Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
LA LETTERA DEL DIPLOMATICO CHE AMA L’ITALIA DOVREBBE FAR RIFLETTERE CERTI IGNORANTI
Dallo spazio pubblico ci è pervenuto un messaggio, che al di là delle opinioni personali, offende tanti miei concittadini di buona volontà .
Sono preoccupato quando le parole feriscono molte famiglie miste come sono state anche ad Amatrice o Rigopiano, oppure quando i bambini possono essere messi in uno stato di umiliazione, loro che sono i più deboli e indifesi, che vanno tutelati nella loro dignità e identità nazionale, nonchè europea.
Le parole possono indurre fiducia, trasmettere emozioni e speranza o far crollare sogni. “Pronunciare una frase significa svolgere un’azione che può distruggere o edificare”, come sosteneva John Austin.
Le parole, anche se in un certo contesto, possono offendere senza che questo sia il fine voluto da parte di chi le pronuncia.
La comunità romena è ben integrata, apprezzata per la sua presenza nel tessuto sociale italiano, per il contributo in vari campi.
Molti dei miei onesti cittadini sono sui cantieri e i datori di lavoro li apprezzano e vogliono continuare a collaborare con loro, altri portano sollievo e assistenza a tante persone sole e immobilizzate, altri, medici e infermieri fanno arrivare la speranza e il sorriso ai malati, altri che sono ingegneri, insegnanti, ricercatori, studenti, artisti, portano il loro contributo allo sviluppo del paese che hanno scelto per affinità culturale e spirituale.
Conosco giovani musicisti con doppia cittadinanza che hanno vinto premi per l’Italia. La memoria storica purtroppo è corta e si vede in tutta l’Europa.
Mi fa piacere ricordare che se oggi c’è una numerosa comunità romena in Italia, questo fenomeno può essere letto anche come “il rovescio della medaglia” perchè da fine Ottocento e soprattutto durante il periodo tra le due guerre la Romania di oggi era uno dei luoghi che portava fortuna a tanti italiani pagati addirittura in monetine d’oro. Le numerose imprese italiane presenti in Romania, come la comunità romena in Italia, sono un perno per le nostre relazioni ben radicate nella storia comune.
Personalmente ho scelto l’Italia per studiare, spinto dall’amore per la storia, l’arte, l’affinità e il legame particolare che abbiamo con Roma, da cui l’unico popolo e paese al mondo che la porta nel suo nome è la Romania.
Qui ho scoperto la profondità del pensiero e del vivere di Don Sturzo, Alcide De Gasperi, Spinelli, Pier Giorgio Frassati, figure a cui mi sono affezionato e chi mi conosce può confermare che non sono affermazioni formali.
Al di là della dialettica politica interna che non mi riguarda, credo che i messaggi positivi possono dare di più, che la collaborazione e la volontà comune possono portare dei risultati.
Dobbiamo fidarci l’uno dell’altro e cercare di risolvere insieme i problemi che ci perturbano e di saper distinguere tra chi sta da parte del bene e da parte del male.
Il dialogo e la conoscenza aiutano tanto. Ciascuno di noi dipende in qualche modo dall’altro e questa interdipendenza può essere trasformata in un valore, il valore della solidarietà .
Possiamo raggiungere obiettivi se ci fidiamo gli uni degli altri. Ciò che ci unisce è molto più profondo da quanto ci può dividere.
Cultura, tradizioni, spiritualità , emozioni e speranze sono molto comuni alla sensibilità dei nostri popoli. La Romania insieme all’Italia desidera un’Europa più forte e dinamica, il cui progetto può essere letto in termini di beneficio per gli europei.
Sono onorato di essere l’ambasciatore della mia gente, sensibile e con fede in Dio, della cui Pasqua festeggeremo insieme a breve.
Sono onorato di essere rappresentante del mio paese in Italia, terra dell’arte, della bellezza, di Leonardo, Petrarca, Dante, Leopardi (insieme al poeta nazionale romeno Eminescu riconosciuti come gli ultimi romantici), Cavour (di cui uno degli amici era il poeta e ministro degli affari esteri dei Principati Danubiani, Vasile Alecsandri), Giovani XXIII° (fine conoscitore della spiritualità dell’Europa Orientale)
. E sono anche io uno di quei tantissimi romeni che tifano con emozione per gli “azzurri” nelle gare calcistiche internazionali.
La mia speranza va verso un’Italia e una Romania che possano rappresentare un modello di integrazione e di amicizia fra cittadini europei, in un’Europa che tutti noi vogliamo chiamare la nostra casa, “la nostra Patria comune” come la voleva De Gasperi.
Con questi sentimenti mi rivolgo a tutti gli amici italiani, invitandoli a scoprire la profondità dell’anima del popolo romeno.
Un sentito augurio a tutti di passare con serenità la Santa Pasqua!
George Gabriel Bologan
Ambasciatore di Romania in Italia
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Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
“IL 40% CRIMINALI IN ITALIA”… SCATTA LA RIVOLTA: “VERGOGNATI IGNORANTE, SIAMO UN MILIONE, LAVORIAMO E PAGHIAMO LE TASSE”
Rischia di passare agli annali come l’ennesima gaffe via social dell’aspirante premier Luigi Di Maio. 
