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ISTAT, PIL PEGGIO DEL PREVISTO: SCENDE DELLO 0,2%

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

E’ RECESSIONE, SALTANO LE STIME DEL GOVERNO, BORSA IN ROSSO E AUMENTA LO SPREAD

Il verdetto temuto è arrivato: nel secondo trimestre il prodotto interno lordo italiano è calato dello 0,2%.
L’Italia, uscita dalla recessione solo a fine 2013, in termini tecnici ci è già  ripiombata. Non solo: il dato ha addirittura superato in negativo la parte più bassa della “forchetta” indicata dall’Istituto nazionale di statistica a giugno, che era del -0,1%.
La “variazione acquisita” per il 2014, cioè quella che si otterrebbe se di qui a fine anno non ci fossero variazioni, è pari al -0,3%.
Non si è salvato nessun settore: è peggiorato l’andamento dell’industria, ma anche quello dei servizi e dell’agricoltura.
E nemmeno la domanda estera ha dato un contributo positivo. Come dire che sono calate anche le vendite di prodotti made in Italy fuori dai confini nazionali.
Il livello del Pil è il più basso registrato negli ultimi 14 anni.
A questo punto il tasso di crescita del Paese nel 2014 sarà  nella migliore delle ipotesi piatto. Stagnazione, insomma.
Il bonus di 80 euro, di cui solo martedì Matteo Renzi ha rivendicato la bontà  rispondendo alle critiche di Confcommercio, non ha in effetti avuto alcun impatto positivo sui consumi e sulla crescita.
Lo spread tra i titoli di Stato italiani a dieci anni e quelli tedeschi è subito schizzato a 167 punti base, contro i 160 dell’apertura, e la Borsa ha virato verso il rosso.
Il Ftse Mib, l’indice principale di Piazza Affari, pochi minuti dopo la notizia lasciava sul terreno il 2,3%. Alle 11:30 la perdita aveva raggiunto il 2,6%.
Dato peggiore delle attese del governo.
Si complica la preparazione della legge di Stabilità  – Palazzo Chigi e via XX Settembre si aspettavano un dato negativo, come fa intendere il ministro Pier Carlo Padoan nell’intervista al Sole 24 Ore pubblicata proprio nel giorno della diffusione dei dati Istat, ma non più basso del -0,1%.
“C’è una fase di uscita dalla recessione che è molto faticosa perchè la recessione è davvero profonda”, ammette il ministro nel colloquio con il direttore del quotidiano. Che si apre con l’irrituale richiesta di “scrivere a caratteri cubitali” che in Italia “assolutamente” non arriva la troika, spauracchio di queste settimane di pessimi dati macroeconomici. Padoan martedì era atteso in aula alla Camera per l’informativa sulla spending review messa a punto dal commissario Carlo Cottarelli, che dopo la querelle con Renzi potrebbe lasciare l’incarico per tornare al Fondo monetario internazionale. Ma l’appuntamento è slittato a causa dell’ingorgo dei lavori parlamentari e deve ora essere ricalendarizzato.
Potrebbe anche slittare a settembre, in modo da concedere a Padoan e al nuovo gruppo di consiglieri economici di Matteo Renzi (dall’ex rettore della Bocconi Guido Tabellini a Tommaso Nannicini, anche lui bocconiano e tra gli ispiratori di lavoce.info) più tempo per mettere a punto i tagli che andranno dettagliati nella legge di Stabilità  per il 2015. Documento che entro novembre dovrà  poi essere inviato a Bruxelles per il via libera della Commissione.
Più stretta la strada della legge di Stabilità 
Il passaggio, a questo punto, si preannuncia molto complesso. La Ue non ha accettato la richiesta di Roma di rimandare di un anno, dal 2015 al 2016, il pareggio strutturale di bilancio.
E, con la crescita che non riparte, quest’anno il rapporto deficit/Pil si attesterà  per forza su un livello più alto rispetto a quel 2,6% che il governo ha inserito, ormai cinque mesi fa, nel Documento di economia e finanza (Def).
Padoan e Renzi continuano a ribadire che resteremo comunque sotto la soglia del 3% e “non ci sarà  bisogno di una manovra aggiuntiva”.
Ma, se può essere vero che non sarà  necessario correggere in corsa i conti pubblici per quest’anno, nel 2015 una combinazione di tagli e tasse per un ammontare complessivo vicino ai 20 miliardi di euro non potrà  essere evitata.
Per di più con questi risultati per il premier diventa più difficile rivendicare dalle istituzioni europee maggiore flessibilità  nel rispetto del Patto di stabilità .
Quella che, fino a qualche settimana fa, poteva essere presentata come una proposta super partes per rilanciare la crescita dell’Unione, diventa ora pericolosamente simile alla richiesta di uno “sconto” sugli impegni presi.
Lo spettro del fiscal compact
E il quadro è aggravato dalla portata del debito italiano, lievitato oltre i 2.120 miliardi di euro. L’anno prossimo entra in vigore il fiscal compact, cioè la regola che impone di tagliare di un ventesimo all’anno la parte di “zavorra” che eccede il 60% del prodotto. Roma è al 135,6%, ben oltre il 132,8 del Def.
E, con il Pil nominale che cala, il valore è destinato a salire. In teoria, se i nuovi paletti verranno rispettati in modo puntuale l’Italia dovrà  garantire l’anno prossimo un abbattimento del debito di oltre 10 miliardi.
Giù anche la produzione industriale.
Anche la produzione industriale, ha comunicato l’Istat, nel secondo trimestre è calata dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti. Ancora peggio è andata a maggio, quando la caduta è stata dell’1,2%. Giugno ha portato un’inversione di rotta facendo segnare un incremento dello 0,9%, il maggiore da gennaio, ma non è bastato per far tornare in positivo l’indice.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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MANOVRA, L’ALTERNATIVA D’AUTUNNO: TASSE O MERCATO

