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LA CAMORRA: “A VOTARE M5S PORTIAMO ANCHE LE OTTANTENNI”

Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile

LE INTERCETTAZIONI A QUARTO: “HANNO VINTO, ADESSO RISPETTINO GLI IMPEGNI”

«Comincia a chiamarlo. Ha preso 890 voti, è il primo degli eletti. Noi ci siamo messi con chi vince, capito?». Voto inquinato.
È una intercettazione telefonica che risale al primo giugno scorso, tra il primo e secondo turno delle comunali di Quarto, comune dell’area flegrea.
L’imprenditore legato al clan camorrista dei Polverino, Alfonso Cesarano, dà  indicazioni di appoggiare al ballottaggio il candidato a sindaco dei Cinque Stelle, Rosa Capuozzo: «Adesso si deve portare a votare chiunque esso sia, anche le vecchie di ottant’anni. Si devono portare là  sopra, e devono mettere la X sul Movimento 5 Stelle».
Per non essere equivocato, l’imprenditore sospettato di essere colluso con la camorra spiega al suo interlocutore: «L’assessore glielo diamo noi praticamente. E lui ci deve dare quello che noi abbiamo detto che ci deve dare. Ha preso accordi con noi. Dopo, così come lo abbiamo fatto salire così lo facciamo cadere».
La “pecora nera” dei Cinque Stelle, l’uomo del presunto patto inconfessabile con la camorra, Giovanni De Robbio, è stato cacciato dai Cinque stelle quando ormai l’inchiesta del pm John Henry Woodcook cominciava a essere stringente.
De Robbio, in cambio di voti avrebbe promesso a Cesarano la gestione del campo sportivo e comunque di agevolarlo negli affari legati alla amministrazione comunale.
De Robbio avrebbe poi promesso a un altro maneggione, Mario Ferro, l’assunzione al cimitero del figlio. Ma c’è un altro nervo scoperto per i grillini: la scelta recente del sindaco di stravolgere la gestione del campo sportivo. La procura di Napoli aveva sequestrato la società  sportiva del camorrista Castrese Parigliola (ora al 41 bis) affidando la squadra di calcio a “Sos Impresa”.
Il sindaco Rosa Capuozzo che fa? Decide di cacciare la società  affidando la gestione del campo a “Quartograd”, una associazione locale molto discussa.
Non c’è Beppe Grillo e non ci sono i Cinque Stelle a piazza Plebiscito, a presidiare la Prefettura di Napoli per chiedere lo scioglimento del consiglio comunale di Quarto, per inquinamento del voto.
Per cacciare un sindaco che la lotta all’abusivismo edilizio fatica a farla, vivendo lei stessa in una casa in parte abusiva.
Dal 22 dicembre scorso, da quando ufficialmente è esploso il caso Quarto – che sembra azzerare la «orgogliosa diversità » grillina rispetto al sistema dei partiti – c’è un imbarazzante silenzio dei vertici Cinque Stelle.
Che forse pensavano di aver risolto il problema con l’espulsione del candidato più votato al consiglio comunale, Giovanni De Robbio.
Nel decreto di perquisizione del 22 dicembre scorso, scrive il pm John Henry Woodcook che De Robbio e il geometra Giulio Intemerato «minacciavano» il sindaco Rosa Capuozzo.
Lei stessa ha ammesso le pressioni del suo collega di partito: «Agli inizi di ottobre, il De Robbio venne da me a casa, mi mostrò una foto aerea di casa mia che aveva sul cellulare. Lo stesso mi disse che c’era un problema urbanistico riguardante la mia abitazione ma che dovevo essere meno aggressiva, non dovevo scalciare, dovevo essere più tranquilla con il territorio».
Un’altra volta – denuncia il sindaco – De Robbio era entrato nel suo ufficio, con il geometra Intemerato, dicendole che il geometra aveva in cassaforte la fotografia dell’abuso edilizio. Insomma, De Robbio avrebbe premuto sul sindaco per ottenere «la gestione del campo sportivo da affidare ai suoi imprenditori; per poter nominare capi settore e assessori e per affidare al geometra Intemerato le pratiche del condono».
Prima di Natale ci sono state le perquisizioni. Lunedì si terrà  il Riesame.
Di sicuro gli sviluppi dell’inchiesta Woodcock si annunciano clamorosi.

Guido Ruotolo
(da “La Stampa“)

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I VERBALI DEL CASO CUCCHI: I TENTATIVI DI INSABBIARE L’INCHIESTA

Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile

GIALLO SU UNA RIUNIONE CON I VERTICI DELL’ARMA… I MILITARI SMENTISCONO L’INDAGATO: “CUCCHI FACEVA IMPRESSIONE QUANDO CI E’ STATO CONSEGNATO, ALTRO CHE IN OTTIMA SALUTE”… “LE SPESE LEGALI LE PAGA L’ARMA”

