Destra di Popolo.net

BOCCHINO PARLA SUL CASO CONSIP: “NON HO MAI INCONTRATO TIZIANO RENZI”

Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile

“DISSI A ROMEO DI PAGARE RUSSO E VEDERE COSA PORTAVA MA PER ME ERA LECITO”

Italo Bocchino, ex parlamentare di Fli e collaboratore di Alfredo Romeo, afferma di non aver mai incontrato Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio Matteo. All’indomani della notizia che secondo la procura di Roma l’intercettazione del caso Consip che coinvolgeva Tiziano Renzi è stata manipolata scambiando Bocchino proprio per Romeo, l’ex parlamentare finiano dice la sua in un’intervista al Fatto Quotidiano.
Non ho mai incontrato Tiziano Renzi. La frase “l’ultima volta che ho visto Renzi”, che sarebbe stata pronunciata da me e attribuita a Romeo, si riferiva presumibilmente all’ex premier che ho incontrato solo durante il mio mandato parlamentare, in dibattiti televisivi e una volta il 23 dicembre 2011, al concerto di Abbado per l’inaugurazione del nuovo maggio musicale fiorentino.
All’intervistatore che gli chiede conto dell’intercettazione in cui Romeo gli domanda se doveva pagare Carlo Russo, amico di Tiziano Renzi e coindagato, risponde:
Romeo si consultava con me per ragioni lecite perchè la mia società  ha un contratto di consulenza da 80mila euro l’anno lordi. l’oggetto era la consulenza strategica e il rapporto con le istituzioni. Non lo abbiamo rinnovato alla scadenza.
Sull’accordo di cui parla Bocchino con Romeo prima dell’incontro con Russo e del consiglio di pagare quest’ultimo 100mila euro “per vedere cosa porta casa”, Bpocchino commenta:
Parliamo di una consulenza lecita a Russo. Io suggerisco a romeo di pagarlo una volta al mese perchè diffido di Russo e gli dico di dargli una questione, con un memo, per vedere se potesse risolverla. In due mesi si sarebbe visto se il suo apporto fosse utile o inutile.

(da “Huffingtonpost”)

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PERCHE’ E PER CHI HA AGITO IL CARABINIERE FALSARIO?

Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile

QUALCUNO VOLEVA ROVINARE RENZI CON FALSE ACCUSE

Dunque, c’è stato un “complotto”?
Il cuore del caso Consip, il contatto fra l’imprenditore Romeo e il padre di Matteo Renzi, è un falso, una manipolazione vera e propria: la frase più incriminante della relazione dei carabinieri “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato…” attribuita all’imprenditore napoletano era stata detta in realtà  da Italo Bocchino
Lo sostengono i magistrati della Procura di Roma che hanno in mano l’inchiesta, e che, vagliate le carte, hanno indagato il capitano dei carabinieri del Noe Giampaolo Scafarto per falso materiale e falso ideologico perchè “redigeva nell’esercizio delle sue funzioni” l’informativa finita agli atti dell’inchiesta Consip nella quale riferiva fatti secondo i magistrati diversi da quelli accaduti.
Nessun dubbio da parte dei giudici sulla falsificazione.
Che tale affermazione, scrivono i pm di Roma, “fosse stata proferita da Italo Bocchino era riportato correttamente sia nel sunto a firma del vicebrigadiere Remo Reale, sia nella trascrizione a firma del maresciallo capo Americo Pascucci” presenti nel brogliaccio informatico. Per altro l’ex parlamentare Bocchino ha poi messo agli atti di riferirsi all’ex Premier, non a Tiziano Renzi, il padre.
La fase falsamente attribuita, su cui il capitano si è riservato di non rispondere, era molto rilevante nella relazione sulle indagini fatte, come scrive lo stesso carabiniere: “Questa frase assume straordinario valore e consente di inchiodare alle sue responsabilità  il Renzi Tiziano in quanto dimostra che effettivamente il Romeo e il Renzi si siano incontrati”. Insomma, con la falsa attribuzione cade la principale prova di contatto fra Romeo e Renzi.
L’inchiesta Consip è molto complessa e questo passaggio non la avvia necessariamente a conclusione.
Ricordiamo che riguarda la gara indetta nel 2014 per l’affidamento dei servizi gestionali degli uffici, delle università  e dei centri di ricerca della Pubblica amministrazione, per una convenzione del valore totale di 2 miliardi e 700 milioni di euro e in cui Alfredo Romeo era in pole per un bando da quasi 700 milioni di euro.
Tiziano Renzi è nell’inchiesta in quanto indagato per traffico di influenze, come l’imprenditore farmaceutico toscano Carlo Russo e Italo Bocchino, consulente di Alfredo Romeo.
La tesi è che Romeo per aggiudicarsi l’appalto ha cercato di mettersi in contatto con influenti esponenti politici, tra cui l’entourage dell’ex segretario del Partito democratico per creare le condizioni più favorevoli per l’aggiudicazione della gara.
Forse la più rilevante testimonianza sulla esistenza di queste pressioni è quella data dall’Ad di Consip Luigi Marroni, che per altro ha detto ai giudici di essere stato avvertito dell’esistenza di una indagine e della presenza di microspie negli uffici Consip da Luca Lotti, oggi ministro dello sport, e dal generale Saltalamacchia.
Ma l’azione di controllo esercitata dai giudici è una pagina che rassicura tutti sulla serietà  della magistratura, sulla onestà  del percorso decisionale della giustizia. E, giustamente, la famiglia Renzi può oggi essere contenta.
Tuttavia, l’intera vicenda a questo punto si tramuta in una storia che suscita domande inquietanti: siamo di fronte infatti a un clamoroso caso di fabbricazione di prove che come conseguenza non poteva che mirare alla rovina politica di un politico di primo piano del paese.
Per quali ragioni ha fatto un tale passo un servitore dello stato, un capitano dei carabinieri, ed ha agito da solo, o con chi, e in ogni caso per conto di chi? Appare molto improbabile, infatti, che un tale disegno sia stato concepito come gesto solitario. Sicuramente chi ha agito non poteva non immaginare che quella falsificazione avesse un impatto profondo sul corso della politica in questo paese.
Sono domande che aprono a scenari di complotti, pezzi di stato infedeli, riportano alla mente gli anni bui del nostro paese. Senza risposte definitive a tutti questi dubbi si insinuerà  nel nostro paese una ulteriore dose di sospetto e sfiducia nel modo come noi cittadini guardiamo allo Stato.

(da “Huffingtonpost”)

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CORRUZIONE, ARRESTATO IL DIRETTORE DELL’AGENZIE DELLE ENTRATE DI GENOVA

Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile

LE MANETTE SCATTATE IN FLAGRANZA MENTRE RICEVEVA UNA TANGENTE

Blitz della Guardia di Finanza all’alba negli uffici dell’Agenzia delle Entrate di Genova: arrestato il direttore provinciale Walter Pardini per corruzione, fermo avvenuto in flagranza proprio mentre riceveva una “bustarella”.
Non sarebbe stata la prima volta.
L’inchiesta della Procura della Repubblica, scaturita da alcune intercettazioni, è coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati. Le indagini hanno messo nel mirino un sospetto giro di tangenti.
«La Direzione regionale della Liguria dell’Agenzia delle Entrate ringrazia e offre la massima collaborazione all’Autorità  giudiziaria per far piena luce sulla vicenda che ha portato all’arresto del direttore della Direzione Provinciale di Genova, nell’ambito di un’inchiesta per reato di corruzione.
Di conseguenza l’Agenzia ha immediatamente adottato la sospensione cautelare dal servizio in attesa del provvedimento dell’Autorità  giudiziaria a seguito del quale verranno assunte tutte le misure disciplinari, contrattuali e risarcitorie per tutelare l’istituzione e la dignità  dei propri dipendenti che operano onestamente e scrupolosamente.
L’Agenzia delle Entrate condanna con risolutezza i comportamenti disonesti, dinanzi al quale adotta con fermezza e celerità  sanzioni disciplinari espulsive, e da anni orienta i propri sistemi di controllo interno nell’individuazione e prevenzione di ogni possibile abuso con particolare riferimento ai potenziali comportamenti fraudolenti».
L’inchiesta della Procura della Repubblica, scaturita da alcune intercettazioni, è coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati.
Le indagini hanno messo nel mirino un sospetto giro di tangenti.