Sulla scia del “venezuelano Pinochet”, della “lobby dei malati di cancro” e dei sociologi confusi con psicologi.
Di certo, il post sull’Italia che ha «importato il 40 per cento dei criminali romeni», oltre ad aver provocato la reazione risentita dell’ambasciata in Italia, si è trasformato in un caso ed è stato coperto da una montagna di commenti indignati, da parte di cittadini residenti in Italia da parecchi anni e non solo da loro.
Il fiume di protesta non si ferma.
Un incidente che investe una delle comunità maggiormente presenti nella Penisola. Stando agli ultimi dati disponibili e risalenti al 2014, sono 1 milione 131mila i romeni residenti, pari al 22,6 per cento del totale degli stranieri. Quasi uno su quattro.
E si tratta — va ricordato — di cittadini a tutti gli effetti europei.
«Mentre la Romania sta importando dall’Italia le nostre imprese, i nostri capitali, l’Italia ha importato dalla Romania il 40 per cento dei loro criminali» è la considerazione postata sulla pagina Facebook dal vicepresidente della Camera targato Cinque Stelle
«Caro Luigi, non è proprio così. Trova invece la percentuale di quanti romeni onesti lavorano nel vostro Paese, inclusa me che sono anche cittadina italiana», gli replica Angelica Visan, pur elettrice dei grillini.
Ma è solo una delle voci di protesta che si levano e crescono di ora in ora da giorni contro Di Maio sul web.
«Lo Stato italiano non ha importato un bel niente e quest’affermazione è volutamente denigratoria e offensiva nei confronti dei tanti lavoratori romeni onesti stabilmente residenti — scrive Cludiu Ioan Fronea — Il fatto semmai è la crisi della giustizia italiana che perdura da prima dell’entrata della Romania in Europa. Che vergogna».
Romeni ma non solo nel coro di indignazione.
«Con questa espressione disgustosa, signor Di Maio, conferma di essere uno che dice tanto di essere contro il sistema ma che in realtà in quel sistema ci sguazza, alla ricerca di briciole elettorali», è la critica di Enrico Garello.
E sulla stessa scia perfino simpatizzanti e attivisti. Molti di loro (italiani) scrivono per sostenere e plaudire alla teoria del pupillo di Beppe Grillo.
Altri no: «Sono stato attivista e anche conosciuto sul territorio, ma un’affermazione così qualunquista è davvero la tua?» chiede Antonio Di.
Un imprenditore che rivela: «Ho 15 romeni che lavorano per me, fanno lavori che nessun italiano vuol fare (e siamo a Napoli), tutti grandi e onesti lavoratori e poi se non ci fossero loro la metà degli italiani che vivono in famiglia sarebbero chiusi in ospizi».
C’è chi perde le staffe («Vai a vederti le statistiche vere, ho pubblicato già due studi universitari su questo argomento, se solo fossi passato almeno una volta per l’Università , caro Luigi» sostiene Alina Harja) e chi si dice «orgogliosa di essere romena», come Maria Alexandrina Dascalu: «Paghiamo le tasse come tutti gli italiani, portiamo i nostri figli nelle scuole italiane e non chiediamo privilegi».
Singoli cittadini del paese dell’Est che si sentono oltraggiati ma anche le associazioni che rappresentano la vasta comunità
«Di Maio è un ignorante, è vero che ci sono i delinquenti — sostiene Romolus Popescu dell’Associazione romeni in Italia, citato dalla Stampa — ma quante badanti e infermiere curano i vecchi italiani. Si informi prima di aprire bocca».
(da “La Repubblica“)
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Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
QUATTRO ATTIVISTI CHE AVEVANO ACCUSATO SALA DI NON ESSERE ELEGGIBILE HANNO PERSO IL RICORSO E ORA DEVONO PAGARE 20.000 EURO….DI STEFANO LANCIA UNA COLLETTA TRA GLI ISCRITTI… MA PERCHE’ GRILLO E I PARLAMENTARI NON METTONO MANO AL PORTAFOGLIO?
Ieri il portavoce del MoVimento 5 Stelle Manlio Di Stefano ha rivolto un accorato appello per aiutare “un gruppo di cittadini” che si trova a «dover pagare un debito sorto per la loro volontà di tutelare un interesse comune».
Ci risiamo, un altro caso di soprusi da parte dello Stato nei confronti di liberi cittadini che difendono il bene comune!
Ma qual è l’interesse comune che questi valorosi stavano difendendo?
A quanto pare avevano sollevato davanti al giudice del Tribunale di Milano la questione dell’incandidabilità dell’attuale sindaco di Milano Beppe Sala. Il giudice però non ha ammesso il ricorso e ha condannato i nostri eroi al pagamento delle spese legali.