Stava benissimo Stefano Cucchi. Anzi: è stato trattato con i guanti. Questa la versione fornita il 30 luglio scorso dal carabiniere Vincenzo Nicolardi, indagato per falsa testimonianza, al pm Giovanni Musarò.
Seccamente smentita (“Cucchi faceva impressione “) da un suo collega, un carabiniere della stazione di Tor Sapienza che prese in consegna Cucchi dalle mani di Nicolardi.
E sempre dalle sommarie informazioni dello stesso carabiniere, Gianluca Colicchio (non indagato), emerge un altro pezzo del puzzle.
Nicolardi gli consegna gli effetti personali del detenuto: all’interno c’è un foglietto con il numero di cellulare del maresciallo Mandolini, comandante della stazione Appia, il primo luogo in cui, secondo la procura, Cucchi fu pestato.
Un comportamento che Colicchio giudica “inusuale”. Perchè questa scelta? E di cosa voleva essere tenuto al corrente Mandolini?
È ancora il militare a riferire ai magistrati di una riunione con i vertici dell’Arma pochi giorni dopo la morte di Cucchi. Cosa fu detto durante quell’incontro?
Dall’interrogatorio non emerge, il sottufficiale però fa i nomi dei partecipanti.
E infine il giallo delle spese legali: il maresciallo Mandolini comunica alla moglie di essere indagato per la vicenda Cucchi, ma le dice di non preoccuparsi: “Ho parlato con un colonnello, mi fa pure le spese legali”.
Millanta o qualcuno gli ha promesso un aiuto economico, nonostante le regole lo prevedano solo come rimborso e in caso di assoluzione?
Nuove rivelazioni che arrivano nel giorno in cui Ilaria Cucchi torna sulle polemiche seguite alla pubblicazione, sul suo profilo Facebook, della foto di uno dei carabinieri accusati del pestaggio, che le è valsa una denuncia: “I processi non vanno fatti sul web, ma nelle aule di giustizia. Ma anche Stefano era incensurato: è facile processare un morto che non ha più diritti”.
L’interrogatorio.
“So che si dice che Cucchi   –   spiega Nicolardi al pm Musarò   –   è stato malmenato, ma io posso dire che (…) presso la nostra stazione (Appia, ndr) era stato trattato benissimo. Anzi, ho notato che non veniva trattato neanche da detenuto: lo hanno fatto mangiare, hanno dato da mangiare al cane, non lo hanno neanche messo in cella”.
L’altra versione.
A smentire Nicolardi è Colicchio, il militare che a Tor Sapienza riceve il detenuto dal collega: “Sinceramente lo stato del Cucchi destava impressione”. Poco dopo, infatti racconta al pm di aver chiamato “il 118 non solo perchè il Cucchi mi disse di avere dolori alla testa e all’addome, ma percepii in lui un evidente stato di sofferenza. Inoltre aveva un arrossamento anomalo sul viso, immediatamente sotto gli occhi e quasi fino alle guance”.
Il telefonino.
Nicolardi consegna ai colleghi insieme agli effetti personali di Stefano il numero privato del comandante della stazione Appia, Mandolini. Il carabiniere che lo riceve, Colicchio), spiega al pm che è una cosa inusuale.
“Il fatto che mi fosse stato dato (da Nicolardi, ndr) il numero di telefono personale del comandante era una cosa strana, perchè il numero della stazione era indicato sul verbale di arresto e soprattutto perchè, per qualsiasi problema, io avrei dovuto contattare esclusivamente il 112 e non rapportarmi autonomamente con un collega “. Al contrario, Nicolardi giustifica questa scelta sostenendo che il suo maresciallo Mandolini “è un tipo molto premuroso”.
“Paga l’Arma”.
“Ho parlato con il colonnello   –   spiega Mandolini alla moglie nel corso di una telefonata intercettata il 16 luglio del 2015   –   mi fa pure le spese legali, hai capito? (…) . Paga l’Arma. Pè stà  tranquillo “.
L’incontro.
“Quindici giorni dopo la mia deposizione davanti al pm   –   spiega ancora Colicchio   – (si tratta della prima indagine, ndr), tutti i carabinieri coinvolti furono convocati presso la sede del comando gruppo carabinieri Roma. Fummo ricevuti davanti al comandante provinciale, generale Tomasone, al comandante del gruppo colonnello Casarsa, ai comandanti della compagnia Casilina e Montesacro. Ricordo che c’era il maresciallo Mandolini. I nostri superiori ci chiesero conto di quanto accaduto. Ci limitammo a fare un rapporto orale, senza sottoscrivere nulla”.

Giuseppe Scarpa
(da “La Repubblica”)

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BUGIE, INSULTI E LO SPOT FALSO: LA CAMPAGNA DI TRUMP AI CONFINI DEL RIDICOLO

Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile

CONTRAFFATTE LE IMMAGINI… “I MIGRANTI MESSICANI PRONTI ALL’INVASIONE”, IN REALTA’ SONO A MELILLA

Con una miserabile figura che fa rima con “perda”, nella traduzione letterale in italiano del primo commento costernato del manager della sua campagna elettorale Cory Lewandoski, Donald Trump ha lanciato il primo spot televisivo oltre i confini del ridicolo.
Anche da un personaggio tragicamente clownesco come il miliardario dall’aureola di richiamati arancione che aveva definito le donne “cagne, maiale, sciattone e disgustosi animali” e aveva trovato “ripugnante ” il tiralatte che le mamme usano per nutrire il figlio neonato, la colossale gaffe del superspot ripreso da RepubblicaTV e diffuso in Iowa per mostrare orde di messicani lanciati oltre la frontiere del Sud, risultati poi marocchini all’assalto del confine spagnolo a Mellina, ha già  conquistato l’Oscar dell’imbarazzo.
Anche se non è mai il candidato in persona a produrre direttamente gli spot che vengono mandati in onda, regola e tradizione vogliono che siano lui o lei a visionarli e dunque a esserne responsabili e troppo bella, troppo efficace, troppo terrificante gli è apparsa quella sequenza di disperati in corsa oltre la frontiera per perdere tempo a controllarne la veridicità .
Come invece ha fatto il sito di PolitiFact, un servizio creato dal quotidiano della Florida Tampa Bay Times che puntigliosamente vede e rivede tutte le affermazioni dei politicanti per controllarne la fondatezza e per questo di vide assegnare il Premio Pulitzer nel 2014.
Non soltanto PolitiFact ha facilmente rivelato il falso di quella videoclip prodotta da governo spagnolo e messa online da Repubblica.
Per arrotondare ha rivisto tutte le sparate del “Donald” notando che su quattro sparate che lancia, tre sono false e soltanto una su dieci è completamente vera.
Per altri candidati alla investitura del proprio partito, il Repubblicano nel caso di Trump, una toppata di dimensioni così enormi, che appunto il manager della campagna ha riassunto in una parola che fa rima con “mitt”, per non dire “shit”, sarebbe, se non letale, almeno squassante.
Al senatore della Virginia George Allen bastò definire un giovane cineoperatore che lo seguiva per conto dell’avversario riprendendo tutti i suoi interventi pubblici “un macaco “, per la piccola statura e la carnagione bruna da indiano, per esserne distrutto.
Ma per l’Uomo dall’Aureola Arancione sembra valere, dall’inizio della sua resistibile ascesa verso la nomination a pretendente alla Casa Bianca un set di regole diverse. Trump, che pure vantava fino a ieri una grande amicizia con i Clinton, invitati d’onore al suo terzo matrimonio, e aveva licenziato come “del tutto irrilevanti” gli scandali sessuali di Bill, ora non soltanto demolisce la coppia che allora finanziava con insulti diretti (“Li conosco bene quei due, li ho sempre comprati”) e può riesumare l’affaire Lewinsky come “la prova che Bill era un molestatore di donne” e Hillary “gli teneva bordone rendendo possibili i suoi ignobili comportamenti”.
In più, vede i propri eccessi, la propria mimica istrionica, le sue sortite e ora lo svarione nello spot come conferme della propria diversità .
E come argomento da rivoltare contro le elite, gli snob, i media, la casta, come si direbbe nel dialetto politico italiano.
Lui, Trump, signore dei casinò di Atlantic City, dei permessi edilizi, dei grattacieli più sfacciamente lussuosi, dei cinque miliardi di dollari in portafoglio e della immensa egolatria scritta a maiuscole ciclopiche sul proprio jet privato, chiamato, non sorprendentemente, TRUMP, un jumbo jet Boeing 757.
Poi c’è lo sdegnoso disprezzo con il quale i Clinton, veterani di troppe risse elettorali e mische politiche per lasciarsi spettinare dalle gag del Donald, vorrebbero segnalare la distanza siderale che separa il superpalazzinaro newyorkese dalla serietà  richiesta per governare una superpotenza nucleare, dove il “Comandante in capo” vive, giorno e notte, a pochi passi dalla valigetta con i codici per lanciare l’olocausto nucleare, il “football” come si dice nello slang della presidenza.
Bill, al suo esordio in New Hampshire, lunedì scorso per sostenere la moglie, tra breve impegnate nei consigli elettorali delloIowa, il primo febbraio e poi il 9 nelle fondamentali Primarie in quello Stato, ha ignorato l’esca del sexgate lanciata da Trump e la figura di “perda” fatta con quello spot.
“Io ho imparato a guardare alla prossima elezione, quella che si terrà  qui in New Hampshire, non a quella di novembre”.
Lo snobismo sussiegoso dei Clinton, molto, forse troppo sicuri di sè, contro la istrionica furia del formidabile imbonitore, pronto a barare pur di “fare l’affare” come lui ripete, e prendersi la candidatura.
Non sarà  questo l’ultimo shock inflitto da un Trump che deve vivere, o morire politicamente, di scosse sempre più forti.