(da “Huffingtonpost”)

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PIU’ POTERE PER BEPPE: LE PROSSIME MOSSE NELLA QUOTIDIANA GUERRA TRA GRILLO E LA LEGALITA’

Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile

IL M5S STUDIA NUOVE REGOLE DOPO IL CASO GENOVA: CASALEGGIO GARANTE?

Più pelo per tutti, ma soprattutto più poteri per Beppe.
Nello Stato Libero del MoVimento 5 Stelle il dittatore Grillo si è messo in testa un’idea meravigliosa (cit.) per uscire dall’angolo dopo che il tribunale civile gli ha spiegato che non è carino violare il proprio regolamento.
E così, al netto del baldanzoso post uscito ieri sera in cui, a veder bene, si potevano notare tranquillamente i segni dei denti sull’html, un articolo di Annalisa Cuzzocrea su Repubblica ci svela le prossime mosse nella quotidiana guerra tra Beppe Grillo e la legalità :
Per questo, l’idea è quella di scegliere un gruppo più ampio di persone che segua da vicino i gruppi e le candidature. In modo che in casi come Genova si arrivi ad agire prima e non dopo il voto.
Ma il regolamento dovrebbe cambiare soprattutto nelle prerogative affidate al capo politico, che dovrà  avere l’ultima parola in modo più netto. Assumendo quel ruolo di garante super partes previsto dal codice etico sottoscritto dagli eletti al momento dell’accettazione della candidatura.
Beppe Grillo è consapevole che degli errori sono stati fatti.
Nel mirino dei vertici — ieri — sono entrati anche gli avvocati che si sono occupati della vicenda. Perchè il quesito sottoposto al voto sul blog era tutto sbagliato, in palese conflitto con quanto previsto da quel regolamento che i 5 stelle hanno scritto sull’onda dei ricorsi di Roma e Napoli. E che ora sono pronti a cambiare.
Come lo vogliono cambiare? Con un atto di democrazia diretta che lèvati: fare garante Davide Casaleggio.
Con la possibilità  — ancora solo allo studio — di estendere il ruolo di garante anche a Davide Casaleggio. L’imprenditore la settimana scorsa, al Senato, ha visto a lungo uno degli avvocati che si è occupato del caso Genova, Andrea Ciannavei.
Che alla domanda, «come mai ha parlato con lui e non con Grillo?», rispondeva: «Perchè è uno dei garanti». Estendendo automaticamente al figlio di Gianroberto Casaleggio quello che fu il ruolo del padre.
La successione dinastica, del resto, è prevista dal comma 89029230890509 del codice di Beppe Grillo.
Che problema c’è?

(da “NextQuotidiano”)

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“VI SPIEGO COSA RISCHIA BEPPE GRILLO SE NON CANDIDA LA CASSIMATIS”

Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile

L’AVV. BORRE’ A RADIO ANCH’IO: “LO STATUTO, ALL’ART 3, OBBLIGA GRILLO A PRESENTARE IL CANDIDATO SCELTO CON LA VOTAZIONE ON LINE, SE NON LO FA AZIONE CIVILE PER CONFLITTO DI INTERESSI E RISARCIMENTO DANNI”… “GRILLO STA NEGANDO QUELLA DEMOCRAZIA DIRETTA CHE A PAROLE DICE DI RAPPRESENTARE”

