Destra di Popolo.net

LA STAZIONE FA PAURA, BOOM DI FURTI E AGGRESSIONI

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

LA CONTROMISURA: L’ACCESS0 AI BINARI SOLTANTO A CHI HA IL BIGLIETTO

L’allarme arriva dai numeri: 1.437 i furti in stazione, 2.045 sui treni. Totale: 3.482 nei primi sette mesi del 2014.
E poi 182 dipendenti di Fs aggrediti, 795 persone arrestate e 7.425 denunciate all’autorità  giudiziaria.
Cifre tutto sommato contenute, quelle diffuse dalla Polfer, considerato che sono centinaia di migliaia ogni giorno, superando in alcuni casi il milione, i passeggeri che transitano nelle stazioni italiane.
«Quattrocentomila solo a Roma Termini», fa notare il direttore della protezione aziendale del gruppo Fs, Franco Fiumara.
«Ma ciò non vuol dire che il fenomeno debba essere sottovalutato» – prosegue, presentando la nuova campagna di prevenzione “Stai attento! Fai la differenza” -. Anche perchè a fronte di poche migliaia di reati predatori, la percezione da parte degli utenti è molto più rimarcata rispetto alla portata effettiva».
La Lombardia la fa da padrona: 495 furti in stazione, 597 a bordo.
In tutto 1.092, il 31,4% del totale nazionale.
Seguono il Lazio (231 e 243), la Toscana (163 e 250), l’Emilia-Romagna (134 e 236), il Piemonte-Valle d’Aosta (97 e 171) e la Liguria (110 e 102).
Cifre ben lontane da quelle della Sardegna (2 e 1), della Calabria (2 e 19) e della Sicilia (10 e 12).
Ciononostante, un’indagine di Fs su circa 12mila viaggiatori, rivela che il 78% considera il treno il mezzo di trasporto che dà  maggior sicurezza.
«Anche se siamo in un periodo di spending review e di assenza di turn over — spiega il direttore del servizio di Polizia Ferroviaria, Claudio Caroselli — riusciamo ad assicurare una presenza visibile nelle stazioni e sui treni. A Roma Termini, come a Milano, operano ogni giorno 20-22 pattuglie, in uniforme e in abiti civili».
Se i furti sui treni si sono notevolmente ridotti, lo stesso non si può dire delle grandi stazioni. «Abbiamo proposto al ministero dell’Interno una modifica alla legge — rivela Caroselli — perchè, qualora una persona non osservi il foglio di via, dopo l’allontanamento dalle ferrovie, in caso di recidiva la sanzione non sia più amministrativa, ma penale».
E a proposito di sicurezza, molto ci si aspetta dalla prossima iniziativa di Fs.
Quella di consentire l’accesso ai binari ai soli passeggeri muniti di biglietto. «Un’iniziativa che riguarderà  Termini, Firenze (teatro finora dell’unico caso di associazione a delinquere scoperto dalla Polfer, ndr), per proseguire con Milano e gli altri grandi scali», spiega Fiumara.
A Firenze, dove una sperimentazione in tal senso è stata già  messa in pratica, i risultati sono stati stupefacenti.
«I proventi illeciti di ladri di bagagli e borseggiatori, che derivano principalmente dall’attività  criminale posta in essere lungo i binari, ha subito un crollo dell’80-85% – fa notare Carosellli —. Ripulita l’area dei binari la stazione è diventata poco attrattiva per chi delinque».
L’ingresso all’area binari sarà  filtrata da personale specializzato. Niente tornelli.
«Sono facilmente aggirabili – ha osservato Fiumara – e poi abbiamo 18 tipi di biglietti tra i quali quelli telematici, rischieremmo di bloccare la stazione».

Antonio Pitoni

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MASSIMO GIANNINI SBARCA A BALLARO’: PIU’ INCHIESTE E INVIATI SUL CAMPO

