Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
DAL PRIMO GENNAIO TICKET PER GLI INTERVENTI IMMOTIVATI: ESCURSIONISTI DELLA DOMENICA E IMBECILLI AVVISATI
Mille euro per farsi soccorrere sulle montagne piemontesi.
Dal primo gennaio gli escursionisti improvvidi, o più probabilmente i turisti della domenica che si improvvisano scalatori, dovranno pagare un ticket per le chiamate al Soccorso alpino.
Con lo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre è infatti entrato in vigore la delibera regionale che, oltre ad aggiornare le tariffe dell’elisoccorso, prevede la compartecipazione al costo degli interventi “immotivati, inappropriati o provocati da un comportamento imprudente “.
Fino al 2015 il soccorso era stato gratuito sempre e per tutti, ora non più.
La delibera è stata firmata dall’assessore alla Sanità , Antonio Saitta, e da quello a Montagna e Protezione civile, Alberto Valmaggia.
Spiega che i costi saranno addebitati completamente solo per “le chiamate totalmente immotivate”, mentre per tutte le altre non congrue il tetto sarà di mille euro: le tariffe sono 120 euro per la chiamata e 120 ulteriori ogni minuto di volo, mentre quando si attiva solo il soccorso a piedi il costo fisso sarà di 120 euro cui si aggiungono 50 euro l’ora per ogni squadra impiegata dopo la prima ora di soccorso.
“Una regolamentazione come questa andava fatta perchè ha un valore prima di tutto educativo – ragiona il presidente del Soccorso alpino piemontese Aldo Galliano – Noi di questi ticket che sono stati introdotti però non vedremo un euro, perchè andranno direttamente all’assessorato, ci competerà segnalare i casi in cui l’intervento si è rivelato incongruo secondo le tre tipologie previste”.
Il regolamento però ovviamente va interpretato e lascia un margine molto soggettivo al caposquadra che fa la relazione e poi al presidente del soccorso che deve girare i casi alla direzione della Protezione civile: “Non si può negare che ci saranno episodi al limite e che potrebbero aprirsi contenziosi, ma questo regolamento dovrebbe invogliare tutti quelli che frequentano la montagna ad assicurarsi e anche prevedere polizze che coprano questi costi come accade in altri paesi”, aggiunge Galliano.
Sui problemi interpretativi il presidente del Sasp nazionale Piergiorgio Baldracco spiega: “In altre regioni le regole sono più chiare, ma in Valle d’Aosta nonostante questo si recuperano i soldi di un terzo degli interventi inidonei, mentre per tutti gli altri si resta a bocca asciutta”.
In Piemonte, se il nuovo regolamento fosse già stato in vigore l’anno scorso si sarebbe fatto pagare qualcuno in una ventina di casi, secondo le stime, parziali, del direttore del 118 regionale Danilo Bono: “Nei 700 casi dove è stato coinvolto l’elisoccorso, almeno 20 rientrano nelle tipologie previste, ma dall’entrata in vigore non ne abbiamo avuto nemmeno uno – racconta – Sull’applicazione io credo che sarà il buon senso la regola più importante e le situazioni saranno valutate caso per caso. Credo anche che se comunicato opportunamente possa servire a scoraggiare chi va in montagna impreparato o con l’attrezzatura inadeguata. Non è pensato per far cassa”.
Se l’intervento delle squadre o dell’elisoccorso si conclude con un ricovero in ospedale invece il costo non è addebitato in nessun caso.
L’idea è quella di creare un effetto deterrente, più che una vera compartecipazione alle spese dell’elicottero: “Se si fosse voluto finanziare il costo degli interventi avrebbe avuto molto più senso introdurre un ticket generalizzato per tutti i casi in cui si alza in volo, compresi quelli in pianura – ragiona Baldracco – Ad esempio con 200 euro fissi, e le stesse esenzioni per reddito degli altri ticket sanitari, si tirerebbero su cifre molto più importanti e non si punirebbe chi frequenta la montagna”.
Chi fa il volontario da anni ha già visto di tutto, dall’anziano che non trova più l’auto dopo essere andato a funghi a chi rimane bloccato in quota perchè non ha calcolato l’orario del tramonto: “Spesso capita di irritarsi perchè ci si trova a fare interventi che con un po’ di buon senso da parte dell’escurisionista si sarebbero potuti evitare – confessa Galliano – Non puniremo nessuno, ma applicheremo le regole”.