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI NON PUO’ PERMETTERSI POLITICAMENTE UNA MANOVRA LACRIME E SANGUE, MA LE SOLUZIONI IN ESAME POSSONO ESSERE QUELLI DI AGIRE CON UNA PATRIMONIALE O SUL MERCATO DEL LAVORO

“Ti giuro che la manovra non ci sarà ”. Qualunque renziano osservante che segue le questioni economiche in questo periodo ripete le stesse rassicurazioni.
Anche se la crescita del 2014 sarà  +0,2 o, peggio, zero, invece del +0,8 previsto dal governo, non ci sarà  nessuna manovra.
Matteo Renzi non può permettersela politicamente.
Però anche se le rigidità  del Fiscal compact saranno aggirate, i problemi resteranno. Le lezioni che l’Italia avrebbe dovuto apprendere in questi anni sono semplici.
La flessibilità  europea non esiste: si può scegliere di sfondare i vincoli — come ha fatto la Francia     — e prendersi da soli i margini di manovra, a costo di subire le sanzioni dell’Europa.
Oppure si possono rispettare gli impegni, come sta facendo l’Italia, sperando di essere premiati (non succede mai).
Ma la vera questione resta quella della crescita. Rimandare sempre i problemi economici all’autunno, quando i primi nove mesi dell’anno sono già  passati, significa fare politica economica soltanto con i tagli o le tasse una tantum.
Il problema dell’Italia ormai non è più il 2014, ma il 2015: una crescita inferiore allo 0,9-1,3 per cento stimato sarebbe un disastro.
Bisogna adottare quindi provvedimenti immediati, che producano risultati in mesi, non in anni.
A sentire i parlamentari sembra che ci siano solo due opzioni: una grossa patrimoniale che redistribuisca ricchezza (Sel) o un drastico intervento sul mercato del lavoro per indebolire ancora l’articolo 18 sui licenziamenti e rendere più precari e meno costosi i giovani (Pd-Forza Italia).
Non è così. Basta essere un po più creativi e coraggiosi.
Due esempi: al Senato si sta discutendo di come incentivare i “mutui a rovescio”: l’anziana signora con 400 euro di pensione e la casa in centro è povera e massacrata dall’Imu, ma potrebbe ottenere un flusso mensile di denaro dalla banca che, dopo un certo periodo, magari quando alla signora non serve più, diventa proprietaria della casa.
Misure come questa aumentano reddito e consumi in modo più efficace della patrimoniale.
Altro spunto: ci sono migliaia e migliaia di giovani laureati che lavorano gratis per professionisti strapagati ed evasori, come praticanti negli studi legali, di commercialisti, di architetti.
Non si potrebbe vietare questo lavoro gratuito e costringere gli avvocati a pagare — decentemente e non in nero — i praticanti?
Sarebbe una redistribuzione interna alla categoria che farebbe un gran bene a tutti.
Poi ci sono le liberalizzazioni: il caso ormai dimenticato delle parafarmacie dimostra che si possono creare posti di lavoro con un tratto di penna (è l’unico vantaggio di vivere in un Paese iper-burocratico).
Coraggio, cari parlamentare, un po’ di fantasia per superare il binomio tasse&tagli.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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OTTANTA EURO E NON SENTIRLI: EFFETTO ZERO SUI CONSUMI

