendenza e profittando della guerra al Califfo per farsi il proprio stato.
“Una soluzione di compromesso — dice Renzi al Corriere — potrebbe essere far arrivare le armi a Erbil, ma consegnarle a un inviato di Baghdad”.
La classica farsa all’italiana: per armare i curdi, diamo le armi a un inviato del governo che odia i curdi, e poi se la vedano loro.
Ma non si esclude un’altra furbata: io le armi le lascio qui, per non saper nè leggere nè scrivere, e il primo che passa se le prende.
Del resto — secondo le cronache, depurate dalla retorica sulla “storica visita” e sullo “scout Matteo” — Renzi ha promesso ad al Maliki “il rispetto della sovranità irachena”.
Impegno che fa a pugni con le armi alla regione curda che Baghdad non riconosce, anzi osteggia.
Finirà come al solito, con l’Italietta alleata contemporaneamente di due nemici che si odiano.
Così ci guadagneremo la prestigiosa carica di Mister Pesc In Barile.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
UNA FONTE DELL’INTELLIGENCE CONFERMA CHE L’OPERAZIONE E’ IN CORSO
“Le trattative sono in corso. Grazie soprattutto alla triangolazione con un paese terzo che ha contatti con i ribelli dello Stato islamico. Il quadro è complesso, restiamo fiduciosi anche se non immaginiamo una soluzione a breve”.
La fonte d’intelligence italiana non si sbilancia, non può farlo, sul destino di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due cooperanti italiane della provincia di Varese, prigioniere dei fondamentalisti dello Stato islamico (IS, ma anche Isis o Isil a seconda che si parli di Stato islamico dell’Iraq e della Siria o dell’Iraq e del Levante) nato tra Iraq e Siria nell’aprile 2013 e autoproclamatosi Califfato il 29 giugno 2014.
C’è il moderato ottimismo del padre di Vanessa (“oggi mi sento tranquillo, credo le vedremo a breve”) e la necessaria prudenza delle nostre fonti di intelligence a fronte dell’allarme lanciato oggi da The Guardian, il quotidiano britannico che dopo la decapitazione del reporter americano James Foley, ha acceso i riflettori sugli ostaggi nelle mani dei terroristi dell’Is.
Si tratta di venti occidentali, tra cui quattro donne, le due cooperanti italiane, una danese e una giapponese. Secondo la stampa britannica, negli ultimi 10 mesi una decina di ostaggi “sono stati rilasciati dopo lunghi negoziati conclusi con il pagamento di riscatti”.
Uno degli ostaggi liberati ha spiegato che a condurre le trattative potrebbe essere stato lo stesso britannico che ha ucciso Foley decapitandolo.
Altre informazioni dicono che le ragazze potrebbero essere tenute prigioniere a Raqqa, roccaforte dell’Is nel nord della Siria e dove sono già stati tenuti prigionieri altri ostaggi.
Il silenzio stampa impone il riserbo di fronte a una situazione che resta “delicatissima”, specie – si spiega – “dopo che l’Italia con l’Europa ha deciso di inviare armi ai peshmerga curdi per fronteggiare l’avanzata dell’Is”.
Ma è da registrare anche un articolo del 19 agosto pubblicato su al-Quds al-Arabi, il quotidiano arabo edito a Londra, dove in un reportage da Idlib, nel nord ovest della Siria, di dice che “le ragazze italiane stanno bene”, uno dei rapitori “sarebbe stato catturato” ed è “possibile che nelle prossime ore ci sia la liberazione”.
Ma l’allarme tra le intelligence occidentali va oltre gli ostaggi e i sequestri.
Il problema, per tutti, si chiama foreign fighters, cittadini europei e occidentali di origine musulmana, nati e cresciuti in Occidente, che hanno deciso di tornare come volontari e combattenti di una presunta guerra civile diventata in fretta terrorismo. Il fenomeno è in corso da anni.
Ma la Siria è diventata, secondo gli ultimi report dell’intelligence, “il punto di aggregazione e addestramento per i fondamentalisti islamici di altre nazioni”.
