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LE BALLE DI RENZI E LA FUGA DEI SUPPLENTI ALLA CANNA DEL GAS

Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile

LA PROF DI LATINO: “MI VIENE DA PIANGERE, A 45 ANNI SONO COSTRETTA A VIVERE ANCORA A CASA DEI MIEI”

“Mi viene da piangere, vivo ancora con i miei”.
Seimila euro all’anno. Era il guadagno di Federica fino a due anni fa, quando le sue supplenze di latino e greco si sono ridotte a tre/quattro mesi l’anno, per sostituire il collega con il colpo della strega, la bronchite prolungata, il braccio rotto.
Dal 2013 è stata assunta con contratti annuali. Troppo tardi però per riuscire a pagarsi affitto e bollette. Lei, 45 anni, romana, da sempre vive sotto lo stesso tetto dei genitori, ormai in pensione.
Come si fa a vivere con sei mila euro all’anno?
Ho sempre avuto un secondo lavoro, di scorta, ma neanche con questo riesco a campare. Faccio la consulente per musei e scrivo cataloghi per le mostre. Circa tremila euro l’anno.
Qual è la sua formazione?
Ho due lauree, una in Lettere antiche, l’altra in Archeologia. Ho iniziato la carriera all’Università  Roma Tre come professoressa a contratto per due anni. Allora mi pagavano a ore. Poi ho lasciato, non è semplice fare strada lì dentro. A giugno finalmente ho preso l’abilitazione.
Cioè ha pagato di tasca sua 2.300 euro per i corsi Pas (percorso abilitante speciale) per diventare più precaria di prima?
Esatto. Mi viene da piangere, guardi.
Cosa farà  adesso?
Non lo so, io non so fare altro che insegnare. Mi auguro che la sentenza della Corte dell’Unione europea attesa fra poco costringa il Miur ad assumere chi abbia svolto la professione per almeno tre anni, come previsto dalla direttiva comunitaria 36 del 2005. Altrimenti sarà  costretto a pagare sanzioni altissime.
Lei avrebbe i requisiti per farsi assumere.
E sono anche una di quelle che ha fatto ricorso all’Ue contro il ministero insieme ai sindacati.
Ha mai pensato di scappare all’estero?
Un Paese civile non può obbligare i cervelli a fuggire via. Ma che razza di Stato è? Io continuerò a lottare per fare questo mestiere. Non può passare il concetto che studiare tanto non premia.

Chiara Daina
(da Il Fatto Quotidiano”)

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LA BALLE DI RENZI E LA FUGA DEI SUPPLENTI ALLA CANNA DEL GAS

Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile

“MOLLO TUTTO, ORA SPERO SOLO DI TROVARE UN ALTRO LAVORO”

Francesca ha messo le mani avanti. Appena rientra dalle vacanze, la settimana prossima, porterà  il curriculum ad alcune cooperative in cerca di un posto da educatrice.
Trentaquattro anni, supplente da dieci nelle scuole elementari di Ravenna e provincia, una decina di istituti e paesi cambiati, anche per un giorno di lavoro da 40 euro lordi. L’annuncio dell’altro ieri del ministro Giannini sull’abolizione delle supplenze le è piombato addosso come una doccia fredda.
Francesca è una dei 400 mila insegnanti precari delle graduatorie d’istituto che, a quanto pare, da settembre dovrà  dire addio al mondo della scuola.
Se non trova un altro lavoro, ha un piano C?
Sarò costretta a mettere la mia vita in una valigia e tornare nella casa dei miei genitori, in Sicilia. Non sono sposata, non ho figli, e finora ho dovuto condividere l’appartamento con una collega, 530 euro d’affitto in due. Se perdo il posto, devo mollare tutto.
Il governo Renzi da quando si è insediato promette di valorizzare la figura dell’insegnante. Si aspettava una mossa del genere?
Sono allucinata. Il ministro Giannini non ha capito niente del sistema scolastico. Significa che ho fatto dieci anni di sacrifici per avere in mano un pugno di mosche. Finchè sono servita alla politica, mi hanno sfruttato per bene, poi un calcio nel sedere. Dietro le cattedre non ci sono numeri, ma persone. Si sono dimenticati che abbiamo la responsabilità  di formare altre persone.
Quanto riusciva a guadagnare da supplente?
Dipende dalla durata della sostituzione, da un giorno, dieci o trenta. In un mese, comunque, la busta paga è di 1.100 euro. Solo per i primi tre anni ho fatto supplenze brevi, per coprire le malattie. Poi ho iniziato ad avere incarichi annuali. Diciamo che per come è andata non mi posso lamentare.
La macchina ce l’ha?    
Ma va. Uso sempre l’autobus. Anche quando la scuola si trova a 30 chilometri di distanza.
Secondo lei, il governo si rimangerà  le parole?    
Spero solo di trovare un impiego diverso. Basta.