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

LA MISURA NON È SERVITA E RENZI RISPONDE PICCATO: “11 MILIONI DI ITALIANI NON LA PENSANO COSàŒ”… MA I DATI SONO QUELLI

Forse nei libri acquistati ieri a Roma per l’estate (oggetto del suo shopping alla galleria Sordi sono stati, tra gli altri, “Lo stato innovatore” di Mariana Mazzucato e “Forza lavoro” di Maurizio Landini), Matteo Renzi troverà  qualche spunto per il rilancio dell’economia che ancora non arriva.
“La rispresa è come l’estate: è un po’ in ritardo, non è bella come volevamo, ma poi arriva”, è la metafora usata dal premier.
Che fa il paio con quella sportiva, con il governo che “ha abbandonato il passo dello sprinter per adottare quello del maratoneta”.
Per adesso, però, il cammino è lento e tutto in salita. Giugno doveva essere il primo mese in cui si dovevano vedere gli effetti degli 80 euro arrivati agli italiani in busta paga a maggio.
In attesa dei dati ufficiali dell’Istat sul Pil del secondo semestre in arrivo oggi, le stime rese note da Confcommercio sono impietose.
Secondo lo studio dell’indicatore dei Consumi (Icc), a giungo si rileva una crescita dello 0,4% rispetto a un anno fa, ma solo dello 0,1 rispetto a maggio 2014.
“Sono segnali positivi ma straordinariamente deboli e insufficienti per affermare che la domanda delle famiglie sia a un punto di svolta. Si conferma il permanere di un quadro economico privo di una precisa direzione di marcia, situazione che, dopo un lungo periodo recessivo, non può che non preoccupare molto”, si legge nella relazione che accompagna i dati.
Il presidente Carlo Sangalli, poi, rincara la dose. “Il bonus di 80 euro non ha raggiunto l’obbiettivo di un effetto shock sui consumi e di generare una fiducia diffusa, fondamentale per far ripartire la domanda interna”, osserva Sangalli.
Che aggiunge: “Il primo effetto degli 80 euro sembra bruciato dall’incertezza del momento e dalle troppe tasse. La misura va nella giusta direzione, ma bisognava fare di più per ricostituire il reddito delle famiglie tornato ai livelli di trenta anni fa”. Effetto quasi zero, dunque. E nessun ciclo virtuoso.
Confermato anche dalle associazioni dei consumatori. “Chi ha sperato in una ripresa dei consumi ha ricevuto una grande delusione. Questo perchè le famiglie preferiscono usare quei soldi in più per pagare bollette, rate e debiti vari, continuando a tagliare le spese non indispensabili”, sostiene il presidente di Codacons Carlo Rienzi.
Forse nemmeno il premier si aspettava grandi cose da giugno. Ma la risposta di Renzi è piccata. “A chi dice che gli 80 euro non servono a niente ricordo che 11 milioni di italiani la pensano diversamente. Non siamo ancora fuori dalle difficoltà , c’è ancora molto da fare, ma faremo di più e meglio. Se era facile non eravamo qui”, afferma il presidente del consiglio.
È possibile che l’associazione di Sangalli abbia il dente avvelenato con Renzi viste le misure del governo contro le Camere di commercio (un’altra stoccata era arrivata la scorsa settimana), ma i dati sono quelli. Oggettivi.
E la risposta del premier conferma un certo nervosismo.
Tanto che l’azzurro Daniele Capezzone invita Matteo alla prudenza consigliandogli “di non polemizzare ogni giorno con qualcuno”.
Il bonus di 80 euro in busta paga, infatti, è stata la bandiera del governo nei primi mesi di vita. Il provvedimento di cui il premier andava più fiero.
Una fiducia forse più di facciata che reale, visto che l’andamento dei consumi è da sempre una variabile impossibile da calcolare con certezza.
Questo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan lo sanno bene, tanto che nel Def l’impatto del bonus viene stabilito in un più 0,1% del Pil nel 2014 e in un più 0,3 nel 2015. Quasi niente.
Inoltre ci siano i soldi per mantenere il bonus anche nel 2015 è ancora tutto da dimostrare. Mentre solo da pochi giorni il Tesoro ha confermato le risorse per mantenerlo nel 2014.
Questo teatrino, però, ha avuto come conseguenza quella di far percepire il bonus come un provvedimento temporaneo e non come una misura permanente.
Così, secondo gli esperti, gli italiani preferiscono conservare gli 80 euro in vista di tempi peggiori invece di spenderli.
Il solo mese di giugno — oltretutto zeppo di scadenze fiscali — è troppo poco per giudicare. Ma la tendenza è quella.
Secondo Confcommercio “i segnali sono deboli e insufficienti”. Altra cosa sarebbe stata se “fosse stato esteso a tutte le categorie”.
Ieri Renzi ha visto il ministro Padoan.
Tra i due il feeling rimane solido, ma lo stesso non si può dire dei rispettivi staff.
Al ministero dell’Economia, infatti, continua il nervosismo per la decisione del primo ministro di istituire una squadra economica a Palazzo Chigi composta da tecnici di sua stretta fiducia come Guido Tabellini e Tommaso Nannicini, oltre al suo consigliere economico Yoram Gutgeld.
Un’equipe messa in piedi per fare da contraltare al Tesoro. E infatti i tecnici di Via XX Settembre sono da giorni in fibrillazione.

Gianluca Roselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DIETRO LA LAVAGNA: CARI MAESTRI D’ITALIA FINITI IN CASTIGO

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

LA BEFFA DI “QUOTA 96” È SOLO L’ULTIMA DI UNA SERIE CHE RELEGA I NOSTRI INSEGNANTI TRA I PIÙ PRECARI E PEGGIO PAGATI D’EUROPA… RISPETTO ALLA MEDIA UE STIPENDI PIU’ BASSI DEL 25%… E I NOSTRI INSEGNANTI LAVORANO DI PIU’ DEI COLLEGHI EUROPEI: 22 ORE SETTIMANALI CONTRO 19