Vittorio Zucconi
(da “La Repubblica“)

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TEPPAGLIA: GETTATO PER STRADA IL PANE CHE IL FORNAIO REGALAVA AI POVERI DURANTE LE FESTE

Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile

RUBATI ANCHE I CESTINI, L’AMAREZZA DEL TITOLARE DI BORDIGHERA

Gerardo Ventrice, panettiere di Bordighera, aveva deciso di regalare il pane, dopo l’orario di chiusura, nei suoi sette punti vendita dislocati tra Ventimiglia e Sanremo. Una scelta ‘di cuore’ che aveva molto colpito soprattutto perchè strettamente legata al ricordo dell’omonimo nonno panettiere venuto a mancare nel maggio scorso.
L’idea avrebbe dovuto coprire tutto il periodo di festività  fino all’Epifania e, in caso di buona riuscita, estendersi anche oltre.
Le rosee previsioni non hanno però trovato un riscontro altrettanto positivo nella realtà  e sembra che oggi diventi difficile anche un gesto semplice come quello di regalare il pane.
Qualcuno nottetempo si è divertito ad aprire tutti i sacchetti di una delle panetterie e a lanciare il pane a terra, probabilmente un atto vandalico di giovani teppisti.
Ipotesi da non scartare in quanto se non ci si pone nessuna remora per sfondare la porta di una stazione cosa dovrebbe frenare una piccola ‘guerra di pane’? n
Non manca chi ha trovato il cestino contenente il pane gratis davvero molto grazioso e ha deciso di portarsi a casa direttamente contenuto e contenitore.
Gerardo è sconcertato: “Sul fatto che sarebbe stata una cosa semplice non mi ero fatte troppe illusioni, avevo immaginato che in questo modo c’era il rischio che a servirsi sarebbero stati in numero maggiore chi della carità  non ne ha affatto bisogno ma quello a cui ho assistito in questi pochi giorni mi ha lasciato basito. Pazienza l’episodio del pane a terra che lo ritengo comunque un gesto inqualificabile ma che mi chiamino le commesse da più punti vendita per dirmi che con il pane è andato via anche il cestino mi lascia senza parole”.
“Come soluzione provvisioria — conclude in ultimo Gerardo lanciando un appello — adatterò dei cartoni al posto dei cestini ma invito soprattutto le associazioni come la Caritas o la Chiesa a venire direttamente loro presso i punti vendita in orario di chiusura per ritirare il pane ed evitare così questi incresciosi quanto spiacevoli eventi”.

(da “Sanremo News“)

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COREA DEL NORD, TERREMOTO 5,1: “TEST NUCLEARE”

Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile

PYONGYANG: “ABBIAMO BOMBA A IDROGENO” … PERPLESSITA’ DELL’OCCIDENTE: “POTREBBE ESSERE ATOMICA NON ALL’IDROGENO”… L’ENNESIMA FOLLIA DELL’AMICHETTO DI SALVINI E RAZZI