Jacopo Ricca
(da “La Stampa“)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO I DUE DENUNCIATI DI IERI PER AVER DANNEGGIATO UN PRESEPE, ANCHE IL CASO CHE AVEVA SUSCITATO SDEGNO HA UN RESPONSABILE: “NON E’ MUSULMANO”… CROCIATA RINVIATA
«C’è un sospettato nella vicenda del Bambin Gesù impiccato a Pitelli , non lo abbiamo ancora
preso ma si tratta di un ragazzino».
L’immagine della statua del bambinello, rapita e poi appesa a un cappio, la notte di Capodanno, ha fatto il giro del Paese.
Il questore della Spezia Vittorino Grillo, però, annuncia che le indagini sono a «buon punto» e che «sono stati raccolti indizi ben circostanziati. Non ci sono ancora denunce — ha affermato durante l’incontro con la stampa per il bilancio dell’attività 2015 — ma riteniamo che si tratti di una bravata, la matrice non è religiosa, non è opera di un musulmano, in questo senso voglio rassicurare la cittadinanza».
La polizia tiene il massimo riserbo sull’inchiesta, confidando di poter formalizzare il deferimento nelle prossime ore.
Ad ogni modo, appare ormai certo che l’episodio di Pitelli non sia collegato con quanto avvenuto nei giorni seguenti a Cafaggio.
Gli investigatori in un primo momento avevano ipotizzato che potesse essere opera di una sorta di serial killer dei presepi.
Invece, i carabinieri del reparto operativo della Spezia sono riusciti ad acciuffare i responsabili del danneggiamento alle sagome della sacra famiglia esposte in via Camisano .
Si tratta di due ragazzi, italiani, C.S. e B.S, rispettivamente di 20 e 19 anni. Hanno già confessato, spiegando di aver utilizzato dei petardi acquistati in un negozio a Castelnuovo Magra.
«Non l’abbiamo fatto di proposito, uno dei botti ci è sfuggito nella direzione sbagliata», si sono giustificati con gli investigatori dell’Arma.
(da “il Secolo XIX”)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
SUL BLOG UNA PRESENTAZIONE CELEBRATIVA DEL COLLOQUIO CON DI MAIO…. LA “SERIETA” DEL M5S E’ STATA AGGIUNTA E ALCUNE VALUTAZIONI CRITICHE SCOMPAIONO
«Il Movimento cinque stelle è maturo per il governo, scrive il Financial Times»: così, fin dal titolo, sul blog di Beppe Grillo il 30 dicembre, veniva presentata celebrativamente un’intervista di fine anno del quotidiano della city a Luigi Di Maio, il giovane aspirante leader del direttorio dei cinque stelle.
Il rigoroso quotidiano britannico così elogiativo nei confronti del movimento, che un tempo appariva a quel mondo soltanto una forza «populista» e «demagogica»?
IL TITOLO
C’è un titolo al quale Grillo si aggrappa «Italy’s Five star Movement comes of Age»; ma nei social del Ft già viene aggiunto un punto interrogativo («Has Italy’s Five Star Movement come of age?»), e su internet il titolo attuale è diverso, per evitare equivoci e essere il più chiari possibile, “Italy’s Five Star Movement seeks to be taken seriously”, quella di esser preso come una forza matura è l’aspirazione del Movimento, non il giudizio del giornale.
Soprattutto, il blog di Grillo omette le intere prime dieci righe del Ft, dove m5s viene definito «populista», e alle origini anche «clownesco», e aggiunge aggettivi elogiativi che non ci sono affatto.
LA TRADUZIONE ALLEGRA
Sul blog leggiamo che «il M5S ha fatto tanta strada ed è oggi una seria alternativa a Renzi», ma sul giornale c’è scritto, molto più neutralmente, «protest group has come a long way since its eccentric start and is now the country’s second party».
Una considerazione puramente fattuale e avalutativa, ma la traduzione sul blog oltre a sottolineare quel «comes of Age» (letteralmente: matura, non «è maturo») e all’aver fatto tanta strada – aggiunge che è una «seria» alternativa a Renzi: l’aggettivo «seria» sul quotidiano non c’è.