La vicenda risale alla primavera scorsa quando Beppe Sala venne candidato dal centrosinistra a sindaco di Milano: qualche settimana prima del voto Radicali, 5 Stelle (con Panorama e il Fatto Quotidiano) sollevarono dubbi sulla candidabilità di Sala che — spiegavano — non si era dimesso dalla carica di Commissario di Expo ed inoltre era stato nominato nel Cda di Cassa Depositi e Prestiti.
Secondo questa tesi Sala non avrebbe potuto correre per la poltrona di Palazzo Marino.
I 5 Stelle, nella persona dell’allora candidato sindaco Gianluca Corrado, all’epoca avevano annunciato un ricorso urgente al Tar per verificare se davvero Sala fosse candidabile nella speranza che il Tribunale annullasse la candidatura del candidato del Partito Democratico.
Il 17 maggio 2016 però il Tar bocciò il ricorso dei 5 Stelle definendolo inammissibile spiegando che non spettava al Tribunale amministrativo decidere sulla candidabilità di Sala.
Dal momento che nella sentenza il Tar scriveva che “la questione circa l’asserita ineleggibilità potrà trovare tutela, successivamente all’espletamento delle elezioni e a seguito della convalida degli eletti, davanti a un giudice ordinario, ai sensi della normativa in vigore” i 5 Stelle che all’epoca avevano parlato di “assurde leggi italiane” sembravano propensi a perseguire la strada del ricorso al tribunale civile per ottenere il riconoscimento dell’ineleggibilità di Sala.
A giugno poi Sala è stato effettivamente eletto a sindaco di Milano e di quel ricorso non se ne è saputo più nulla.
Almeno fino al 7 febbraio 2017 quando il Tribunale Civile di Milano ha respinto due ricorsi, presentati da quattro cittadini, che miravano ad ottenere il riconoscimento dell’ineleggibilità di Sala.
Secondo il Tribunale quindi Sala non solo era candidabile ma era anche eleggibile.
I ricorrenti sono “quattro simpatizzanti del MoVimento 5 Stelle” che hanno presentato uno dei due due ricorsi.
Il primo ricorso (presentato da Giorgio Giovanni Conte) sosteneva che Sala non fosse candidabile perchè non si era dimesso dalla carica di Commissario Unico di Expo.
Il Tribunale invece ha ritenuto essere “del tutto valida ed effettiva la dimissione della carica avvenuta con atto del 15 gennaio 2016” così come il fatto che Sala avesse firmato — dopo le dimissioni — il bilancio di Expo costituisce un atto dovuto che non va a pregiudicare la possibilità di Sala di candidarsi a sindaco.
Il secondo ricorso, presentato dai cittadini a 5 Stelle Francesco Maria Forcolini, Filippo Senia, Cosimo Trenta e Katia Tarsia, è stato respinto per un motivo ancora più interessante: i cittadini non hanno dimostrato di essere elettori del Comune di Milano quindi il loro ricorso non era ammissibile perchè mancavano i presupposti per poterlo presentare.
In buona sostanza i quattro attivisti pentastellati non erano legittimati a presentare ricorso. Ed è forse per questo che Manlio Di Stefano, e con lui il MoVimento 5 Stelle di Milano e il consigliere Corrado non entrano nel merito della pronuncia: il Tribunale infatti non è nemmeno entrato nel merito del ricorso per “carenza di legittimazione attiva dei ricorrenti”.
Di Stefano e i 5 Stelle sostengono che «i cittadini debbano essere liberi di rivolgersi alla magistratura per accertare la legittimità di decisioni di interesse comune senza rischiare per questo di essere condannati a pagare decine di migliaia di euro».
In realtà i cittadini rimangono liberi di rivolgersi alla magistratura ma per farlo devono almeno averne il titolo, che in questo caso significa essere iscritti nelle liste elettorali del Comune di Milano, cosa che a quanto pare i quattro eroici cittadini non sono riusciti a dimostrare di essere.
Ed ecco quindi la trovata geniale dei 5 Stelle (che sono il partito della legalità e dell’onestà ): chiedere ai cittadini di contribuire alle spese legali che sono state quantificate in 20 mila euro.
La legge infatti prevede che se perdi un ricorso devi pagare le spese legali e non si capisce in che modo secondo Di Stefano un cittadino possa presentare qualsiasi tipo di ricorso senza doversi assumere la responsabilità di ciò che potrebbe accadere in caso di sconfitta.
O meglio: si capisce se si considera il fatto che i ricorrenti sono elettori di un partito che sistematicamente ricorre ad un tipo di comunicazione politica che dà una falsa rappresentazione di come funziona la realtà (sia essa l’economia, la giustizia o la politica estera).
In nome della trasparenza poi il M5S non pubblica la sentenza di condanna a risarcire le spese processuali e invita a donare il denaro direttamente sul conto intestato ad uno dei ricorrenti e non — come ci si aspetterebbe da un partito serio — su un conto corrente del MoVimento.
Ma questo è l’ultimo dei problemi del 5 Stelle che è riuscito nell’incredibile impresa di mandare allo sbaraglio i suoi elettori e i suoi attivisti senza alcuna forma di tutela e di copertura.
