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PRIMARIE, A UN ELETTORE PD SU TRE NON GLIENE FREGA NULLA

Aprile 8th, 2017 Riccardo Fucile

PAGNONCELLI: “AI GAZEBO ANDRANNO IN CIRCA 2 MILIONI, MENO 800.000 RISPETTO AL 2013, RENZI VINCERA’ CON IL 67%”

Il primo tempo della partita per la segreteria del Pd si è chiuso con la netta affermazione di Matteo Renzi che tra gli iscritti al partito ha ottenuto il 66,7% dei voti prevalendo su Andrea Orlando (25,3%) e Michele Emiliano (8%).
Il voto nei circoli ha visto la partecipazione di poco più di 266 mila iscritti, il 10% in meno rispetto al novembre del 2013, quando Renzi si affermò su Gianni Cuperlo con un risultato più stretto (45,3% a 39,4%).
La scissione nel Pd ha quindi rafforzato la leadership di Renzi nel parito.
Il secondo tempo, attualmente in corso, si chiuderà  il 30 aprile quando si terranno le primarie aperte agli elettori.
È un appuntamento conosciuto da due elettori su tre (66%, +7% rispetto a inizio marzo) che suscita l’interesse di poco più di un elettore su quattro (28%).
In particolare l’11% si dichiara molto interessato (come il mese scorso) e 17% solo in parte (+2%).
L’interesse, ovviamente, risulta più elevato (63%) tra coloro che oggi voterebbero Pd ma fa riflettere la quota tutt’altro che trascurabile di attuali elettori non interessati alle primarie, non sappiamo se perchè giudicano l’esito scontato oppure per una sorta di disorientamento rispetto all’attuale fase critica che il partito sta vivendo.
La partecipazione
Il 3% degli elettori manifesta l’intenzione di partecipare alle primarie e a costoro si aggiunge il 4,6% che probabilmente si recherà  alle urne.
Si tratta di poco più di 3,5 milioni di elettori ma, tenuto conto del fatto che solo una parte dei probabili si deciderà  effettivamente a votare, ad oggi le nostre stime collocano tra 1,8 e 2,2 milioni la partecipazione effettiva, in diminuzione rispetto alle primarie del dicembre 2013 quando votarono oltre 2,8 milioni di elettori.
Erano altri tempi, animati da ben altre aspettative di cambiamento impersonate da Renzi che non a caso aveva scelto lo slogan «L’Italia cambia verso».
Tra i propensi a votare il risultato appare oggi piuttosto netto, nonostante il 12% si dichiari indeciso: Renzi infatti prevale nettamente (59%) su Orlando (21%) ed Emiliano (8%) e risulta in crescita di 6 punti rispetto a marzo.
Escludendo gli indecisi Renzi si attesta al 67% (in crescita di 5,4% rispetto al mese scorso), Orlando al 23,9% (-4,2%) e Emiliano al 9,1% (stabile).
Gli orientamenti di voto risultano assai differenti tra i due diversi gruppi di elettori: infatti tra quelli del Pd solamente il 7% si dichiara indeciso e Renzi primeggia con il 72%, seguito da Orlando (17%) e Emiliano (4%).
Tra gli elettori delle altre liste il 29%, pur dichiarando di voler partecipare alle primarie, al momento non saprebbe per chi votare, il 37% voterebbe per Orlando, il 25% per Emiliano e solo il 9% per Renzi.
In sintesi, si registra una grande coesione interna al Pd e si conferma una netta frattura con gli elettori delle altre forze del centrosinistra.
Il pronostico degli italiani vede al primo posto Renzi con il 38% (più 8 punti rispetto a marzo), seguito da Orlando (9%) ed Emiliano (8%), ma quasi uno su due (46%) non sa rispondere, probabilmente per scarso interesse all’appuntamento. Tra coloro che sono propensi a partecipare alle primarie le previsioni sono nettamente favorevoli a Renzi: il 64% infatti prevede che l’ex premier si affermerà .
Renzi stravince
Le stime di voto odierne a favore di Renzi (67%) sono molto vicine al risultato ottenuto tra gli iscritti (66,7%) e a quello delle primarie del 2013 (67,55%).
È molto probabile che si tratti di una coincidenza dato che, rispetto ad allora, lo scenario è molto diverso dentro e fuori dal Pd.
Nonostante la difficile fase post referendaria, culminata con la scissione e nonostante le turbolenze di cui parlano quotidianamente le cronache politiche (l’ultima in ordine di tempo, l’elezione del presidente della Commissione affari costituzionali della camera), Renzi oggi appare stabilmente in sella al partito tra gli iscritti e largamente in vantaggio tra coloro che intendono recarsi a votare alle primarie.
Il problema si porrà  dopo il 30 aprile, quando dovrà  convincere gli altri elettori, quelli di centrosinistra che non avranno partecipato alle primarie e, soprattutto, gli indecisi e gli astensionisti da riportare al voto.
Ma quella è tutta un’altra partita, di cui al momento si ignorano le regole (la legge elettorale). Una partita che richiederà  di elaborare nuove idee e proposte e di definire nuovi traguardi ma anche di adottare contromisure, quanto a stile di leadership e di comunicazione. Sembra infatti che per compensare l’appannamento della sua popolarità  e riprendere appeal e consenso per Renzi possa essere opportuno «cambiare verso».