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

IL VICEDIRETTORE DI “REPUBBLICA” LASCIA IL QUOTIDIANO E FIRMA CON LA RAI

Il 16 settembre, Massimo Giannini inizierà  la sua avventura come conduttore di Ballarò, sulla terza rete della Rai.
Spetta al vicedirettore di Repubblica, dunque, raccogliere il testimone di Giovanni Floris, che ha lasciato Viale Mazzini per traslocare a La7. Giannini firma un contratto biennale con la televisione di Stato (anche come autore del programma) e si dimetterà  dal quotidiano di Largo Fochetti, dove ha lavorato per 28 anni.
A Repubblica, il giornalista romano è stato a capo della redazione economica e della redazione politica, ha diretto il supplemento del lunedì Affari&Finanza e, per un anno, anche Repubblica Tv, nei mesi del lancio del canale.
Ha scritto due libri: “Ciampi. Sette anni di un tecnico al Quirinale” (nel 2006) e “Lo statista. Il ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo” (2008).
La trasmissione non cambierà  nome.
Un’indagine di mercato ha confermato la forza del marchio Ballarò, di cui la Rai resta proprietaria. Ma le novità  non mancheranno.
Gli autori vogliono che il nuovo programma abbia una forte riconoscibilità  e identità  politica.
Gli inviati della trasmissione saranno più sul campo, sul terreno, alla ricerca di notizie ed esclusive mentre lo studio proverà  a sfuggire al rituale delle liti tra politici che ha già  affossato tanti talk-show nella passata stagione televisiva.
Meno parole, dunque. Meno opinionismo. E più fatti.
Niente di più facile che il ministro dell’Istruzione debba confrontarsi con un gruppo di insegnanti o di mamme piuttosto che con il leader dell’opposizione.
Giannini, infine, tenderà  l’orecchio ai social network.
L’arrivo del giornalista a Ballarò non piace al sindacato dei giornalisti della Rai (l’Usigrai), che dice: “Siamo alla spending review a giorni alterni. O più probabilmente agli spot personali quotidiani. L’ennesima chiamata di un cronista esterno è uno schiaffo ai 1.700 in forza alla Rai. E anche alla tanto decantata revisione della spesa. Il direttore generale Gubitosi riveli con massima trasparenza i contenuti del contratto siglato con Giannini: la Rai deve essere una casa di vetro, quindi parli con chiarezza. E già  che c’è dica quanti giornalisti esterni (compresi i pensionati di altre aziende) sono contrattualizzati con le nostre testate e reti, e quanto costano ai cittadini”.
La linea dell’Usigrai è condivisa da Salvatore Margiotta (senatore Pd).
Al vertice di RaiTre ricordano bene, però, che anche Floris era ormai un esterno. Prodotto del vivaio della Rai, nel 2008 il conduttore si era dimesso da dipendente della televisione di Stato sottoscrivendo un contratto (più ricco dei precedenti) come lavoratore autonomo.

Aldo Fontanarosa

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QUANDO RENZI DICEVA: “CON GLI 80 EURO SPERO SI ARRIVI OLTRE L’1% DEL PIL”

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

INVECE CHE CHIEDERE SCUSA, ORA UN’ALTRO ANNUNCIO: “GLI INDICI MIGLIORERANNO NEL 2015”

