Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL PIL CALA PER IL 2° TRIMESTRE CONSECUTIVO E PER L’UNDICESIMA VOLTA NEGLI ULTIMI DODICI… LA UE: “EFFETTI NEGATIVI SUI CONTI”
L’Italia è di nuovo in recessione. È un dato tecnico. Il Prodotto interno lordo, cioè la ricchezza prodotta nel Paese, cala per il secondo trimestre di fila: -0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, una variazione già acquisita per l’intero 2014 di -0,3%.
In realtà , dalla metà del 2011 c’è stato un solo trimestre positivo: l’ultimo dello scorso anno e per un misero +0,1%.
In soldi significa che il Prodotto nazionale tra aprile e giugno valeva 340,1 miliardi, nello stesso periodo di tre anni fa 357,4 miliardi.
Il dato di ieri comporta due deduzioni logiche: la prima, se interessa, è che non rispetteremo i vincoli di bilancio europei; l’altra che il corpo vivo del Paese — essendo la definizione “economia italiana” troppo riduttiva — si sta lentamente dissanguando.
Il Pil italiano è, oggi, ben oltre il 9% inferiore rispetto al picco pre-crisi del 2007: sette anni fa.
La disoccupazione, superiore al 12% (e oltre il 43% tra i giovani fino a 24 anni), trova paragoni solo nel dopoguerra essendo di un punto e più superiore persino ai nerissimi anni Novanta dell’austerità firmata Amato, Ciampi, Dini, Prodi.
La produzione industriale — che pure a giugno ha registrato un dato positivo — continua ad essere il 24% inferiore rispetto a quella del 2007: conoscenze, impianti, fette di mercato che in larga parte andranno riconquistate da capo, ripartendo da zero. I consumi interni sono morti e la dinamica dell’inflazione (un misero +0,1% su base annua a luglio) racconta di un paese fermo.
L’Istat certifica il tonfo
Il Pil italiano continua a scendere: da aprile a giugno -0,2 per cento rispetto al trimestre precedente e -0,3 rispetto allo stesso periodo del 2013.
Il calo — si legge nel comunicato — “è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto in tutti e tre i grandi comparti di attività economica: agricoltura, industria e servizi”. La parte più brutta, però, è in coda alla frase: dal lato della domanda, spiega l’Istituto di statistica, l’apporto al Pil di quella interna “risulta nullo, mentre quello della componente estera netta è negativo”.
Tradotto: anche le esportazioni, che avevano tenuto a galla il sistema Italia nell’ultimo anno, stanno subendo uno choc.
La domanda estera è evidentemente in calo. Ne sia testimonianza il dato degli ordini dell’industria tedesca — che è uno dei principali clienti della manifattura italiana — diffuso ieri dal ministero dell’Economia di Berlino: -3,2% a giugno (gli analisti si aspettavano un -1%) rispetto al mese precedente, che pure aveva fatto registrare un calo degli ordini dell’1,6%.
Tornando all’Italia — ci dice l’Istat — “la variazione del Pil acquisita per il 2014 è pari a -0,3%”. La produzione industriale di giugno, invece, risulta in crescita dello 0,9% rispetto al mese precedente e dello 0,4 sul giugno 2013.
Una notizia che sembra un po’ meno buona se si allarga lo sguardo: sul trimestre la produzione risulta ancora in calo dello 0,4% rispetto al periodo gennaio-marzo.
Gli effetti sui conti pubblici e il nervosismo di Bruxelles
Questo dato certifica che la previsione di crescita annuale inserita dal governo nel Def (+0,8%) è impossibile da raggiungere.
La cosa, ovviamente, ha effetti su tutti i parametri di bilancio: se il Pil è inferiore al previsto, in rapporto salgono tanto il deficit che il debito.
Alla fine dell’anno, scommettono ormai gli analisti, la crescita italiana sarà all’ingrosso pari a zero.
Tradotto significa che al Pil italiano mancherà uno 0,8%, cioè circa 12 miliardi di euro: in genere, l’effetto di questi cali sul deficit è pari a circa la metà del totale, quindi lo 0,4% nel nostro caso.
Significa che siamo già al famoso limite del 3% nel rapporto deficit/Pil.
Spiega Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma: “Ipotizzando un trend congiunturale stabilmente positivo nella seconda metà dell’anno, il Pil del 2014 è destinato a rimanere pressochè stagnante. In questa (favorevole) assunzione, il rapporto deficit/Pil si porta dal 2,6% previsto dal governo al 3”.