Da almeno due anni la Corea del Nord aveva annunciato al mondo di essere pronta ad attacchi nucleari. Ma le dichiarazioni erano sempre state accolte con scetticismo. E anche l’ostilità  mostrata costantemente, e anche recentemente, nei confronti degli Stati Uniti, sembrava potesse far parte della propaganda del regime di Kim Jong-un.
Era stato proprio lui lo scorso 10 dicembre a dichiarare nuovamente, dopo averlo fatto lo scorso settembre, che Pyongyang possedeva una bomba all’idrogeno e che “era pronta a usarla per difendere l’indipendenza e la dignità  della nostra patria”.
Oggi potrebbe essere arrivata la conferma. Non perchè Pyongyang abbia fatto sapere di aver condotto con successo mercoledì un test con una bomba nucleare all’idrogeno ma perchè le autorità  sudcoreane, quelle giapponesi e il Servizio geologico americano poco prima avevano rilevato un sisma di magnitudo 5.1 della scala Richter a 49 chilometri a nord di Kilju, l’area dei test nucleari nordcoreani e non lontano dal confine con la Cina.
“Abbiamo effettuato con successo un test nucleare per difenderci dagli Stati Uniti” fanno sapere le autorità  nordcoreane.
Il via libera al test, prosegue la nota, è stato dato dal leader Kim Jong-un “il 3 gennaio. Se gli Stati Uniti non violeranno la sovranità  della Corea del Nord non useremo l’arma nucleare”.
La Corea del Sud: “Bomba testata non all’idrogeno”
Secondo Seul, contro cui è stato dichiarato lo stato di guerra il 21 agosto scorso, il sisma era di origine artificiale e per i servizi segreti la bomba testata “potrebbe essere atomica e non all’idrogeno”.
Dal Giappone arriva un’altra notizia ovvero che nessuna radiazione sarebbe stata rilevata ai posti di controllo.
Il segretario del capo di gabinetto del governo giapponese, Yoshihide Suga, in conferenza stampa, ha spiegato che il paese potrebbe proporre all’Onu varie sanzioni contro la Corea del Nord di natura economica e non solo, in accordo con gli Stati Uniti.
Secondo gli esperti del Trattato di bando complessivo dei test nucleari (CTBTO) l’evento sismico ha avuto la stessa intensità  e le stesse caratteristiche di quello causato dal test nel 2013.
“Le caratteristiche dei segnali che abbiamo osservato questa volta sono molto congruenti con quello cui il mondo ha assistito nel 2013, quando fu dichiarato un test nucleare e fu ritenuto tale”, ha detto Randy Bell, direttore del centro internazionale dati dall’organo Onu.
Onu: “Grave minaccia alla pace e alla sicurezza”
Immediate le reazioni in tutto il mondo. La prima è stata la convocazione immediata del Consiglio di sicurezza dell’Onu “a porte chiuse”. Anche se secondo gli esperti ci vorranno “giorni o settimane” per verificare se sia stato davvero effettuato un test nucleare con una bomba all’idrogeno.
La Cina — unico paese vicino a Pyongyang — fa sapere che si “oppone con fermezza” al test.
Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha detto che l’annuncio da parte della Corea del Nord del test di una bomba all’idrogeno è una minaccia alla sicurezza del proprio paese: “Non possiamo assolutamente permettere questo, e lo condanniamo fermamente”.
Il test a suo avviso rappresenta una violazione degli accordi presi presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Abe ha annunciato una “forte azione” insieme a Usa, Corea del Sud, Cina e Russia e attraverso l’Onu. La Farnesina: “Grave violazione del diritto internazionale”.
Il capo dell’Organizzazione dell’Onu per il Trattato sul bando dei test nucleari, Lessina Zerbo, ha detto che il test, se confermato, sarebbe una violazione del Trattato e una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.
Zerbo ha precisato che le norme contro i test atomici sono state rispettate da 183 paesi dal 1996 e ha invitato Pyongyang a evitare altri esperimenti e ad aderire al trattato. “Il nostro sistema di monitoraggio internazionale ha rilevato un insolito evento sismico nella penisola coreana alla latitudine 41,27 e longitudine 129,10″.
La Corea del Sud ha detto che si consulterà  con gli alleati e le potenze regionali per mettere la Corea del Nord di fronte alle conseguenze del test nucleare che afferma di aver condotto e per ulteriori sanzioni Onu.
Il funzionario presidenziale della sicurezza Cho Tae-yong ha detto “condanniamo fortemente il quarto test nucleare del Nord”.
Cho ha aggiunto che il Nord deve conformarsi alle risoluzioni dell’Onu che richiedono a Pyongyang di smantellare completamente e in modo irreversibile i propri programmi nucleari e per missili balistici. Il ministro della Difesa del Sud ha anche detto che sta rafforzando la sicurezza e monitorando il Nord.
Gli Usa: “Non possiamo confermare il test”
La Casa Bianca dice di non poter confermare il test nucleare della Corea del Nord, ma precisa che, se fosse confermato, lo condannerebbe come una violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite.
Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, Ned Price, ha detto che gli Stati Uniti sono “informati di attività  sismica nella penisola coreana in prossimità  di un noto sito di test nucleari nordcoreani, e hanno visto le affermazioni di Pyongyang di un test nucleare”.
Gli Stati Uniti, ha aggiunto Price, chiedono alla Corea del Nord di conformarsi ai suoi obblighi e impegni internazionali e ribadiscono che non la accetteranno come uno stato nucleare e continueranno a difendere i loro alleati nella regione.
“Se le notizie su un test effettuato dalla Corea del Nord con una bomba all’idrogeno sono vere allora si tratta di una grave violazione delle risoluzioni dell’Onu e una provocazione che condanniamo senza riserve”, così il ministro degli Esteri britannico Philip Hammond su Twitter.
Condanna del test nucleare di Pyongyang anche da parte della Francia. Il presidente francese Franà§ois Hollande lo definisce “una violazione inaccettabile delle risoluzioni dell’Onu” e chiede “una reazione forte della comunità  internazionale”.
Anche l’India ha manifestato “profonda preoccupazione”. “Stiamo verificando le informazioni disponibili — dice il portavoce del governo Vikas Swarup.   — comprese quelle che ipotizzano la realizzazione di un test termonucleare”.
Per noi, ha proseguito, “si tratta di una questione di profonda preoccupazione il fatto che la Corea del Nord abbia ancora una volta agito in violazione dei suoi impegni internazionali al riguardo”.
Rivolgiamo un appello “ad astenersi da simili azioni che hanno un impatto avverso sulla pace e la stabilità  nella regione. E sono note le nostre preoccupazioni circa i legami di proliferazione fra l’Asia nord-orientale e il nostro vicinato”.
“Se il test nucleare nordcoreano verrà  confermato, si tratterà  di un passo ulteriore verso lo sviluppo di un’arma atomica e una violazione del diritto internazionale” dice il ministero degli Esteri russo a proposito del test nucleare nord coreano.
“Queste azioni — ha detto la portavoce del ministero — possono far crescere le tensioni nella penisola coreana, dove esiste un alto potenziale di scontro politico-militare”. La portavoce ha poi sottolineato come il test, se confermato, è in “flagrante violazione” delle risoluzioni del “consiglio di sicurezza dell’Onu”.
Preoccupazione anche da parte del direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea), Yukiya Amano. Se confermato si tratta di “una chiara violazione” delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu ed è “da condannare con forza”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CHI FA LE LEGGI: OTTO SU DIECI SONO DEL GOVERNO

Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile

SONO 15.000 LE PROPOSTE MA SOLO 565 TAGLIANO IL TRAGUARDO

Neanche due settimane per ratificare il trattato sul fondo di risoluzione unica, quello – tanto discusso in questi giorni di proteste dei risparmiatori – su risanamento bancario e salvataggio interno (bail in).
Ben 871 giorni, invece, per licenziare il ddl sull’agricoltura sociale che ha impiegato quasi due anni e mezzo per diventare legge.
Nel mezzo ci sono da un lato lo svuota-carceri, i decreti   lavoro, fallimenti, missione militare Eunavfor Med, competitività  e riforma della pubblica amministrazione che hanno tagliato il traguardo con – al massimo – 44 giorni di tempo.
Dall’altro si piazzano Italicum, divorzio breve, ecoreati, anti-corruzione e affido familiare che oscillano tra i 664 e i 796 giorni necessari al via libera finale.
Leggi ‘lepre’. E leggi ‘lumaca’.
Per rimanere in tema: durante la consueta conferenza stampa di fine anno, il premier Matteo Renzi ha detto a proposito delle unioni civili che sì, il tema divide, ma che “nel 2016 queste vanno” necessariamente “portate a casa” perchè “a differenza di quello che avrei voluto, non siamo riusciti ad approvare nel 2015” il ddl Cirinnà  presentato in commissione a Palazzo Madama già  a marzo del 2013 e successivamente modificato.
“Purtroppo – ha poi aggiunto Renzi – non siamo riusciti a tenere il tempo. Da segretario del Pd farò di tutto perchè il dibattito che si apre al Senato” a fine gennaio “sia il più serio e franco possibile. Un provvedimento di questo genere non è un provvedimento su cui il governo immagina di inserire l’elemento della fiducia, bisognerà  lasciare a tutti la possibilità  di esprimersi”.
In fatto di leggi, tuttavia, i numeri appaiono chiari.
Sono 565 le norme approvate nelle ultime due legislature su un totale di oltre 14mila proposte. In percentuale, però, tra quelle che sono riuscite a completare l’iter, otto su dieci sono state presentate dal governo e non dal parlamento italiano nonostante – costituzionalmente – siano Camera e Senato a essere titolari del potere legislativo.
Vero è che nel corso degli anni, i governi, detentori di quello esecutivo, hanno ampliato il proprio raggio d’azione. Tanto che la percentuale di successo delle proposte avanzate da Palazzo Chigi è 36 volte più alta di quelle parlamentari.
Le cifre sono quelle analizzate (al 4 dicembre 2015) da Openpolis per Repubblica.it.
Secondo l’osservatorio civico, infatti, “ormai è diventata una prassi che la stragrande maggioranza delle leggi approvate dal nostro parlamento sia di iniziativa del governo”. Nell’attuale legislatura, come nella scorsa, circa l’80% delle norme approvate è stato proposto dai vari esecutivi che si sono succeduti.
Ma cosa trattavano le oltre 500 leggi votate nelle ultime due legislature? E poi: nei pochi casi in cui l’iniziativa del parlamento è andata a buon fine, quali gruppi si sono resi protagonisti? Con che provvedimenti? Quanto ci vuole in media a dire sì a una legge?
Chi arriva in fondo.
Un’analisi sulla produzione legislativa del nostro parlamento non può che partire dai numeri. Dei circa 183 disegni di legge che vengono presentati ogni mese, solo sei raggiungono la fine del percorso. Di questi sei, nell’80% dei casi si tratta di proposte avanzate dal governo.
E mentre le iniziative di deputati e senatori diventano legge nello 0,87% delle volte, la percentuale sale al 32,02% quando si tratta del governo.
Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Fra i governi presi in considerazione, l’apice è stato raggiunto con il governo di Enrico Letta: in quel periodo il parlamento ha presentato soltanto l’11% delle leggi poi approvate.
I tempi.
In media, dal momento della presentazione a quello dell’approvazione finale trascorrono 151 giorni se si tratta di una proposta del governo. Ne passano 375 se si tratta di un’iniziativa parlamentare.
Non stupisce quindi che la top 10 delle ‘leggi lumaca’ sia composta per il 90% da ddl presentati da deputati e senatori, e che nella top 10 delle ‘leggi lepre’ vi siano soltanto quelle proposte del governo. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (poco più di 4 mesi), i membri del parlamento ne impiegano 408 (oltre 1 anno).
Nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto allo scorso quinquennato, quelle del parlamento risultano più veloci.
Tante ratifiche di trattati.
Un altro elemento analizzato è il contenuto di questi testi. Delle 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, il 36,28% erano ratifiche di trattati internazionali, il 26,55% conversione di decreti leggi. Questo vuol dire che 6 volte su 10 una legge approvata da Camera e Senato non nasce in seno al parlamento ma viene sottoposta all’aula per eventuali modifiche o bocciature.
Cambi di gruppo e instabilità .
Se da un lato la XVII legislatura ha confermato lo squilibrio fra governo e parlamento nella produzione legislativa, dall’altro ha introdotto una forte instabilità  nei rapporti fra maggioranza e opposizione.
Il continuo valzer parlamentare dei cambi di gruppo, con la nascita di tanti nuovi schieramenti (molti dei quali di ‘trincea’ fra maggioranza e opposizione) ha fatto sì che l’opposizione reale, dati alla mano, fosse composta solamente da tre gruppi: Fratelli d’Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Soltanto questi tre infatti, alla fine hanno votato nella maggiorparte dei casi in contrasto con il Partito democratico.
Pd in testa.
Dalle politiche del 2013, sono 30 le proposte di deputati e senatori che hanno completato l’iter parlamentare (su più di 5mila ddl di iniziativa parlamentare).