L’avvocato Lorenzo Borrè, intervenendo a Radio Anch’io su Radio 1, ha oggi spiegato cosa potrebbe succedere se Beppe Grillo non concedesse il simbolo del MoVimento 5 Stelle a Marika Cassimatis dopo l’ordinanza del tribunale civile di Genova.
“Si dirà : ma Grillo ha detto che non concederà  il simbolo e che in virtù della sospensione di giovedì non si potrebbe candidare. A parte che se non fosse la Cassimatis non potrebbe esserlo comunque Pirondini visto che l’ordinanza ha stabilito che non può, il regolamento attualmente in vigore prevede che il Capo Politico sia svincolato dalle scelte della comunità  locale. Nel caso di Pirondini la votazione è stata fatta a livello nazionale. Ma se Grillo non dà  il simbolo rischia, visto che dal 2015 non è più di proprietà  di Beppe Grillo come deciso sul blog. È stata fatta una votazione online. Se si legge lo statuto dell’Associazione Movimento 5 Stelle, che è distinta da quella a cui è iscritta la Cassimatis, si vede, all’articolo 3, che le finalità  statutarie prevedono che questa miniassociazione ha come fine la presentazione dei candidati scelti con la votazione: negando il sindaco negherebbe le proprie finalità  statutarie”, spiega Borrè.
“A mio avviso avrebbe diritto a candidarsi con il 5 Stelle”, continua l’avvocato che ha già  vinto altri ricorsi in tribunale in quel di Roma e Napoli. E che si riferisce alla mini-associazione registrata nel 2012 a Genova dallo stesso comico, dal parente avvocato Enrico Grillo e dal commercialista Andrea Nadasi. Se Grillo si rifiutasse di concedere il simbolo alla lista Cassimatis, la Cassimatis potrebbe promuovere un’altra causa civile per conflitto di interessi con l’apertura di scenari incerti sul futuro della gestione del simbolo, senza considerare che cosa potrebbe succedere sotto il profilo risarcitorio, laddove venisse accertato che il provvedimento fosse illegittimo, concretizzando un danno non da poco di cui sarebbe responsabile l’associazione con la v minuscola.
Borrè poi spiega che il regolamento attualmente in vigore prevede che le decisioni dei votanti abilitati siano vincolanti nei confronti del capo politico: “Questo è il principio della democrazia diretta. Non riconoscere la decisione degli iscritti di Genova significa negare i principi che si sono voluti dare”.

(da “NextQuotidiano”)

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LISTA GRILLO GENOVA: L’INCIUCIO CON TOTI E SALVINI E’ UN ANTICIPO DI QUELLO NAZIONALE, MA NON CONVIENE A NESSUNO AMMETTERLO

Aprile 10th, 2017 Riccardo Fucile

COSA SI NASCONDE DIETRO IL CASO CASSIMATIS: UN DISEGNO PRECISO PER FAVORIRE LA NUOVA MADONNA BUCCI DA PORTARE IN PROCESSIONE CON I POTERI FORTI