Ora che i suoi attivisti sono finiti nei guai il MoVimento e i suoi parlamentari non si mettono una mano sul portafoglio (sono pagati con i nostri soldi) ma invitano il Popolo della Rete a farlo all’insegna del classico “armiamoci e partite” che ha fatto le fortune di questo Paese.
Ed è strano che Beppe Grillo non abbia rilanciato l’appello sul suo blog per dare una mano alla raccolta fondi.
In realtà la questione dei 20 mila euro che i ricorrenti dovranno pagare — perchè questa è la legge — può essere vista in un altro modo come una tassa sui creduloni che credono ai cialtroni che invece che esporsi in prima persona mandano avanti gli altri salvo poi abbandonarli a loro stessi quando le cose si mettono male.
Questa vicenda è solo l’ultima spia del fatto che ai vertici del M5S non interessa nulla degli attivisti, nemmeno quando votano sul blog.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
NON SOLO LA CONTESA CIVILE SUL SIMBOLO, MA ANCHE QUELLA PENALE PER LE FRASI DI GRILLO
Se ci si mette in gioco e si diventa personaggi pubblici, bisogna essere pronti anche a qualche
bordata.
È la sintesi della memoria presentata da Enrico Grillo, nipote di Beppe e suo avvocato nell’indagine per diffamazione che la Procura di Genova ha aperto sul comico e sul deputato Alessandro Di Battista dopo aver ricevuto una querela da Marika Cassimatis.
«Accetti la visibilità »
Grillo finora non è stato sentito, ma ha prodotto il dossier contenente gli screenshot del post del 17 marzo scorso che gli è costato la denuncia.
La tesi contenuta nella memoria della difesa è piuttosto semplice: Grillo e Cassimatis sono personaggi pubblici, lei si è candidata per un ruolo di grande visibilità . E quindi deve accettare d’essere sottoposta a giudizi e critiche, più d’un qualsiasi cittadino.
Si punta in primis sul diritto di critica, che vale a maggior ragione per chi fa politica. Esprimere giudizi anche duri, sostiene il legale Enrico Grillo, è diverso dal diffamare. Vale a maggior ragione per i leader che si muovono – è sempre la linea sostenuta dal capo pentastellato tramite i suoi consulenti – in un ambito dove confronto e scontro sono il sale della competizione.
(da “il Secolo XIX”)
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Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
GRILLO INVECE CHE CHIEDERE SCUSA ORA VUOLE MANDARE UNA DIFFIDA ALLA CASSIMATIS (CHE HA DIRITTO A PRESENTARE LA LISTA M5S)… IN FUTURO “SELEZIONE PREVENTIVA” E ADDIO DEMOCRAZIA DIRETTA
La diffida è pronta. L’ultima speranza, per Beppe Grillo, di presentare nella sua Genova una lista con il simbolo M5S è appesa al tentativo di impedire a Marika Cassimatis di farlo lei.
È un rebus complicato quello che si è creato dopo che il tribunale del comune ligure ha dato ragione alla candidata uscita vincitrice dalle ‘comunarie’ grilline malgrado il leader 5Stelle le avesse annullate.
Cassimatis, difesa dall’avvocato Lorenzo Borrè, non ha dubbi: “Al momento, in questa situazione, siamo noi (lei e la lista con cui si è presentata ndr) i candidati a sindaco di Genova per il M5S, al 100%. Non vogliamo fare una guerra coi coltelli al Movimento. Speriamo che ci sia modo di chiarirsi e di trovare un’intesa”, spiega a “Un giorno da pecora” sottolineando che la situazione è ancora “un po’ in alto mare”, ed è tornata al 14 marzo quando lei vinse la consultazione online.
Beppe Grillo però non ne vuole sapere. Considera Cassimatis una “pizzarottiana”, seguace cioè di Federico Pizzarotti, il sindaco di Parma espulso dal Movimento.
Non ha dunque alcuna intenzione di incontrarla e chiarire. Piuttosto ha già pronta la diffida, concordata con i suoi legali, da tirare fuori non appena Cassimatis inizierà a raccogliere le firme per la sua lista con il logo M5S.
L’ipotesi di presentare un’altra lista che si chiamasse sempre MoVimento 5 Stelle con la “V” maiuscola è tramontata sul nascere perchè si creerebbe troppa confusione. Grillo sa che difficilmente riuscirà ad avere la meglio e a precludere a Cassimatis la possibilità di presentarsi con il simbolo M5S poichè l’ordinanza del tribunale di Genova ha dato ragione alla vincitrice delle comunarie e poco conta che sia stata sospesa dal Movimento.
Così, in queste ore, tra i parlamentari grillini sta subentrando la rassegnazione oltrechè la rabbia.
Rassegnazione perchè ormai si dà per scontato che i pentastellati non correranno a Genova con una loro lista e il fatto che Genova sia la città di Grillo rende il tutto ancora più amaro.
La rabbia perchè, secondo molti parlamentari, quanto successo si sarebbe potuto evitare. “Non si possono indire le comunarie, permettere a una persona di partecipare per poi annullarle”, è il ragionamento che viene fatto.