“Non c’è stata riunione del Copasir in cui non si sia affrontato questo fenomeno” spiega una fonte del Comitato parlamentare di sicurezza, segno di quanto sia elevato l’allarme sui foreign fighters.
Vari documenti di intelligence, condivisi in questi mesi anche dall’Italia, indicano numeri elevatissimi.
Si va da un minimo di 9 mila combattenti non siriani a un massimo di 11-15 mila.
Significa che tra il 20 e il 40 per cento dei combattenti dell’Is sono stranieri che hanno lasciato la patria di adozione per andare a combattere.
Vari centri di studio sul terrorismo (ICSR, International center for the study of radicalism; International center for counter-terrorism) stimano che “il 75 per cento dei combattenti provenga dalle primavere arabe” e “il 17 per cento (più di mille) dai paesi europei come Belgio,Francia, Olanda, Germania, Gran Bretagna”.
Potrebbe aver studiato nei sobborghi a sud di Londra il boia incappucciato che ha decapitato Foley.
Parlano inglese i custodi di altri ostaggi. In Gran Bretagna il gruppo sarebbe noto all’intelligence con il nome “Beatles” e gli estremisti britannici hanno fama di essere “i più brutali tra i combattenti arruolati nell’Is.
Il Copasir ha contato “qualche decina” i combattenti partiti dall’Italia, “non più di 50”. Il punto è quando decideranno di tornare in Italia.
Si tratta di gente che torna preparata e addestrata.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
E I CINQUESTELLE DISERTANO DOPO PRESSIONI DI CASALEGGIO
Se esiste un accordo sulla giustizia tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, non è stato siglato di certo
negli uffici di via Arenula.
Quando sale le scale che portano all’ufficio del ministro, la delegazione di Forza Italia, convocata per un confronto sulla riforma del comparto che arriverà in Consiglio dei ministri il 29 agosto, è ridotta all’osso.
È il solo Giacomo Caliendo a sedersi di fronte ad Andrea Orlando. Il senatore doveva essere accompagnato dal collega deputato Giacomo Chiarelli, che però, spiegano, “non ha letto la email”.
Sbadataggine, più che sgarbo istituzionale, si sottolinea da via Arenula: “Cose che, soprattutto ad agosto, possono capitare”.
Così, nonostante entrambe le parti sottolineino un clima cordiale, al limite del conviviale, le parti rimangono distanti.
Il ministro ha ribadito i punti cardine del proprio decreto, Caliendo gli ha fatto eco sottolineando le principali perplessità del partito di Silvio Berlusconi.
No ad una riscrittura delle norme del falso in bilancio, un quadro di pene pecuniarie più punitive nell’ambito della responsabilità civile dei magistrati, forti perplessità sul divorzio brevissimo, contrarietà al rinvio del capitolo dedicato alle intercettazioni.
Già , perchè quest’ultimo è stato estromesso dalla bozza che avrà il via libera la prossima settimana, per consentire un dibattito ampio e approfondito con gli operatori del mondo dell’informazione.
Suscitando il forte disappunto del senatore forzista, che, intercettato dai cronisti, ha calcato la mano proprio su questo punto: “Al ministro Orlando ho rappresentato alcune questioni, in particolare la delusione per il rinvio della parte della riforma sulle intercettazioni”.
Un’intesa di massima è arrivata sul rinvio della riforma del Consiglio superiore della magistratura, in attesa che sia completato il plenum dell’organo di autogoverno dei giudici, ancora in attesa dell’elezione dei membri di nomina parlamentare.
Lo staff del ministro esprime comunque soddisfazione per il metodo con il quale si sta costruendo la riforma: “È un passo avanti per tutti discutere al netto di qualunque contrapposizione pregiudiziale”.
E ci si rammarica del no al dialogo arrivato dal Movimento 5 stelle: “Avevamo accolto con favore alcune loro posizioni sulla criminalità economica”.
In dettaglio, ha spiegato il sottosegretario Cosimo Ferri, “nel provvedimento il governo vuole introdurre sia l’autoriciclaggio che il falso in bilancio, rivedendolo e mantenendo però delle soglie minime di punibilità per distinguere la grande impresa dal piccolo imprenditore”.