Al momento i gufi restano in partita. O piuttosto come dicono dalle parti di Forza Italia è Matteo Renzi è il vero gufo di se stesso.
A forza di ripetere che il meglio doveva venire, è successo che dopo quasi 6 mesi il meglio deve ancora venire e ora il presidente del Consiglio è costretto alla battuta sul tempo atmosferico: la ripresa, dice “è come questa estate: un po’ in ritardo, ma arriva”.
Ora che l’Italia torna in recessione, tutte le sue fiches finiscono sull’approvazione delle riforme costituzionali, che snelliscono, sburocratizzano, “efficientano” eccetera. Dopo 6 mesi la velocità  di parola non è proporzionata a quella dell’azione, i ritmi delle cose del governo si sono scoperti più lenti del previsto.
L’andamento beffardo dell’economia, “pazzerello” come ha l’ha definito Renzi alla direzione del Pd, ha messo i numeri giusti mentre Enrico Letta stava per entrare nel suo consiglio dei ministri di commiato, poche ore prima di essere accompagnato alla porta.
Non ora che c’è quello che Letta l’ha messo alla porta indicando l’uscita.
La “svolta buona” è diventata una giravolta: dal segno più al segno meno. I gufi sono diventati mese dopo mese una bestia nera da sconfiggere.
Gambler in a rush, l’aveva definito l’Economist, un giocatore d’azzardo che va di fretta.
La priorità  per l’Italia sono “lavoro e crescita, crescita e lavoro”, si raccomandava Renzi il 6 marzo, su questi temi “abbiate la pazienza di aspettare mercoledì”.
Cioè il giorno della presentazione della “Svolta buona”.
Quello delle scadenze serrate: aprile pubblica amministrazione, maggio fisco, giugno giustizia.
Pochi giorni e il presidente del Consiglio intraprese il suo tour europeo. Andò a Berlino e Angela Merkel rimase “veramente impressionata”.
La Confcommercio, quella che l’altro giorno lo ha fatto imbufalire dicendo che gli 80 euro in più in busta paga hanno un “effetto minimo”, in quei giorni metteva in vetrina cifre da capogiro: “Se a maggio, così come previsto dal governo, saranno erogate risorse per 12 miliardi netti alle famiglie (anche tramite le imprese) il Pil potrebbe crescere di un ulteriore 0,3% portando la stima di Confcommercio per l’anno a un +0,8%”.
Clima di festa, ci credevano tutti. I toni, come sempre, evocativi: “Dobbiamo mettere le cose a posto e lo faremo, torneremo a sorridere” insisteva il capo del governo dall’Aja. Anzi, ribadiva — un po’ à  la Berlusconi – bisogna fare “il tifo” per il Paese.
E’ di quel periodo — alle porte della primavera — l’inaugurazione dell’immagine che — dopo falchi e colombe — ha alimentato il linguaggio ornitologico in politica: il gufo.
I gufi, disse, gli amanti dello status quo, i burocrati che pensano che “il mondo si cambia con 42-43 decreti”: fu l’elenco dei suoi “nemici”, cioè i frenatori che remano contro o non credono alla sua svolta buona, politica, culturale.
Sono loro, i frenatori, ad avergli impedito di far partire gli 80 euro in busta paga già  prima delle Europee. Ma proprio in quell’occasione volle parare il colpo e rilanciare più in alto: o riesco a fare in 100 giorni “un’operazione di portata storica”, riforma del Senato inclusa, o chiudo con la politica. Nessuno gli diceva di stare sereno, ma lui lo era. All’entusiasmo mescolava la moderazione: la previsione dell’ex ministro dell’Economia Saccomanni dell’1% di crescita per il 2014 è “ahimè un po’ ottimistica — spiegava il 28 marzo — Le nostre cifre non sono queste: nel Def avremo un dato tra lo 0,8% e lo 0,9% di crescita. Con gli 80 euro in busta paga spero che alla fine si arrivi all’1% e lo si superi”.
Proprio nel Def, a proposito, le stime erano dettate da “estrema prudenza e aderenza alla realtà : spero che saranno smentite in positivo” spiega Renzi alla fine di un consiglio dei ministri di inizio aprile.
“L’urgenza e l’ambizione delle azioni di riforma che il Governo intende attuare sono senza precedenti — scrivono nel Def insieme al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan — Il percorso che si delinea prevede il passaggio fondamentale dello stato di gestione della crisi ad una politica di cambiamento riassumibile in due concetti: il consolidamento fiscale sostenibile e l’accelerazione sulle riforme strutturali per favorire la crescita”.
E Padoan, quasi quasi, ci crede anche di più: “Il 2014 potrà  essere l’anno della svolta per l’economia italiana — spiegava a metà  aprile — La ripresa è ancora fragile, ma è finalmente arrivata e le riforme messe in campo dal governo contribuiranno a sostenerla in modo determinante. Non sarebbe quindi così sorprendente se poi la crescita fosse anche un po’ superiore allo 0,8% indicato prudenzialmente nel Def”. Renzi ingaggia (e poi stravince) il derby paura vs speranza.
“O salviamo noi l’Italia o coi gufi e coi pagliacci non andiamo da nessuna parte” motteggia il capo del governo in piena campagna elettorale. “Non mi faccio facili illusioni quando il Pil è +0,1%, non mi deprimo quando, come oggi, è 0,1% — ammette — Valuteremo con grande attenzione i dati Istat che sicuramente non ci fanno piacere”.
Ma “resto molto fiducioso, molto ottimista” sull’economia italiana, “i numeri sono molto incoraggianti”.
Il dato del Pil (quello del primo trimestre) “avremmo preferito non leggerlo, ma è poco significativo in termini di futuro del Paese. Ho visto alcuni commentatori che erano quasi contenti, come se il racconto dell’Italia dovesse essere sempre in negativo”.
Dopo il bagno elettorale, Padoan va di slancio: ”Sono convinto che l’Italia ha tutte le possibilità  per iniziare un circolo virtuoso molto positivo e duraturo”.
Anzi, “sul fatto che il governo Renzi non ce la farà  invito a vedere cosa sarà  successo nei prossimi sei mesi”. Quindi dicembre. Il trionfo nelle urne galvanizza.
“Nei mille giorni prevediamo un aumento di un punto di pil solo lavorando sull’export. Il viceministro Calenda dice addirittura due punti” dichiara Renzi dall’Angola, durante il suo viaggio in Africa.
Quale occasione migliore per tirare al gufo: “I polemici che ora dicono che ci vuole più export e poi si lamentano per la perdita dell’italianità . Ma io guardo alla realtà  delle cose e sono convinto che il pil in mille giorni aumenterà  solo lavorando sull’export”.
Il meglio deve ancora venire, arriverà  con le riforme, ma nè il meglio nè le riforme arrivano con la velocità  che si sperava.
“La nostra priorità  è il lavoro — dice Renzi a fine luglio, moderando i toni — Ma le statistiche, credo, inizieranno a migliorare solo dal 2015″.
E’ l’epifania: “Non siamo in condizioni di avere un percorso virtuoso che avevamo immaginato”. Raggiungere lo 0,8 messo nero su bianco 3 mesi prima è “molto difficile”, ma tanto “che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente per la vita quotidiana delle persone”.
Per dirla meglio: “Non nego i dati negativi — risponde in un’intervista all’Avvenire — Sul Pil, il dato allo 0,8% che ora viene rivisto al ribasso da tutte le istituzioni che fanno previsioni non è una peculiarità  italiana, ma di tutta l’eurozona. Se dico che non è lo ‘zero virgola’ a cambiarci il destino, non sto sottostimando nulla. In sintesi, non c’è un temporale, ma non c’è neanche il sole: è un po’ come questa estate”.
D’altra parte la linea non è distante da quella pensata da Padoan prima che fosse nominato ministro: “Ho sempre lavorato con i numeri — disse a febbraio l’allora presidente in pectore dell’Istat — Occorre andare oltre una valutazione quantitativa della ricchezza. Il Pil non basta più, conta il benessere dei cittadini, che ha più dimensioni”.
Sperando che, invece, non avesse ragione Mario Monti quando a maggio si lasciò scappare quello che nelle stanze di Palazzo Chigi dev’essere risuonato come un anatema: “La linea che Renzi sta con capacità  politica affermando è, mi permetto di dire, la linea del mio governo”

Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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RECESSIONE: QUALI CONSEGUENZE?

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

A RISCHIO LA CRESCITA DELL’ANNO PROSSIMO… IL DATO SPINGE IL DEFICIT VERSO IL 3%

Dunque siamo tornati ufficialmente in recessione.
Dopo il -0.1 del primo trimestre il secondo chiude a -0,2%. Un dato peggiore delle peggiori stime.
E se è vero – come sostiene Renzi – che tra un +0,1 e un -0,1% non c’è grossa differenza, e per la gente comune cambia ben poco perchè tanto in crisi stiamo ed in crisi restiamo, è anche vero che a questo punto non solo l’obiettivo dello 0,3% previsto (al ribasso) per l’intero 2014 è a rischio, ma soprattutto è a rischio la crescita dell’anno prossimo, stimata tra l’1,1 e l’1,3 per cento.
Questo perchè la velocità  di entrata nel 2015 sarà  oggettivamente più bassa e quindi anche quegli obiettivi saranno più difficili da raggiungere.
Ma in concreto questo brutto numeraccio che conseguenze comporta?
Il governo ha escluso da tempo, e lo ha fatto ancora oggi col ministro dell’Economia, l’esigenza di varare una manovra correttiva per il 2014.
Ma un pil piatto spinge il deficit di quest’anno verso la pericolosissima soglia del 3% dal 2,6 previsto dal governo del Def.
E quindi non è escluso che a fine anno si renda necessario un ritocchino. Di certo, già  ora si può dire, che dai conti del prossimo anno in questo modo mancheranno 7-10 miliardi che si vanno a sommare alle spese già  di fatto impegnate, ad iniziare dalla conferma del bonus da 80 euro (costo 10 miliardi), che renderanno particolarmente problematica la costruzione delle prossima legge di stabilità .
Tanto più che le privatizzazioni non stanno funzionando e quindi mancano pure i 10-12 miliardi destinati a ridurre il debito.
Il meno 0,2% di Pil però ci dice anche un’altra cosa: che dalla terribile crisi dei mesi passati, che ha visto soffrire l’Italia più degli altri Paesi, non siamo ancora usciti. Anzi, stiamo arretrando di nuovo.
Ci dice che nemmeno l’obiettivo minimo di stabilizzare l’economia – immaginiamoci un moribondo in terapia d’urgenza – è riuscito.
E’ vero che ci sono altri segnali che fanno sperare in qualcosa di meglio (come i dati della produzione industriale, più 0,9 a giugno) ma evidentemente gli sforzi messi in campo fino a oggi e l’ottimismo sparso a piene mani non bastano.
Come probabilmente non basta accelerare sul terreno delle riforme, tutte le riforme, non solo quelle istituzionali.
E’ vero che l’Italia sconta forti ritardi in molti settori ma purtroppo non c’è nessuno oggi in grado di sfoderare la bacchetta magica.
Occorrono nervi saldi, è vero. Ma servono nuove misure. Più incisive, più efficaci. Per far correre le imprese che già  vanno bene e per rimettere in carreggiata quelle che ancora soffrono.
Occorre un drastico taglio delle tasse. Serve creare più lavoro, come servono pure meno incertezze e pasticci nel varo delle nuove leggi.
Perchè ogni tira e molla, manovra sì manovra no, bonus sì bonus no, alla fine influisce in maniera fortemente negativa sulla fiducia, che in questa fase deve essere uno dei pilastri su cui costruire una svolta.
Una avvertenza finale: il dato Istat di oggi è solamente una stima preliminare, quello definitivo arriverà  solo fra qualche settimana.
Potrebbe essere corretto al rialzo, ma è quasi impossibile che torni in terreno positivo, e se anche fosse cambierebbe poco della sostanza delle cose.
L’Italia è ferma, anzi peggio, rischia di affondare di nuovo.
Facciamocene una ragione.