La vicenda Cassimatis potrebbe apparire un ennesimo capitolo delle tragicomiche avventure del M5S e della incapacità  di rispettare le regole interne da loro stessi approvate.
Nessuno avrebbe infatti impedito ai Cinquestelle di indicare un nominativo a loro gradito come candidato sindaco di Genova, come peraltro fanno tutti i partiti.
Ma dato che i militanti vivono nell’illusione della democrazia diretta, dell’uno vale uno, ecco la pagliacciata delle votazioni “modello Genova”.
In realtà  da tempo il candidato “unto dal Signore” doveva essere tale Pirondini, fedele alla linea di Grillo e della sua “creatura” Alice Salvatore, un agente   di commercio che piazza polli per la città  e che è stato indicato come “tenore del Carlo Felice” perchè fa più chic, anche se suona la viola e ha contratti da precario con enti musicali.
Dopo l’addio al M5S del capogruppo in comune Putti (persona perbene) e di altri tre consiglieri genovesi, uno in Regione e uno a La Spezia, il Movimento era alla frutta .
Quindi dato che bisognava mettere in scena la farsa delle comunarie per incoronare Pirondini, andava bene che ci fosse almeno un’altro candidato: la vittima sacrificale della democrazia diretta doveva essere Marika Cassimatis.
Ma qualcosa è andato storto, hanno votato appena 700 iscritti genovesi e ha vinto chi doveva perdere, segno di quanto contino Grillo e la Salvatore in città .
Da qui il dramma o la farsa di queste settimane, con la povera Marika accusata di collusione con il nemico e inverencondi tentativi di farla fuori con palesi violazioni del regolamento, ovviamente cassati oggi dal tribunale.
Il più clamoroso, anche se il meno citato, è stato quello di far ripetere la votazione facendo esprimere gli iscritti di tutta Italia quando il regolamento prevede tassativamente che possano votare solo i genovesi.
Perchè questo errore? Perchè il rischio della seconda votazione era che Pirondini non raccogliesse neanche i 300 voti del primo turno e la figura sarebbe stata catastrofica.
Ma solo chi conosce un po’ l’ambiente genovese ha capito che l’obiettivo è un altro: non presentare la lista. Ed è stato ormai raggiunto.
Per quale motivo? Essenzialmente due, collegati tra loro.
1) Perchè Genova è in fase di implosione sociale (vedi caos su privatizzazione Iren) e il M5S non ha interesse, prima delle politiche, di ritrovarsi un altro caso Raggi, con realtivo calo di consensi e perdita di immagine. Meglio non governare che farsi conoscere.per quello che si è.
2) Fare un favore al centrodestra e alla linea sovranista di Toti e leghisti , quelli con cui Grillo pensa di governare un domani, anche perchè da solo non andrebbe da nessuna parte. State certi che Grillo, da qui a giugno, non dirà  mai di votare Bucci (cdx), ma attaccherà  ogni giorno Crivello (csx), un modo soft per indicare “chi non preferisce”.
E’ interessante notare che Bucci, manager ammanigliato coi poteri forti (ma su questo torneremo a tempo debito) è ormai portato in processione per Genova come la Madonna dalle truppe più svariate: si alternano come portatori della statua i leghisti che a parole predicano contro le multinazionali e che sono i suoi pricipali sponsor, i fratellini d’Italia sovranisti che sperano nella poltroncina di vicesindaco, fino agli amichetti di Alfano e a quelli di Fitto, nonchè ai questuanti della sedicente destra identitaria di Alemanno.
Con la regia del Gabibbo Bianco Toti, che ha firmato più “convenzioni del nulla” in due anni a favore di telecamere che il presidente degli USA.
E Grillo non poteva che trovare in questo ambiente la sua collocazione naturale, basta conoscere come la pensa, cosa che ai genovesi meno distratti è ben nota.
Un investimento per il futuro, una cambiale da riscuotere sul tavolo nazionale, altro che perderci nella disamina del caso Cassimatis.
Sono scelte aziendali, la politica è altra cosa.
Non è obbligatorio capirlo a tempo, ma ci sarà  sempre un tempo per capirlo.
Anche se sarà  troppo tardi per riprendersi la scheda nell’urna.