“Stiamo valutando con il presidente del Consiglio dei ministri – ha proseguito Ferri – se portare il 29 agosto il disegno di legge che prevede questo provvedimento contro la criminalità economica, che comprende autoriciclaggio, falso in bilancio, e prevenzione per quanto riguarda la confisca dei patrimoni della mafia”.
Di questo e degli altri temi i 5 stelle non hanno potuto discutere con il Guardasigilli, anche per la contrarietà dello staff della Casaleggio e associati, che ieri ha sconsigliato alcuni tra i favorevoli a sedersi al tavolo di accettare l’invito.
Una girandola di telefonate confermata da Maurizio Buccarella al Velino: “È vero, c’è stata una consultazione ieri fra di noi parlamentari e lo staff, che ha caldeggiato questa soluzione perchè c’era anche chi era disponibile ad andare. Ma, a mio avviso, oggettivamente le condizioni per un incontro non c’erano: sarebbe stata una farsa, una inutile passeggiata al ministero”
(da “Huffintonpost”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
“BERLUSCONI DEVE CAPIRE CHE NON PUO’ CIRCONDARSI SEMPRE DEGLI STESSI”… MA QUANDO ERA ANCHE LEI NEL “CERCHIO MAGICO” COME MAI QUESTE COSE NON LE HA MAI DETTE?
Boccia il governo Renzi e invita Berlusconi a «non circondarsi sempre degli stessi dirigenti». Michaela Biancofiore, deputata di Forza Italia, ex sottosegretaria nel governo Letta, auspica un partito che si apra ai giovani e al territorio.
I dati economici sono disastrosi, disoccupazione alle stelle e PIL in calo. Quanta colpa ha il governo Renzi?
«Dire che è tutta colpa del governo Renzi sarebbe una falsità che non mi appartiene. Indubbiamente però iniziare dalla riforma del Senato è stato un errore, mi aspettavo che un giovane come Renzi sarebbe partito da ciò che veramente interessa ai cittadini: arrivare alla fine del mese».
Quindi da dove avrebbe dovuto iniziare?
«Dalla riforma del fisco. Bisogna dare la possibilità ai cittadini di portare tutto in detrazione, qualsiasi cosa, in modo che emerga il nero e si instauri un circolo virtuoso che rimetta in moto l’economia. Dal Tesoro dicono che questa cosa non si può fare perchè ci vorrebbero due esercizi di bilancio, ma i migliori economisti del mondo, conti alla mano, affermano il contrario. È il momento di fare un patto con l’Europa e, se mai, farsi fare una sorta di mutuo dalla Bce per poter avviare questo sistema e rilanciare l’economia italiana».
Perchè Renzi ha puntato tanto sulla riforma del Senato?
«Lui è rimasto incastrato dalla propaganda elettorale per diventare segretario del Pd. Aveva promesso quella riforma e voleva portarla a casa, anche se non incide sulle tasche degli italiani. Forse si possono recuperare 500 milioni, ma ci sono tanti modi più semplici per risparmiare di più. Ad esempio abolendo le regioni a statuto speciale, come aveva detto e scritto nel suo libro. Solo abolendo la Regione a statuto speciale Trentino Alto Adige, che non ha competenze, si sarebbero recuperati 750 milioni. Renzi non è andato a fondo sulle riforme che servivano realmente e sulle quali noi lo avremmo aiutato».
Continuerete lo stesso ad aiutarlo?
«Se uno respinge al mittente l’aiuto, ritengo che si debba assumere le sue responsabilità . Dare una mano sulle riforme economiche necessarie per il Paese non significa entrare al governo. Mi piacerebbe che Renzi facesse un bagno di umiltà e si rendesse conto che da solo non può salvare l’Italia. Sono convinta che sia il momento di un grande patto d’intesa mettendo insieme le migliori esperienze politiche per tirare fuori il Paese dalla crisi. In questo momento non esiste il salvatore della patria nè a destra nè a sinistra, ma Berlusconi ha dimostrato di avere veramente a cuore le sorti del Paese».
Si parla anche di taglio delle pensioni. Manovra suicida?