Sono due modifiche sostanziali, che danno al pezzo quel che nel pezzo non c’è: un’accezione di sdoganamento e un giudizio molto positivo.
LA SCOMPARSA DELL’AGGETTIVO «POPULIST»
Scompare invece, sul blog, l’aggettivo «populist», che su Ft continua invece a comparire fin dalla presentazione, e naturalmente nel pezzo, quando si deve introdurre al lettore anglosassone questa forza politica.
E’ poi Di Maio – non il giornalista James Politi – che insiste sul fatto che “il Movimento non è una tossina populista, ma il suo antidoto”.
Peccato che il Financial Times scriva esattamente il contrario, e cioè “the populist Five Star Movement”.
LE CHAT INTERNE
La storia cela alcuni retroscena. Possibile che si possa forzare così il senso di un’intervista scritta, senza subire critiche? Improbabile, ma la struttura interna del Movimento cinque stelle è una galassia che solo una lettura delle chat interne tra i parlamentari può aiutare a disvelare.
Nei giorni successivi all’intervista – che, singolarmente, non è stata gestita dallo staff di comunicazione, ma direttamente dal gruppo di Di Maio – il capo della comunicazione dei cinque stelle, Rocco Casalino, domandava nelle chat se c’era qualcuno che gliela potesse tradurre testualmente dall’inglese.
DI CHI È LA MANO?
Resta poco chiaro chi sia l’autore materiale della traduzione – diciamo così – lievemente favorevole al Movimento.
Che è stata ricostruita punto per punto da Giampaolo Galli, deputato del Pd.
Nel Movimento c’è un «genio delle lingue»: così si definisce nel curriculum la coach tv Silvia Virgulti, compagna di Di Maio, che ha avuto frequenti contatti di lavoro col mondo anglosassone, e collaborato con alcune ambasciate (il mondo canadese in particolare).
Impensabile che l’errore possa esser stato commesso da lei. Fatto sta che, insomma, la «serietà » del Movimento è stata aggiunta da una manina, il «comes of age» (che vuol dire «matura») è diventato un definitivo «è maturo», il «populista» e varie valutazioni critiche sono scomparse.
«Il pezzo è chiarissimo, poi tante persone cercano di interpretare i nostri pezzi a loro piacimento», taglia corto James Politi, che interpelliamo per chiudere definitivamente la questione.
Il blog di Grillo, si direbbe, non pare pervenuto allo standard anglosassone.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
L’EX RADICALE IN POLE, MA PONE LE PRIMARIE COME CONDIZIONE
«Io penso che Matteo abbia già deciso, che voglia candidare me. Almeno, così va dicendo in
giro».
A Montecitorio circolano pochissimi parlamentari, la gran parte continua a godersi lunghe vacanze. Roberto Giachetti invece presiede l’Aula. E quando incrocia un amico, si confida.
Il suo nome circola insistentemente per il Campidoglio e Renzi potrebbe lanciarlo già durante la direzione nazionale di metà gennaio.
«Non so — si mantiene cauto con l’interlocutore – immagino che prima dovremo incontrarci. Perchè io ancora non ci ho parlato, mi credi?».
Chi lo ascolta tentenna, il renziano doc insiste: «Io davvero preferirei non candidarmi. Se però me lo chiedono, almeno vediamo a quali condizioni».
Non si tratta di garanzie personali, semmai del percorso politico migliore: «Ad esempio le primarie. Senza, il mio nome non esiste».
Le primarie, appunto. Ecco lo snodo intorno al quale l’avventura del vicepresidente democratico della Camera si incrocia con la rivolta della base del centrosinistra capitolino.
A Roma, è cronaca, Stefano Fassina ha bruciato tutti sul tempo annunciando la propria candidatura per il dopo Marino. Molti degli amministratori di Sel si sono opposti, preferirebbero contarsi nei gazebo.
Per dare forza alla battaglia, hanno già fissato un evento simbolo: il prossimo 23 gennaio, assieme ai presidenti di municipio del centrosinistra, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti (Pd) e il suo vice Massimiliano Smeriglio (Sel) riempiranno il teatro Brancaccio.