Nando Pagnoncelli
(da “Il Corriere della Sera”)

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LEGGE ELETTORALE, ECCO PERCHE’ LA BARUFFA ITALIANA E’ UNICA AL MONDO

Aprile 8th, 2017 Riccardo Fucile

DUE LIBRI METTONO A CONFRONTO LE NORMATIVE ELETTORALI DELLE PRINCIPALI DEMOCRAZIE, EVIDENZIANDO L’ORIGINALITA’ DELLA VICENDA ITALIANA

Da 12 anni a questa parte il problema che più angustia i principali leader (disamorando gli italiani), è fare e disfare la legge elettorale, ritagliandola a proprio uso e consumo: tutto cominciò nel 2005 quando il governo Berlusconi escogitò una riforma, ribattezzata “Porcellum”, che fosse in grado di annacquare la probabile vittoria della coalizione guidata da Romano Prodi nelle elezioni fissate per il 2006.
Un atteggiamento che ha fatto scuola: nel 2014 anche il governo Renzi ha ritenuto che fosse il caso di impostare una legge elettorale (poi ribattezzata “Italicum”) ritagliata sulla propria misura.
Due leggi elettorali fatte così male che la Corte Costituzionale ha bocciato prima il “Porcellum” e poi l’”Italicum”.
Per confrontare le nostre leggi elettorali e quelle delle principali democrazie occidentali, ma anche per capire tutti i segreti e i “trucchi” di una normativa così importante, un contributo significativo arriva da due libri scritti da Federico Fornaro e Pino Pisicchio, parlamentari di diverso orientamento ma dotati di caratteristiche infrequenti nell’attuale classe politica: padronanza della materia elettorale e una sperimentata attitudine alla saggistica storico-politica.
Nel suo “Come funzionano le leggi elettorali” (Giubilei Regnani Editore), Pino Pisicchio, presidente del Gruppo misto della Camera, già  presidente della Commissione Giustizia, evidenzia due peculiarità  dell’Italicum: la legge attualmente in vigore meriterebbe «l’Oscar per la velocità  di durata: si tratta dell’unica legge elettorale al mondo destinata a essere rimossa prima ancora di venire mai provata sul campo», ma poichè è molto probabile che sia presto cambiata, «nel giro di soli 24 anni ci avvieremmo alla quinta riforma elettorale: una situazione unica nel mondo democratico, dove i sistemi sono in vigore da tempi immemorabili».
Altre peculiarità  della normativa italiana sono evidenziate nel suo “Elettori ed eletti” (Epokè) da Federico Fornaro, senatore di Articolo 1, già  autore di saggi sulla storia del socialismo e della Resistenza.
Molto interessanti in particolare le elaborazioni di Fornaro sulla “sovrarappresentazione” del primo partito nelle diverse realtà  europee, mettendo a confronto i voti ottenuti in percentuale e la percentuale in seggi.
Al primo posto di questa particolare “classifica” c’è l’Ungheria, dove il primo partito ha ottenuto (nel 2014) il 44.1% dei voti che si sono trasformati nel 66,8% di seggi, con una differenza seggi-voti di +22,7%.
Al secondo posto di questa graduatoria europea sull’effetto-doping conferito dal premio di maggioranza c’è l’Italia col Porcellum, la legge che ha eletto l’attuale Parlamento.
Nel 2013 il Pd col 25,4% dei voti, si ritrovò col 46,3% dei seggi, con un salto del 20,8%.
Ecco la “notizia”: il Porcellum riusciva a produrre un effetto maggioritario persino superiore a quello del più classico dei sistemi maggioritari, quello inglese.
Nel Regno Unito, nel 2015, i Tories ottennero nei collegi un 36,8% dei voti che produssero il 50,8% dei seggi, con un premio del 14 per cento.
Un super-premio, del tutto fuori scala rispetto al resto del mondo, quello garantito dal “Porcellum” ma anche dall’”Italicum”: una striscia iper-maggioritaria che sta per produrre, quasi come nemesi, il ritorno al sistema proporzionale.
Come capita spesso, quando si esagera: da un eccesso all’altro.

Fabio Martini
(da “La Stampa”)

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POLEMICHE SUI MAXI MANIFESTI DEL CONSIGLIERE “TRADITORE”: “CON CHE FONDI LI HA PAGATI?”