Chiara Daina
(da Il Fatto Quotidiano“)

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ISTAT: NESSUN EFFETTO 80 EURO, CALA ANCORA LA FIDUCIA NEI CONSUMATORI

Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile

DISCESA CONTINUA DA MAGGIO DEGLI INDICI… AUMENTA IL PESSIMISMO DEGLI ITALIANI SUL FUTURO

Gli 80 euro sono arrivati nella busta paga di 10 milioni di italiani il 27 maggio. L’idea di Renzi era, con questa misura, di far ripartire i consumi, idea appunto perchè per ora i numeri non paiono dargli ragione.
L’Istat infatti certifica come da maggio a oggi la fiducia nei consumatori continui a calare
Gli italiani sembrano ancora non fidarsi di una situazione economica instabile e per nulla serena.
Fino ad ora poco sono servite le rassicurazioni del ministro Padoan che da giorni continua a ripetere che il bonus fiscale sarà  reso strutturale. L’invito a spendere -arrivato dal ministro dell’Economia – sembra non convincere affatto.
I dati. Ad agosto 2014 l’indice del clima di fiducia dei consumatori diminuisce a 101,9 da 104,4 del mese precedente.
Il peggioramento interessa tutte le diverse componenti e segue le diminuzioni rilevate a giugno e luglio.
Il peggioramento della fiducia, il terzo consecutivo, deriva soprattutto dalla componente economica, che scende a 107,6 da 114,2, mentre quella riferita al quadro personale passa a 100,1 da 101,2.
L’Istat che sottolinea come gli indici riferiti al clima corrente e futuro diminuiscono, rispettivamente, a 101,5 da 104,0 e a 103,4 da 106,2.
Riguardo alla situazione economica del Paese, i giudizi sulle condizioni attuali peggiorano sensibilmente: il saldo passa a -91 da -79; anche per le attese si rileva un peggioramento: il saldo passa a -7 da 6.
Aumenta, infatti, la percentuale di coloro che giudicano la situazione economica “peggiorata” (al 25,7% dal 23,2%) e “molto peggiorata” (al 34,2% dal 31,7%).
Anche le attese sulla situazione economica peggiorano decisamente (il saldo passa a -7 da 6).
Il saldo che esprime le attese di disoccupazione e’ in aumento (a 56 da 53).

(da “Huffingtonpost”)

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IL DIKTAT DI CASALEGGIO: “NON FATE PIU’ INTERVISTE”, MA SCOPPIA LA RIVOLTA

Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile

IL GURU: “SOLO DI MAIO PUO’ PARLARE”… LA CONTROFFENSIVA: “VOGLIAMO INCONTRARE IL MINISTRO ORLANDO”

L’ordine, perentorio, è imposto di buon mattino ai fidi scudieri della Casaleggio associati. In un attimo, si diffonde tra le truppe parlamentari: «Ora basta con le interviste — si infuria in privato il guru — e basta con la presenza dei nostri in tv. D’ora in poi parla solo Di Maio».
Il black out comunicativo è deciso da un leader che teme la balcanizzazione del Movimento: «Così la situazione ci sfugge di mano», avverte i suoi.
Una forzatura che però non basta, perchè il Movimento cinque stelle brucia.
Fuochi di rivolta si scorgono soprattutto alla Camera, ma è nel dialogo sulla giustizia che si consuma un clamoroso scontro.
I parlamentari cinquestelle chiedono di partecipare all’incontro con il Guardasigilli in agenda per oggi, ma il leader milanese li piega imponendo un brusco stop.
L’effetto è una rivolta interna difficile da sedare.
Alcune uscite pubbliche di Laura Castelli — influente falco pentastellato — forniscono il pretesto per la stretta mediatica.
«Basta con le figure di merda di Di Battista», scrive la deputata sulla chat interna. Poi, con Il Fatto, rilancia promettendo sostegno a eventuali valide misure anti-crisi.
Apriti cielo. Lo schiaffo arriva a mezzo blog, firmato Beppe Grillo: «Il M5S non apre a Renzie, non bacchetta Di Battista e non è pronto a votare nessuna misura urgente per l’economia insieme a lui».
Quindi arriva il diktat: «Si raccomanda ai parlamentari di rilasciare il minor numero possibile di interviste ai giornali in quanto vengono sistematicamente stravolte».
La colpa, sostiene il megafono del grillismo, è dei titoli.
La battaglia contro la stampa, a tutto campo, coinvolge parecchi cronisti. In realtà  il processo ai quotidiani cela anche un altro nervo scoperto.
È lo scontro interno provocato dalla presa del potere di Luigi Di Maio.
La sua ascesa — sostenuta dal cerchio magico dello staff emargina falchi storici come Castelli, Riccardo Nuti e Federico D’Inca, ma esaspera anche i dissidenti della prima ora come Tommaso Currò.
A pochi, poi, è sfuggito il passaggio in cui il vicepresidente della Camera ha “liquidato” in tv l’influente Alessandro Di Battista.
Chi si oppone, però, medita la controffensiva al rientro dalla pausa estiva. Ogni giorno, in chat, i duellanti si preparano alla resa dei conti.
Ieri, per dire, la deputata Tiziana Ciprini si è scagliata contro Castelli, in difesa di Di Battista: «Tu canti e gli altri fanno il controcanto. Fai vivere di luce riflessa».
Botte da orbi, ma nulla in confronto al braccio di ferro sotterraneo che si è consumato ieri tra Casaleggio e i membri pentastellati delle commissioni Giustizia.
A occuparsi di una materia così delicata sono grillini del calibro di Giulia Sarti, Alfonso Bonafede, Tancredi Turco, Maurizio Buccarella e Francesca Businarolo, Mario Giarrusso, Andrea Colletti e Vittorio Ferraresi.
A differenza della scorsa settimana, la maggior parte di loro vuole incontrare Andrea Orlando per consegnargli le proposte sulla prescrizione e sul falso in bilancio.
Il guru si infuria e li anticipa, travolgendoli. E con un post sul blog chiude la partita: «Il M5S domani non incontrerà  Orlando per la riforma della giustizia ».
Il fulmine a ciel sereno si abbatte sui gruppi parlamentari. Non tutti, però, sono disposti a lasciar passare sotto silenzio la mortificazione, tanto che i membri della commissione valutano di inviare comunque le proposte al Guardasigilli, per sfidare clamorosamente il leader.