«Non si possono sempre andare a toccare i più deboli. Ridadisco che bisogna fare una riforma generale del fisco e consentire alle imprese di pagare meno tasse. Solo così arriveranno le assunzioni. Se la gente non lavora non può pagare le tasse».
Come giudica il blitz di Renzi in Iraq?
«Pura propaganda, purtroppo. In questo Renzi è straordinario, cavalca sempre l’onda».
È possibile riaggregare un centrodestra così diviso?
«Io quella famosa lettera al posto di Berlusconi non l’avrei mandata perchè ha ottenuto una risposta negativa da personaggi che non sono alla sua altezza. Noi non dobbiamo riassemblare le sigle, dobbiamo riassemblare l’elettorato».
Forza Italia è un soggetto politico in grado di recuperare gli 8 milioni di voti persi?
«Gli 8 milioni di voti si possono recuperare, facendo politica, recuperando la nostra identità , parlando al nostro elettorato, facendo seguire i fatti alle parole. Berlusconi ha ancora un grandissimo consenso nel Paese, me ne rendo conto parlando quotidianamente con la gente. Dobbiamo recuperare il nostro elettorato, non i piccoli esponenti traditori, altrimenti anche se dovessimo vincere non riusciremo a governare. Il 51% è perseguibile se intorno a Berlusconi ci sarà una squadra di persone che ha voglia e fame di cambiamento, una squadra di giovani emergenti, dal territorio. Le anticipo che una certa parte della cosiddetta Berlusconi generation sta dando vita a un giovane gruppo che si chiamerà Squadra Italiana, che vuole stare accanto al presidente per modificare questo Paese».
Da chi sarebbe composta questa squadra?
«Politici, imprenditori, abbiamo esponenti territoriali eccezionali, dobbiamo ridiventare quello che era Forza Italia nel 1994: un partito aperto. Anche il presidente Berlusconi non può continuare a circondarsi sempre degli stessi dirigenti non sapendo che fuori c’è una grande energia che potrebbe essere molto utile al Paese».
Si discute molto in questi giorni del topless del ministro Giannini. Scelta inopportuna?
«Cosa sarebbe successo se lo avesse fatto un ministro del governo Berlusconi? Ritengo che un ministro per buona educazione non debba esporre il proprio corpo in pubblico. Non sono una bacchettona o una bigotta ma credo che, rappresentando le Istituzioni, avrebbe dovuto avere maggiore accortezza e decoro. Se fosse successo a me, quando era sottosegretaria, mi avrebbero massacrata».
Andrea Barcariol
(da “il Tempo”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
ANCHE IN GERMANIA I RAGAZZI LASCIANO CASA SEMPRE PIU’ TARDI
I bamboccioni fenomeno italiano, figlio del mammismo e della scarsa propensione a lavarsi il bucato
da soli? Neanche per sogno.
La ricca e potente Germania, paradiso della piena occupazione, dove chi perde un lavoro ne trova un altro in mezz’ora, ha scoperto di aver tirato su una generazione di «coccoloni».
Così li ha descritti l’«Handelsblatt», citando alcuni studi che dimostrano la scarsa propensione al rischio degli under 25.
La generazione di tedeschi che sta uscendo ora dall’università erediterà anche il più grande patrimonio della storia da genitori e nonni.
Eppure, invece di lanciarsi nella mischia, manifesta una fortissima preferenza per il posto fisso.
Ma come, si obietterà , giovani senza l’incubo della disoccupazione e con le spalle coperte da montagne di ricchezze che non hanno coraggio di osare? Proprio così.
Il motivo è semplice: è la generazione cresciuta con la più grave crisi di sempre, ha visto genitori e nonni prepensionati o licenziati e ne ha tratto l’unica lezione possibile.
Carriera, soldi, ambizione? Nein danke: meglio il posto fisso, magari nel pubblico, e la possibilità di fondare una famiglia.
L’istituto Rheingold, che ha redatto uno degli studi sui «bamboccioni» tedeschi, la chiama «generazione Biedermeier», giovani già vecchi.