Aprile 8th, 2017 Riccardo Fucile

GENOVA, L’EX IDV ANZALONE PASSA IMPROVVISAMENTE DAL CENTROSINISTRA AL CENTRODESTRA… IL SINDACO: “NON POTEVA USARE IL LOGO DEL COMUNE”

Scoppia il caso dei manifesti di Stefano Anzalone, ex consigliere comunale Idv, che   da stampella fondamentale della giunta Doria dell’ultimo anno e mezzo, in occasione dei voti sulla delibera di fusione Amiu Iren si è invece tirato indietro facendo mancare il suo appoggio, e sarebbe già  in fase di avvicinamento al candidato della destra Marco Bucci.
Anzalone ha tappezzato la città  di maxi manifesti anche se non ha ancora un partito che lo abbia candidato
Oggi il sindaco Marco Doria ha affrontato il tema con qualche considerazione velenosa sui soldi — “se fossero quelli del gruppo sarebbe una violazione del regolamento” ha detto il sindaco -con cui sarebbero stati pagati i manifesti e sul logo del Comune che compare sugli stessi.
Anzalone per altro ha già  fatto sapere di essersi pagato i manifesti con soldi suoi. Quanto al logo si vedrà .

(da “La Repubblica“)

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GRILLO “IL GRIGIO”, ESPULSIONI E PISTOLE NEL FILM CHE SVELA L’ASCESA DEL M5S

Aprile 8th, 2017 Riccardo Fucile

UNA REGISTA DANESE, UNICA AL MONDO, HA ASSISTITO ALLE RIUNIONI SEGRETE

«Dovreste vivere in Italia per capire cos’è la paranoia», dice Mario Giarrusso, senatore e attore prestato a interpretare se stesso, «è la cosa che ti fa dubitare dei tuoi stessi amici».
La frase va finendo mentre Giarrusso è seduto in trattoria ad ascoltare quei suoi amici e colleghi che poco dopo saranno espulsi dal M5S: Francesco Campanella, Luis Orellana, Lorenzo Battista.
Nel frattempo Giarrusso raccoglie minacce di morte e si compra una pistola che, con eccesso di immaginario cinematografico, porta con sè a letto. Siamo nel 2014 e la paranoia nel M5S è al suo culmine. Poi, resterà  come una ferita e una cifra comportamentale, come un sapore in bocca che non va più via.
Il documentario  
Quasi due anni prima, una regista danese, Lise Birk Pedersen, ottiene, unica al mondo, di poter raccontare il M5S dal suo interno, seguendo nel privato e nelle riunioni quattro senatori grillini. Paola Taverna, Alberto Airola, Mario Giarrusso, Luis Orellana.
Nessun velo, nessuna finzione, se non la posa attoriale che ogni tanto prende chi sa di avere una telecamera accesa intorno a sè.
Il risultato è «Tutti a casa — Inside M5S», il documentario di Pedersen, ieri in anteprima al festival di Pordenone «Le voci dell’inchiesta».
È un racconto lungo tre anni, dallo Tsunami tour di Beppe Grillo, le piazze piene che annunciavano, inascoltate, il maremoto politico, a un comizio del 2015 organizzato sulla coda di Mafia Capitale, che invece annunciava la scontata vittoria del M5S a Roma.
In mezzo ci sono aneddoti divertenti e dolorosi. C’è quella volta in cui sempre Giarrusso, sfinito dalle discussioni con gli attivisti ai banchetti in Sicilia che spingono per l’accordo con il Pd di Pier Luigi Bersani, si addormenta nella cameretta di quand’era bambino, con la sciarpa del Catania sopra il letto e il padre che gli dice in dialetto di «tirar fuori le palle».
Giarrusso è un omone addolcito dall’amore per la musica classica, dilaniato per mesi dai dubbi se accettare un compromesso con i dem. Chi invece non sente ragioni è Taverna, capace far piangere una senatrice, Michela Montevecchi.
La scena si svolge durante l’assemblea che decreterà  l’espulsione della collega Adele Gambaro, rea di aver accusato Grillo di scrivere post violenti («il Parlamento è una tomba maleodorante»). Interviene Taverna in italiano-romanesco: «Vojo che me fate il favore di levarve dai cojoni. Voi state qui per grazia ricevuta de Beppe Grillo, e state a sputà  nel piatto in cui se magna…».
Ma c’è chi della grazia ricevuta non sa che farsene, e vorrebbe fare politica, ragionare con la propria testa, come Orellana che nell’intimità  dello sconforto dice: «Per il 99% degli attivisti Beppe è perfetto e non può sbagliare».
Beppe li porta fino alle soglie del Parlamento, dove è un po’ cominciato e un po’ finito tutto.
Poi riappare solo di tanto in tanto dal vivavoce di un iPhone, su quello di Vito Crimi, dove è registrato come «Il Grigio».
La telecamera entra nelle assemblee e dà  ragione ai retroscena che hanno raccontato i giornali, incuranti degli attacchi di un Movimento che si è subito rimangiato le promesse di trasparenza. Si vede come «Il Grigio» impone le scelte: «Fate come volete, ma sappiate che…»; la sua rabbia impietosa quando viene messo in discussione.
Senza filtri  
Dove si spegne lo streaming si accende l’occhio di Pedersen su semplici cittadini entrati in un gioco più complesso di loro, dove parlare liberamente diventa sempre meno gradito.
La regista ha detto di aver cominciato senza sapere nulla del M5S, mossa da curiosità . La fortuna l’ha premiata e le ha permesso di raccontare cosa è successo davvero, senza pregiudizi e con quel rigore scandinavo che come nulla fa passare dal comico al drammatico.
Le liti feroci, il potere di Grillo, il conformismo di alcuni, la ribellione di altri, le epurazioni, la deriva personalistica e autoritaria del M5S, Airola che preme Sì sul tablet per espellere Gambaro, l’addio amaro di Orellana: «Ascoltare cosa dicono gli altri dovrebbe essere lo scopo di chi sta in Parlamento».
È un documento storico su un esperimento antropologico. E che parla di oggi, parla di quanto è successo a Genova, e potrebbe risuccedere.
La parola onestà  si sente riecheggiare fino al finale, a Roma, dove si chiude come si era cominciato, sui volti del pubblico a un comizio di Grillo che è anche spettacolo: «La manifestazione dell’onestà », dopo Mafia Capitale. Poco prima le telecamere mostravano Taverna e Airola fumare nelle stanze del Senato, dove è vietato farlo, inconsapevoli che l’onestà  comincia sempre dal rispetto delle piccole regole.

Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)

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SIRIA, L’ARMA DI TRUMP PER RIUNIRE I REPUBBLICANI DOPO I FLOP IN PATRIA SU SANITA’ E MUSLIM BAN

Aprile 8th, 2017 Riccardo Fucile

IL   GENERALE JEAN: “IL PRESIDENTE USA CERCA DI RITROVARE IL CONSENSO INTERNO”

In politica, la teoria della distrazione è stata spesso usata per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle difficoltà  dei governi in carica.
La politica estera è stata spesso il mezzo usato, dato che più di altre materie riesce a portare lo sguardo fuori dai confini nazionali.
Per questo la decisione del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di sferrare un attacco con 59 missili Tomahawk contro la base aerea militare siriana di al-Shayrat potrebbe avere più obiettivi.
Quello, dichiarato, di impedire altri attacchi chimici da parte del regime di Bashar al-Assad, ma anche, secondo il generale Carlo Jean, “di ricompattare il fronte repubblicano, diviso sulla figura e le politiche di Trump, e mascherare i recenti insuccessi nel campo delle riforme”.
Senza dimenticare la doppia valenza anche in materia di politica estera: “Questo è anche un avvertimento alla Corea del Nord — continua il generale — per dire che il tempo della ‘pazienza strategica’ obamiana è finito”.
“L’attacco mirato” americano, come lo ha definito lo stesso Trump, partito da due cacciatorpediniere della Marina ha raggiunto i risultati sperati.
John McCain, senatore repubblicano esponente dell’ala più critica nei confronti del Presidente, ha espresso soddisfazione per l’operazione militare: “Un’azione così orribile — ha dichiarato a Fox News riferendosi all’attacco chimico nel villaggio di Khan Shaykhun — necessitava di una risposta da parte degli Stati Uniti e credo che il Presidente abbia l’autorità  per prendere una decisione del genere”.
“L’operazione — continua Jean — è servita a ricompattare il fronte repubblicano, le parole di McCain lo testimoniano. Inoltre, ha spostato l’attenzione dai problemi che l’amministrazione sta affrontando in politica interna”.
E i problemi non sono pochi.
La recente rimozione di Steve Bannon, capo degli strateghi del Presidente, dal Consiglio Nazionale di Sicurezza, l’organo che discute le decisioni più importanti in materia di Politica Estera e Sicurezza Interna, rappresenta un duro schiaffo per il magnate americano che dell’ex direttore di Breitbart News, sito di riferimento dell’ultradestra, ha fatto il suo ideologo.
Un’altra poltrona a saltare nel National Security Council dopo quella di Michael Flynn, coinvolto nello scandalo Russiagate.
Ma questa estromissione è solo l’ultima di una serie di sconfitte che hanno macchiato la reputazione di grande riformatore che il tycoon si era creato durante la campagna elettorale. Come, ad esempio, la plurima bocciatura del tanto discusso “Muslim Ban” o il forzato ritiro della sbandierata riforma sanitaria che avrebbe dovuto sostituire l’odiato Obamacare.
“Non ha i voti dei Repubblicani”, ha spiegato l’amministrazione che ha quindi evitato di mandare la proposta in Parlamento.
L’altro sgambetto, invece, era arrivato dall’ala democratica sulla nomina di Neil Gorsuch a giudice della Corte Suprema. Una proposta che per cinque “sì” non ha raggiunto la maggioranza di 60 voti necessaria all’approvazione.
Una battaglia, quella sul posto vacante alla Corte Suprema, che l’amministrazione Trump non ha però intenzione di perdere: per questo, dopo i risultati, il Senato ha fatto scattare la cosiddetta “nuclear option”, ossia una revisione della maggioranza necessaria per la nomina del giudice della Corte Suprema che passa, così, da 60 a 51 voti su 100.
L’operazione militare di giovedì notte rimane, comunque, un avvertimento a più di un attore internazionale.