La beffa dei “quota 96” ha dell’incredibile ma non è l’unica ritorsione nei confronti degli insegnanti italiani. Che vivono davvero come foglie sospese sugli alberi d’autunno.
L’elenco delle vessazioni che hanno subito negli ultimi anni e che continuano a subire potrebbe non finire mai.
Il risarcimento mancato per una manciata di spiccioli.
Solo in un paese in cui chi governa non sa nulla della scuola e dove i ministri si alternano come nel gioco dei quattro cantoni, si poteva confondere l’anno solare con l’anno scolastico e impedire ai docenti che avevano raggiunto i requisiti per la pensione entro l’anno scolastico 2011/2012 (con la “quota 96”) di andare in pensione nel 2012, primo anno dell’era Fornero.
L’emendamento a loro favore dopo essere stato votato con la fiducia alla Camera è stato eliminato, con la fiducia, al Senato.
Un capolavoro di schizofrenia che ora, secondo quanto riporta orizzontescuola.it  , potrebbe essere sanato con un provvedimento ad hoc che, però, potrebbe contenere un’altra beffa: ammettere il pensionamento con una penalizzazione del loro assegno.     Il peccato originale della scuola italiana, in realtà , deriva dai tagli della riforma Gelmini. Dietro il folklore del grembiulino si nascondeva il più poderoso taglio di risorse mai effettuato.
Dalla Gelmini in poi,     una politica a base di tagli
Secondo i dati della Flc-Cgil, tra il 2007/2008 e il 2012/2013, a fronte di una crescita di 90 mila alunni si sono avuti 81.614 docenti in meno: da 707 a 626 mila assunti a tempo pieno indeterminato.
Le classi tagliate sono state 9 mila. Il mito del maestro unico ha significato un taglio di 28.032 unità  nonostante gli alunni siano stati più di 18 mila con un taglio di oltre 4 mila classi.
La riorganizzazione dei licei e degli istituti tecnici presentata dall’allora ministra Gelmini come una rivoluzione, è servita a produrre una diminuzione del corpo insegnanti di 31.464 unità  con la soppressione, anche qui, di oltre 4 mila classi.
Facile immaginare l’aumento del caos e dei carichi di lavoro.
Nessuno dei tre ministri in tre anni che l’hanno seguita (Francesco Profumo, Maria C. Carrozza, Giannini) ha saputo mettere le mani a questa iniquità . E la scuola continua a scoppiare.
L’istruzione nelle mani dei non garantiti
I tagli sono stati sempre fronteggiati con il ricorso al lavoro precario. Nella scuola esiste un serbatoio, enorme, in parte infinito, di contratti a tempo determinato la cui quantificazione e definizione sfugge a qualsiasi civiltà  amministrativa.
La ministra Giannini ha parlato di 170 mila precari iscritti nelle varie graduatorie. Secondo il sindacato Anief, conteggiando le graduatorie di istituto, si arriverebbe a 460 mila.
Il meccanismo del reclutamento, dopo il concorso Profumo, è diviso al 50% tra le Graduatorie a esaurimento e le Gradutatorie di merito. Ma poi ci sono le Graduatorie d’Istituto che vengono divise in tre fasce, prima, seconda e terza.
Un caos che, recentemente, ha fatto scattare il conflitto tra i docenti che hanno svolto il nuovo Tirocinio formativo (Tfa) per abilitarsi all’insegnamento e coloro che sono stati abilitati senza Tfa ma con il Pas, il percorso abilitante speciale, avendo lavorato per almeno tre anni.
A parte lo scontro di sigle (Tfa contro Pas) gli uni sostengono di avere più titoli degli altri, in una guerra tra poveri che difficilmente troverà  una composizione
A complicare tutto, la beffa del concorsone
Basti pensare a cosa è successo a coloro che hanno partecipato al “concorsone” indetto dal ministro Profumo nel 2012. Avrebbe dovuto rappresentare la soluzione di tutti i problemi.
Invece, dopo aver bandito il concorso per 11.542 posti, nel 2013 solo 3.500 sono state “immesse in ruolo”, cioè assunti, gli altri sono stati collocati in una…nuova graduatoria.
Senza contare che in alcune regioni, come la Toscana, gli esami del concorso del 2012 si sono conclusi nel 2014 e in altre, come la Sicilia, i posti assegnati sono stati evidentemente sovrastimati.
Quando Bruxelles smette di chiedercelo
Abbiamo i docenti peggio pagati d’Europa. La tabella della Cisl non ammette repliche: a inizio carriera la retribuzione lorda di un insegnante della scuola secondaria di primo grado (le medie) in Italia guadagna 24.141 euro (circa 1.300 euro nette al mese).
La media europea è di 26.852.
Il divario cresce a fine carriera: 45.280 euro nella media Ue contro 36.157 in Italia, il 25% in meno che arriva al 30% nella secondaria di secondo grado.
Eppure gli insegnanti italiani lavorano anche più degli europei: 22 ore settimanali nella primaria corrispondono a una media Ue di 19.
Anche nella secondaria di secondo grado si hanno 18 ore italiane contro 16 nella Ue. Renzi, ancora ieri, ha promesso una riforma nuova di zecca.
Con tali precedenti, difficile stare sereni.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SCAJOLA, L’ARCHIVIO SEGRETO ERA DENTRO I MURI

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

HARD DISK E CHIAVETTE CON DOCUMENTI RISERVATI SONO STATI TROVATI NELLE NICCHIE NASCOSTE DIETRO AI QUADRI DELLA VILLA DI IMPERIA… GIUDIZIO IMMEDIATO PER L’EX MINISTRO E PER LADY MATACENA