La cosa, ovviamente, non è passata inosservata a Bruxelles, che su questi decimali basa la sua stessa esistenza: “Il Pil italiano, peggiore delle attese, ritarda di nuovo la ripresa e avrà un impatto negativo sulle finanze pubbliche, ma è troppo presto per fare valutazioni sul deficit: vedremo con le stime di ottobre”, dice il portavoce del commissario all’Economia, Jyrki Kaitanen.
L’accordo informale, d’altronde, è che si lasci correre per il 2014, a patto che la correzione dei conti — abbondante — avvenga sul 2015.
Marco Palombi
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Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile
FUORI DALLA RECESSIONE CON ENRICO LETTA, RIENTRATI CON RENZI, ORA SIAMO A RISCHIO COMMISSARIAMENTO
Ieri mattina, in tre ore di discussione appassionata su soglie di sbarramento e preferenze del popolare
Italicum, Silvio Berlusconi ha fornito a Matteo Renzi anche alcuni consigli sulla crisi economica.
Non è chiaro se si sia trattato di un impulso di generosità del vecchio pregiudicato o se sia stato il giovane premier a chiedere lumi.
Certo è che, non appena l’evasore fiscale è uscito da palazzo Chigi con i fidi costituzionalisti Letta e Verdini, l’Istat ha comunicato che l’economia italiana nel secondo trimestre 2014 è tornata al livello del 2000: 14 anni persi.
Mentre la politica è da mesi ostaggio di un’incomprensibile rissa sulla riforma del Senato, siamo tornati nel baratro della recessione (due trimestri consecutivi in calo) da cui eravamo appena usciti con il governo Letta, licenziato per scarso rendimento.
Così l’Italia ha cambiato verso. Ha messo la retromarcia.
Contrariamente agli strafottenti spot del premier, l’Italia non si divide in cuor contenti e rosiconi. Questa economia che non riparte (unica in Europa) distrugge la speranza di tutte le famiglie, le più gufe e le più renziane.
E solo gli stupidi vedranno nel terrificante dato Istat di ieri un’ilare occasione per farsi beffe del premier saputello.
Se si riparla di Troika o purghe simili, e se ne parla, il commissariamento internazionale minaccia il futuro di tutti, non solo le ambizioni di un leader.
Se l’indice di fiducia dei consumatori, tornato ai massimi dopo le promesse iniziali del governo, ha ricominciato a calare, vuol dire che è tornata la paura, il non crederci più.
L’Italia non sta serena, dunque smetta il governo di parlare d’altro. Non dobbiamo scegliere il miglior battutista del bar Italia ma creare urgentemente alcuni milioni di posti di lavoro e far ripartire i consumi.
Anzichè vagheggiare un decreto Sblocca Italia “impegnativo ma affascinante”, ci spieghi il premier, cifre alla mano, con quale sicurezza esclude di dover varare in autunno una nuova stangata da 20 miliardi, che significherebbe riprendersi indietro con gli interessi gli 80 euro e gli sconti Irap alle imprese.
Basta con le battute. Le riforme che all’inizio erano “una al mese” sono diventate “tutte insieme ma in mille giorni”.
E nella primavera del 2017, ha detto ieri Renzi, se lo avremo lasciato lavorare in pace su mercato del lavoro, pubblica amministrazione, fisco e giustizia, “l’Italia potrà tornare a crescere”. Vasto e interessante programma.
Adesso però faccia una slide con la politica economica dei prossimi mesi.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile
NESSUNA MANOVRA SUBITO, MA SUL 2015 TAGLI PER ALMENO 20 MILIARDI: DRAGHI E MERKEL LI ESIGONO
Pier Carlo Padoan sarà già oggi nell’aula della Camera per fare da parafulmine sul dato negativo del Pil diffuso ieri.
Ieri s’era presentato all’ora di pranzo davanti alle telecamere del Tg2: “Dietro l’angolo non c’è una manovra. Il governo osserva attentamente l’andamento della finanza pubblica e con un controllo attento delle spese la manovra non c’è”.
Che poi non è una smentita vera, ma tant’è.
Il ruolo di Padoan, in questo momento, è assai complicato: ministro del governo Renzi, certo, ma non certo il ministro che Renzi avrebbe voluto per quella poltrona. L’ex segretario generale dell’Ocse è a via XX settembre perchè lo ha scelto Giorgio Napolitano e lo ha scelto per il sistema di relazioni che Padoan incarna: i rapporti internazionali, intanto, una certa presentabilità brussellese che al premier manca, la benedizione di Mario Draghi.