Paolo Baroni
(da “La Stampa”)

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IL VICEMINISTRO MORANDO ORA AMMETTE: “MANOVRA PESANTE NEL 2015”

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

SERVIRANNO 24 MILIARDI… MENTRE RENZI CONTINUA A RACCONTARE FAVOLE, L’ITALIA CORRE COME I GAMBERI: ALL’INDIETRO

Una manovra più pesante per il 2015. E forse anche per tutto il triennio che porta fino al 2018.
Unica consolazione: nessuna correzione dei conti per quest’anno.
È il succo dell’intervista che il viceministro all’Economia, Enrico Morando, ha dato ad Affari Italiani, pochi minuti dopo la diffusione dei dati Istat che certificano il ritorno alla recessione per il nostro paese.
In quanto consisterà  questa stretta? Morando ovviamente non si sbilancia, tuttavia i primi calcoli possono condurci in una forchetta che oscilla fra i 6-8 miliardi, se le cose non migliorano nei due trimestri che restano da qui fino a fine anno.
Morando ha ammesso le difficoltà  in cui versa l’economia italiana e soprattutto di come al Tesoro non si aspettassero un dato cosi negativo.
“L’economia va male, molto peggio di come avevamo previsto. Bisogna accelerare sulla strada delle riforme. Il problema non è cambiare la rotta, ma confermarla e accelerare per riportare il Paese su un sentiero di crescita stabile che è ancora lontana da essere conseguita”.
E non si nasconde sul destino che attende milioni di italiani: “La manovra 2014 non ci sarà , ma naturalmente sarà  molto impegnativa la sessione di bilancio 2015-2018 perchè entreremo nel 2015, ormai lo sappiamo, con un ritmo di crescita inferiore rispetto a quello che avevamo previsto”.
Il viceministro però non se la sente di fare previsioni sulla stretta: “Nessuno, se parla seriamente, è in grado di fissare numeri. Dipenderà  dall’andamento dell’economia nella seconda parte di quest’anno e tutti ci auguriamo che contenga un’inversione di tendenza, che il segno sia più. Ma è già  chiaro che non conseguiremo l’obiettivo previsto in termini di aumento del prodotto interno lordo nel 2014 e questo, naturalmente, avrà  un effetto di trascinamento negativo sul 2015. Questo è già  chiaro. Le quantità  le vedremo quando presenteremo la nota di aggiornamento al documento di economia e finanzia ai primi di settembre e poi via via durante la sessione di bilancio”.
Se Morando non fa previsioni, visto anche il suo ruolo, qualche calcolo comunque lo si può fare.
L’Istat fa sapere che se nulla cambia negli ultimi sei mesi del 2014, il pil su base annua si attesterà  allo -0,3%.
Quindi a un livello ben lontano dallo 0,8% previsto dal Def. Insomma, più di un punto percentuale di differenza.
Questo cosa significa? Essenzialmente che Renzi e Padoan si troveranno con meno ricavi fiscali e più costi sociali da sostenere.
In poche parole meno entrate e più uscite.
Quanto sarà  grande il buco? Il punto in meno di pil rispetto alle previsioni del Def apre una crepa che si può quantificare in una forchetta che va dai 6 agli 8 miliardi, che vanno quindi aggiunti ai 16 miliardi circa che erano previsti per la legge di stabilità  2015.
Alla fine la manovra autunnale rischia di attestarsi su una cifra considerevole, attorno i 22-24 miliardi.
Dove si trovano?
Renzi ha promesso che non aumenterà  le tasse. Quindi non gli resta che accelerare sull’unica altra misura possibile: la spending review.
Probabilmente però i tagli alla spesa non basteranno e infatti fra Tesoro e palazzo Chigi ormai si fa sempre più strada la possibilità  di far lievitare il rapporto deficit/pil dal 2,6% previsto al 2,9%, giusto un pelo sotto il limite del 3%.
Per fare questo tuttavia ci dovrà  essere il via libera della prossima commissione europea.
Anche perchè così si allontana sempre più l’obiettivo del pareggio di bilancio da raggiungere entro l’anno prossimo.
Ma a Bruxelles le partite non sono mai facili. Lo dimostra il gelo con cui il portavoce del commissario agli affari economici Katainen ha commentato i dati sul pil. “Ci attendiamo un impatto negativo sulle finanze pubbliche” dai dati deludenti sul pil italiano. Ma “è troppo presto per aggiornare le previsioni sul deficit”, che “saranno pronte a novembre” assieme alle valutazioni sui piani di bilancio per il prossimo anno. A novembre non ci sarà  più Katainen, certo, perchè in scadenza, ma la partita per Renzi sarà  difficile lo stesso anche con un commissario amico.