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)

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GIUSTIZIA, I DIKTAT DI BERLUSCONI, ORLANDO: “NON CEDIAMO”

Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile

OGGI GLI INCONTRI COI PARTITI SULLA RIFORMA CHE ANDRà€ IN CDM VENERDàŒ: SU FALSO IN BILANCIO E RESPONSABILITà€ DELLE TOGHE SI VA ALLO SCONTRO

Sarà  un percorso tortuoso quello che dovrà  affrontare il ministro Andrea Orlando per portare a casa la riforma della giustizia.
Gli sgambetti li tenderanno i forzisti, fonti di via Arenula fanno sapere che su prescrizione, intercettazioni e falso in bilancio il governo andrà  dritto per la sua strada: a questo punto ci si chiede se non sarà  la giustizia il tema che metterà  a repentaglio quel “Patto del Nazareno” che tiene in piedi il governo Renzi.
Forza Italia sembra bipolare: se da una parte fa sapere — informalmente ai giornali e ufficialmente attraverso Il Mattinale — che non ostacolerà  Renzi (soprattutto per salvaguardare le aziende di famiglia, dicono i maligni), dall’altra, sul tema giustizia, cerca lo scontro.
I forzisti non hanno alcuna intenzione di cedere nè sulla prescrizione nè sul falso in bilancio e si dicono scettici per la scelta di Orlando di rinviare la discussione sulle intercettazioni in ottobre, dopo un incontro con i rappresentanti della stampa.
Ieri il Guardasigilli ha incontrato il presidente dell’Unione Camere Penali (gli avvocati), Valerio Spigarelli: “Non è una vera riforma della giustizia: mancano interventi che assicurino la terzietà  del giudice, un efficace controllo sull’obbligatorietà  dell’azione penale, oltrechè un corretto rapporto tra il giudiziario e gli altri poteri dello Stato”.
In maniera informale, ieri, Orlando ha visto pure il segretario dell’Anm, Maurizio Carbone, che ha assunto una linea più attendista.
Oggi però si entra nel vivo: ci saranno le consultazioni con le forze politiche.
Per Ncd ci sarà  il senatore Nico D’Ascola, per FI Giacomo Caliendo, che getterà  sul tavolo le proposte targate Arcore.
Si comincia dalla prescrizione: per i forzisti è un problema relativo. Tradotto: lasciamola così com’è. Orlando invece prevede di bloccarla dopo la sentenza di primo grado.
Anche sulla responsabilità  dei magistrati, Forza Italia ha una posizione di rottura: vuole una forma di responsabilità  diretta, che dia la possibilità  al cittadino di rifarsi direttamente sul magistrato in caso di dolo.
In via Arenula, invece, dicono che il massimo è quella “indiretta”, che prevede la possibilità  di chiedere il risarcimento allo Stato, che a sua volta può rifarsi sul giudice.     Altri punti di disaccordo sono il falso in bilancio e l’auto-riciclaggio: quanto al primo, i forzisti ritengono sia giusto creare una netta distinzione tra chi voleva “effettivamente” truccare i bilanci e chi invece ha semplicemente sbagliato a compilarli.
“Si tratta di stabilire uno strumento che non rischi di avere come effetto la paralisi — spiega Francesco Paolo Sisto, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera — Prima cerchiamo di liberare le imprese e poi diamo alle Procure il potere di penalizzarle sul piano formale”.
Allo stesso modo, lungi da loro l’auto-riciclaggio: “Si rischia che per un furto la pena prevista sarà  di tre anni, per l’auto-riciclaggio dodici”, tuona Carlo Sarro, vicepresidente della commissione Giustizia.
Ma c’è di più, perchè sul tavolo del ministro, gli azzurri vogliono portare il loro vero cruccio, la custodia cautelare.
E qui le proposte possono essere addirittura bizzarre: far scattare le manette solo in casi estremi, trasformando “la carcerazione preventiva in un’eccezione”.
“Così — commenta Sarro — come nel codice dell’88, ci sia un regime residuale, da applicare solo in casi estremi”.
Questo chiede Forza Italia, ma fonti del ministero della Giustizia fanno sapere che “non se ne parla di cedere a compromessi”: “Limature e migliorie sono ben accette, riscritture assolutamente no”.
Al grado zero, invece, sono i rapporti tra Andrea Orlando e il Movimento 5 Stelle, che     – ha ribadito ieri Grillo — non parteciperà  alle consultazioni: “Una riforma fatta su misura per i ladri — attacca il blog pentastellato — i cui obiettivi sono la separazione delle carriere, l’abolizione della obbligatorietà  dell’azione penale, la responsabilità  diretta dei magistrati, la proibizione della pubblicazione delle intercettazioni e la riduzione dei tempi di prescrizione”.
Non esattamente il programma del ministro, quello illustrato dal leader M5S: di molte delle cose denunciate finora non s’è parlato, la responsabilità  è indiretta e la nuova disciplina sulle intercettazioni rinviata.

Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A GINO STRADA: “LA SINISTRA E’ IPOCRITA: DALLA PACE ALLE ARMI”

Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile

“NEL 2003 ERANO TUTTI A MANIFESTARE IN PIAZZA, ORA HANNO CAMBIATO IDEA PERCHE’ SONO TORNATI AL GOVERNO”… “L’ISIS? DEI SANGUINARI”

“Una volta che ho deciso di andare ad ammazzare qualcuno, la modalità  è secondaria perchè sto facendo la più grande cazzata che un essere umano possa fare”.
Gino Strada vive e lavora in Sudan, ma è in contatto quotidiano con i medici della sua Emergency che gestiscono ospedali e campi profughi ad Arbat e Choman (nel Kurdistan iracheno), dove sono confluiti     migliaia di sfollati in fuga dalle regioni sotto attacco dell’Isis e dalla guerra civile in Siria.
Che cosa sta succedendo in Medio Oriente?
Ho vissuto tre anni e mezzo nel kurdistan iracheno. Era il 1996 ed era in corso una guerra civile tra le due fazioni curde: il Pdk di Masoud Barzani (l’attuale presidente del Kurdistan iracheno, ndr) e l’Upk di Jalal Talabani. Quando il Pdk stava per essere sconfitto, chiamò in aiuto i carri armati di Saddam Hussein.
E quella era una guerra tra curdi.
Quello che intendo è che in quello spicchio di mondo lì chi oggi è un nemico forse tra quattro mesi diventerà  un alleato . Guardi quello che sta accadendo con al-Assad in Siria.
Noi cerchiamo sempre di dividere il mondo in buoni e cattivi.
Non è semplice. Faccio un altro esempio: nel 2003, prima dell’invasione Usa, andai a parlare con il ministro della Sanità  iracheno e con Tareq Aziz (vice primo ministro sotto Saddam, ndr). L’incidenza di tumori e leucemie infantili era aumentata di dieci volte a causa delle armi chimiche e radioattive della guerra con l’Iran e del Golfo del ’91, ma i medicinali non erano disponibili a causa dell’embargo. Proposi di fare arrivare un aereo 747 carico di anti-tumorali, ma mi disse di no.
Preferiva usare l’embargo come tema politico contro gli Usa?
Non ho più voglia di occuparmi delle ragioni degli uni e degli altri. Ciò che conta è che sono morti mezzo milione di bimbi.
E quindi cosa dovrebbe fare, oggi, l’Occidente?
Tenere a mente che ogni volta che si decide di combattere una guerra — che significa andare ad ammazzare qualcuno — si peggiorano situazioni spesso già  disastrate. Non è bastata l’esperienza delle primavere arabe? Tre anni dopo, cos’è rimasto? In Egitto si condannano a morte i civili a cinquecento alla volta. In Libia c’è una guerra civile di cui non frega più niente a nessuno.
Ma le immagini che arrivano da Iraq e Siria sono raccapriccianti. Tagliano le gole, e non solo al giornalista americano.
Non mi illudo che l’Isis sia democratico e liberale, figurati! Ma in questo disastro c’è tutto il Medio Oriente, un’area completamente esplosa. Il punto è che quando uno decide di ammazzare qualcun altro, la modalità  è secondaria. C’è chi taglia la gola, chi usa armi chimiche, chi bombarda coi droni: ognuno con le sue armi cerca di fare la pelle a qualcun altro.
L’Italia cosa dovrebbe fare?
Se io ragionevolmente credo che tu sia un pazzo scatenato, dal punto di vista della sicurezza del mio Paese sono più sicuro se metto in mano le armi al tuo nemico o se non gliele do? Se vogliamo che tra due anni qualcuno ci faccia un attentato, siamo sulla strada giusta. Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, usa argomenti assurdi per giustificare la decisione di dare quella ferraglia ai curdi.
L’arsenale della Maddalena?
È folle! Come cavolo è possibile che la Marina militare abbia disobbedito alle decisioni della magistratura, che ordinò la distruzione di quelle armi di contrabbando? Oggi quella roba lì, che non dovrebbe nemmeno esistere, è il regalo per gli amici del momento. Non rispettano la Costituzione, le convenzioni internazionali nè la buona pratica di non vendere armi ai Paesi in guerra.
Il pacifismo che fine ha fatto?
Quando, nel 2001, il governo Berlusconi decise di invadere l’Afghanistan erano quasi tutti d’accordo. Solo Emergency e pochi altri parlavano ad alta voce contro quella guerra. Due anni dopo, c’è stata Piazza del Popolo, la più grande manifestazione pacifista di sempre in Italia. Tanti politici di centrosinistra si erano ravveduti: quelli che avevano votato per la guerra in Afghanistan, avevano scelto di dire “no” a quella in Iraq. Me li ricordo mentre sfilavano con le sciarpe arcobaleno addosso.
E poi cos’è successo?
Poi sono tornati al governo e hanno cambiato di nuovo idea. Ma io i politici li capisco: non sanno nemmeno dove sia l’Afghanistan, anche se siamo lì dal 2001. Invece non capisco la stampa: perchè nessuno fa un’analisi e si chiede quante vite abbiamo perso in questi tredici anni, quante persone abbiamo ucciso, se abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati? La verità  è che sulla guerra esiste ormai il pensiero unico.
Forse perchè le guerre oggi sono più difficili da raccontare: si usano tanti droni e meno soldati.
No, viene da più lontano. Tutto comincia con i giornalisti embedded. Nella più grande operazione militare della storia della Nato, ad Helmand, in Afghanistan, non c’era nemmeno un giornalista che non fosse embedded. Quando la gente vede certe immagini medievali, come Abu Ghraib, prende coscienza, perchè capisce quanto la guerra faccia schifo.
Ci sono tanti giovani occidentali che ne rimangono affascinati: partono e diventano jihadisti.
È lo stesso meccanismo. Quando si accetta la possibilità  di ammazzare, si diventa gli esseri umani peggiori. L’unico approccio umano alla guerra è l’abolizione, com’è successo con la schiavitù.

Alessio Scheisari
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DAI RITI CELTICI ALLA MACUMBA: L’EVOLUZIONE DI CALDEROLI

Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile

SI CONVOCHI A PONTIDA UNA CERIMONIA DI GUARIGIONE E SALVEZZA CONTRO LA MACUMBA, TRA CORNUTI E POZIONI MAGICHE

Secondo fonti sperabilmente non autorevoli, Roberto Calderoli avrebbe chiesto la revoca della macumba orchestrata ai suoi danni dal padre del ministro italoafricano Cècile Kyenge, offeso per le dichiarazioni razziste del politico italopadano.
Una macumba fortunatamente non è una fatwa.
Ma sfortunatamente ha coinciso con una consistente raffica di sciagure ai danni del suo destinatario: ricoveri in ospedale, acciacchi di varia entità , lutti familiari, infine l’intrusione in casa di un ragguardevole serpente (enorme per i parametri italiani), un magnifico biacco di un paio di metri, non velenoso, che Calderoli ha accoppato a randellate attirandosi la peggiore di tutte le disgrazie, l’ira degli animalisti che vogliono vederlo ai ceppi.
Va detto che la superstizione è un territorio nel quale anche il più savio e ragionevole degli umani rischia di perdere la trebisonda, e dare il peggio di sè.
Ma che un così autorevole leader (sta lavorando, anzi ri-lavorando al riassetto istituzionale della Repubblica italiana, già  da lui ampiamente manomesso in passato) possa collegare eventi della propria esistenza a una maledizione tribale, non è una notizia che rallegri.
O meglio: fa ridere. Ma non rallegra.
Perchè rivela una vulnerabilità  culturale piuttosto rattristante, e davvero inspiegabile in uno dei capi più insigni di un movimento identitario come la Lega, che alle macumbe dovrebbe guardare con irridente distacco, come l’evoluto uomo bianco guarda al folklore primitivo.
Lo stesso ministro Kyenge, che il macumbato paragonò a un orango confermando – vedi biacco – un rapporto totalmente scriteriato con il mondo animale, ha in qualche modo richiamato Calderoli alle credenze e ai costumi a lui propri, tipo il cattolicesimo (che condanna severamente magia e superstizione).
Ma non è certo che l’invito possa essere raccolto, e sia di conforto al nostro.
I più attenti osservatori del costume nazionale, nonchè regionale, ricorderanno infatti che Calderoli volle prendere moglie, a suo tempo, secondo il rito celtico, con tiritere druidiche e costumi boschivi, chissà  se importati da un varietà  di Las Vegas o cuciti da sartine padane (comunque su cartamodelli di Las Vegas)
Giù in quella pittoresca cerimonia, a ripensarci, si poteva intuire un notevole eclettismo religioso, e una lodevole apertura a culture anche molto distanti dalla Padania odierna.
Levato il razionalismo, che è l’ideologia morente di un’Europa in totale crisi di panico, dalle parti di Calderoli il terreno è fertile per credenze di ogni natura e di ogni taglia, macumbe, pozioni magiche, gli elmi cornuti, Braveheart che corre urlando nella brughiera, i dolmen che comunicano con gli alieni, perfino il Sole delle Alpi, simbolo cultuale così poco conosciuto fino a ieri l’altro che neppure la redazione di Voyager sarebbe in grado di costruirci sopra un servizio decente.
Le statistiche, del resto, dicono cose molto poco confortanti sul dilagare delle pratiche magiche in proporzione all’aggravarsi della crisi e al sentimento dell’insicurezza, economica e personale.
Nel Nord Italia il fatturato del comparto è fiorentissimo, anche se in nero (la fattura senza fattura piace molto a maghi e fattucchiere).
Almeno in questo senso, tra eletti ed elettori la sintonia è perfetta.
Si convochi a Pontida una cerimonia di guarigione e salvezza contro la macumba, elmi cornuti e cornamuse contro il suono minaccioso del tam tam (lo stesso dei telefilm di Tarzan).
Facendo attenzione, per carità , a non calpestare i serpenti.

Michelle Serra
(da “La Repubblica”)

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GOVERNO ACCATTONE, A GENOVA POLIZIOTTI COSTRETTI A CHIAMARE COL PROPRIO CELLULARE IL 113: NON CI SONO 15.000 EURO PER UN NUOVO PONTE RADIO

Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile

IL VIMINALE NEGA AGLI AGENTI ALTRI CELLULARI DI SERVIZIO   … SCOPPIA ANCHE IL CASO DIVISE: QUELLE NUOVE NON BASTANO

Per un controllo dei documenti, un agente di polizia deve chiamare il 113. Un po’ come telefonare a se stesso. E sperare che dalla centrale operativa lo richiamino sul suo cellulare, privato, in tempi brevi e se c’è “campo”.
Altrimenti, se l’attesa è troppo lunga, non c’è altra scelta: bisogna lasciare andare il sospettato.
“Perchè non possiamo mica tenere una persona ferma mezz’ora senza motivo e confessare che non basta l’unico ponte radio che abbiamo, per fare un lavoro di routine e che stiamo aspettando di farci richiamare sul nostro telefonino…”.
È clamoroso quello che denuncia Roberto Traverso, segretario provinciale del sindacato di polizia Silp-Cgil: agli agenti capita di non aver modo di comunicare con il Cot, la Centrale Operativa Telecomunicazioni, il cuore pulsante della Questura, dove vengono diretti tutti gli interventi.
La questione è stata messa nero su bianco da due circolari interne. Il sindacato ha chiesto che i poliziotti vengano dotati di cellulari di servizio, ma è arrivato un secco no.
“Quando si registrano, in ragione dell’elevato numero di pattuglie presenti sul territorio e delle consistenza degli interventi – rispondono dall’Ufficio di Gabinetto -, accavallamenti e sovrapposizioni nelle comunicazioni sul canale dedicato, viene adottata una prassi per cui l’operatore sul territorio ricorre all’ordinario canale radio per chiedere di essere richiamato sulla propria utenza cellulare”.
E viene aggiunto. “Considerato che la stragrande maggioranza del personale è titolare di utenza Tim – operatore convenzionato con la polizia di Stato -, si ritiene incongruo l’inoltro di richieste per la fornitura di cellulari”.
Traverso sbotta. “E se qualcuno non ha con sè il proprio cellulare, si rimanda l’intervento? Senza contare, ed è il colmo, che molto spesso per mancanza di copertura, i colleghi devono chiamare sul 113, occupando una linea di emergenza”.
Il problema parte da lontano: gli agenti da anni hanno a disposizione un solo ponte radio che copre tutto il territorio e non è sufficiente per tutte le chiamate.
Per allestirne un altro servono 15 mila euro, ma c’è la crisi.
Dunque, che fare? “Abbiamo chiesto all’amministrazione di essere dotati di telefonini aziendali – va avanti Traverso   –   ma il vero motivo per cui ci è stato risposto di no, è che i dipendenti della polizia possono aderire alla convenzione stipulata tra Ministero dell’Interno e la Tim, che prevede mille minuti gratis di chiamate tra poliziotti Ma questa era nata per agevolare le telefonate tra i colleghi, non per chiamare il Cot a nostre spese!”.
Ecco, allora, la prima circolare, del 14 agosto: dove si spiega che la Centrale Operativa Telecomunicazione chiamerà  chi non ha attivato la “promozione” sul proprio cellulare. Gli altri usino i minuti a prezzo scontato.
Dopo le proteste del sindacato, la nuova decisione: sarà  il Cot a richiamare tutti gli agenti.
Ma come può la Centrale intuire quando il poliziotto vuole mettersi in contatto? “L’unico modo – spiega Traverso – è che l’agente chiami il 113 come un qualsiasi cittadino, e chieda di essere richiamato al più presto. Una situazione che segna una deriva preoccupante: proprio in un momento delicatissimo, in cui rischiamo un blocco contrattuale per altri due anni”.
Altro tasto dolente, è quello   –   annoso   –   delle divise. Una circolare di giugno del dipartimento parla chiaro: entro il 20 luglio dovevano essere distribuite le divise nuove per le Questure e le Volanti. Ma siccome non c’erano uniformi per tutti, sono state assegnate agli agenti delle Volanti della Questura: e non a quelli delle Volanti dei nove commissariati, che sono rimasti con le divise rabberciate.
“Il risultato è che abbiamo Volanti di serie A e di serie B   –   denuncia Traverso   –   e possono anche capitare casi di pattuglie spaiate, con divise diverse. Come un’armata Brancaleone”.

(da “La Repubblica”)