Protagonista assoluto è il Partito democratico, che ha presentato il 73,33% dei testi in questione. A seguire Forza Italia (10%), e poi 5 gruppi a pari merito: Movimento 5 Stelle, Scelta Civica, Per le Autonomie-Psie-Maie, Misto e Lega Nord.
I decreti.
A seguire nell’analisi, con un’altra fetta importante della torta, le conversioni in legge dei decreti emanati dai vari governi che si sono susseguiti. La conversione in legge dei decreti è una delle attività  principali del nostro parlamento.
Succede molto raramente che un testo deliberato dal Consiglio dei ministri non venga poi approvato da Camera e Senato.
Negli ultimi 4 governi, il più ‘efficiente’ è stato è stato quello a guida Letta, con soltanto il 12% dei decreti decaduti.
I decreti deliberati dal Consiglio dei ministri devono essere convertiti entro 60 giorni. Non sorprende quindi che il 90% delle leggi che rientra nella top 10 delle più veloci sia conversione di decreti. Fra le 10 più lente invece, tutte tranne una sono state proposte da membri del parlamento. La legge di iniziativa governativa più lenta è stata l’Italicum, che ha impiegato 779 giorni dal momento della presentazione per completare il suo iter.
Le Regioni.
Nelle ultime due legislature le Regioni italiane hanno presentato 119 disegni di legge. Di questi, solamente 5 hanno completato l’iter, e tutti nello scorso quinquennato.
Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato (in materia di sicurezza stradale), mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi.
Come si vota.
Un altro elemento fondamentale nell’approvazione delle leggi è il voto. Soffermandosi in particolare sull’attuale legislatura, l’analisi si è concentrata su chi ha contribuito, e in che modo, all’approvazione finale di questi provvedimenti.
Dalla percentuale di posizioni favorevoli sui voti finali dei singoli gruppi presenti in aula, alla consistenza della maggioranza nel corso della legislatura, passando per il rapporto fra voti finali e questioni di fiducia.
Se si prende il Pd come punto di riferimento in qualità  di principale forza politica all’interno della coalizione di governo, si è ricostruita la distanza (o vicinanza) dall’esecutivo degli altri gruppi parlamentari. Il primo dato che emerge è che su 435 votazioni finali, in 104 occasioni (23,01%), tutti i gruppi alla Camera e al Senato hanno votato con il Pd.
Le opposizioni.
Il comportamento delle opposizioni nei voti finali regala molti spunti interessanti. Perchè se su carta alcuni schieramenti nel corso dei mesi si sono dichiarati in contrasto con gli esecutivi di Letta prima e Renzi poi, i dati raccontanto altro.
Nei voti finali alla Camera, ad esempio, Sel, gruppo di opposizione, ha votato il 52% delle volte in linea col Pd.
Al Senato, ramo in cui i numeri a favore dell’esecutivo sono più risicati, solamente due gruppi (Lega Nord e Movimento 5 Stelle) hanno votato nelle maggior parte dei voti finali (più del 50%) diversamente dal Pd.
Voto di fiducia: chi l’ha usato di più.
Per completare il quadro sulle votazioni, non si poteva non affrontare il tema delle questioni di fiducia sui progetti di legge. Due gli aspetti analizzati: da un lato il rapporto tra blindatura e leggi approvate, dall’altro le occasioni durante le quali lo strumento è stato utilizzato più di due volte sullo stesso provvedimento.
Non solo la maggior parte delle leggi viene proposta dal governo, ma emerge pure che l’approvazione richiede un utilizzo elevato delle questioni di fiducia.
In media, nelle ultime due legislatura, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti: il 45,13 per cento.
Ma quali sono stati i provvedimenti che hanno richiesto più voti di fiducia?
Al primo posto c’è la riforma del lavoro, governo Monti, che ha richiesto 8 voti di fiducia. Cinque voti di fiducia per il ddl anti-corruzione (sempre governo Monti) e ancora cinque per la Stabilità  2013.
Quattro voti di fiducia per il decreto sviluppo e la riforma fiscale (governo Monti), tre per la legge sviluppo 2008 (governo Berlusconi). Tre voti di fiducia per la Stabilità  2014 (governo Letta), tre anche per Stabilità  2015, Italicum, Jobs Act e riforma Pa (governo Renzi).
Voti finali alla Camera.
Uno dei modi per capire il reale posizionamento in aula dei gruppi parlamentari è vedere se il loro comportamento durante i voti finali è in linea o meno con quello del governo.
Questo esercizio permette anche di osservare come è variato il sostegno all’esecutivo con la staffetta Letta-Renzi. Se da un lato Forza Italia durante il governo Letta votava l’86% delle volte con il Pd (al tempo in maggioranza), con il governo Renzi – e il riposizionamento dei berlusconiani – la percentuale è scesa al 64,57 per cento.
Voti finali al Senato.
I numeri del governo a Palazzo Madama sono molto più risicati rispetto a quelli di Montecitorio. Non sorprende quindi che la maggior parte dei gruppi, per un motivo o per l’altro, spesso e volentieri abbia votato con il Pd nei voti finali dei provvedimenti discussi in aula. Da sottolineare come i fuoriusciti da Forza Italia, sia Conservatori e Riformisti (di Raffaele Fitto) che Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (di Denis Verdini), da quando sono nati hanno votato rispettivamente il 78,69% e il 78,13% delle volte in linea con il governo nei voti finali
Voti finali panpartisan.
Nel dibattito parlamentare può succedere che su determinati argomenti si arrivi ad una votazione panpartisan. Sono i casi i cui tutti i gruppi che siedono in aula votano a favore, con nessuno ad astenersi o votare contro.
Su 435 voti finali che si sono tenuti da inizio legislatura, è successo ben 104 volte (23,91%). Più ricorrente al Senato (28,10%) che alla Camera (20%). Trattasi principalmente, nel 74% dei casi, di ratifica di trattati internazionali.