E chiederanno primarie unitarie per il centrosinistra “di governo”. Vent’anni di collaborazione che, ricorda in ogni circostanza Smeriglio, è impossibile archiviare a cuor leggero: «La partita è ancora tutta da giocare».
Il modello del “partito degli amministratori” romani è naturalmente quello di Giuliano Pisapia, che in un appello pubblico firmato assieme ai sindaci di Cagliari e Genova ha chiesto di preservare l’esperienza delle primarie del centrosinistra.
A Milano, in realtà , Sel deciderà solo a metà mese se partecipare, ma i dirigenti locali vogliono l’alleanza con il Pd e chiedono ufficialmente un candidato unico che sfidi nei gazebo il renziano Giuseppe Sala.
Stessa linea di una fetta dei vendoliani bolognesi e di molti amministratori di altre realtà comunali.
A Roma, però, pesa la netta chiusura di Fassina: «Il Pd della Capitale — attacca l’ex dem – è dominato dal Nazareno. È fisiologico che in un partito ci siano posizioni diverse, ma abbiamo fatto una scelta».
Un autentico muro, di fronte al quale però non si arrendono i mediatori.
Chiedono a Fassina un passo indietro e sognano l’apertura di un tavolo per le primarie. Uno schema che non dispiace a Giachetti: «Penso che il mio nome metterebbe in difficoltà molti di loro – ha confidato in queste ore – Non è facile girarsi dall’altra parte, abbiamo lavorato dieci anni insieme quando c’era Rutelli sindaco. Se rompono, rischiano di stare all’opposizione per dieci anni…».
In realtà non è solo questione di sentimenti, o di comuni trascorsi al Campidoglio.
C’è il calcolo politico del Pd, la convinzione che il voto utile penalizzi chi spacca la coalizione.
Lo certifica anche il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato: «Non pensino che forzando la mano sulle amministrative noi cambiamo l’Italicum perchè capiamo che sono indispensabili. Anzi, si separerebbero definitivamente da noi».
Il nome dell’ex radicale Giachetti, che nel frattempo ha incassato anche l’endorsement di Marco Pannella («lo voterei a occhi chiusi»), resta insomma in pole.
Lo sostengono anche alcuni giovani dem renziani di Roma, che guidati da Tobia Zevi preparano una Leopolda nella Capitale.
Molto comunque si deciderà durante la direzione nazionale del Pd. E tanto dipenderà dalla pressione della base.
A partire da quella del “partito degli amministratori” convocati al teatro Brancaccio.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
INVECE CHE INVESTIRE PER RIDURRE LE LISTE DI ATTESA SI PROSPETTA LA SOLITA SOLUZIONE
Dopo le polemiche sui festeggiamenti di Capodanno, che in un primo momento sembrava voler far saltare, arriva altro carbone sulla testa del commissario capitolino Francesco Paolo Tronca, alla vigilia della festività della Befana.
E’ colpa della soluzione che avrebbe trovato alla crisi degli asili nido e delle scuole materne romane: annosa questione per i romani più piccoli, che da anni devono battersi a colpi di dichiarazioni dei redditi e ricorsi per guadagnare il proprio posto nella scuola pubblica.
A sorpresa, tra i titoli della cronaca cittadina, arriva il piano che sarebbe contenuto nel documento unico di programmazione 2016-2018 in cui il commissario avrebbe riportato che, per far fronte alla richiesta dei bambini in lista d’attesa, “sarebbero necessari ulteriori fondi, per un importo pari a 6 milioni e 500 mila 613 euro l’anno per la copertura delle spese di gestione”.
Dato che non c’è speranza di trovare queste risorse “si propone di avviare un progressivo passaggio alla gestione in concessione, che consentirebbe una minor spesa per ciascuna struttura stimata in 450 mila euro annui”, assicura l’analisi commissariale.
Stesso discorso per le materne: per esaurire le liste d’attesa servirebbero altre “90 sezioni nuove a tempo pieno, e ulteriori fondi per un importo pari a 12 milioni e 375 mila euro l’anno”.
Per questo l’idea è una “progressiva statalizzazione delle scuole dell’infanzia”.
Questo scenario fa sobbalzare sulla sedia anche gli ex consiglieri capitolini del Pd che per arrivare alla gestione commissariale hanno sacrificato volontariamente il proprio posto in aula Giulio Cesare.