E che era stato già fatto poche settimane fa quando Grillo prese la decisione. Lo stesso Alessandro Di Battista, ‘intercettato’ mentre parlava al telefono su un autobus, aveva avuto molto da ridire.
Adesso i malumori non mancano, anzi la sentenza li ha acuiti e si cerca un modo per non ripetere quanto successo. Il metodo è già allo studio.
Nei fatti sarà fatta una selezione preventiva ed è qui che entra in campo Davide Casaleggio, che già si sta occupando in prima persona delle candidature nazionali alle prossime elezione e che adesso presterà un occhio anche per le amministrative. In pratica non è più possibile, per i pentastellati, commettere passi falsi come quello di Genova, dunque la Rete attraverso il blog si occuperà ancora di scegliere i candidati ma scrematura viene fatta prima dai vertici pentastellati.
Probabilmente da Grillo e Casaleggio insieme al collegio dei probiviri. “Non possiamo imbarcare chiunque”, sarà il concetto chiave delle prossime elezioni politiche.
Peccato che la Cassimatis non fosse “chiunque” ma una attivista da anni…
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
L’ONDA LUNGA DI UN FENOMENO NUOVO CHE VA DA BELLUNO A VERONA
Massimo Bitonci vanta un album fotografico da sceriffo doc. Un’immagine immortala l’ex sindaco
leghista di Padova, impallinato e ricandidato dal centrodestra unito alle amministrative di giugno, mentre punta il dito contro il campanello di una famiglia, colpevole di aver offerto ospitalità a un profugo.
Un altro scatto ricorda il giorno in cui, sgomberati i chioschi del kebab, si è presentato con i cani nelle cucine per i poveri, aperte da suor Lia vicino alla stazione dei treni.
Arturo Lorenzoni incarna invece la faccia opposta del neo-trumpismo in salsa veneta. Il suo primo atto politico, dopo una vita accademica da docente di economia dell’energia, è stato sedersi a mangiare una minestra con i barboni e gli immigrati della “madre Teresa” padovana.
Niente fotografi per il candidato di Coalizione civica, il movimento popolare che scuote il centrosinistra, puntando a trasformare il Veneto nel modello nazionale di un nuovo “riformismo partecipato”, lontano dai partiti.
E riflettori spenti anche sulla stretta di mano di ieri con Giuliano Pisapia, che a Milano lavora a un’aggregazione simile, capace di riunire progressisti, cattolici e ambientalisti che non si riconoscono nè nel Pd di Renzi, nè nel Mdp di Bersani. Profilo basso, ma relazioni larghe e numeri già imbarazzanti.
Per incoraggiare Lorenzoni, nella città del Santo è arrivata Ada Colao, che spinta da una coalizione civica è clamorosamente riuscita a diventare prima cittadina di Barcellona.
Alle cifre non servono commenti.
A Padova il nuovo centrosinistra di Coalizione civica conta 1700 tesserati: il Pd supera di poco i 200. Alle Comunarie i 5 Stelle di Grillo hanno messo in corsa Simone Borile con 108 web-preferenze, anche qui contestate dallo sconfitto.
Le urne saranno l’ingresso di un altro pianeta, che annuncia il testa a testa tra Bitonci e Sergio Giordani, candidato di un Pd che si è rifiutato di fare le primarie.
Ma a due mesi dal voto il fenomeno delle coalizioni civiche di sinistra, che mobilitano associazioni, volontariato, giovani, start-up, operai e intellettuali, è già un terremoto politico.
A Verona per fermare il “tosismo ereditario”, che minaccia di candidare a sindaco la promessa sposa del primo cittadino cacciato da Salvini, con Michele Bertucco monta il medesimo fenomeno di base.
A Belluno il sindaco progressista Jacopo Massaro, con il suo Pd all’opposizione, si ripresenta con il pool di liste civiche che hanno lanciato la città delle Alpi tra le capitali del benessere.
A Venezia, Treviso e Vicenza non si vota, ma l’unica opposizione all’autoritarismo della destra e al populismo di Grillo sono già i comitati di cittadini di centrosinistra decisi ad arginare con la solidarietà la tentazione globale dell'”uomo solo al comando”.
“Esperienze come quelle della Coalizione civica di Padova e di altre realtà venete – dice il filosofo Umberto Curi – sono il primo e più coerente tentativo di uscire dalla crisi di sistema e dal fallimento dei tentativi fatti per reagire ad essa”.
L’idea, nell’Italia post-referendum, è “rifondare la democrazia inclusiva che Pd e Mdp non riescono a intercettare”, consegnando il Paese all’asse culturale Salvini-Grillo.
La novità è che a muoversi non sono gli apparati delusi, ma gruppi trasversali sempre più, esordienti della politica uniti dalla voglia di “partecipare alla pari e in modo trasparente alle decisioni” di quartieri, paesi e città .
“L’orizzonte è l’Europa – dice Arturo Lorenzoni – ma oggi noi pensiamo solo a Padova, che merita una svolta e di uscire dalla vergogna”.