La società di consulenza EY (ex Ernst & Young) ha scoperto che tre studenti tedeschi su dieci sognano un posto da statali, e che «sicurezza» è il criterio più importante, nella scelta di un lavoro.
Scende il numero di coloro che scelgono un soggiorno all’estero, mentre cresce quello di chi fa un mutuo — comprare casa non è mai stata una tradizione, in Germania, lo è diventata con il costo del denaro in cantina e gli tsunami finanziari.
Soprattutto, sale la propensione a restare a casa dei genitori: le donne vanno via in media a 22 anni, gli uomini a 26 — quattro anni più tardi rispetto a dieci anni fa.
«Mai essere giovani è stato così comodo e privo di rischi — commenta Handelsblatt — Eppure: era molto tempo che non si osservava una generazione così preoccupata del posto sicuro come quella attuale».
Secondo l’istituto Rheingold, la «Generazione Biedermeier» costantemente alla ricerca di un contesto sicuro, è figlia di «un ragionamento logico, che i giovani hanno fatto in base alla propria esperienza: hanno osservato i genitori che faticavano per fare carriera e poi venivano comunque prepensionati prima dei sessant’anni. La nostalgia di sicurezza è anche qualcosa di tipico di tutte le generazioni: una reazione».
La tesi è che chi è cresciuto con il crollo delle Torri gemelle, le crisi finanziarie mondiali, il rischio della fine dell’euro, dunque in un contesto di incertezza assoluta, ha altre priorità rispetto a chi è cresciuto nel «piccolo mondo antico» dei decenni precedenti.
Uno dei motivi del disorientamento e della voglia di «tana», insinuano gli studi, potrebbe essere anche il cursus studiorum, che in questi ultimi anni è cambiato molto. La maturità anticipata al 12° anno di scuola, la fine della leva obbligatoria e il vecchio sistema universitario quadriennale sostituito dai bachelor triennali significa che a 21 anni un tedesco medio dovrebbe già partire lancia in resta per una carriera.
I giovani, poi, fanno richieste contraddittorie: «Dicono che le imprese dovrebbero prenderli per mano, offrire orientamento, ma allo stesso tempo vogliono lavorare in autonomia e avere spazio per la creatività . Infine, vogliono essere sicuri che non perderanno il posto e che avranno tempo per la famiglia».
Per non dire altro, diciamo: molto Biedermeier.
Tonia Mastrobuoni
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
DOPO L’APPELLO DI DOMENICO, 40 ANNI, ROVINATO DALLE SLOT, MOLTE LE OFFERTE DA FAMIGLIE E IMPRESE
La voleva nella «sua» Lambrate. Una seconda occasione, una chance per ricominciare da capo. E invece potrebbe averla in un bar no slot di viale Jenner.
Ma poco dovrebbe importare il luogo a Domenico Caffarella, il clochard 40enne che si è giocato tutto al videopoker e che da otto mesi vive alla stazione in fondo a via Pacini.
Perchè qualcuno ha letto la sua drammatica intervista pubblicata sul Corriere di lunedì scorso, il suo appello disperato.
E già tre persone si sono interessate alla sua storia. Quella di un ragazzo genovese arrivato giovanissimo a Milano dove ha lavorato come muratore, elettricista, qualsiasi cosa, prima d’infilare ogni centesimo guadagnato dentro alle slot senza ricevere nulla in ritorno.
E finendo così a dormire sul mezzanino, costretto a passare le ore connesso a Internet dalle biblioteche di Cimiano e via Valvassori Peroni per inviare in giro il curriculum.
Con la speranza di trovare un lavoro in grado di riscattarne l’esistenza.
Corsa alla solidarietà
Il primo a interessarsi ai tristi trascorsi di Domenico è stato Giuseppe Stallone, titolare del bar ristorante Persefone di viale Jenner 49, l’antesignano della guerra alla ludopatia in città , colui che con il comitato Jenner Farini ha dato il la all’iniziativa per premiare gli esercizi no slot. «Quando sento queste storie devo reagire – ha detto – soprattutto se si tratta di giovani che si sono rovinati con il gioco. Per questo sono disposto a offrirgli un colloquio»
Dopo di lui, al Corriere è arrivata una donna milanese con un’offerta. «Sono vedova, mio marito aveva la taglia 48, sono pronta a regalare gli abiti a Domenico».