Dopo essersi uniti al coro pro-Capodanno, oggi si aggiungono a quello anti-privatizzazione: “Vogliamo un incontro con Tronca”, chiedono a mezzo stampa.
“A Roma esiste già un sistema integrato pubblico-privato di gestione dei servizi educativi” .
Utile, a loro avviso “vista la complessità del settore e la delicatezza delle persone a cui il servizio si rivolge, un confronto immediato con il subcommissario delegato in materia”. Anche i sindacati confederali chiedono un incontro urgente al commissario, preoccupati della tutela delle oltre 6mila educatrici e insegnanti capitoline.
Insorgono i minisindaci e i miniassessori della capitale: “Faremo le barricate” annuncia Andrea Catarci, presidente del municipio VII. “Il commissario Tronca non batte un colpo sui problemi specifici segnalati dai municipi, territorio per territorio. Al contrario, dimenticandosi del carattere provvisorio e ademocratico della sua carica, rilancia la malsana idea di privatizzare gli asili nido”.
Di azzeramento delle liste d’attesa si parlava anche nel programma della giunta Marino, ma la situazione resta evidentemente irrisolta.
Stefano Fassina, candidato sindaco di Sinistra Italiana, chiede al commissario Tronca “di fermarsi e chiediamo al governo di dare indicazioni politiche chiare al commissario di Roma affinchè cambi radicalmente rotta”.
Tronca in una nota precisa che tutte le scelte ipotizzate “sono coerenti con il percorso tracciato dalla precedente amministrazione, nonchè con il piano di rientro che aveva già prescritto un programma di ristrutturazione della spesa nel settore dei nidi”.
Ma non è finita qui: il Messaggero dà conto di altri particolari che emergono dal Documento unico di programmazione 2016-2018 del Campidoglio.
In particolare il piano prevede l’affidamento in gestione ai privati (per sette o otto anni) dei monumenti che necessitano di lavori urgenti di restauro.
Tra i monumenti, ci sarebbero il Fontanone del Gianicolo (360 mila euro il costo dell’intervento), una parte delle scuderie di Villa Torlonia (300mila euro), l’Arco dei quattro venti (150mila euro) e il complesso monumentale delle serre (700mila euro) di Villa Pamphilj, due padiglioni di Villa Aldobrandini (un milione di euro), i Casali del Sepolcro di Priscilla sulla via Appia Antica (384mila euro), il casale e la torre dell’area archeologica del Sepolcro degli Scipioni (300mila euro). Il lavoro più imponente riguarda l’allestimento dell’area del Teatro di Marcello: un lavoro imponente da 7,5 milioni di euro.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE: AI PM I NOMI DEI DEPUTATI CHE NON PAGANO
Mercoledì scorso schiumava rabbia Antonio Fiumefreddo, alla notizia che l’assemblea
regionale siciliana aveva affondato la ricapitalizzazione della società regionale da lui presieduta.
«Mascalzoni travestiti da uomini delle istituzioni» ha definito i franchi tiratori responsabili di aver votato contro il finanziamento a Riscossione Sicilia, che ha il compito di incassare le tasse nell’isola, aprendo così uno scenario denso di incognite. Non era certo la prima volta che la Regione veniva chiamata a tappare i buchi delle esattorie, anche se questa volta più che di buco si dovrebbe parlare di voragine.
Quattordici milioni e mezzo nel 2014, il doppio del 2013, e chissà quanti nel 2015. Per farsi un’idea basta leggere la relazione all’ultimo bilancio approvato a marzo scorso, dove testualmente «non si esclude che in assenza di idonei interventi normativi o di significativi incrementi dei ricavi, i soci saranno chiamati ad apporti finanziari tali da garantire la continuità aziendale».
Dove per soci si intende la Regione siciliana, che ha il 99,952% ed Equitalia, con lo 0,048%. Nel solo 2014 le perdite hanno superato di slancio i 20 mila euro per ciascuno dei 702 dipendenti.
La riscossione sui ruoli è scesa del 16,7 per cento, con un crollo del 31,7% a Palermo, mentre gli incassi sugli avvisi di pagamento sono precipitati dell’81,8%.