Michela Scacchioli
(da “la Repubblica”)

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L’ITALICUM E’ RISCHIOSO, PREMIA TROPPO CHI VINCE DI POCO

Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile

SE NESSUNO SUPERA IL 30-35% UN GOVERNO MONOCOLORE PUO’ NASCERE CON IL SOSTEGNO DI PARTITI ESCLUSI DAL BALLOTTAGGIO

Vi sono politologi, come Maurice Duverger e molti suoi epigoni, che affermano che i sistemi di partito sono largamente dipendenti dalle leggi elettorali.
Altri studiosi, come Giovanni Sartori o Stein Rokkan, affermano invece che sistemi di partito e forma di governo sono sì influenzati dai sistemi elettorali, ma più ancora da fattori di lungo periodo quali le modalità  di formazione dello Stato nazionale, la presenza di minoranze etniche o religiose, la forma di Stato, i conflitti interni al sistema economico, e così via.
Nella scienza politica del ‘900 vi sono insomma stati due indirizzi, ma oggi i politologi più accorti riconoscono ormai l’insufficienza di una analisi focalizzata solo sull’influenza delle leggi elettorali
Le recenti elezioni spagnole si prestano egregiamente ad illustrare la questione.
Tutti i commentatori hanno sottolineato che il loro esito, assieme ai risultati in altri Paesi europei, sembra sancire la fine di quel bipolarismo che i più avevano salutato con favore. Solo Angelo Panebianco sul Corriere ha giustamente ricordato che una competizione bipolare caratterizza ancora Gran Bretagna e Francia, cui unirei la Germania.
Ma non si può tacere che l’assetto bipolare della competizione elettorale ha subito anche in questi Paesi – con l’eccezione proprio della Germania – un marcato indebolimento, con l’emergere in Gran Bretagna di un partito nazionalista (Ukp) e il rafforzarsi degli indipendentisti scozzesi, e in Francia con il consolidarsi del Front National.
Su questa crisi del bipolarismo le leggi elettorali hanno avuto ben poca influenza: la legge spagnola è stata a lungo indicata in Italia come un possibile toccasana per superare la frammentazione del sistema partitico, e descritta (grazie ai suoi piccoli collegi e al mancato recupero nazionale dei resti) come una legge dall’esito implicito fortemente maggioritario.
Ma è bastata una crisi economica per vedere sorgere nuovi partiti e assestare al supposto inevitabile bipolarismo spagnolo un colpo forse mortale.
A un sistema pensato come sostanzialmente maggioritario non ha insomma risposto un esito bipolare, bensì un probabile difficile periodo di instabilit�
Di contro la Germania, notoriamente caratterizzata da un sistema proporzionale, ha conosciuto stabili coalizioni, e una competizione elettorale bipolare.
Contrariamente all’assunto che a governi di coalizione corrisponda necessariamente instabilità  politica, la Germania dimostra che anche in caso di grande coalizione tra i due partiti protagonisti della competizione bipolare (Cdu e Spd) si può avere stabilità  politica ed efficacia dell’azione di governo.
Il rapporto tra leggi elettorali e struttura del sistema partitico e natura della competizione elettorale non è insomma univoco, ed è vano ricorrere all’ingegneria elettorale per forzare un sistema in un assetto bipolare.
Paradossalmente, potremmo affermare che non è un sistema elettorale maggioritario a produrre il bipolarismo, ma al contrario che è il bipolarismo a consentire leggi fortemente maggioritarie.
Quali conclusioni trarre da questi sviluppi europei per la situazione italiana ed il ruolo dell’Italicum?
Nessuno ha mai messo in dubbio che in tempo di guerra siano opportuni governi di unità  nazionale. Viviamo in tempi di grave crisi economica, di terrorismo internazionale, e di tensioni generazionali con una forte disoccupazione giovanile e una popolazione anziana destinata alla povertà  dalla crisi dello stato sociale.
In queste condizioni, se vi è un partito dominante che superi il 40-45% dei voti è lecito ricorrere a un premio di maggioranza che assicuri efficaci governi monopartitici.
Ma in una situazione multipolare, in cui nessun partito superasse il 30-35% dei voti e distanziasse nettamente gli avversari, una legge elettorale ipermaggioritaria produrrebbe artificiosi governi monopartitici frutto della scelta degli elettori dei partiti esclusi dal ballottaggio.
Se questo è vero, teorizzare – come da tempo si va facendo in Italia – che governi sostanzialmente monopartitici, risultato non della presenza di un partito dominante ma di iperbolici premi di maggioranza, siano necessariamente da preferire a stabili governi di coalizione basati (come in Germania) su solidi accordi programmatici è un indubbio azzardo.
In conclusione, l’Italicum è una buona legge, ma potrà  produrre un governo efficace solo se un partito raggiungerà  il 40% dei voti; un ballottaggio tra partiti del 30% o poco più, deciso dagli elettori dei terzi partiti, non potrebbe infatti garantire un governo in grado di rispondere alle domande della maggioranza degli elettori.
Se questo è il caso, sarebbe opportuno introdurre nell’Italicum una clausola di salvaguardia prevedendo che nel caso nessun partito superi il 35% del voto non si ricorra al ballottaggio.
Piuttosto che a governi monopartitici, maggioritari in Parlamento ma fortemente minoritari nel Paese, meglio sarebbe, in condizioni di emergenza, il ricorso ad una grande coalizione.
Ha funzionato in Germania e in Gran Bretagna. Potrebbe funzionare anche in Italia.
È anche dalla capacità  di giungere a mediazioni condivise che si giudica l’adeguatezza e il senso di responsabilità  di una classe politica.

Stefano Passigli
(da “il Corriere della Sera“)