(da “Huffingtonpost“)

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INCONTRO RENZI-BERLUSCONI: APERTURA SULLE SOGLIE, MA SULLE PREFERENZE C’E’ DISTANZA

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

BERLUSCONI VUOLE IL CONTROLLO DEGLI ELETTI E NON E’ DISPOSTO A FAVORIRE ALFANO

Dubbi, dubbi e ancora dubbi. Su soglie e preferenze, ma soprattutto sulle seconde.
A Silvio Berlusconi le nuove proposte di Matteo Renzi sulle modifiche da apportare all’Italicum non sono piaciute affatto.
E così, nessun via libera definitivo, solo una tenue, fragile disponibilità  a riflettere sulle attuali soglie di ingresso previste dal testo della riforma elettorale, così come è stato licenziato dalla Camera.
In particolare, una disponibilità  a procedere con un ‘aggiustamento’ — ma senza stravolgere l’impianto dell’Italicum, è stato il paletto — degli sbarramenti per i ‘piccoli’ partiti, ovvero sulle soglie di ingresso per i partiti che si presentano in coalizione e per i partiti che vanno alle urne da soli, senza alleanze.
Insomma, un aiuto ad Alfano lo si può pure dare, ma non certo arrivando a sottoscrivere la soglia del 2% per i partiti in coalizione e quella del 3% per quelli che si presentano da soli che tanto vorrebbe il ministro dell’Interno.
Renzi se ne è fatto carico di portare l’istanza di Ncd davanti al Cavaliere ma lui, con un sorriso ironico, ha commentato: “Sono un uomo generoso con tutti, ma qui mi si chiede un po’ troppo…”.
Facile capire perchè Berlusconi non intenda mollare sulla soglia d’ingresso così bassa, perchè vorrebbe dire lasciare libero Alfano da qualsiasi “sirena” di ritorno a casa, se non proprio dentro Forza Italia (ipotesi remota) almeno in coalizione.
Insomma, idea respinta. Mentre uno spiraglio si è aperto sulla possibilità  di innalzare la soglia per far scattare il premio di maggioranza (ora al 37%) anche arrivando al 40%.
Ma è stato l’unico, vero momento di apertura dimostrato da Berlusconi in tre ore di colloquio che non si è concluso affatto bene.
A interrompere il rapporto fin qui di grande collaborazione tra Renzi e Berlusconi, è stato il tema delle preferenze.
Verdini e Lotti, nei giorni scorsi, avevano preparato con grande cura il terreno di gioco su questo argomento, prospettando tre diverse ipotesi di discussione: la prima, un’idea di preferenze sullo schema della legge elettorale per le Europee, che si sapeva già  sarebbe stata respinta senza appello dal Cavaliere, visto come è andata a finire a maggio con Raffaele Fitto. Una seconda, con le primarie per legge, oppure con i collegi uninominali e dunque l’esclusione dell’inserimento delle preferenze dall’Italicum.
Terza, l’ipotesi, valutata positivamente anche da Verdini, di avere i capilista bloccati e tutto il resto lasciato nelle mani della libertà  di scelta dei cittadini, in modo da assicurare, comunque, alle segreterie dei partiti il controllo sulla prima fila degli eletti in Parlamento, ma così da togliere alle opposizioni, soprattutto ai 5 stelle, la bandiera della lotta sulle preferenze.
Inaspettatamente, il Cavaliere ha detto no anche a questa ultima opzione.
Lasciando Renzi e Guerini un po’ spiazzati, visto che Verdini aveva assicurato un gradimento di Berlusconi su questo punto. Invece, niente.
Il Cavaliere ha infatti chiarito: “Io avevo parlato di ‘ritocchi’ all’impianto della legge, non certo ‘stravolgimenti’ — avrebbe detto, come riferiscono fonti di Forza Italia — qui mi state proponendo tutta un’altra cosa, è un’altra legge, non quella su cui abbiamo fatto l’accordo…”. Pare che a palazzo Chigi sia calato il gelo per qualche secondo, il tempo per Renzi di cogliere che l’occasione non avrebbe portato ad un risultato certo, dunque meglio rinviare.
E continuare a discutere. Il gran ciambellano Gianni Letta, a quel punto, ha messo sul tavolo la possibilità  di una nuova riunione, casomai dopo la pausa estiva, a settembre inoltrato, ma Berlusconi, gelando ancora di più le attese, ha ribattuto: “Basta che però ci siano delle novità  — raccontano sempre fonti di Forza Italia — altrimenti è inutile vedersi…”.
Insomma, a quanto riassumono uomini vicini al Cavaliere, la disponibilità  manifestata da Berlusconi ad un nuovo incontro sarebbe vincolata rigidamente a ‘ritocchi’ non sostanziali dell’Italicum, nulla di più di un semplice ‘tagliando’, di certo non l’inserimento delle preferenze o di soglie di sbarramento in ingresso giudicate ‘ridicole’.
Insomma, nessun ‘no’ pregiudiziale, ma per ora una netta chiusura a parlare di ‘cambiare l’ordine dei fattori’ rispetto a quanto è già  stato approvato dalla Camera.
Sul resto, tutto è invece filato abbastanza liscio, con Berlusconi che ha confermato l’appoggio di Forza Italia sul ddl Boschi e sul titolo V e sul resto degli accordi contenuti nel patto del Nazareno a cui si sarebbe aggiunta la disponibilità  di Berlusconi a dare un sostegno esterno al governo sui temi economici di prossima emergenza nazionale.
Ma sulla legge elettorale è ancora una distanza che qualcuno, dentro Forza Italia giudica ‘incolmabile’.
Un bel problema per Renzi, soprattutto da far digerire dentro il Pd.