La tentazione è ridimensionare il caso-Padova all’antico dibattito sulla polverizzazione della sinistra nel Nordest. Da una parte la destra unita, al centro i 5 Stelle decisivi nei ballottaggi, dall’altra la sinistra implosa che si auto-condanna a un’opposizione marginale.
“Il punto invece – dice il politologo Paolo Feltrin – è che il Veneto sintetizza la crisi istituzionale del Paese. Sono saltate le banche, le aziende, le parrocchie e i partiti. I riferimenti tradizionali del potere sono scomparsi. È chiaro che i cittadini si uniscono per ricostruire una società in cui sentono di contare. Il doppio turno elettorale garantisce i partiti storici: ma il percorso è al capolinea, se non lo diranno i ballottaggi di giugno lo sanciranno le politiche”. A Padova si semplifica così: “Basta con i lobbisti locali dei mandarini nazionali”.
Massimo Bitonci, mal sopportato dal governatore leghista Luca Zaia, è figlio del patto Ghedini-Salvini. Sergio Giordani, presidente dell’Interporto e imposto da Renzi, vanta l’appoggio dell’ex sindaca berlusconiana Giustina Destro, dei consiglieri cacciati da Forza Italia e di esponenti di An, ma pure del sindaco “rosso” ed europarlamentare Flavio Zanonato.
“Le coalizioni civiche – dice Piero Ruzzante, leader ulivista veneto uscito dal Pd – sono la risposta ai partiti da salotto che vendono l’anima per un pugno di voti che poi non prendono. Il Veneto ancora una volta può essere un laboratorio. La prima missione resta fermare il populismo alimentato dalla paura: ma l’impresa epocale è riconsegnare il riformismo alla gente, offrendo alla democrazia un’alternativa ai partiti spiazzati dalla rapidità iniqua del capitalismo hi-tech”.
Il professor Lorenzoni e la sua Coalizione civica ieri sera hanno cominciato da una cena-bio a base di erbette, offerta da una volontaria per raccogliere fondi.
Lo slogan c’è: “Padova merita”, pronto a diventare “l’Italia merita”.
Mancano solo i soldi per stampare i manifesti.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE DI MARONI IN REGIONE CORRE PER LA SEGRETERIA: SCOPO A BREVE EVITARE L’EMORRAGIA DI ISCRITTI CHE NON VOGLIONO LA LINEA SOVRANISTA, ALLA LUNGA CREARE LE PREMESSE PER LA DIPARTITA DI SALVINI
“Mi candido alla segreteria della Lega e farlo non è da dementi. Certo, le chances di vittoria sono poche. Ma qualcuno doveva pur farsi carico di tenere unito il movimento. Sarò garanzia e argine alle tentazioni di fuga dei tanti che ancora credono nei vecchi valori del Carroccio: indipendentismo, federalismo, autonomia. Ma guai a fare listoni unici con Fi. Io faccio accordi pure col Pd se mi concede autonomia nei territori”.
Sempre che riesca a raccogliere le mille firme entro il 7 maggio – “cosa tutt’altro che semplice e scontata”, ammette lui – Gianni Fava, ex deputato e oggi assessore all’Agricoltura della giunta Maroni in Lombardia sarà lo sfidante del leader al congresso del 21 maggio.
Classe ’68, due figli, iscritto dal 1993, sindaco di Componesco, provincia di Mantova, e poi consigliere provinciale per 17 lunghi anni, è approdato in Parlamento nel 2006 e fino al 2013, quando si è dimesso per approdare appunto nella squadra di Maroni.
Salvini la ringrazia, si dice contento della candidatura.
“Sono la sua fortuna in questo momento. Fossi in lui firmerei a sostegno della mia candidatura, che gli garantisce l’unità della Lega”.
Non è che prepara la scissione dei ribelli, se perde il congresso?
“Se perdo, mi atterrò alla linea del segretario ma rivendico la mia autonomia e il mio diritto di dire la mia. Ma niente scissioni, non siamo balcanizzati come il Pd”.
È la candidatura sponsorizzata da Maroni contro Salvini?
“Non so come voti il presidente della giunta e non me ne sono interessato. Di certo, la mia non è la candidatura contro Salvini ma finalizzata a portare avanti una linea differente rispetto alla sua. Perchè al congresso si possa parlare ancora – spero non per l’ultima volta – di autonomia, federalismo, regionalismo. I valori di questi ultimi trent’anni che in questo ultimo periodo sono spariti dal nostro lessico. La mia è una candidatura di servizio, ecco”.
Cosa pensa del leader?
“Salvini ha fatto il bene della lega perchè le ha permesso di sopravvivere”.
Per la verità , oltre che sopravvivere, l’ha portata dal 4 al 12 per cento.
“Calma. Noi al 10 lo eravamo anche nel ’96 con Bossi. I cicli si ripetono. Matteo ha avuto un grande merito, ma la situazione politica è molto cambiata in questo paese. Oggi l’insofferenza verso lo stato centrale è più forte che allora. E credo paradossalmente che il terreno per noi sia più fertile ora che venti anni fa”.
Cosa non condivide allora nella gestione Salvini? Lo sbarco al Sud?