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TAGLI SANITA’ SICILIA: SI SALVANO LE STRUTTURE FEUDO DI NCD

Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile

SCAMPANO “STRANAMENTE” LICATA, BRONTE E CEFALU’ GESTITE DAL PARTITO DI ALFANO E DELLA LORENZIN

Strutture molto simili, numeri quasi identici, ma una sorte assolutamente opposta.
È la strano destino dei punti nascita in Sicilia, tagliati con un rapido tratto di penna per ordine del ministero della Salute, ma in qualche caso risparmiati in extremis senza alcuna ragione apparente.
Negli stessi giorni in cui il dicastero di viale Ribotta ha inviato gli ispettori a Brescia e Torino (dove nelle ultime ore cinque donne sono morte in sala parto), una polemica squisitamente politica investe il ministro della Salute Beatrice Lorenzin.
Il motivo? Il caso di alcuni punti nascita che in Sicilia hanno chiuso i battenti dal primo gennaio del 2016.
Un epilogo annunciato già  un anno e mezzo fa, quando il ministero aveva ordinato alla Regione Siciliana di porre fine all’esistenza delle strutture che effettuavano meno di 500 parti all’anno. L’ex assessore alla Sanità  Lucia Borsellino aveva quindi stilato un elenco con sedici ospedali dotati di ginecologia che però non superavano la soglia minima indicata da Roma.
Alcune di quelle strutture hanno subito chiuso i battenti, altre sono state salvate in via preventiva, mentre a sei punti nascita è stato concesso di rimanere in attività , ma solo fino al 31 dicembre del 2015: a quel punto il ministero avrebbe dovuto decretare la sospensione del servizio.
Cosa che è effettivamente accaduta per i centri di Petralia Sottana, in provincia di Palermo, di Santo Stefano Quisquina, in provincia di Agrigento, di Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, e dell’isola di Lipari.
A sorpresa, però, il ministero ha deciso di risparmiare, almeno per il momento, i punti nascita di Licata, in provincia di Agrigento, e di Bronte, nel catanese. Ed è questa la miccia che ha fatto detonare la polemica.
“Il ministro Lorenzin, evidentemente, decide di chiudere i punti nascita seguendo motivi più politici che scientifici, ma noi non possiamo permettere che la salute sia considerata un privilegio da distribuire con il manuale Cencelli”, attacca la deputata del Pd Magda Culotta, tra i più strenui difensori del punto nascita di Petralia Sottana, fondamentale per tutta la comunità  delle Madonie, mal collegata con gli altri ospedali.
Dello stesso avviso il segretario palermitano del Pd Carmelo Miceli che invece parla di “iniqua differenza di trattamento figlia di possibili logiche campanilistiche e di appartenenza”. Il riferimento è proprio per i punti nascita che Lorenzin ha deciso di risparmiare: quelli, appunto, di Bronte e Licata, che casualmente sono anche feudi elettorali del Nuovo Centrodestra, lo stesso partito del ministro della Salute.
La città  di Bronte, cinquantamila abitanti e 260 parti nel 2014, è la storica roccaforte di Pino Firrarello, notabile catanese della Dc, per un ventennio senatore di Forza Italia, del Pdl, e alla fine sostenitore del Nuovo Centrodestra.
Un potere ancora saldissimo, dato che l’ex senatore è il suocero di Giuseppe Castiglione, luogotenente di Angelino Alfano in Sicilia, sottosegretario all’Agricoltura, coinvolto nell’inchiesta sul centro richiedenti asilo di Mineo, altra importantissima enclave elettorale del Nuovo Centrodestra.
È per questo che è rimasto aperto il punto nascita di Bronte? Perchè ha trovato nella famiglia Castiglione — Firrarello, grandi elettori Ncd, un validissimo sponsor capace di far breccia nelle decisioni operate dal ministero?
Di certo c’è che la parlamentare dem Culotta (che a Roma fa parte della stessa maggioranza di governo della Lorenzin) ha annunciato di voler portare il caso Bronte in Parlamento, mentre il quotidiano livesicilia.it parla di “frequenti visite romane” di alcuni big Ncd per salvare il punto nascita in provincia di Catania.
Stessa antifona a Licata, l’altra struttura graziata dal ministro Lorenzin, che essendo in provincia di Agrigento è al centro della zona d’influenza di Alfano.
“Una battaglia vinta”, la definiva il 31 dicembre scorso Vincenzo Fontana, deputato regionale del Ncd e vicepresidente della commissione Sanità  in parlamento Regionale.
Autore poi di una specie di confessione: “Grazie all’impegno e al lavoro del ministro Alfano e del ministro Lorenzin, con i quali — diceva — sono stato costantemente in contatto ed informato sull’evoluzione dell’iter”.
Come dire che per salvare la ginecologia a Licata sono intervenuti direttamente i titolari del Viminale e della Salute: due ministri per una città  da 38 mila abitanti e 400 parti nel 2014.
Tutto, pur di salvare il punto nascita di casa propria, e quindi ottenere il riconoscimento elettorale di infermieri, medici, cittadini.
E del resto una delle strutture salvate già  in fase preliminare, nonostante non superasse il limite di 500 parti, era quella di Cefalù, splendida cittadina balneare in cui per dieci anni la poltrona di sindaco è stata occupata da Simona Vicari, oggi sottosegretaria allo Sviluppo Economico, anche lei, manco a dirlo, fedelissima esponente del Nuovo Centrodestra.
Un partito che, dopo il business dell’accoglienza, spunta in controluce anche nel delicatissimo domino della sanità  siciliana.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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GERMANIA BOOM: MAI COSI’ TANTI OCCUPATI DALLA RIUNIFICAZIONE

Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile

MAI COSI’ POCHI DISOCCUPATI DAL 1990, CALANO I MINI-JOB

“L’Italia finalmente c’è”, ripete Matteo Renzi. L’Italia forse c’è, suggeriscono gli ultimi dati Eurostat, ma il tasso di disoccupazione tocca l’11,5% mentre tra i giovani lavora soltanto il 15,1%, contro percentuali addirittura triple nel resto del continente.
Tanto che lo stesso ministero per lo Sviluppo economico deve ammettere: “La nostra ripresa è più lenta e più lunga”.
Intanto la Germania corre come un treno e il paragone con le statistiche del Belpaese è sconfortante.
Il numero di occupati in territorio tedesco non è mai stato così alto dall’epoca della riunificazione, così come il numero di persone senza lavoro ha raggiunto il minimo storico dal 1990.
A certificare il record è l’istituto tedesco di statistica Destatis che ha pubblicato il bilancio annuale del 2015: 43 milioni di lavoratori, 324mila in più rispetto al 2014. “La crescita dell’occupazione”, annota il bollettino, “continua da 10 anni nonostante nel 2015 l’aumento (+0,8%) sia stato leggermente inferiore al 2014 (+0,9%)”.
“Il numero totale di persone che hanno un impiego ha toccato il livello più alto dalla riunificazione della Germania”, e pare che l’arrivo di oltre un milione di profughi nel territorio tedesco non abbia intaccato la capacità  di creare lavoro, sia per i tedeschi che per i migranti residenti.
Una notizia che certamente rallegrerà  Angela Merkel, che naviga in difficili acque dopo la decisione di aprire le frontiere ai profughi siriani.
Anzi, il Destatis certifica che “la crescente partecipazione della forza lavoro interna e l’immigrazione di lavoratori stranieri hanno annullato gli effetti demografici negativi”. Il record fa il bis per il numero di disoccupati, sceso al di sotto dei due milioni, anche in questo caso mai così basso dalla riunificazione: nel 2015 le persone senza occupazione sono diminuite di 140mila unità  (-6,7%) e il tasso di disoccupazione è calato dal 4,7% al 4,3%.
Un dato che secondo l’istituto di statistica proietta la Germania nell’eldorado del lavoro in Europa: “Il tasso di disoccupazione è la metà  della media europea e questo significa che, ancora una volta, la Germania è il paese europeo meno toccato dal problema della disoccupazione”.
A beneficiare maggiormente del trend positivo, osserva ancora il Destatis tedesco, sono stati i lavoratori con contratto dipendente – cresciuti di 421mila unità  (+1,1%) fino a raggiungere i 38,7 milioni.
Scende invece il numero dei lavoratori autonomi e di coloro che possiedono un contratto a breve periodo o un mini-job, e aumenta parallelamente la cifra dei dipendenti con contributi previdenziali.
Uno scenario che sembra discostarsi enormemente dai risultati italiani del 2015, influenzati dal Job’s Act: come aveva fatto notare il New York Times, il numero di disoccupati è calato ma soltanto perchè è aumentato quello di coloro che smettono di cercare occupazione.
Allo stesso tempo, il numero di contratti a tempo indeterminato è cresciuto solo di 2mila unità  dal dicembre 2014. E, lungi dal far assumere i giovani, la nuova riforma del governo sembra aver avvantaggiato quasi unicamente gli over 50.

(da “Huffingtonpost”)

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