Il governatore della Bce, in questa fase, ha un ruolo centrale nelle vicende italiane. Non tanto perchè si appresti, voce che continua a circolare in Italia, a inviare una nuova lettera al governo sul modello di quella che mandò a casa Silvio Berlusconi, ma per il racconto che ha imposto a questa fase della crisi italiana.
Lo spettro della Troika aleggia da settimane su Roma, lo stesso Matteo Renzi ha voluto esorcizzarlo in una intervista al Corriere della Sera di metà luglio (“Italia commissariata? Non esiste”).
Cosa si agiti nella mente dei nuovi ottimati di Bruxelles e Francoforte lo ha spiegato però Eugenio Scalfari.
Due settimane fa il fondatore di Repubblica ha raccontato di aver fatto una chiacchierata con Draghi: non rivelerò quel che mi ha detto sul suo lavoro, “ma qualche scherzo ridanciano, quello sì, si può dire e Draghi cui piace Renzi è uno scherzo da sganasciarsi dalle risate. Ecco, Draghi potrebbe essere Odisseo e Renzi il suo Telemaco che l’aspetta. Ma a quel punto il figlio sarebbe inviso al padre”.
La settimana successiva l’anziano giornalista ha buttato lì: “Forse l’Italia dovrebbe sottoporsi al controllo della Troika”.
Questa è l’aria che tira, le battute che si fanno sull’asse telefonico tra l’Europa e Largo Fochetti: così, per vedere l’effetto che fa. In questa commedia, sempre più pericolosa, Padoan è costretto a recitare due parti: il ministro di Renzi e quello di Napolitano, per tagliare la faccenda con l’accetta.
In tv, per dire, ostenta l’ottimismo concordato col suo premier in una riunione martedì pomeriggio: “Renderemo permanente il bonus Irpef, quindi alle famiglie dico: dovete avere allo stesso tempo fiducia e spendere al meglio le risorse aggiuntive che vi vengono trasmesse” .
Insomma, consumate consumate e vedrete che qualcosa di buono succederà .
Accanto al Padoan renziano del Tg2, c’è però quello che da via XX settembre tiene i contatti con Bruxelles.
La Commissione europea, anche ieri, ha preferito non affondare il coltello, ma i patti sono chiari: non vi chiediamo una manovra correttiva sul 2014, sempre che l’anno prossimo vi rimettiate sul binario degli impegni presi.
Il binario dice una cosa semplice: a fine 2015 il deficit-Pil deve stare all’1,8%, l’avanzo primario al 3,3%.
Si tratta di una correzione che — stante i numeri attuali — supera il punto percentuale di Pil, vale a dire circa 20 miliardi solo per stare dentro ai patti (a cui andrebbero aggiunti i dieci che servono per confermare il bonus fiscale).
La situazione, al Tesoro, è chiarissima e per questo ieri si è lasciato trapelare che la legge di stabilità sarà “pesante”.
Escluse le nuove tasse, significa tagli durissimi e nuova recessione. Quel che ci si chiede, a Bruxelles e Francoforte, è: Renzi chinerà il capo e farà quel che chiediamo o bisogna mandare la Troika?
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile
PEGGIO DELLE PEGGIORI STIME: CONTINUA IL SEGNO MENO… SIAMO TORNATI INDIETRO
Siamo tornati in recessione dopo la breve parentesi di fine 2013. 
Dopo il -0,1 del primo trimestre, il secondo chiude a -0,2% (-0,3 rispetto al 2013). Peggior dato degli ultimi 14 anni.
A questo punto non solo l’obiettivo dello 0,3% previsto (al ribasso, rispetto allo 0,8 stimato nel Def dal governo) per il 2014 è a rischio, ma soprattutto è a rischio la crescita dell’anno prossimo, stimata tra l’1,1 e l’1,3%.
Mentre quest’anno, a crescita invariata, il risultato finale rischia di essere -0,3%.
Un Pil piatto spinge il deficit 2014 verso la pericolosissima soglia del 3% dal 2,6 previsto dal governo. E quindi non è escluso che a fine anno si renda necessario un ritocco.
L’ILLUSIONE MENSILE MENO DISOCCUPATI A GIUGNO E SEI MILIONI DI POVERI
Rispetto al mese precedente è in calo dello 0,3 per cento. Un elemento subito sbandierato con orgoglio dal premier. Ma su base annua, però, non è diminuito bensì cresciuto dello 0,8% (+26 mila disoccupati); l’Ue è all’11,5%.