“No, io non sono contrario allo sbarco al Sud. Se questo avviene al di fuori della Lega. Ma contesto che avvenga col marchio della Lega. La tattica di Matteo è molto positiva: cercare di costruire un profilo da leader al di là del suo bacino politico tradizionale. Bene. Ma la Lega, ripeto, è un’altra cosa. Noi siamo il sindacato territoriale del Nord. Restiamo Lega nord. L’indipendenza della Padania è ancora il primo articolo dello Statuto”.
Vuole ancora la secessione?
“Resta sullo sfondo. Per noi indipendenza è autonomia. La secessione era una provocazione estrema. Era un modo per drammatizzare lo scontro con lo Stato centrale, ipotizzando perfino la rottura. Ecco, io vorrei che tutto quell’universo che ha condiviso per trent’anni i vecchi ideali restasse nel dibattito interno del partito. Io sogno un movimento pluralista, identitario, ma che ha ben chiari i nostri cavalli di battaglia: le partite iva, la burocrazia da sconfiggere, Roma che resta il principale problema, ancor più di Bruxelles”.
E di Umberto Bossi che pensa, ne contesta l’emarginazione?
“Diciamo che non mi ha mai amato e dubito che lo faccia adesso. Ma lui aveva una gestione tollerante verso chi manifestava il dissenso. Il dibattito non può essere ammazzato”.
Salvini lo fa?
“No, non dico che lo fa, ma il regolamento che è stato prodotto per il congresso legittima la nascita di una corrente alternativa”.
Lei è per il listone unico con Fi?
“Io non ho alcun rapporto con Forza Italia se non nella giunta Maroni, che ha mantenuto una dialettica interna positiva. Detto questo, non credo nei listoni unici. Non si svende la nostra identità , non è utile entrare in un contenitore di destra. Sono entrato in lega perchè non era di destra o sinistra. Sono pronto a fare accordi anche con il Pd se mi concede autonomia nei territori”.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile
COME SBARACCARE 150 ANNI DI LOTTE DEL LAVORO
I pappagalli modernisti, quelli che ti ripetono la giaculatoria per sentito dire sulla potenza della rete,
spiegandoti che non sei sufficientemente aggiornato in materia di rivoluzione grillina del web, bisognerebbe che venissero a loro volta informati di una verità sconvolgente: i vettori del cambiamento non sono solo tecnologici, ma anche organizzativi.
Difatti, se tale messaggio fosse arrivato a destinazione, ci saremmo risparmiati l’ennesimo tormentone lessicale d’appartenenza, ad opera delle pedisseque casse di risonanza del Verbo di Sant’Ilario (rimaneggiato dallo staff di linguisti asserragliati nella milanese via Gerolamo Morone): vaffa… rosiconi… click-democrazia… Ora “disintermediazione”.
Quanto gli ideologi a Cinquestelle chiamano “disintermediazione”; ossia taglio delle bardature burocratiche che condussero all’asfissia l’età socialdemocratica-welfariana (preparando l’avvento della controrivoluzione neo-liberista che oggi fornisce l’orizzonte culturale dei managerial-efficientisti alla Davide Casaleggio; quelli per cui “o ti adegui precarizzandoti oppure ti becchi stipendi da fame cinese”), trascura un particolare non da poco: l’atomizzazione delle moltitudini non è altro che l’abile tattica con cui si è messo fuori gioco il movimento operaio novecentesco.
Ossia la consapevolezza che il rapporto squilibrato, in termini di risorse a disposizione e forza contrattuale, tra datore di lavoro e lavoratore poteva essere sanato nella sua prevaricatoria asimmetria soltanto grazie all’aggregazione dei molti senza potere.
Un processo storico che ha incivilito la società attraverso quelle che Luigi Einaudi chiamava “le lotte del lavoro”, prima nella fase del mutualismo proletario e poi della sindacalizzazione.
Ma a Beppe Grillo e ai suoi ghost-writer il sindacato non piace, come non piaceva a Matteo Renzi, confermando la matrice piccolo-borghese della loro cultura.
Dunque, non critica della rappresentanza nelle sue patologie (sacrosanta per via delle derive professionali a tendenza castale che infestano le strutture organizzative del lavoro, producendo intollerabili e costosissimi privilegi), bensì sbaraccamento dell’idea stessa di un contropotere che tragga forza dal consenso dei ceti più deboli; di quel lavoro che continua a essere una colonna portante della società , anche se la restaurazione plutocratica di questo quarantennio tende a oscurarlo come soggetto politico collettivo. Ma che terrorizza soprattutto i neoborghesi, il ceto che si è arricchito nelle praterie deregolate dell’Italia a partire dagli anni Ottanta (la stagione del CAF, il concerto Craxi-Andreotti-Forlani, del saccheggio del pubblico denaro), che se ne sentono minacciati dalle sue aspirazioni egualitarie.
D’altro canto se si era tamarri allora, si resta sempre tamarri, anche se ripuliti (e magari con villa sulla collina vip ai confini di Genova).
Visto che si continua a parlare e sproloquiare di democrazia, si dovrebbe avere ben chiaro il concetto liberale che questo modo di “fare società ” si basa sulla dinamica (spesso conflittuale) della competizione tra soggetti e interessi.