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LEGA A CONGRESSO, CONTRO SALVINI IL FRONTE DEL NORD, UNO O DUE CANDIDATI ALTERNATIVI, LITE CON BOSSI CHE VOTA CONTRO IL REGOLAMENTO

Aprile 10th, 2017 Riccardo Fucile

BLOCCATO IL TENTATIVO DI SALVINI DI UN REGOLAMENTO PUTINIANO CHE AVREBBE IMPEDITO LA PRESENTAZIONE DI UN ALTRO CANDIDATO… SI PARLA DI FAVA O PINI … LA LINEA SOVRANISTA CONTESTATA NON SOLO DA BOSSI, MA DA MOLTI ALTRI ESPONENTI DEL NORD

La Lega Nord va a congresso il prossimo 21 maggio e celebrerà  le primarie una settimana prima, il 14. Matteo Salvini (alla guida del partito dal dicembre del 2013) insegue una rielezione non così scontata come si potrebbe pensare.
Al segretario farebbe comodo una riconferma di peso: un voto congressuale che possa legittimarne il progetto politico, consegnandogli il gettone decisivo da giocarsi per la partita della vita: la candidatura a premier, alla guida di un fronte nazionale, sovranista e anti-europeista.
Un progetto che Salvini sta inseguendo da anni (in barba alla storia e alla tradizione del partito) tanto da passare in poco tempo da: “Napoli merda, Napoli colera” a “Napoli è casa mia”.
Per il compimento del progetto il segretario necessita di ulteriori e sostanziali passaggi: oggi il consenso elettorale non basta più (i ritmi di crescita e i sondaggi degli anni scorsi sono ormai un ricordo) e per continuare a dare forma al disegno salviniano serve la legittimazione del congresso. E congresso sia.
Era stato annunciato una settimana fa come un “congresso soft”, con un unico candidato.
Una prospettiva blindata da regole blindate. Ma nei giorni scorsi dalle stanze di via Bellerio era trapelata la bozza di regolamento congressuale che aveva fatto rizzare il pelo alla fronda nordista anti-Salvini.
Regole capestro che avrebbero consegnato al vincitore una maggioranza bulgara, azzerando qualunque possibilità  di confronto interno. Come se non bastasse i parametri ipotizzati per la raccolta delle firme necessarie alla candidatura rendevano di fatto impossibile, per gli sfidanti, il raggiungimento della soglia di mille firme.
L’ipotesi di un congresso con Matteo Salvini candidato unico sembrerebbe essere stata scongiurata dal consiglio federale di lunedì 10 aprile.
Nel corso della riunione del principale organo del partito sono state accolte alcune delle modifiche chieste dagli aspiranti sfidanti, riaprendo di fatto la partita.
Il regolamento è stato approvato con un solo voto contrario: quello del presidente Umberto Bossi.
Il vecchio leader è stato l’unico a mantenere il punto sull’anti-democraticità  delle regole, tanto da scatenare l’ennesimo acceso diverbio con il segretario.
Il meccanismo approvato dal consiglio federale permetterà  agli sfidanti (girano i nomi del deputato bolognese Gian Luca Pini e dell’assessore lombardo all’Agricoltura Gianni Fava) di organizzarsi e di raccogliere le firme necessarie alla candidatura.
Le regole adottate prevedono anche maggiori garanzie sul fronte della democrazia interna al partito, assegnando una rappresentanza numericamente più significativa alle liste che usciranno sconfitte dal congresso.
L’ipotesi di un confronto aperto sposta l’asse del dibattito: dal plebiscito sulla figura del leader, alla discussione sulla linea politica.
L’idea del partito incarnata da Matteo Salvini non piace a tutti. C’è chi la vede diversamente e non sono solo vecchi arnesi bossiani.
C’è un fronte nordista composto da tanti militanti che ancora oggi restano affezionati all’idea della Padania libera e indipendente.
Molti leghisti che vedono con favore la figura di un candidato che si faccia portabandiera dei valori storici del partito, che riporti il fulcro dell’azione politica verso Nord.
Che torni a combattere il nemico interno (Roma), piuttosto che quello esterno (Bruxelles).
Sono 16.000 i soci ordinari militanti che hanno i requisiti per votare alle primarie del 14 maggio.
Saranno loro a decidere se il partito continuerà  sulla strada tracciata in questi anni da Matteo Salvini o se il partito tornerà  ad arroccarsi a nord del Po.
Ma se Salvini dovesse raccogliere meno dell’80% dei consensi è indubbio che la sua leadership sarebbe indebolita.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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COSA NON DICE GRILLO NELLA SUA RISPOSTA ALLA CASSIMATIS