Il tasso di inattività (chi non ha un lavoro e non lo cerca) è al 36,3%. Numeri pesantissimi, spesso commentati con “è il dato peggiore dal 1997”, anno di inizio delle serie storiche Istat.
In realtà nel 1977 il tasso era inferiore al 7%: prima di questa crisi, è stato superiore al 10% solo tra il 1994 e il 2000.
Il vero dramma, però, è che la commissione Ue considera “accettabile” per l’Italia una disoccupazione all’11% (2,8 milioni di senza lavoro).
ALTRO CHE BONUS IRPEF, I CONSUMI RESTANO AL PALO: LE FAMIGLIE SPENDONO MENO
Dopo l’Istat, la botta più forte al governo l’ha assestata la Confcommercio: “L’effetto bonus Irpef da 80 euro c’è stato, ma minimo, quasi invisibile”.
Secondo l’associazione, la crescita dei consumi delle famiglie a giugno 2014 è stata di appena lo 0,1% sul mese precedente, e dello 0,4% rispetto allo stesso mese del 2013: “Si conferma il permanere di un quadro economico privo di una precisa direzione di marcia, situazione che, dopo un lungo ed eccezionale periodo recessivo, non può non preoccupare molto”.
Secondo l’Istat, nel 2013, la spesa media mensile per famiglia è scesa, in valori correnti, a 2.359 euro (-2,5% rispetto al 2012).
MALE ANCHE GLI ORDINATIVI. PICCOLA RIPRESA A GIUGNO (+0,9) MA PERSO UN QUINTO DEI VOLUMI
A giugno 2014 l’indice della produzione industriale è aumentato dello 0,9% rispetto a maggio. Ma, anche qui, allargando lo sguardo si nota che rispetto al trimestre aprile-giugno la produzione è diminuita dello 0,4%.
Nei mesi precedenti è andata anche peggio: -1,2% a maggio (-1,8 sul 2013). I dati peggiori però riguardano anche altri aspetti del settore.
A maggio, il fatturato complessivo dell’industria è calato dell’1%. Gli ordinativi (premessa della produzione futura) sono scesi del 2,1%; ma il calo più grosso riguarda quelli per l’estero: -4,5%. Dall’inizio della crisi abbiamo perso un quinto della produzione. L’edilizia è crollata del 30%.
NESSUNA LOCOMOTIVA, È IL SECONDO CALO DI FILA: PESSIME NOTIZIE PER L’ITALIA
Molto, molto peggio delle attese. Gli ordinativi industriali in Germania sono crollati del 3,2 per cento rispetto al mese precedente, mentre gli analisti avevano previsto un calo assai inferiore: pari all’1 per cento.
La notizia – pessima per le imprese italiane, visto che molte vendono i loro prodotti in Germania — è stata diffusa ieri dal Dipartimento dell’Economia e della Tecnologia tedesco.
Gli ordinativi, peraltro, calano per il secondo mese di fila dopo il -1,6 per cento fatto registrare a maggio. È il segnale che la presunta locomotiva d’Europa è in realtà ferma, attaccata dietro l’ultimo vagone.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile
TUTTI GLI ANNUNCI DEL PREMIER: DAL PIL ALL’EXPORT, FINO ALLA RIPRESA CHE È “COME L’ESTATE: PRIMA O POI ARRIVA”
Le frasi sono colte fior da fiore, nel Renzi-pensiero.
Che, sul piano economico, si rivela debole, ricco di concessioni alle immagini e alla propaganda. Un punto di Pil viene scambiato per un raggio di sole, se c’è o non c’è poco cambia.
Tutto ruota attorno agli 80 euro, nell’illusione che con 10 miliardi l’economia possa ripartire.
La realtà , però, si dimostra più ostica delle speranze renziane.
Bastano dieci miliardi, che ci vuole 12 marzo
“Sì”. Matteo Renzi risponde seccamente alla domanda se sia convinto che con 10 miliardi sia possibile far ripartire l’economia nonostante non sia successo prima pur avendo speso 330 miliardi in leggi finanziarie. L’idea di rivoluzionare la stagnazione italiana con gli 80 euro sembra efficace. Peccato sia molto elettorale.
Faremo respirare l’intera economia italiana 17 marzo
“Mettendo 80 euro in tasca non si risolve la crisi ma è un messaggio che l’Italia può respirare”. All’ultimo respiro.