Era nascosto in alcune nicchie scavate nel muro. In piccoli vani nascosti da quadri o stampe. In alcuni casi coperti ad occhi indiscreti da armadietti leggeri, tali da poter essere spostati da una sola persona.
Lo hanno trovato in quei buchi l’archivio segreto di Claudio Scajola.
È dalle mura che è saltata fuori la “storia” dell’ex ministro dell’Interno e Presidente del Copasir. Non è stato semplice, perchè dalla prima perquisizione ad Imperia, fatta sia allo studio privato di via Matteotti che in quello della casa di Via Diano Calderina, non era affiorato nulla.
O meglio, gli uomini della Dia di Reggio Calabria avevano sequestrato soltanto la parte di archivio “pubblico”. Documenti, computer, tablet e telefonini che già  in passato erano stati passati allo scanner dagli investigatori di diverse procure.
Nulla di particolarmente interessante, ma è proprio analizzando quei file che i magistrati che conducono l’inchiesta sulla fuga di Amedeo Matacena a Dubai (il pm della Dda Giuseppe Lombardo e l’aggiunto della Dna Francesco Curcio) si sono convinti a firmare un secondo decreto di perquisizione, eseguito dopo la prima dell’8 maggio scorso
Una scelta compiuta alla luce del fatto che da alcuni documenti spuntavano riferimenti ad altri fascicoli e a cartelle informatizzate che però non erano state immediatamente trovate.
Così, scrivono i magistrati, «atteso che vi è il fondato motivo di ritenere che uno o più documenti di natura informatica siano sfuggiti all’attività  di ricerca» vi è la necessità  di una «ulteriore attività  di perquisizione dei locali di abitazione, di ufficio e delle sedi aziendali riferibili a Claudio Scajola».
Un nuovo blitz che ha anche riguardato Giuliana Fossati (non indagata), un tempo segretaria dell’ex ministro. Un lavoro molto più dettagliato di quello svolto in precedenza dagli inquirenti.
A essere rivoltati come un calzino questa volta non sono stati solo gli studi.
I magistrati hanno agito d’urgenza per timore che il materiale potesse essere fatto sparire. Nello studio di Scajola spostando alcuni quadri sono saltate fuori le nicchie nelle quali c’erano alcuni hard disk e una serie di pen drive.
Così una dopo l’altra sono saltate fuori tutte le “edicole” nascoste, ed in ognuna di esse il materiale informatico cercato.
Per la Procura si tratta dell’archivio segreto di Scajola, quello mai trovato in passato.
Ora il materiale si trova al Centro Dia di Reggio Calabria, nelle mani degli analisti che ne stanno tirando fuori una marea di dati.
Qualcuno si spinge a dire «gli ultimi 30 anni di storia politica e personale di Scajola».
Materiale sul quale al momento vige il massimo riserbo, che molto probabilmente confluirà  nel processo del 22 ottobre con rito immediato deciso ieri dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria che ha accolto la richiesta della Procura.
I magistrati avevano chiesto il giudizio immediato per Chiara Rizzo (moglie di Amedeo Matacena), per l’ex ministro Claudio Scajola, le segretarie dei due ex politici Roberta Sacco e Maria Grazia Fiordelisi e per il factotum di Matacena, Martino Politi.
Inizialmente lo stesso iter era stato chiesto per Matacena, la cui posizione è stata poi stralciata. Ad alcuni viene contestato il reato di procurata inosservanza di pena, ad altri l’intestazione fittizia di beni dello stesso Matacena, ancora latitante a Dubai.

Giuseppe Baldessarro
(da “La Repubblica“)

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LA DENUNCIA DEI GEOLOGI: “ALTRO CHE SENATO, LA VERA EMERGENZA E’ LA TUTELA DEL TERRITORIO”

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

“E’ GIUNTO IL MOMENTO DI DIRE LE COSE FINO IN FONDO: DA INIZIO ANNO REGISTRATI 20 STATI EMERGENZA E UN COSTO DI 3,7 MILIARDI”

Dai 100 eventi meteo all’anno con danni ingenti registrati fino al 2006 siamo passati al picco di 351 del 2013 e ad oltre 100 nei soli primi 20 giorni del 2014.
Da ottobre 2013 all’inizio di aprile 2014 sono stati richiesti dalle Regioni 20 Stati di emergenza, con fabbisogni totali per 3,7 miliardi di euro.
Soprattutto, ci sono ancora una volta le perdite umane, per le quali abbiamo sempre espresso cordoglio e il massimo rispetto.
Proprio per loro rispetto le nostre dichiarazioni, per quanto forti, non sono mai state incentrate su questioni che avrebbero potuto far pensare ad dichiarazioni di circostanza o ancora peggio di sciacallaggio.
Sempre con immutato rispetto delle vittime, è ora giunto il momento di dire le cose sino in fondo, di segnalare l’immutata mancata attenzione per il territorio e l’incapacità  persino di comprendere il concetto di prevenzione.
Se così non fosse, forse piuttosto che occuparsi della riforma del Senato il Parlamento avrebbe dato priorità  ad altre norme, dai presidi territoriali all’inserimento del geologo di zona negli organici dei comuni.
Se un esperto avesse potuto valutare lo stato dei nostri corsi d’acqua, ne avrebbe segnalato le ostruzioni come elemento di forte pericolosità .

Gian Vito Graziano
presidente del Consiglio nazionale dei geologi
(da greenreport.it)

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DAL PATTO DEL NAZARENO AL “PATTO DEL BAR”

Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile

ALFANO DA’ VOCE ALLA RIVOLTA DEI PICCOLI: “RENZI DEVE TRATTARE”