Prima di lanciare i 59 missili, l’amministrazione ha avvertito il Cremlino, quindi indirettamente il governo di Damasco che ne è uno dei principali alleati, e altri Paesi dell’area.
“L’intento non è quello di dichiarare guerra — continua Jean — bensì di avvertire che l’uso di armi chimiche contro la popolazione non è tollerato”. Un avvertimento che non si limiterebbe al solo governo siriano ma, in concomitanza con la due giorni di incontri tra Trump e il Presidente della Cina, Xi Jinping, nella residenza di Mar-A-Lago, anche alla dittatura nordcoreana che negli ultimi mesi sta portando avanti una politica provocatoria nei confronti del Giappone, alleato degli Usa, con diversi test missilistici nel Mar del Giappone.
“La concomitanza degli eventi, l’azione militare e la visita di Xi Jinping, potrebbe non essere casuale — dice il generale — questo attacco suona come un avvertimento anche per il regime di Pyongyang, come a dire che ‘il tempo della pazienza strategica obamiana è finito.
Quindi ponderate bene le vostre azioni perchè gli Stati Uniti sono pronti a colpire’. E nel caso di un attacco alla Corea del Nord, potenza nucleare, è ovvio che non si tratterebbe di un avvertimento”.
A chi teme che l’operazione militare statunitense possa rappresentare un elemento di allontanamento tra Trump e il Presidente russo, Vladimir Putin, Jean risponde che questo lancio di missili è avvenuto solo dopo aver avvertito Mosca, che non ha in Putin il destinatario finale del messaggio: “Si tratta di un avvertimento — conclude — niente di più. Mosca e altri partner locali sono stati informati per tempo del piano. Inoltre, la Russia non può permettersi di tirare troppo la corda con gli Stati Uniti per diversi motivi. Prima cosa, non ha le capacità  militari sufficienti per affrontare una potenza militare come quella americana che, tra l’altro, ha un accesso al Mediterraneo molto più agevole rispetto a Mosca che, invece, ha come passaggio obbligato il Bosforo turco. Secondo, se Washington mettesse in atto una strategia di ribassamento del prezzo del petrolio, Mosca potrebbe veramente finire in ginocchio”.

Gianni Rosini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“LA SVEZIA RESTA UNA SOCIETA’ APERTA, CHI SI CHIUDE PERDE UMANITA'”: INTERVISTA ALLO SCRITTORE JONASSON

Aprile 8th, 2017 Riccardo Fucile

“SE ENTRANO IN 100.000 E 7 DIVENTANO JIHADISTI E’ GIUSTO RESTARE APERTI, E’ UN RISCHIO CHE VALE LA PENA CORRERE”

“Se entrano in 100 mila e 7 diventano jihadisti non è un buon motivo per chiudersi: se lo facciamo falliamo in umanità “. Jonas Jonasson, lo scrittore svedese che si è conquistato fama mondiale con “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” parla al Corriere della Sera.
Se accogli centinaia di migliaia di immigrati provenienti da Paesi islamici, se dai riparo a tutte queste vite disperate, è naturale poter “importare” anche qualche terrorista. È il prezzo da pagare per la nostra società  aperta. Ma è giusto farlo, è un rischio che vale la pena correre. La Svezia e la Germania hanno mostrato una grande responsabilità  in questo. Preferisco vivere in una società  aperta che nel suo contrario. Come potremmo vivere in un mondo fatto così?».
“La Svezia non è un paradiso perduto. È ancora un Paese pacifico. Se si nega questo fatto, allora sì che vince il terrorismo”, dice. Si legge ancora sul Corriere:
Lei parla di «società  aperta». Ma tra muri e controlli alle frontiere, che anche Svezia e Danimarca hanno introdotto, sembra si stia andando nella direzione opposta.
«Siamo stati costretti a farlo, visto che gli altri Paesi europei non volevano collaborare. Con qualche eccezione: l’Italia ha fatto cose splendide. Purtroppo i populismi si stanno diffondendo e la Svezia non può fare anche la parte degli altri e accettare 10 mila migranti al giorno…».