Chi vive di speranze, disperato muore 8 aprile
“Con la previsione sulla crescita nel Def allo 0,8%, ci sono stime dettate da estrema prudenza e aderenza alla realtà . Spero che saranno smentite in positivo”. La smentita è giunta impietosa, come non era difficile immaginare.
Mille giorni di Renzi con un bicchier di vino 9 aprile
“Vogliamo aumentare del 50 per cento la capacità di export e possiamo farlo”. “Nei mille giorni prevediamo un aumento di un punto di pil solo lavorando sull’export”. L’Italia dipende già molto dall’export e in gran parte dall’andamento del mercato tedesco. Appena quello si è fermato, si è avuto il colpo recessivo. Pensare di aumentare del 50% in sei anni le esportazioni italiane assomiglia a una ingenuità . Ma Renzi non è ingenuo.
Un punto in più o in meno non cambia nulla 24 luglio
“Che la crescita del Pil sia dello 0,4 o 0,8 o 1,5 per cento non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone”. Una differenza nel Pil dello 0,8% per convenzione si traduce in uno 0,4% in più nel rapporto deficit/Pil. Che, automaticamente, è passato dal 2,6 al 3%, tetto massimo. L’impatto su tagli e tasse sarà inevitabile.
Non c’è il sole ma nemmeno il temporale 27 luglio
“Se dico che non è lo ‘zero virgola’ a cambiarci il destino, non sto sottostimando nulla. In sintesi, non c’è un temporale , ma non c’è neanche il sole: è un po’ come questa estate”. Che tempo fa.
Crisi percepite e piagnistei all’italiana 15 giugno
“L’Italia deve smettere di stare a piangere tutti i giorni e non costruire occasioni di ricchezza e di sviluppo”. Per Berlusconi la crisi era un problema di percezione. Per Renzi è un problema di piangersi addosso. L’economia dei sentimenti. In viaggio sulla Salerno-Reggio Calabria 1 agosto — “Lo Sblocca Italia è il primo sblocca cantieri che attiva risorse per 30 miliardi di euro euro e il 57% delle risorse sono private”. Anche Berlusconi aveva ‘attivato risorse’.. Provare la Salerno-Reggio Calabria per credere.
Pagheremo i debiti alle imprese. Forse, con calma 25 febbraio
“La Cassa Depositi e Prestiti ci può aiutare a fare quello che ha fatto la Spagna , per circa 60 miliardi di euro e in 15 giorni permetterà di sbloccare i 60 miliardi che sono bloccati per i debiti della P.A”. Era il giorno del giuramento. Ieri pomeriggio, i debiti pagati alle imprese risultavano 26,13 miliardi.
Colpire la Merkel e poi guardarla con dolcezza 25 febbraio
“Merkel a Renzi: molto colpita, è un cambiamento strutturale. Lo disse anche a Monti e Letta. Ma Renzi ci aveva creduto.
Salvatore Cannavò
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
IERI SI ERA SALVATO PER DUE VOTI, OGGI CAPITOLA: CON IL VOTO SEGRETO IL GOVERNO NON REGGE
La riforma del Senato corre verso il primo sì. 
Ma se in giornata la maggioranza aveva approvato un articolo dopo l’altro senza particolari ostacoli, in serata il governo è andato sotto su un emendamento presentato da Sel sul quale la Lega Nord aveva ottenuto il voto segreto.
Si tratta della modifica numero 30.123, prima firmataria Loredana De Petris, sull’articolo 30 del ddl riforme che modifica il Titolo V.
L’emendamento, approvato con 5 voti di scarto (140 sì, 135 no), introduce nella Costituzione la competenza delle Regioni sulle materie che riguardano la “rappresentanza in Parlamento delle minoranze linguistiche“.
L’accaduto sottolinea una particolare debolezza del governo nei casi di voto non palese: il 31 luglio l’esecutivo aveva dovuto ingoiare un ko su un emendamento, a firma del senatore della Lega Stefano Candiani, che assegna al nuovo Senato la possibilità di legiferare su alcune materie «eticamente sensibili» come bio-testamento, matrimonio e diritti civili.