È con l’idea di archiviare il “Patto del Nazareno” e di siglare il “patto del BAR” sulla legge elettorale che Alfano varca la soglia di palazzo Chigi.
Dove BAR sarebbe l’acronimo di Berlusconi-Alfano-Renzi, insomma un patto a tre e non più a due. Proprio il giorno prima dell’incontro del premier col Cavaliere.
Per questo Angelino, in versione battaglia della vita, specifica all’inizio dell’incontro col premier che non parla solo a nome del suo partito consapevole che Renzi lo considera morituro, ma del nascituro gruppo “costituente popolare” che sta per essere battezzato in Parlamento.
Il rassemblement di centristi — Ncd, Udc, quel che resta di Scelta civica e di popolari per l’Italia – i cui parlamentari si sono riuniti la mattina proprio per investire Alfano di un mandato pieno a trattare.
Affidandogli un doppio messaggio, da mettere sul tavolo di Renzi come un pistola. Uno numerico, ovvero che il nascituro gruppo conta di 95 eletti, tra deputati e senatori, quindi in Parlamento è più numeroso di Forza Italia.
Il secondo messaggio, che suona come una subordinata al primo, è che questa “seconda gamba” della maggioranza è l’alleato con cui Renzi dovrà  affrontare il settembre nero, l’eventuale manovra, le difficoltà  dei conti.
Pretendere di stritolarlo nell’asse con Berlusconi non sarebbe privo di conseguenze.
Alfano è un mite mediatore, ma all’interno del suo gruppo c’è già  chi teorizza che “se Renzi e Berlusconi “continuano col patto a due mettendo sulla legge soglie che ci cancellano allora bisogna ragionare di crisi di governo”.
E che il nuovo gruppo nasce proprio per “trattare con maggiore forza con palazzo Chigi e rompere il patto del Nazareno”.
Basta ascoltare i ragionamenti di Roberto Formigoni e di Fabrizio Cicchitto. È per questo che Alfano propone a Renzi quella che ai suoi occhi appare come una via ragionevole. In prima battuta fa sua la proposta che Gaetano Quagliariello ha illustrato sull’HuffingtonPost — voto di lista e non di coalizione — che di fatto smonta l’Italicum. Un modo per far capire che, come si diceva una volta, a brigante brigante e mezzo.
Poi chiede, nell’ambito della trattativa sulle soglie, quella del 2 per cento per i coalizzati e il 4 per i non coalizzati, praticamente le soglie del Consultellum.
Come contropartita cede sui 120 capilista bloccati, che per un partito come il nascituro rassemblement di centro rappresentano un bel problema.
Perchè è chiaro che un partito piccolo o medio elegge un deputato per circoscrizione se gli va bene, quindi chi non è capolista non ha alcuna motivazione ad acchiappare voti e a correre.
Due e quattro. Soglie che Alfano propone anche con l’obiettivo di andare a vedere le intenzioni di Berlusconi: “Se vuole un’alleanza con noi deve dare segnali. Su questo si misurano le sue vere intenzioni”.
Perchè dietro i numeri c’è una partita politica enorme.
“Questi di Alfano non contano più nulla, con Renzi ci parliamo noi e devono ragionare come se già  stessero in coalizione con noi” è il ragionamento schietto dei berlusconiani. Proprio perchè lo sa, Alfano affida alle due soglie basse le speranze di sopravvivenza.
Il quattro consente di andare da soli, se invece i sondaggi dicono che tira un’ariaccia al momento delle alleanze, il due consente di stare in coalizione e di eleggere qualcuno. Nell’ambito della trattativa è stato già  messo in conto che il due diventerà  tre.
Perchè è chiaro che per Berlusconi non avrebbe più nessun appeal una legge “salva-piccoli”. Renzi annota, in vista dell’incontro con Berlusconi.
Il risultato gli pare a portata di mano. È convinto di chiudere al 4 (per i coalizzati) e 5 (non coalizzati).
E di “avvitare” — così dicono a palazzo Chigi — l’accordo prima della pausa. E magari di annunciarlo già  nel corso del discorso che farà  giovedì al Senato.

(da “Huffingtonpost”)