Quanto alla produttività , dice tutto questo paragone: 16 centesimi per euro riscosso il costo di Riscossione Sicilia, 12,8 quello di Equitalia.
Sappiamo quanto sia stata travagliata la storia delle esattorie siciliane, e non ci sfuggono le difficoltà di un’economia così fragile qual è quella isolana. Ma che sia normale per una società incaricata di riscuotere le tasse chiudere i conti perennemente in perdita e che poi tocchi ai contribuenti mettere mano al portafoglio, proprio no.
E anzichè prendersela con le «mascalzonate» di qualcuno, sarebbe forse meglio interrogarsi su questo.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE DI FILOSOFIA: “GRILLO SEMPRE PIU’ ASSENTE, FORSE E’ DELUSO ANCHE LUI”…TRA LE CRITICHE L’ACCORDO CON IL PD PER I GIUDICI ALLA CONSULTA E L’ABBANDONO DEL REFERENDUM PER L’USCITA DALL’EURO
Paolo Becchi ha lasciato il Movimento 5 Stelle.
Il professore di filosofia, più volte definito ideologo M5S e tra i primi sostenitori del progetto politico di Beppe Grillo, ha dato l’annuncio del suo addio in un’intervista al quotidiano online Formiche.net.
“Il M5S”, ha detto,”si sta trasformando in un partito ibrido e ha stretto con il Pd un nuovo patto dopo quello del Nazareno facendo da stampella al governo Renzi”.
E riprendendo la metafora usata dal comico nel contro-discorso alla nazione del 31 dicembre, ha aggiunto: “Anche Grillo è diventato un ologramma. Non sono nella testa di Beppe e non so se questo suo progressivo farsi da parte sia sintomatico di un po’ di delusione anche da parte sua, ma è sempre più politicamente assente. Ha fatto un discorso di fine anno che era uno spot pubblicitario al suo spettacolo, un intervento teatrale. Forse era inevitabile che il Movimento si istituzionalizzasse, ma il sogno è finito”.
Non è la prima volta che il docente di Genova si scontra con il leader M5S.
Dal 2013 è stato più volte riconosciuto dai media come voce autorevole dentro il Movimento e almeno due volte i vertici hanno preso le distanze dalle sue parole.
Solo per fare un esempio, nel 2013 venne scaricato in seguito alle sue parole sull’allora ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni: “Se qualcuno tra qualche mese prende i fucili”, aveva detto, “non lamentiamoci, abbiamo messo un altro banchiere all’economia”.
Becchi ha annunciato di essersi cancellato dalla piattaforma “lo scorso 31 dicembre”. Secondo Becchi l’M5S si è trasformato in un “partito ibrido che da un lato acchiappa chi ancora crede negli ideali di rottura del vecchio Movimento e dall’altro si avvicina alla logica partitica”.
E alla domanda se ora a comandare sia Casaleggio, ha risposto: “Ora si apre il problema del garante; Grillo ha detto che è ‘un po’ stanchino’, ma che sarebbe rimasto il garante delle regole. Peccato però che qui non venga rispettata nessuna regola, come sull’espulsione della senatrice Serenella Fucksia“.
Tra le mosse politiche contestate da Becchi c’è anche l’accordo con il Pd per l’elezione dei giudici alla Consulta.
“In quell’occasione”, ha continuato, “si è capito come il Patto del Nazareno tra Pd e Fi sia finito del tutto e ne sia nato un altro tra Pd e M5S, tenuto segretissimo tanto che chi ne parla viene ricoperto di insulti in rete”.
Un patto che sarebbe preludio di un’intesa anche sul ddl Unioni civili in discussione al Senato a fine gennaio.
Secondo il professore i parlamentari grillini hanno cambiato la linea rispetto ai principi originari dei 5 Stelle: “Beppe Grillo è stato sconfessato dal vicepresidente della Camera addirittura sul Financial Times, a cui Luigi Di Maio ha detto che loro non sono favorevoli all’uscita dell’Italia dalla Nato come invece ha sostenuto Grillo. Agli inizi del Movimento se qualcuno avesse detto una cosa del genere sarebbe stato radiato, ora l’intervista viene ripresa dal blog”.