E un grosso rischio l’esecutivo lo aveva corso anche ieri, quando l’Aula si era trovata a votare un emendamento firmato da Felice Casson (Pd) che avrebbe mantenuto tra i poteri del Senato quello di votare amnistia e indulto (che invece saranno materia solo della Camera): è finita 143 a 141, con il governo a un passo da un ko ancora una vota propiziato dal voto segreto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
CHI DAL 2008 PREVEDE LA RIPRESA O E’ UN INCOMPETENTE O UN IMBROGLIONE
Alla fine anche l’Istat certifica ciò che la maggioranza della popolazione italiana vive direttamente ogni santo giorno: la crisi si aggrava e la recessione avanza.
Il dato economico della nuova caduta del PIL è pesantissimo, molto più grave di quanto la solita informazione di regime cercherà di presentare per minimizzare.
Il segno negativo giunge alla fine di una caduta economica che dura sostanzialmente dal 2008, dunque è peggio che nella terribile crisi del 1929.
Ulteriore aggravante è il fatto che tutte le previsioni e i programmi economici del governo parlavano di ripresa.
Qui c’è da stendere un velo pietoso su economisti e presunti tecnici di palazzo.
È dal 2008 che prevedono la ripresa senza prenderci neppure per sbaglio, o sono particolarmente incompetenti o particolarmente imbroglioni, o tutte e due le cose assieme come spesso capita.
Ma la cosa che dovrebbe suscitare indignazione e scandalo è il fatto che mentre tutto ciò avviene Renzi e i suoi mettono tutte le loro forze al servizio della non eleggibilità del futuro Senato.
Qui siamo alla cialtroneria diventata sistema di governo.
Nel passato si erano cominciati a conteggiare i costi per il paese di venti anni di berlusconismo. Anche tenendo conto del fatto che nella metà di quei venti anni ha governato un centrosinistra totalmente subalterno al Cavaliere, quel conteggio ci stava.
Ma ora con la benedizione del capo storico della destra Renzi governa e lancia quelle riforme che il suo ventennale predecessore ha sempre auspicato.
E la crisi si aggrava perchè le politiche economiche son sempre le stesse ed i risultati negativi pure. Berlusconi aveva alzato a 500 euro le pensioni minime, Renzi ha dato 80 euro a una parte dei lavoratori dipendenti, le loro risposte a chi li ha criticati sono state le stesse: voi non capite la gente è contenta.
No, sono loro che sono ottusi e non capiscono che redistribuire qualche soldo mentre non si fa nulla per ridurre la disoccupazione di massa, mentre l’impoverimento complessivo cresce, significa spargere acqua nel deserto.
Acqua che magari dura il tempo necessario per vincere una elezione, ma poi sparisce lasciando tutti più assetati di prima.
Naturalmente i danni Renzi e Berlusconi non li han provocati da soli.
Con loro c’è tutto un establishment politico economico e intellettuale che sostiene le politiche liberiste, da venti anni spiegando che se esse non hanno successo è perchè si è stati poco coraggiosi nel realizzarle.
Così mentre la politica economica reale è sempre la stessa da decenni, Berlusconi prima e Renzi poi si sono assunti il ruolo di organizzare la distrazione di massa, di imbrogliare il paese facendo credere, almeno alla sua maggioranza, che le loro riforme cambierebbero le cose.
Mentre in realtà servono solo a costruire una cappa di autoritarismo che tuteli la pura continuità nelle decisioni che contano.
Sì a Berlusconi e a Renzi bisognerebbe chiedere i danni, ma in realtà la maggioranza degli italiani li dovrebbe chiedere a sè stessa per aver creduto in loro, se non fosse che questi danni la maggioranza del paese già li paga in continuazione.
E continuerà a farlo fino a che non ci si libererà delle politiche di austerità e degli imbroglioni che le realizzano parlando d’altro.
Giorgio Cremaschi
ex segretario nazionale Fiom
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL DOCENTE ALL’UNIVERSITA’ DI PAVIA: “RENZI VUOLE CREARE OTTIMISMO SENZA DIRE DOVE PRENDERE I SOLDI”… “OCCORRONO RIFORME DEL LAVORO, DELLA GIUSTIZIA E DELLA P.A., MA ANCHE IL PAGAMENTO DEI DEBITI DEGLI ENTI PUBBLICI E UN TAGLIO DELL’IRAP”
Matteo Renzi? “Ha la fortuna dalla sua, e questa è una grande qualità per un politico”, sentenziava
Silvio Berlusconi a fine luglio in un’intervista al settimanale Oggi.