(da “Huffingtonpost”)

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TRA LEGHISTI PADANI E LEGHISTI MERIDIONALI VOLANO INSULTI E QUERELE: LA LEGA “NAZIONALE” SI SFASCIA

Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile

UN POST SU “NOI CON SALVINI-AVELLINO” SCATENA L’INFERNO.. “TOGLIERE DALLO STATUTO L’INDIPENDENZA DELLA PADANIA E IMBALSAMATE BOSSI”… LA REPLICA DAL NORD: “MA CHI SONO QUESTI PEZZI DI MERDA? SCORREGGE UMANE CHE FINO A IERI HANNO INTRALLAZZATO”… “FUORI DALLE BALLE”

Sembra una scena di “Benvenuti al Sud”, e invece è cronaca politica.
Tra i padani e i cugini meridionali di “Noi con Salvini” la convivenza si fa sempre più difficile.
Soprattutto alla vigilia del congresso leghista, che potrebbe sancire il passaggio a una Lega nazionale. Con tanti saluti alle ampolle e ai riti indipendentisti di Pontida.
A scatenare la rissa via Facebook, condita anche da minacce di querele, è stato un post sul profilo della sezione di Avellino di “Noi con Salvini”.
Parlando del congresso leghista previsto per il 21 maggio, avevano scritto “fuori il dinosauro Bossi, sarà  eliminato il riferimento all’indipendenza della Padania”.
E ancora: “L’intero popolo italiano e più che quello meridionale deve sentirsi parte essenziale del processo di creazione del nuovo soggetto politico leghista, sovranista e nazionale”. Apriti cielo.
I padani si sono scatenati su vari profili Facebook, a partire da quello del segretario provinciale di Milano Davide Boni.
Con commenti furiosi: “Chi è questo pirla?”, “Va ciapà  i rat”, ”E’ il congresso della Lega, cosa c’entra quella terronata di Noi con Salvini?”, scrive Silvia Marsetti. Ermanno Orini è ancora più esplicito: “Foera di ball”.
Monica Rizzi, ex pupilla di Bossi ed ex assessora lombarda allo Sport, finita travolta dalla fine del cerchio magico bossiano, posta sarcasticamente una strofa di “Iamme iamme ia”.
C’è persino chi, come Sisto Ferri, pubblica una mappa dell’Italia del 1829, con il lombardo-veneto e il regno delle Due Sicilie.
Il più duro di tutti è l’assessore lombardo all’agricoltura Gianni Fava: “Ma chi sono questi pezzi di m… che parlano della Lega? Scoregge umane che fino a ieri hanno intrallazzato con la peggior politica meridionale e che adesso danno dei consigli alla Lega”.
A un certo punto la cosa trascende.
E l’account dei salviniani di Avellino scrive, a proposito di Bossi: “Tenetevelo e vogliategli bene: poi lo imbalsamate e gli organizzate qualche bel pellegrinaggio. Può darsi che vi sia più utile da morto che da vivo”.
La pagina viene bloccata, ma ormai il danno è fatto.
Il risultato è che salta la poltrona del coordinatore di Avellino, Massimiliano Finamore, un passato in An e nei club Forza Silvio, che viene commissariato. “Le posizioni espresse su quella pagina non rappresentano la linea del nostro partito in Campania, nè condividiamo gli attacchi personali fatti a personaggi di primo rilievo come Umberto Bossi, o quelli fatti a dirigenti e militanti della Lega”, spiega il responsabile campano di “Noi con Salvini” Gianluca Cantalamessa. “Finamore sarà  diffidato ad usare quella pagina fino a nuovo ordine”.
“Al di là  che siamo due formazioni diverse, io sono intervenuto perchè non si devono permettere di dire la loro sui nostri passaggi interni”, spiega Boni.
“Non si possono permettere di parlare di Umberto Bossi, che è il nostro presidente federale. Questi non sanno neanche che cos’è la Lega: Bossi è la nostra figura di riferimento, il congresso è nostro, ‘Noi con Salvini è un’altra cosa, io non giudico quello che fanno loro e da parte loro mi aspetto lo stesso”.
Le prove tecniche di una Lega nazionale, dalle Alpi alla Sicilia, per ora non hanno funzionato.