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LA DECIMAZIONE DEGLI STATALI: 260.000 IN MENO IN CINQUE ANNI

Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile

UN TAGLIO DEL 7% CHE TOCCA IL 15% NEGLI ENTI PUBBLICI PREVIDENZIALI E IN QUELLI CENTRALI

Negli ultimi 5 anni il pubblico impiego ha perso circa 260.000 dipendenti, un calo del 7%, quasi il doppio di quello registrato in questo periodo per il totale degli occupati in Italia.
Negli enti previdenziali pubblici e nelle amministrazioni centrali dello Stato la riduzione è stata, rispettivamente, del 15 e del 10 per cento.
Sono principalmente gli effetti del blocco del turnover nella pubblica amministrazione rinnovato a più riprese in questi anni.
Ci si aspetterebbe che, a fronte di una così forte riduzione del numero di dipendenti pubblici, si siano registrate consistenti riduzioni della spesa pubblica, soprattutto della spesa corrente, destinata in gran parte proprio a pagare gli stipendi nella pubblica amministrazione.
Eppure non è così: la spesa corrente in questi anni ha soltanto rallentato il suo cammino trionfale.
I tagli veri, addirittura in termini nominali, hanno interessato solo la spesa in conto capitale, quella cui non dovremmo mai rinunciare se non vogliamo rinunciare al nostro futuro.
La spesa corrente non è diminuita perchè gli stipendi pubblici in meno si sono trasformati in pensioni in più da pagare, sempre a carico del contribuente.
Inoltre, se il numero di stipendi è diminuito, in molte amministrazioni ne è aumentato l’importo medio in virtù di promozioni e scatti d’anzianità  (è il caso di magistrati e docenti).
I politici che si sono cimentati con il compito di ottenere risparmi nel pubblico impiego in questi anni hanno tutti ragionato a compartimenti stagni, come se spingere qualcuno verso la pensione e avere uno stipendio in meno a carico volesse dire risparmiare.
Ma se chi esce dal pubblico impiego riceve, oltre al Tfr, una pensione per 30 anni, calcolata ancora in gran parte con il generoso sistema retributivo, il risparmio per le casse pubbliche è solo virtuale.
Quello stipendio si trasformerà  in trasferimento più o meno della stessa entità .
E siccome è immaginabile che l’ex lavoratore, prima di andare in pensione, avesse una produttività  superiore allo zero, (anche i celebri fanigottoni non sono mai completamenti inattivi), avremo, da una parte, una persona che è sempre a carico della collettività  e che per lo più viene pagata proprio per non fare nulla, e, dall’altra, l’amministrazione pubblica presso cui il dipendente operava che magari assume un lavoratore, con un contratto temporaneo, per coprire le mansioni svolte in passato da chi è andato in pensione.
Se mettiamo insieme il magro stipendio del lavoratore temporaneo e la pensione dell’ex dipendente pubblico (che spesso arriva fino all’80% dell’ultimo salario), la spesa a carico dello Stato può risultare addirittura più alta di prima.
Un altro vizio di fondo nella gestione del nostro pubblico impiego è quello di non preoccuparsi minimamente dell’esempio che si offre al settore privato.
Da sempre e a dispetto di qualsiasi affermazione di principio sulla necessità  di assimilare al privato i contratti nel pubblico impiego, si concedono al datore di lavoro Stato condizioni di favore rispetto al privato.
I famigerati co.co.co., contratti di collaborazione coordinata e continuativa, ad esempio, continuano a esistere solo nel pubblico impiego, quando nel privato sono stati soppiantati dai contratti a progetto.
Per quanto la differenza tra co.co.co. e co.co.pro spesso sia più di forma che di sostanza, non si vede in base a quale principio il datore di lavoro pubblico debba poter far ciò che non viene concesso a chi crea lavoro (e entrate fiscali) nel privato, anzichè essere a carico del contribuente.
In altre parole, il pubblico si comporta come un datore di lavoro privato quando non dovrebbe affatto comportarsi come tale e si rifiuta di agire come un imprenditore privato quando sarebbe giusto farlo.
A differenza di un’impresa privata, dovrebbe preoccuparsi se manda lavoratori in pensione perchè le quiescenze graveranno pur sempre sul suo bilancio.
E dovrebbe sempre evitare di concedersi deroghe a norme che invece impone, per buoni motivi, ai datori di lavoro privati.
Purtroppo la legge delega sulla riforma della Pubblica amministrazione su cui il governo ha ottenuto la fiducia della Camera la scorsa settimana e che approderà  in Senato a fine agosto, sembra seguire la stessa logica.
È stata definita rivoluzione copernicana forse perchè punta tutto su una rotazione, quella dei lavoratori al tramonto, ormai prossimi alla pensione.
I relatori della maggioranza sostengono che questo ricambio generazionale è fonte di risparmi, ma vengono smentiti dalla relazione tecnica alla riforma.
La legge votata dalla Camera reintroduce per alcune categorie di dipendenti pubblici, che non hanno nulla a che vedere con gli esodati del privato, quota 96 e la possibilità  di andare in pensione prima di 62 anni senza alcuna riduzione dell’assegno pensionistico rispetto a chi va in pensione dai 65 anni in su.
Permette a insegnanti che erano andati in pensione optando per il metodo contributivo di vedersi riconosciuta la ben più ricca pensione retributiva.
Sono tutte opzioni e trattamenti negati ai lavoratori e ai datori di lavoro del settore privato che in questi anni hanno dovuto gestire esuberi di più di un milione di lavoratori non potendo, come in passato, ricorrere ai prepensionamenti.
Per fortuna il governo ieri è tornato sui suoi passi presentando emendamenti soppressivi dopo il parere negativo della Ragioneria. Ma non è solo una questione di coperture.
Con che faccia potrebbe oggi il datore di lavoro pubblico presentarsi al cospetto di esodati e imprenditori privati, trattandoli tutto sommato come categorie di serie B?
Il bello è che queste operazioni, che ci riportano indietro a prima della riforma Fornero (con la benedizione convinta di Cesare Damiano, autore di un’altra celebre controriforma delle pensioni), vengono presentate come un modo di fare spazio ai giovani.
Ma aumentando la spesa pubblica, dunque le tasse, si finisce solo per ridurre le opportunità  di lavoro per i giovani.
Certo la riforma punta a parole (come le leggi già  in vigore) anche sulla mobilità  dei dipendenti pubblici tra un’amministrazione e l’altra.
Ma non si pone un interrogativo molto semplice: perchè nel settore pubblico la mobilità  volontaria procede in direzione opposta che nel settore privato?
Perchè la migrazione del privato è dalle aree ad alta disoccupazione del nostro Mezzogiorno verso le regioni del centro-Nord, mentre sono tantissimi i dipendenti pubblici che chiedono di essere trasferiti nelle regioni meridionali?
Forse questo avviene perchè lo stesso salario vale molto di più al Sud.
Un insegnante di scuola elementare a Ragusa, ad esempio, ha uno stipendio che gli assicura un potere d’acquisto di almeno un terzo superiore rispetto a quello di un insegnante di Milano.
Questo avviene, seppur in forma più contenuta, anche nel settore privato, dove però c’è un’alta probabilità  di perdere lavoro.
Il fatto che la competizione per trovare un altro impiego sia più alta al Sud che al Nord, perchè ci sono più disoccupati e meno posti vacanti, è un problema per un dipendente privato, non per un impiegato pubblico che confida, a ragione, di non venire mai licenziato.
Finchè il datore di lavoro pubblico non si darà  strumenti per differenziare maggiormente le retribuzioni in base al costo della vita e per premiare le amministrazioni (più che i singoli) più efficienti al Sud tanto quanto al Nord, non ci saranno risparmi nel pubblico impiego e, soprattutto, non ci saranno miglioramenti nella qualità  dei servizi offerti ai cittadini. Ma di salari e retribuzioni in questa interminabile legge delega (che darà  luogo a ben 8 decreti delegati) proprio non c’è traccia.
I nostri ministri, forse perchè sono essi stessi soggetti ad un alto tasso di turnover, continuano a credere nelle virtù taumaturgiche del turnover nella Pa.
Non si preoccupano di motivare la gran massa di dipendenti, a partire dai nuovi entrati, coloro che sono destinati a lavorare a lungo, forse a vita, nella pubblica amministrazione. Perchè i nuovi dovrebbero comportarsi diversamente da coloro che si vuole “rottamare” se gli incentivi sono gli stessi di prima?
Il ricambio generazionale può servire solo se accompagnato a nuove regole retributive che cancellino definitivamente ogni automatismo negli avanzamenti retributivi e rimuovano l’egualitarismo di facciata, quello che permette divari stridenti nel potere d’acquisto fra diverse parti del paese per chi ha le stesse qualifiche e svolge le stesse mansioni.
Per cambiare queste regole, il datore di lavoro pubblico dovrà , come giusto, contrattare con il sindacato.
Può fare leva su un argomento molto forte: è un paradosso che il principio dello “stesso lavoro=stesso stipendio” venga disatteso in modo così palese proprio dove il sindacato è più forte.