I dati, deludenti, sull’andamento del Pil (forchetta tra -0,1% e +0,3%) e sulla produzione industriale (a maggio -1,2% rispetto all’aprile 2014 e -1,8% rispetto al maggio 2013) erano già arrivati, ma l’ottimismo profuso a piene mani dal premier era riuscito a tener lontano gli spettri che già si intravedevano all’orizzonte.
Il verdetto emesso oggi dall’Istat (nel secondo trimestre il Pil è calato dello 0,2%), ha certificato che l’Italia è rimpiombata in recessione e ha risvegliato tutti dal sogno: per guidare un Paese la fortuna non basta.
”Il governo ha posto una forte enfasi sulle riforme istituzionali, tralasciando le quelle di carattere economico — spiega Riccardo Puglisi, ricercatore di Economia Politica e docente di Analisi delle scelte pubbliche all’università di Pavia, ma anche editorialista del Corriere della Sera — che invece avrebbero potuto aiutare l’Italia ad evitare una nuova fase recessiva”.
La lista è lunga e corrisponde in gran parte all’elenco dei compiti a casa che l’Europa chiede da anni e che l’Italia non fa o svolge a rilento.
“Il problema principale di questo paese è la disoccupazione, su quella il governo doveva intervenire per tempo e invece non l’ha fatto — continua Puglisi — le faccio l’esempio del Jobs Act: il testo presentato in origine era molto diverso da quello uscito dalla conversione del decreto legge Poletti, in cui la parte che riguardava i contratti a tempo determinato è stata annacquata. In questo modo la flessibilità è diminuita e, al contempo, il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti studiato da Pietro Ichino è svanito nel nulla perchè avversato dalla Cgil, bloccato dall’ambiguità di fondo di questo Pd dall’anima ‘camussiana-renziana’. Una flessibilità buona, garantita cioè da un sistema efficiente di tutele e ammortizzatori sociali, avrebbe potuto aiutare a far ripartire le assunzioni”.
Una strada che poteva essere intrapresa anche partendo dal bivio del taglio al cuneo fiscale.
“Prenda il bonus di 80 euro: va benissimo dare alle persone un reddito aggiuntivo, per quanto piccolo: il problema è che non esiste la certezza che questi soldi saranno reinvestiti e reimmessi nell’economia. Ed è ancor meno certo che la gente comprerà principalmente prodotti italiani. Gli annunci non contano, non sta nè in cielo nè in terra quello che un paio di mesi fa Pina Picierno, del Pd, annunciò agli italiani a Otto e Mezzo: secondo lei, con gli 80 euro di Renzi i consumi sarebbero aumentati del 15%: nulla di più falso“.
La strada migliore per Puglisi, sarebbe stata quella di tagliare il costo del lavoro: “Certo, perchè se tagli l’Irap inneschi un circolo virtuoso: il lavoro costa meno, di conseguenza costa meno produrre, i prezzi dei prodotti scendono e si esporta più facilmente, le aziende si rafforzano e possono ricominciare ad investire e ad assumere. Recenti studi hanno dimostrato che l’Irap pesa maggiormente sulle imprese che hanno un fatturato inferiore ai 20 milioni di euro, quindi le aziende piccole che costituiscono il tessuto produttivo del paese. Ma qui c’è un altro problema”.
Quale? “Quel piccolo taglio dell’Irap del 5% che il governo ha fatto è stato finanziato aumentando le aliquote su dividendi e interessi. Questo purtroppo è il metodo Padoan: tagliare le tasse da una parte e alzarle dall’altra”.
La doccia fredda dell’Istat è arrivata dopo mesi di battaglia sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale, intervallati da una pletora di provvedimenti economici il cui iter solo in alcuni casi è andato oltre lo stadio dell’annuncio iniziale: “E’ il caso della riforma della Pubblica amministrazione, la cui efficienza è un fattore importante nella competitività delle imprese ma che è stata affrontata con una timidezza estrema — spiega ancora Puglisi — il modus operandi del governo Renzi è molto simile a quello adottato ai suoi tempi da Giulio Tremonti e si basa essenzialmente sul cosiddetto expectation management: gestire quella che è la percezione dei provvedimenti da parte dell’opinione pubblica nel tentativo di creare ottimismo. In linea di principio non è sbagliato: il problema è che le coperture non sono mai state chiare”.
Le risorse, secondo Puglisi, che fa parte del team di esperti del commissario alla spending review Carlo Cottarelli, potevano essere trovate intervenendo sulla spesa pubblica: “Anche se in una prima fase i tagli avrebbero avuto un effetto recessivo, i fondi recuperati potevano essere usate per finanziare il taglio delle imposte e dare fiato all’economia privata”.