Il suo contrario è l’autocrazia, in cui qualcuno — Uomo Forte o Garante — decide per le moltitudini ridotte a greggi di pecoroni. All’insegna del “fidatevi”.
Un diktat subliminale che si accompagna allo sbaraccamento di ogni corpo intermedio; anche stavolta in singolare simmetria con il fallimentare riformismo renziano (e i maldestri tentativi di normalizzazione del ventennio berlusconiano).
In un paese dove l’egemonia della cafonaggine neo-borghese diventa devastazione civile.
Pierfranco Pellizzetti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile
INDAGATO PER RICICLAGGIO, L’EX LEADER DI AN AMMETTE: “HO SAPUTO CHE LA CASA DI MONTECARLO ERA STATA COMPRATA DA TULLIANI A FINE 2010. NON L’HO MAI DETTO PER LE CONSEGUENZE POLITICHE”
Contro Amedeo Laboccetta, un tempo fedele deputato del suo partito e oggi suo principale accusatore, Gianfranco Fini ha presentato una denuncia per calunnia.
Di suo cognato Giancarlo Tulliani, invece, dice che ha imbrogliato sia lui che la sorella, cioè la sua compagna Elisabetta: «Lei mi ha sempre negato di essere stata la coproprietaria dell’appartamento di Montecarlo attraverso le società Primtemps e Timara; ritengo che sia stata ingannata dal fratello, rendendo più credibile a Francesco Corallo che io sapessi del denaro».
L’ex vicepremier, ex ministro degli Esteri ed ex presidente della Camera s’è presentato lunedì pomeriggio davanti ai pubblici ministeri di Roma che l’hanno inquisito per riciclaggio nell’inchiesta sull’imprenditore dei videogiochi Francesco Corallo, per difendersi e provare a separare il suo destino processuale da quello del cognato latitante a Dubai.
Un interrogatorio e una memoria consegnata al procuratore aggiunto Michele Prestipino e al sostituto Barbara Sargenti – in un ufficio lontano dal palazzo di giustizia, assistito dagli avvocati Francesco Caroleo Grimaldi e Michele Sarno – per sostenere che «i Tulliani non sono mai stati i miei prestanome o i miei emissari», e ipotizzare che «Giancarlo Tulliani abbia ricevuto danaro da Corallo (oltre 5 milioni di euro secondo i magistrati, ndr), direttamente e tramite il padre, con una continua opera di millanteria, facendogli credere che io ne fossi a conoscenza».
Quanto al famoso appartamento di Montecarlo acquistato da Tulliani con i soldi di Corallo, «è falso che io avrei chiesto a Corallo di comprare una casa e lui si dichiarò disponibile, come riferito da Laboccetta».
Secondo la versione di Fini, «nei primi mesi del 2008 Giancarlo Tulliani mi disse che una società era interessata ad acquistare suo tramite l’appartamento ereditato da Alleanza nazionale. Commisi la leggerezza, resa ancor più grave dal fatto che non verificai la natura della società acquirente, di autorizzare la vendita dell’appartamento».
Solo a dicembre 2010, aggiunge Fini, seppe che il vero titolare era suo cognato: «In quel momento ebbi la certezza che Giancarlo Tulliani mi aveva ingannato e mentito, e ruppi i rapporti con lui. Non resi pubbliche le conclusioni cui ero giunto per timore delle conseguenze politiche. Si trattò certamente di un grave errore, che però non fu in alcun modo determinato dalla volontà di negare o occultare comportamenti illegali».
Nessun reato
Ingenuità e qualche bugia, insomma, ma nessun reato. La difesa di Fini si tramuta in accusa a Laboccetta quando dice che mente sui suoi rapporti con Corallo: lui nemmeno sapeva che conoscesse il «re delle slot machine», glielo presentò nel 2004 e pensava che la vacanza ai Caraibi l’avesse pagata Laboccetta, non Corallo. Che invece, continua l’ex leader di An, conosceva e si frequentava «assiduamente» con Tulliani «almeno sei mesi prima» che lui conoscesse personalmente il cognato.
Come Tulliani abbia agganciato Corallo, o viceversa, Fini però non sa dirlo con precisione.
L’indagine continua
In ogni caso tutto sarebbe avvenuto sopra la sua testa, senza che lui sapesse nulla del decreto-legge in favore delle società di Corallo («non ebbi alcun ruolo nell’iter di discussione e approvazione»), nè dei rapporti tra altri personaggi a lui vicini e l’imprenditore tuttora latitante.
I pm ritengono di aver già acquisito diversi elementi a sostegno dell’accusa anche attraverso il ruolo di Elisabetta Tulliani (a sua volta indagata), ma Fini insiste: «Delle operazioni finanziarie intercorse tra Corallo e Giancarlo e Sergio Tulliani, dei conti correnti che le hanno rese possibili e delle ingenti somme di denaro che vi sono transitate non ho mai saputo nulla».
L’indagine continua.
(da “Il Corriere della Sera“)
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