Aprile 10th, 2017 Riccardo Fucile

NON FIRMA IL POST, NON PARLA DI PIROPOLLO, NON DICE NULLA SU COSA INTENDE FARE…SE LE NEGA IL SIMBOLO, GRILLO VA INCONTRO A UNA RICHIESTA DI RISARCIMENTO DANNI, ARGOMENTO A CUI E’ NOTORIAMENTE SENSIBILE

Come una mosca intrappolata in un bicchiere che continua a sbattere sul vetro, il blog di Beppe Grillo ha pubblicato in serata un post sull’ordinanza Cassimatis che ha dato ragione alla candidata sindaca eliminata dal Capo Politico nonchè Garante del MoVimento 5 Stelle.
Il tono arrogantello delle quindici righe vergate non deve ingannare, perchè è più utile notare quello che manca nel post rispetto a quello che c’è.
Ad esempio salta subito all’occhio che, mentre i precedenti post sulla vicenda erano firmati da Beppe Grillo, questo porta la dicitura “di MoVimento 5 Stelle”: forse un riconoscimento indiretto alla validità  dell’ordinanza con la quale il giudice Roberto Braccialini ha spiegato chi era e chi non era legittimato a decidere.
In secondo luogo salta subito all’occhio che per tutto il post si nomina ampiamente la Cassimatis ma non si parla mai di Luca Pirondini, che pure Beppe Grillo aveva indicato come il suo candidato preferito per la poltrona di sindaco di Genova.
Il M5S si sente talmente nel giusto nella vicenda che in nessun punto delle quindici righe del post nomina il candidato sindaco nè specifica o ribadisce che lo sarà .   Mentre si annuncia con una certa sicurezza che la Cassimatis «non è nè sarà  candidata» con il M5S alle elezioni dell’11 giugno — il che, per carità , è probabile —   non si fa nemmeno un cenno a chi sarà  il candidato grillino.
Ma qualche indizio possiamo ricavarlo dal fatto che Pirondini era atteso oggi ad un confronto pubblico con i candidati sindaco di centrodestra Marco Bucci e centrosinistra Gianni Crivello, organizzato dall’emittente locale Primocanale, ma non si è presentato.
Nel post, poi, si sostiene che «non possiamo non rilevare come in nessun passo della predetta sentenza si sostenga che la Cassimatis è la candidata sindaco del MoVimento 5 Stelle, come lei ha affermato». Il che è vero.
Ma questo succede perchè a decidere chi doveva essere la candidata sindaca del M5S a Genova sono stati gli attivisti certificati genovesi, come da regolamento del M5S: a ben guardare, il tribunale ha deciso di cassare le decisioni di Grillo contrarie all’esercizio di democrazia diretta da parte del blog di Grillo.
Non ha deciso chi deve essere il candidato in primo luogo perchè non poteva deciderlo (e, d’altro canto, non poteva farlo nemmeno Grillo), e in secondo luogo perchè era stato già  deciso.
Infine il post ricorda che la votazione del 14 marzo è stata annullata dal blog, evitando di ricordare che l’ordinanza spiega che quella decisione non viene discussa perchè è arrivata a ridosso dell’udienza — casualmente — e i ricorrenti debbono ancora presentare le loro obiezioni nel merito.
Certo, se quella decisione fosse considerata valida, visto che si basa sul fatto che mancava il preavviso di 24 ore prima del voto, di conseguenza si dovrebbero annullare tutte le comunarie del 2017 votate sul blog (Palermo, Verona, Padova, Piacenza) dato che anche in quelle occasioni si è votato senza preavviso di 24 ore.
Ma la verità  è che nel post il M5S non spiega in alcun modo cosa ha intenzione di fare. Perchè, molto probabilmente, ancora non lo sa.
E allora proviamo a fare qualche pronostico.
A due mesi dalla data delle elezioni, il M5S ha quindici giorni di tempo per chiedere al tribunale di annullare la decisione del giudice Braccialini.
Se l’appello venisse proposto il tribunale avrebbe altri venti giorni per decidere. Il 12 maggio è il giorno in cui scade il termine per la presentazione delle liste per le amministrative. Teoricamente ce la possono fare.
Nella pratica se la sentenza desse ancora una volta torto a Beppe sarebbe un disastro. C’è però una strada più veloce da prendere: visto che titolare del simbolo non è l’associazione a cui è iscritta la Cassimatis ma quella che fa capo a Grillo, a suo nipote e al suo commercialista (bella la democrazia diretta, vero?), Grillo potrebbe negarle l’uso del simbolo.
E attendere poi l’ennesima pronuncia del tribunale sulla vicenda quando probabilmente i termini saranno già  scaduti.
Ma esponendo l’associazione a una richiesta di risarcimento danni se i giudici dovessero ancora dare ragione alla professoressa di geografia.
A meno che una delle due parti non ceda — o la Cassimatis non decida di correre sotto un altro simbolo dicendo addio alla fase processuale e autoescludendosi così dalla contesa — la situazione è questa.
Ovvero, come spesso accade in Italia, è disperata, ma non seria.