Terzo, un indirizzo email giunto via posta elettronica: «Caro Domenico mandami il tuo curriculum». È una corsa alla solidarietà che però necessita di maggiori informazioni e rassicurazioni.
«Ludopatia, piaga sociale tremenda»
Perchè un datore di lavoro, per quanto sensibile, generoso e filantropo possa essere, non è uno psicologo.
«Noi, come piccoli imprenditori, siamo disponibili a dare una mano – spiega ancora Stallone -. Siamo pronti a rinunciare a dei nostri denari per dare sollievo alle persone che ne hanno bisogno. Ma, lo dico per esperienza, è necessario capire come Domenico si voglia aiutare da solo e quanta voglia abbia di cambiare davvero. Dalla ludopatia non si guarisce facilmente. È una piaga sociale tremenda».
Il titolare del Persefone è uno che di macchinette installate nel suo locale nel 2009 ne aveva due. «Per ottenere soldi facili» ammette oggi. Ma poi non ce l’ha fatta a continuare ad alimentare un circolo di «distruzione».
«Vivevo in un incubo, vedere le persone rovinarsi sotto i miei occhi. Ho preferito togliere le slot per sempre e impegnarmi con il comitato Jenner Farini per coinvolgere altre persone»
Giuseppe incontrerà Domenico quando vorrà , basterà che lo contatti.
Lo guarderà dritto negli occhi per cercare di capire quali altri sostegni abbia, quali risorse umane. La preoccupazione infatti non è quella di uno stipendio in più da pagare.
C’è in palio molto di più. «Solo una cosa voglio evitare: che i primi guadagni finiscano ancora dentro a quelle macchinette…».
Giacomo Valtolina
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
FORSE UN GIORNO EX BADANTI SULLA CINQUANTINA INSEGNERANNO L’ITALIANO
Ed ecco, arriva agosto, mese del parossismo dei rumori nelle città storiche e dell’esodo delle
badanti.
E l’astinenza da badanti somiglia alle crisi da eroina o da psicofarmaci: finchè loro ci sono, vecchiaie e solitudini sono “tenute a bada”.
Badano a questo, essenzialmente, a esorcizzare demoni, spettri, ombre paurose, che incombono sulle famiglie in conseguenza dei trionfi della medicina, che allungando implacabilmente l’esistenza materiale regala a tutti i peggiori anni delle nostre vite.
Ma ingegno umano e circostanze storiche hanno prodotto il rimedio: la Badante.
Vengono dall’Est (principalmente Romania e Polonia), dal Nordafrica, dal Sudamerica povero (Brasile, Perù, Caraibi…); già prima che l’afflusso si facesse massiccio, l’accaparramento di filippine leggendarie, che si assumevano a vita e badavano a tutto, consolazione di signore facoltose, era in atto in Italia, senza assumere connotazione di fenomeno sociale.
Alte quanto una gamba di corazziere, ad una leggera evocazione della padrone, comparivano silenziose, tornavano dopo un quarto d’ora col vassoio del tè pronto, servivano a tavola col rigore e la perfezione di un manuale.
Prima del Novanta e passa, la badante nell’accezione odierna, sostantivo che si tinge a poco a poco di professione, non esisteva.
È una creazione del connubio tra emigrazioni di massa e decadimento inesorabile di una nazione ipernutrita e invecchiante sempre più nel rimbambimento, nell’inutilità forzata, nelle depressioni e nelle incontinenze.
I nonni , finchè servono, faticano da Zio Tom; poi, nei casi fortunati, la badante arriva a scampare i loro interminabili ultimi giorni dalla nequizia della Casa di Riposo.