Tito Boeri
(da “La Repubblica“)

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LA PATRIMONIALE “OCCULTA” L’HANNO GIA’ MESSA

Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile

NEL 2014 SU IMMOBILI, AUTO E ALTRI BENI GLI ITALIANI PAGHERANNO 44 MILIARDI… CGIA DI MESTRE: NEL 2013 DALLA CASA SONO ARRIVATI 20 MILIARDI, 6 DAL BOLLO

Sarà  un autunno caldo per le famiglie italiane che già  si aspettano, al ritorno dalle ferie, una nuova manovra.
Anche se puntualmente smentita infatti le condizioni dell’economia sono talmente cambiate, rispetto alle previsioni, che l’intervento correttivo per compensare il calo del Pil atteso per l’anno è inevitabile.
Meno ricchezza prodotta, infatti, indebolisce il gettito stimato e dunque richiede misure che taglino le spese o che aumentino le entrate.
Nell’attesa di conoscere di quale destino devono morire i contribuenti italiani e sperando che la troika Bce-Ue-Fmi non imponga nuove misure draconiane al bilancio dello Stato si possono fare i conti con la patrimoniale «occulta» che tutti gli italiani possessori di immobili già  pagano.
Sebbene avversata ideologicamente dal pensiero più liberale e detestata anche in una certa sinistra che di immobili ne possiede in gran quantità , spesso anche in amene località  e centri storici, la patrimoniale in realtà  gli italiani già  la pagano. E anche cara.
Solo lo scorso anno, la tasse che colpiscono i beni e non il frutto del lavoro hanno garantito alle casse statali ben 41,5 miliardi di euro.
A fare i conti è stato l’Ufficio studi della Cgia che dopo averle individuate ne ha calcolato l’impatto sulle tasche dei contribuenti italiani. aggiungendo che «purtroppo, la situazione per l’anno in corso è destinata a peggiorare ulteriormente».
Non solo. La patrimoniale di quest’anno sarà  ancora più pesante.
«Con l’introduzione della Tasi – ha commentato il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – nel 2014 ritorneremo a pagare quanto abbiamo versato nel 2012: attorno ai 44 miliardi di euro. Si pensi che dal 1990 il gettito è addirittura quintuplicato. Le più onerose sono l’Imu, l’imposta di bollo, il bollo auto e l’imposta di registro: i versamenti di queste quattro imposte incidono sul gettito totale per oltre l’89 per cento».
In termini di gettito l’imposta più pesante per le tasche degli italiani è l’Imu: nel 2013 ha garantito alle casse dello Stato e dei Comuni ben 20,2 miliardi di euro.
Seguono l’imposta di bollo (6,6 miliardi di euro), il bollo auto (5,9 miliardi di euro) e l’imposta di registro (4,3 miliardi di euro).
«Le imposte patrimoniali – spiega la Cgia – sono quelle che di fatto gravano sulla ricchezza posseduta dalle persone in un determinato momento. La ricchezza è intesa in senso ampio e comprende i beni immobili (case, terreni), i beni mobili (auto, moto, aeromobili, imbarcazioni), gli investimenti finanziari, etc.
Di solito, nei manuali di diritto tributario le imposte patrimoniali sono classificate come imposte dirette.
Le imposte dirette sono quelle che colpiscono direttamente la capacità  contributiva del contribuente senza attendere che si verifichino fatti o atti particolari.
L’analisi della Cgia è stata dedicata ad individuare le imposte il cui gettito complessivo sia espressione di imposizione patrimoniale in modo da studiarne l’evoluzione nel tempo.
Il criterio seguito è stato quello di considerare quelle forme di imposizione che colpiscono la ricchezza nelle diverse forme in cui questa si manifesta (ad esempio immobili, auto, barche, aeromobili, disponibilità  finanziarie) sia che la tassazione riguardi la semplice detenzione che il suo trasferimento.
Le imposte patrimoniali considerate dall’Ufficio studi della Cgia sono: imposta di registro e sostitutiva; imposte di bollo; imposta ipotecaria; diritti catastali; Ici/Imu; bollo auto; canoni su telecomunicazioni e Rai Tv; imposta sulle transazioni finanziarie; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su secretazione dei capitali scudati; imposte sulle successioni e donazioni; imposta straordinaria sugli immobili; imposta straordinaria sui depositi; imposta sui beni di lusso. Lezione di scienza delle Finanze a parte resta il fatto che un ridisegno della tassazione in Italia può anche essere affrontato, visto che il mondo economico negli ultimi 10 anni è cambiato.
Ed è anche inevitabile che la sproporzione tra il peso fiscale che grava sul lavoro e quello che colpisce la rendita sia ridotta.
Come al solito, però, la rivisitazione è fatta sempre in un senso.
Alla crescita dei balzelli sui patrimoni, non è ancora corrisposta una discesa reale di quelli sui dipendenti.
Una stortura sulla quale gli italian attendono correzioni.

Filippo Caleri
(da “il Tempo“)

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