Sara Nicoli |

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SCHETTINO INSEGNA “GESTIONE DEL PANICO” ALL’UNIVERSITA’

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

LEZIONE ALLA SAPIENZA: “SO COME COMPORTARMI NELLA CRISI”… MA DOBBIAMO FARCI RIDERE DIETRO DA TUTTO IL MONDO?

L’ex comandante della Costa Concordia Francesco Schettino ha tenuto una lezione (il 5 luglio) nell’ambito di un seminario organizzato dalla cattedra di Psicopatologia de La Sapienza di Roma. Schettino, che sarebbe stato invitato dal prof. Vincenzo Mastronardi, ha parlato di “gestione del panico in situazioni di crisi”.
Per illustrare agli studenti di Psicopatologia come comportarsi in situazioni di alto pericolo Schettino ha portato come esempio il naufragio del Giglio, come riporta La Nazione.
Durante l’intervento, durato circa 15 minuti, Schettino ha commentato la ricostruzione del naufragio (con grafica 3D) della nave di cui era comandante raccontando agli studenti alcuni episodi e situazioni della sua carriera in mare.
“Sono qui come esperto. So come ci si comporta in casi del genere”, ha detto Schettino.
Secondo l’ex comandante, che ha anche ricevuto un diploma dall’ateneo, “ci sono studi comparativi che mettono a confronto il disastro della Concordia con altre tragedie simili, anche con l’attentato alle Torri gemelle”.
Nel seminario “Dalla scena del crimine al profiling”, a margine del master in scienze criminologiche della facoltà  di Medicina, Schettino ha parlato anche “della componente umana” in situazioni di emergenza.
Ha affermato anche di “sapere come bisogna reagire” in queste situazioni. Si tratta di “scelte fatte che hanno avuto tutte una componente umana fondamentale”, ha continuato Schettino riferendosi alle decisioni prese durante il naufragio della Costa Concordia e in altre situazioni di pericolo.
Nel frattempo si levano le prime poteste da parte di chi ritiene che Francesco Schettino sia corresponsabile di una tragedia di proporzioni enormi.
Dal mondo politico i senatori di Ncd chiedono al ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, di intervenire tempestivamente e annullare un master a cui ha partecipato l’ex comandante.
I senatori affermano che “Schettino è imputato con gravissimi indizi per la strage della Concordia”. Si uniscono all’appello di protesta anche i senatori del Pd.
Anche sui social network è scoppiata la protesta contro lo Schettino-docente visto a La Sapienza.
Soprattutto su Twitter gli utenti hanno condannato duramente (e ironicamente) la scelta dell’università  romana.
La Sapienza intanto prende le distanze dalla vicenda attraverso una nota del rettore Luigi Frati: “Scelta indegna. Bollare l’iniziativa del direttore del master prof. Mastronardi come deviante rispetto alle finalità  di un qualsiasi evento accademico”. L’Università  fa sapere inoltre che il professore è stato deferito al comitato etico “perchè ne valuti i profili anche ai fini disciplinari”.
Frati aggiunge: “Patetiche scuse del prof. Mastronardi chiamato telefonicamente”.
Anche il ministro dell’Istruzione Giannini ha definito “sconcertante” la partecipazione di Schettino al seminario universitario.
“L’autonomia universitaria non può essere declinata in spregio alle famiglie delle vittime della tragedia della Concordia che rappresenta ancora una ferita aperta per questo Paese”, ha concluso il ministro. Giannini ha invitato soprattutto a fermare le spettacolarizzazioni delle tragedie.
Il prof. Mastronardi al centro della vicenda intanto si difende asserendo di non aver invitato Schettino.
L’ex comandante, secondo quanto riporta l’Agi raggiunta telefonicamente dallo stesso professore, saputo dell’iniziativa di Mastronardi avrebbe voluto partecipare all’evento per “par condicio”.
Sentiti i propri legali, Schettino temeva che la versione di altri esperti avrebbe potuto danneggiare la propria linea difensiva.
“Sicuramente ho sottovalutato le conseguenze della cosa – ha dichiarato Mastronardi – ma non c’è dubbio che dal punto di vista scientifico il punto di vista del protagonista di quel fatto di cronaca così tragico era sicuramente interessante”.
Inoltre la scelta della location, il Circolo aeronautica Casa dell’Aviatore in viale dell’Università  20, per il professore, era un tentativo di tenere l’evento staccato dall’ateneo.