Ricordo la vedova (dal ’62 mi pare) di Ennio Flaiano, cui i diritti cinematografici del marito consentivano un piccolo appartamento in un residence dorato, in un posto rasserenante, dove le erano serviti pasti esclusivamente da lei ordinati: e nei suoi occhi, povera Rosetta, non brillava nessun sorriso, nessuna gioia… La rallegravano un poco le visite di una giovane amica che le faceva letture: poi ripiombava nella sua affabile e incurabile malinconia. Invece Montale, con la sua Gina che pensava (badava) a tutto, ebbe una vecchiaia da Nobel scettico e sempre lucido; ma non conobbe la sventura degli Ottant’anni inoltrati.
Viene l’agosto e già a luglio è il panico, nelle famiglie.
La Costantina sarà via dal 4 al 31. Lei è unica, la mamma non vuole nessun’altra, mi fa scenate. Saremo inchiodati qui! I cellulari raccattano sfoghi indicibili.
Trovare una badante esperta usa-getta non è facile. Le badanti partono, gli aerei sono pieni di badanti che tornano a casa, le case dei vecchi soli si riempiono di disperazioni.
È il male d’agosto: malattia, malessere, disagio di gente che non può più essere libera, che vive della schiavitù di altri.
Perchè la società si è organizzata, nelle forme ritenute più progredite (dunque le più sorvegliate) in base a catene senza fine di schiavitù, sradicando le autonomie, imponendo i doveri in ogni atomo d’esistenza, perseguitando il sogno, fino a suscitare vocazioni e rivolte criminali.
Per le pressanti richieste che ha, la badante deve ubbidire alla condanna di agosto: o adesso, che tutto stagna e si svuota, o perdere il posto, mancare all’obbligo.
Arrivate a casa, è un faticare da Dio di tipo diverso: lavori agricoli, cucine famigliari, assistenza gratis a chi non vede l’ora di sfruttarle per gratitudine del denaro ricevuto. In genere, non sono partenze giubilanti.
Può essere in parte disintossicante sfuggire alla penosa cadenza dei loro affidati segnati da Alzheimer, affetti da mali cronici di schiena che richiedono sforzi di sollevamento, con bocche sgarbate, ordini esasperanti, ripulse di scontenti.
Se c’è un soffio di amore, o almeno di simpatia umana, perfettamente incongruo in questo brulicare mostruoso di costruzioni, già intravedi una luce, una possibilità di altro, nella ripetizione insignificante di motivi immutabili.
Metto tra le benemerenze ignote delle badanti, la difesa del tutto impensabile della lingua e dell’identità italiana.
Eppure è così: il loro italiano, all’inizio elementare ma via via più fluente e arricchito dall’umanità con i loro assistiti (oggetti casalinghi, nomenclatura ortofrutticola, gergo medico, paramedico, farmaceutico, ortopedico, problemi di salute, confidenze immancabilmente ricevute di situazioni famigliari, osservazioni sapide sui governi italiani, sfoghi sulla vita, partecipazione a lutti, qualità eccelse di nipotini, modi di condire spaghetti), il loro italiano, dico, è incontaminato .
Se ne togli la barbarie universale dell’OK, l’italiano badantofonico è prodigiosamente libero dalle bestiali locuzioni che ininterrottamente entrano senza più uscirne nell’italiano corrente parlato e scritto, dei colti, dei semicolti, dei parlamentari, dei giornalisti.
Quanto a ministri e primi ministri sono ormai fuori dall’identità italiana, che invece arride alle badanti dopo tre mesi di contatti, quell’identità che ha scelto, come estremo rifugio, l’inflessione d’altre contrade e diserta sdegnata gli aliti fetidi dei malparlanti nazionali.
La badante italofona ha una superiorità sul turista arrogante che in quanto di nascita anglofona, o angloparlifero per bilinguismo, viene in Italia e sparpaglia esclusivamente il suo inglese di occupatore linguistico senza conoscere una sola parola di italiano, senza portarsi nella borsa neppure un dizionarietto tascabile dove scoprire che egg si dice uovo e son of a bitch, gustosamente, figlio di puttana .
Forse, un giorno, ex badanti sulla cinquantina insegneranno l’italiano, resistendo duramente contro presidi e infami decreti ministeriali che vorrebbero imporre ai gorbetti lezioni in inglese informatico e la versione inglese dell’ Addio monti manzoniano.
Guido Ceronetti
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