Un’altra contestazione fatta da Becchi è quella sulla campagna per un referendum per l’uscita dell’euro: “Grillo aveva promesso agli italiani”, ha concluso, “che entro il dicembre 2015 o al massimo nel gennaio 2016 ci sarebbe stato il referendum sull’euro. Ora più nessuno ne parla”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
E LE AZIENDE HANNO TAGLIATO IL 20% DEI POSTI DI LAVORO…ANCHE GLI INTROITI DELLA TV SCESI DEL 15,7% E MILLE ADDETTI LASCIATI A CASA
Tra il 2010 e il 2014 i ricavi complessivi delle imprese editoriali italiane sono diminuiti di 2
miliardi, pari al 31,2% del totale, e quelli dei gruppi televisivi di 1,5 miliardi, il 22,5% degli introiti 2010.
La flessione risulta dall’osservatorio periodico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che rileva come la redditività dell’intero settore si sia ridotta ma le tlc mostrino in media livelli di profittabilità più alti.
Al contrario l’editoria quotidiana e periodica, più colpite dalla crisi, negli ultimi cinque anni ha registrato un margine netto negativo del 2,7% contro il +5,2% medio del 2010.
In particolare nel 2012 e 2013 il comparto editoriale ha registrato rispettivamente margini del -12,2 e -10,2 per cento, risalendo al +1,1% nel 2014.
Le aziende hanno reagito in molti casi tagliando il costo del lavoro, con il risultato che nei quattro anni considerati gli addetti sono diminuiti del 20%, da 19.300 a 15.200. Anche se secondo Annuario statistico italiano 2015 dell’Istat dopo anni di calo la percentuale di cittadini che leggono quotidiani e libri si è stabilizzata benchè “l’abitudine alla lettura dei quotidiani riguarda comunque meno della metà della popolazione (47,1% delle persone di 6 anni e più)” mentre la quota di lettori di libri è al 42 per cento, stabile rispetto al 2014.
Per le imprese televisive gran parte della flessione dei ricavi, rileva l’Autorità , è stata determinata dalla contrazione degli introiti pubblicitari, ma pesano anche le minori entrate da abbonamenti pay tv.
Così il margine lordo (Ebitda) è passato dal 29,1% del 2010 al 23,1% del 2014, mentre il margine netto (Ebit) è sceso dal 6,4% al -0,1%.
L’occupazione si è ridotta nel frattempo di circa 1000 addetti (-4,5%): nel 2014 i lavoratori erano circa 20.800.
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
LA DESTRA DIFENDE LA LEGALITA’: CHI SBAGLIA DEVE PAGARE, NON ESISTONO ZONE DI IMPUNITA’
Non siamo tra quelli che a destra difendono le forze dell’ordine “a prescindere”: un conto è l’istituzione, altra cosa i singoli che possono sbagliare.
Ma, proprio per la credibilità delle istituzioni, chi si trincera dietro una divisa per commettere un reato va condannato in primis moralmente senza se, senza ma e possibilmente senza cercare di nascondere la polvere sotto il tappeto.
Ci chiediamo se sia normale, alla luce degli ultimi elementi emersi dalle indagini, che questi carabinieri siano ancora in servizio “a tutela dei cittadini”, se sia normale alterare i rapporti, se sia normale fornire falsa testimonianza ai processi.
E chiediamo a questo punto una norma precisa da parte delle istituzioni: è vietato pubblicare le foto di un indagato?
Allora la norma valga per tutti, non solo per i rappresentanti delle forze dell’ordine.
Quanti indagati, dichiarati poi innocenti, sono stati esposti alla gogna, magari con foto passate dalle questure, accusati di reati inesistenti?
Qualcuno ricorda ancora i tempi degli “opposti estremismi” con tanto di foto di ragazzi innocenti “massacrati dalla stampa”?
O in tempi più recenti: perchè la foto del ragazzo accusato ingiustamente della strage del Bardo in Tunisia si poteva pubblicare e quella di un carabiniere indagato no?
Sarebbe ora che a destra, quella vera, si difendesse la legalità , quella che i carabinieri “veri” ogni giorno tutelano nel nostro Paese: sono meno pericolosi i “tossici” di tanti cazzari di presunta destra intossicati dall’odio per i “diversi”.
Come se loro fossero i “normali”.
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