Andrea Carugati
(da “La Stampa”)

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DOPPIO TURNO E PREMIO ALLA LISTA CHE ARRIVA AL 37%: LA SOLITA LEGGE TRUFFA SPONSORIZZATA DA PD E M5S

Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile

PRIMO TURNO CON SOGLIA AL 40%, SECONDO TURNO RISERVATO SOLO A CHI AL PRIMO HA SUPERATO IL 20%… E CHI ARRIVA AL 37% AL SECONDO TURNO PREMIO CHE LO PORTA AL 51%, COSI’ UNA MINORANZA GOVERNA DA SOLA

C’è una tavola imbandita per le trattative sulla legge elettorale attorno al quale però nessuno degli invitati osa sedersi per primo. Perchè ognuno aspetta che lo faccia l’altro. M5S e Pd parlano così, a distanza, con contatti informali, colloqui lampo nei corridoi, abboccamenti, dichiarazioni a microfoni spenti.
C’è un punto però su cui i 5 Stelle e Matteo Renzi sembrano essere d’accordo: in un Paese di gente che non ama perdere, nessuno dei due vuole morire impiccato al proporzionale.
Entrambi vorrebbero chiarezza sul vincitore e un sistema più semplificato che non subisca il ricatto dei piccoli partiti.
E allora ecco spiegato quanto dice una fonte del M5S che consiglia di spulciare le diverse proposte di legge sepolte in commissione Affari costituzionali alla Camera e di guardare a una sopra tutte.
È firmata Pd ed è quella che più delle altre piace a Renzi. E soprattutto risponde all’esigenza dei grillini perchè contiene un premio ragionevole alla lista che, come raccontato dalla Stampa la settimana scorsa, è la richiesta con la quale il M5S è pronto a cedere a una trattativa vera.
Anche perchè c’è un fattore che pesa sul destino dei grillini ai vertici, come Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista: sanno che questa è la loro occasione, perchè il M5S non è mai stato dato così favorito per la vittoria, ma sanno anche che è l’ultima occasione. Perchè incombe la regola “massimo due mandati” e o vanno al governo ora o mai più. E per andarci, con l’attuale sistema, un proporzionale puro se nessuno raggiunge il premio di maggioranza al 40%, è probabile che dovranno scendere al compromesso di un’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia.
La legge che tenta il M5S porta la firma del deputato Gian Mario Fragomeli, ma è stata rilanciata da due testimonial renziane: Alessia Rotta e Simona Malpezzi.
Insegue il sogno del maggioritario ma lascia un’opzione proporzionale.
È un doppio turno, senza ballottaggio, a cui possono accedere tutti i partiti che superano la soglia del 20% alla prima consultazione.
«In questo modo rispecchiamo anche la vicinanza, nei consensi, tra le tre principali forze in campo, Pd, M5S e centrodestra» spiega Fragomeli.
La legge mantiene, per il primo turno, la soglia al 40% per accedere al premio di maggioranza, come prevede l’Italicum anche dopo la bocciatura della Corte Costituzionale.
Si abbassa al 37%, al secondo turno: chi lo raggiunge si becca un premio, non sproporzionato, che porta al 52%.
È un premio alla lista, con un traguardo più abbordabile, 37% e non 40%: esattamente quanto chiedono i 5 Stelle, che infatti si mostrano incuriositi e possibilisti.
«Non ci esprimiamo più, è la settima proposta che sento da parte del Pd – dice Danilo Toninelli, l’uomo delle riforme elettorali del M5S – Dobbiamo essere concreti, per andare al voto una legge c’è già ».
È il Legalicum, l’Italicum rivisitato dalla Consulta. Vale solo per la Camera e il M5S propone di estenderlo al Senato.
Nel balletto estenuante dei negoziati, Renzi non ha mai escluso questa prospettiva, anche se preferirebbe, come i 5 Stelle, una legge maggioritaria.
Intanto, per lanciare segnali di pace, attraverso i suoi parlamentari ha fatto sapere di essere pronto a far saltare i capilista bloccati.
Un boccone irrinunciabile per i grillini da sbandierare come un successo con i propri elettori: «Allora eliminiamoli», continua Toninelli.
Il deputato ribadisce la posizione ufficiale ma non dice di no alla legge col marchio di Renzi. Se l’ex premier concedesse le liste senza nominati di partito, i grillini infatti potrebbero votare un sistema che premia il primo partito, con doppio turno, dove farebbero leva sulla logica del voto utile per polarizzare la sfida, come hanno fatto con successo al referendum.
«Noi contro di loro»: è il campo che prediligono. E anche se il 4 dicembre scorso è stata una sventura per Renzi, è dove si sente portato anche lui, desideroso di misurare la sua forza e di neutralizzare gli avversari interni al Pd, sia chi è rimasto dentro, sia chi è uscito.
La legge in discussione, in più, ha una doppia faccia, perchè si lascia aperta la possibilità  del proporzionale, se nessuno raggiunge il 37% al secondo turno: «E prevediamo il quorum di validità , pari al 50% più uno degli aventi diritto – spiega Fragomeli – Perchè consideriamo il secondo turno una scelta di governo, in senso maggioritario». Il deputato Pd conferma l’interessamento del M5S: «E sa perchè? Perchè anche loro vogliono governare e non morire di proporzionale. Sfidiamoci e vediamo a chi tocca».