Anche il pagamento dei debiti della P.A. (per il quale Bruxelles il 19 giugno ha aperto contro l’Italia una procedura d’infrazione dopo una lunga serie di avvertimenti) avrebbe aiutato: tra il 24 febbraio al Senato e il giorno successivo a Ballarò il premier annunciava “lo sblocco totale, non parziale” di 60 miliardi; il 13 marzo prometteva a Bruno Vespa a Porta a Porta che non si andrà oltre il 21 settembre.
“Aveva iniziato Monti nel 2012, Renzi qualcosa ha fatto ma non abbastanza — continua Puglisi — se lo Stato è esigente nel richiedere ai contribuenti, dovrebbe essere in egual misure efficiente nel pagare i suoi debiti: quei miliardi che mancano nei conti delle aziende le avrebbero aiutate ad avere risorse da investire“.
Poi ci sono riforme che non hanno a che fare con tassazioni, bonus e tagli ma che avrebbero un effetto sull’andamento dell’economia.
“La corruzione ha un costo altissimo sulla competitività perchè induce le imprese, specie quelle straniere, a non investire”.
Di nuovo, l’Unione Europea ci tiene il fiato sul collo. L’ultimo richiamo è del 5 marzo: “L’alto livello di corruzione riduce l’efficienza nell’uso delle risorse nell’economia”, sentenziava Bruxelles. E il 3 febbraio la Commissione Ue aveva sottolineato l’inadeguatezza della legge approvata nel 2012. Il ddl anti-corruzione, però, giace inerte in Senato.
Analogo il discorso sulla giustizia: i contenuti della riforma del ministro Orlando stanno venendo pian piano fuori nelle ultime settimane, ma il problema è vecchio di decenni e neanche Matteo Renzi l’ha ancora affrontato compiutamente: “La lunghezza delle cause civili è uno dei fattori che inducono le aziende straniere a non investire in Italia”, conclude Puglisi.
Ma anche questa riforma è stata superata nell’agenda del governo dalla riforma del Titolo V della Costituzione e dall’Italicum.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
LE PRIORITA’ NON SONO IL SENATO MA LA RIFORMA DEL LAVORO E DELLA GIUSTIZIA CIVILE
Il Wall Street Journal avverte il premier Matteo Renzi: “A meno che non siano approvate le riforme economiche, ci saranno pochi motivi per essere ottimisti”.
Nel giorno in cui i dati diffusi dall’Istat certificano la recessione italiana, Richard Barley, dalla testata economica statunitense ricorda la gerarchia delle riforme italiane per uscire da una congiuntura negativa. In primis riforma del Lavoro e riforma della Giustizia (civile).
L’agenda del governo invece ha messo in testa il nodo delle riforme costituzionali.
Secondo il Wsj Renzi “ha parlato molto di come trasformare l’Italia” e l’ampio consenso popolare delle europee “ha mostrato” che il premier avrebbe un buono spazio di manovra per agire in modo incisivo.
Tuttavia finora “sono stati compiuti solo piccoli progressi” rispetto alle due riforme “vitali per la crescita”: quella giudiziaria e quella del lavoro appunto.
Dunque “l’interminabile recessione” italiana potrebbe essere “un problema per l’intera eurozona a meno che Renzi non cominci a mantenere le sue grandiose promesse”.
Se ciò non dovesse accadere “ci potrebbero essere dei problemi in futuro”.
Quella italiana viene considerata dal Wsj una recessione permanente dal momento che, praticamente dall’entrata in vigore dell’euro, la situazione economica è stata un continuo “insuccesso”.
Inoltre per la testata americana “la conclusione che la Spagna stia beneficiando” delle riforme economiche di cui “l’Italia ha solo parlato è difficile da non considerare”.
Gli iberici, infatti, hanno chiuso l’ultimo trimestre registrando un +0,6%.
C’è insomma la convinzione che l’Italia sia in una condizione economica difficile da raddrizzare. Nonostante “gli economisti sono ancora fiduciosi che l’economia italiana possa superare la crisi quest’anno”, per Barley ” gli investitori non dovrebbero avere troppa fiducia in merito”.
Un riferimento anche alle misure anti-spread di Mario Draghi: “Erano mirate a respingere le paure irrazionali sulla fine dell’eurozona, non le preoccupazioni razionali che un Paese non mantenga le sue promesse”.
(da “Huffingtonpost“)
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