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FESTA DELL’UNITA’ 2014: ALFANO (INVITATO) SNOBBA RENZI E NON VA

Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile

L’ELENCO DI CHI CI SARA’ E DI HA DATO FORFAIT

Governo, governo e ancora governo. Ma nella lunga sfilata di ministri che sfileranno al Parco Nord di Bologna, prima festa dell’Unità  dell’era Renzi, manca Angelino Alfano, titolare dell’Interno e leader del principale partito alleato del Pd.
Ma non perchè il premier non l’ha invitato, ma perchè lo stesso Alfano ha detto di no. “Il ministro è stato invitato, ma per motivi logistici e impegni precedenti non ha potuto accettare”, confermano gli uomini del ministro.
“L’invito è stato mandato, problemi di agende che non si sono incastrate”, prova a gettare acqua sul fuoco il responsabile delle feste Pd Lino Paganelli.
Non è l’unico ministro a non essere presente a Bologna, con lui anche Federica Guidi, titolare dello Sviluppo.
Ma l’assenza di Alfano spicca su tutte le altre, anche perchè la festa è tutta concentrata sulla sfida di governo, sul programma dei 1000 giorni che fa da filo rosso a tutti i dibattiti.
Di immigrazione e sicurezza si parlerà  eccome, negli oltre dieci giorni della festa Pd. Ma a parlarne ci sarà  il viceministro Marco Minniti, che da mesi i rumors romani indicano come successore di Alfano al Viminale, nel rimpasto che prenderà  il via dopo l’eventuale nomina di Federica Mogherini alla commissione europea.
E che potrebbe vedere Angelino dirottato proprio alla Farnesina.
L’assenza di Alfano brilla anche perchè la pattuglia Ncd è molto folta: i ministri Lupi e Lorenzin e due big come Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello (che si confronterà  con il ministro Boschi).
“Impegnatissimo sul fronte immigrazione”, Alfano non aggiunge una riga in più per motivare il suo forfait: “Precedenti impegni e motivi logistici”.
“Capita spesso che dica dei no”, spiegano dal suo staff. Solo che stavolta è un no pesante, un no alla lunga kermesse che Renzi dedica al rilancio dell’azione di governo.
Assenze di peso si segnalano anche in casa democratica, a partire dall’ex premier Enrico Letta, che non risulta presente nel programma.
Così anche la presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro, reduce dal duro lavoro sulla riforma della Costituzione.
Il suo nome non compare neppure quando si parlerà , il primo settembre, di legge elettorale: a discutere ci saranno Lorenzo Guerini, Maurizio Lupi e Giovanni Toti, unico big di Forza Italia presente in casa Pd.
Dall’opposizione all’appello ha risposto il leader di Sel Nichi Vendola, nonostante gli ultimi mesi di tensioni con i dem; mancano invece grillini e leghisti.
Il Pd, dopo le polemiche scatenate dall’invito (poi respinto) a Federico Pizzarotti, hanno rinunciato a invitare Luigi Di Maio e Roberto Fico.
“Non vogliamo intrufolarci in casa d’altri per cercare interlocutori”, spiega Paganelli. “Non ci è sembrato che da parte loro ci fosse voglia di dialogare”.
Con Salvini invece ci sarebbe stato realmente un problema di agende incompatibili. Problemi di agenda anche per i due capigruppo Roberto Speranza e Luigi Zanda, che non figurano nel programma.
“Ma ci stiamo lavorando”, assicurano dallo staff. Molto presenti sindaci e governatori, da Fassino a Merola, da Zingaretti a Nardella e Chiamparino, Decaro, Enzo Bianco. Così come i giovani della segreteria, da Alessia Morani a Francesco Nicodemo e Davide Faraone e le capolista alle europee, da Alessandra Moretti a Simona Bonafè. Assente invece Pina Picierno.