Ilario Lombardo
(da “La Stampa“)

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TRUMP AMMONISCE, PUTIN INCASSA IL COLPO

Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile

MA IL GRANDE GIOCO SU ASSAD CONTINUA

Mosca ha sospeso la linea calda tra i militari Usa e Russi in Siria istituita per evitare incidenti. E la fregata russa “Ammiraglio Grigorovich” sta facendo rotta verso la base militare russa a Tartus in Siria.
“E’ armata di missili Cruise” ha avvertito un funzionario del Cremlino sostenendo che Mosca vuole migliorare il sistema difensivo anti-aereo siriano per renderlo più capace di proteggere parti vitali dell’infrastruttura siriana”.
La guerra in Siria e la grande competizione tra regimi sunniti e sciiti è distante dall’essere finita. E i giocatori regionali impegnati nel conflitto, alleanze spesso contorte e con obiettivi finali spesso opposti, si agitano con moderazione dopo l’attacco americano che Mosca stigmatizza ma a cui reagisce con cautela.
C’è chi, come Turchia, Israele e Arabia saudita, vorrebbe molto più di una punizione-ammonimento del nemico Assad.
Chi, come Teheran e Iraq, protesta per l’assalto armato a una “nazione sovrana” sostenendo l’innocenza di Damasco nel massacro dell’altro giorno nella provincia di Idlib. Alcuni “civili, anche bambini”, secondo fonti siriane, sarebbero morti nella pioggia di razzi Tomahawk (59, al costo di 600mila dollari l’una circa 35 milioni di Euro).
Immagini sulla tv di Damasco e su Youtube mostrano aerei da caccia distrutti sui piazzali dell’aeroporto di Sharyat e danni alle infrastrutture. Danni minori come si è trattato, per l’amministrazione Usa, una incursione minore. Un ammonimento.
La risposta siriana, come finora le dichiarazioni di tutti gli attori protagonisti e meno, scontata: La “lotta al terrorismo” andrà  avanti. Per Assad i terroristi sono i suoi oppositori: Sia i combattenti siriani che i gruppi radicali islamisti come al-Qaeda e Isis contro i quali sparano anche americani e russi.
Il clima, nella regione, è di apparente incertezza.
Di sicuro Trump ha avvertito Putin con largo anticipo dell’intenzione di colpire la base aerea siriana. E Putin si è limitato a protestare e incassare. Gli aerei russi e i loro piloti sono stati allontanati.
E a giudicare dal numero limitato delle vittime siriane, il preavviso arrivato a Putin deve aver dato alle forze armate di Assad nella zona tempo sufficiente per mettersi in salvo e non reagire.
Non risulta che le sofisticate batterie di missili terra-area russe forniti a Damasco nell’ultimo anno siano stati allertate o usate per fronteggiare l’incursione.
In Medio Oriente, come nel resto del mondo, Trump resta un’enigma. Capace di tutto e il contrario di tutto.
Ha agito, si chiedono in Israele come a Teheran, per dimostrare di essere, al contrario del suo predecessore Obama, in grado di decidere e agire rapidamente nelle questioni internazionali?
O ha sfruttato l’occasione offerta dalle immagini dei bambini soffocati dai gas per rispondere a chi lo accusa di aver ordito un complotto con Putin per poter vincere le presidenziali e, forse, per impostare un nuovo ordine mondiale?
“Nulla è cambiata nella politica americana nei confronti di Assad” ha sostenuto giovedì sera il segretario di Stato.
Lo sguardo ora è sui colloqui della prossima settimana a Mosca del capo della diplomazia Usa, Rex Tillerson. Una visita programmata da tempo che potrebbe riservare nuove sorprese.
La Siria, gas o no, è soltanto una pedina in un grande gioco di cui fanno parte il conflitto israelo-palestinese e l’antagonismo tra le varie anime dell’Islam.
Trump e Putin sembrano condividere la volontà  di risolvere almeno una parte di questi scontri e portare una certa stabilità  nella regione.
Un segnale in questa direzione è arrivata da Mosca dove a sorpresa e senza apparente motivo, il Cremlino ha fatto sapere che è pronta a riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale di Israele nel quadro di un accordo di pace.
Lascerebbe la parte Est ai palestinesi, cosa che all’attuale dirigenza israeliana è improponibile. Sembra che Washington e Mosca, con altri paesi della regione, stiano pensando a una conferenza internazionale per la prossima estate.
Non tutti gli attori grandi e piccoli lo vogliono e basterebbe poco per mandare all’aria tutti i buoni propositi.

(da “Huffingtonpost”)

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