(da “NextQuotidiano”)

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GIOVANARDI INDAGATO DALL’ANTIMAFIA: PRESSIONI INDEBITE PER SALVARE DALL’INTERDITTIVA ANTIMAFIA UNA SOCIETA’ CONDIZIONATA DALLE COSCHE

Aprile 10th, 2017 Riccardo Fucile

AVREBBE UTILIZZATO NOTIZIE RISERVATE E FATTO PRESSIONI A FAVORE DI UNA SOCIETA’ DI COSTRUZIONI MODENESE, LA BIANCHINI ESCLUSA DAI LAVORI PUBBLICI PERCHE’ IN RAPPORTI CON LA ‘NDRANGHETA

Il senatore Carlo Giovanardi è indagato per rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e minaccia o violenza a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa al centro dei processi Aemilia.
Giovanardi, secondo l’accusa ricostruita dal settimanale L’Espresso, avrebbe utilizzato notizie riservate e fatto pressioni indebite per salvare dall’interdittiva antimafia del prefetto una società  di costruzioni modenese, la Bianchini, esclusa dai lavori pubblici perchè condizionata dalle cosche: il titolare è attualmente a processo.
Giovanardi, in pratica, avrebbe utilizzato notizie riservate e fatto pressioni indebite per salvare dall’interdittiva antimafia del prefetto una società  di costruzioni modenese, esclusa dai lavori pubblici perchè condizionata dalle cosche.
Il titolare dell’azienda Bianchini costruzioni è sotto processo per concorso esterno alla mafia a Reggio Emilia, insieme ai capi bastone dell’organizzazione criminale.
Ma il senatore, è l’ipotesi degli inquirenti, non si è fatto alcuno scrupolo nel montare una campagna contro prefetti, investigatori e magistratura, per tutelare un imprenditore che con gli uomini del padrino Nicolino Grande Aracri andava a braccetto.
Con i titolari di questa azienda di San Felice, paesone colpito pesantemente dal sisma del 2012, l’ex ministro si è incontrato varie volte. Anche nel suo studio.
Per il politico modenese i Bianchini sono imprenditori seri, guai a chi lo mette in dubbio. E per questo vanno difesi senza remore, nonostante le pesanti accuse dell’antimafia e il primo pentito della cosca emiliana che ha riempito decine di verbali sugli affari portati avanti con la complicità  dell’imprenditore modenese, che oltre a fare la parte del leone nella ricostruzione post terremoto aveva ottenuto lavori anche nei cantieri Expo di Milano.

(da “NextQuotidiano“)

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