(da “Huffingtonpost“)

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I SITI STRANIERI COMMENTANO: “L’ITALIA RICADE, RIFORME SOLO DI FACCIATA”

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

RECESSIONE PIL: “COLPO PER MATTEO RENZI”

“L’Italia torna a sorpresa in recessione, colpo per Matteo Renzi”. Questo il parere all’estero sul calo del Pil dello 0,2% nel secondo trimestre 2014, dato diffuso dall’Istat, a quanto si legge sui siti dei giornali stranieri.
“L’economia italiana è di nuovo in recessione”, titola il Financial Times, sottolineando come le nuove cifre “accrescono le pressioni sul giovane premier riformista Matteo Renzi perchè approvi un aggressivo piano di riforme, mentre crescono le critiche interne per non averlo ancora fatto”.
Il quotidiano britannico aggiunge che le accuse dei critici al Governo sono di essersi concentrato su riforme “di facciata” come quella del Senato, mentre quelle veramente necessarie – ad esempio lavoro e burocrazia – sono in stallo.
“L’Italia ripiomba in recessione”, scrive invece il sito della Bbc, osservando come “i dati sorprendentemente deboli” del secondo trimestre vengano dopo il – 0,1% dei primi tre mesi dell’anno.
“L’inattesa contrazione del Pil è un colpo per il premier Renzi, arrivato al potere promettendo le riforme e di rilanciare l’economia”.
Anche il quotidiano francese Le Figaro commenta il calo del Pil italiano nel secondo trimestre: “È più marcato delle previsioni pessimistiche” di alcuni economisti.
Il quotidiano economico francese Les Echos titola similarmente alla Bbc: “L’Italia ricade in recessione”.

(da “Huffingtonpost”)

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SONDAGGIO IXE’: CON RENZI AUMENTERANNO I POSTI DI LAVORO? IL 70% DICE NO

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

PIU’ CREDITO TRA GLI OVER 65, MA FIDUCIA ANCORA PIU’ BASSA NELLA FASCIA D’ETA COMPRESA TRA I 30 E I 54 ANNI

L’istituto di ricerca Ixè ha condotto, per la trasmissione Millenium, un sondaggio per chiedere a un campione di 1.300 italiani se credono che il governo in carica di Matteo Renzi sarà  in grado o meno di aumentare i posti di lavoro.
Gli intervistati si sono espressi chiaramente per il no: il 70%.
Il campione è stato suddiviso anche per età .
In questo senso si scopre che gli intervistati di 65 anni e oltre sono più ottimisti rispetto alle capacità  del governo: il 44% crede che l’esecutivo Renzi aumenterà  i livelli di occupazione.
La fiducia per nuovi posti di lavoro creati è invece molto bassa per la categoria tra 30 e 54 anni (18%) e per quella dei più giovani nella fascia tra i 18 e i 29 anni (21%).
Una inversione di tendenza quindi rispetto all’ottimismo che circondava l’operato del premier fino a qualche settimana fa.
Gli italiani cominciano ad aprire gli occhi?

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