Ci saranno i due ex segretari Bersani ed Epifani, e così anche Massimo D’Alema (in faccia a faccia con Pierfedinando Casini sull’Europa nell’occhio del ciclone) e Walter Veltroni, con una serata dedicata al suo film su Berlinguer.
Presente anche Rosy Bindi, in una serata dedicata alla lotta alle mafie con Caterina Chinnini e Nando Dalla Chiesa.
E così anche Franco Marini, silurato da Renzi ai tempi della corsa al Colle, che parteciperà  a un dibattito (mattutino) con Giorgio Benvenuto sul periodo tra la Grande Guerra e la Resistenza.
Della minoranza spazio anche a Stefano Fassina, che presenterà  il suo libro “Lavoro e Libertà “.
Mentre Pippo Civati se la vedrà  con Matteo Orfini, Gennaro Migliore e i sindaci Doria e Pisapia sul tema della sinistra.
Molto presenti le parti sociali, nonostante i complicati rapporti col premier: ci saranno i tre leader sindacali, e il leader degli industriali Giorgio Squinzi (a dialogo con Graziano Delrio).
Il numero uno della Cisl Bonanni discuterà  di lavoro con il ministro Poletti, Angeletti di burocrazia e sprechi con il ministro Marianna Madia.
A Susanna Camusso infine toccherà  un super dibattito il 6 settembre con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il responsabile economico Pd Filippo Taddei.
Lo stesso giorno Federica Mogherini sarà  a confronto con il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz, uno degli ospiti internazionali di peso insieme al neoleader del Psoe Pedro Sanchez.
A coronare il parterre anche i presidenti delle due Camere Pietro Grasso e Laura Boldrini.
Tra i giornalisti-moderatori, si segnala una presenza duplice di Monica Maggioni, direttore di Rainews24, che coordinerà  un dibattito con Fassino e Zingaretti e sarà  ospite in una discussione con Roberta Pinotti e Fabrizio Cicchitto su difesa e sicurezza.
Tra i direttori spiccano i nomi di Mario Orfeo (Tg1), Giovanni Morandi (Qn) e Stefano Menichini di Europa.
Tra le firme presenti anche Maria Latella, Marco Damilano, Fabrizio Roncone, Alessandra Longo e Marcello Sorgi, oltre ai giornalisti tv Serena Bortone, Giuliano Giubilei e Paola Saluzzi.
Spicca l’assenza di habituè delle feste dell’Unità  come Bianca Berlinguer ed Enrico Mentana
La serata d’apertura, dopo un dibattito con Sandro Gozi e Piero Ignazi sul semestre europeo, sarà  dedicata a un concerto della cantante israeliana Noah e della collega palestinese Mira Awad, perchè “per noi del Pd ci deve essere un’altra strada”.
Secondo il tesoriere Bonifazi, i “conti dell festa saranno in assoluto pareggio, 480 mila euro di costi già  coperti da alcuni contratti pubblicitari”.
Bonifazi si è definito “l’uomo del pareggio”, con l’obiettivo di portare in pari i conti del Pd nonostante il taglio del finanziamento pubblico.
Per questo al Parco Nord ci sarà  un “banchino” dove sperimentare il 2 per mille (previsto dalle nuove norme), il crowfunding e le iscrizioni online.
A tagliare il nastro domani al Parco Nord non ci sarà  Renzi, ma il vicesegretario Debora Serracchiani, insieme al segretario regionale Stefano Bonaccini (possibile candidato anche alla guida della Regione Emilia Romagna).
Il leader chiuderà  con un comizio (vecchio stile?) il 7 settembre.

(da “Huffingtonpost“)

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