Luglio 20th, 2019 Riccardo Fucile
C’E’ CHI DORME PER STRADA E CHI HA TROVATO RIFUGIO IN ALTRI EDIFICI OCCUPATI
Sharon abitava a via Cardinal Capranica 37, a Roma, da quando aveva 9 anni. Era il 2000 quando,
con sua madre, si è trasferita nell’occupazione dell’ex scuola media di Primavalle, sgomberata (dopo quasi 20 anni) con una imponente operazione il 15 luglio scorso. «Mia madre ci è morta, lì», racconta a Open. «Ora abbiamo fino al 26 luglio per andare a recuperare tutta la nostra roba. Non so neanche dove metterla: quella era casa mia e lì c’è tutta la mia vita. I ricordi della mia infanzia, quelli di mia madre che è morta. Quelli di mia figlia che ha solo 4 anni».
Al ritmo di otto nuclei famigliari al giorno, gli ex abitanti di Cardinal Capranica stanno provando a portare via le loro cose. «Eh, un po’ ci mettono: c’hanno tutta casa qui», ammette il vigile a presidio, mentre gira in tondo e scosta con le scarpe i resti — ancora tutti qui — degli incendi appiccate alle barricate degli abitanti, la mattina dello sgombero
Chi dorme per strada
«Per mio figlio ho preso solo i libri di scuola di quest’anno. Quelli degli scorsi anni, i quaderni, tutti i ricordi sono ancora dentro», dice una mamma. «Non so se riusciremo a recuperare tutto. E non so dove metterli. Affittiamo un furgone per il trasloco, e lo paghiamo a giornata. Tutti costi che non ci possiamo permettere». Dorme con la famiglia in macchina, sullo spiazzale di via Pietro Brembo, davanti alla via che era quella della loro casa fino a lunedì scorso.
Ogni sera, racconta Gigi, un altro occupante di origine rumena, «ci concentriamo qui a dormire. Saremo un centinaio… E stiamo tutti insieme».
Un po’ perchè non sanno dove andare, un po’ perchè hanno rifiutato le soluzioni abitative proposte dal Comune di Roma, un po’ perchè così si trovano pronti per il loro turno: per entrare, accompagnati dalla Sala Operativa Sociale, a recuperare i loro averi. Le «masserizie», dicono in gergo gli agenti. Sul piazzale, anche il camper della Sala Operativa Sociale del comune di Roma.
«Pensare che in tribunale ci hanno detto che tutti gli abitanti di via Capranica erano destinatari della casa popolare dal 2008 al 2011. E invece non abbiamo visto nulla. Io sono in lista dal 2006», dice Gigi. Sperano in una soluzione del Comune. Sperano in qualche novità . «Ma in realtà non crediamo a nulla e siamo stufi».
Le soluzioni del Campidoglio
Il Campidoglio ha fatto sapere che dopo lo sgombero, 145 persone (sulle 199 in quel momento presenti) hanno accettato le soluzioni proposte dall’amministrazione agli sgomberati. Numero che confermano fino a ieri sera. «A noi risultano cifre diverse», racconta Donatella. Era sul tetto, la mattina dello sgombero, e ci è rimasta fino alla fine. Lei non abitava lì, ma in un’altra occupazione poco distante, quella dell’ex clinica di Villa Fiorita. «Ero lì per dare una mano. Per essere vicina. Vedere quelle mamme e quei bambini così belli perdere tutto…».
Molte persone hanno sì accettato le soluzioni proposte dall’amministrazione capitolina — case famiglia per i nuclei famigliari, centro d’accoglienza per i single. «Ma poi, quando sono andati a vedere, in tanti sono scappati via». Hanno girato dei video: insetti tra le lenzuola, edifici fatiscenti, macchie e sporco. «Preferisco far dormire mio figlio di sei anni per strada», chiosa Gigi.
«C’è stata qualche criticità , su cui siamo intervenuti immediatamente», commentano dal Campidoglio. La sindaca, Virginia Raggi, si è recata in visita in una delle strutture mercoledì mattina e ha assicurato il massimo impegno, parlando di una situazione sotto controllo e di percorsi da fare con queste famiglie «per l’autonomia». È stato convocato un tavolo per gestire la situazione. tavolo che si aggiornerà nei prossimi giorni. Perchè la situazione è ancora aperta.
Chi si rifugia nelle altre occupazioni
«La mia famiglia vive a Primavalle dagli anni ’60», ricorda ancora Sharon. «Io sono ragazza madre: quello che mi hanno proposto era che io andassi a Casetta Mattei e mia figlia in casa famiglia. Pensare che dicevano che i nuclei famigliari non sarebbero stati divisi». Sharon racconta di aver rifiutato. «Troverò il modo, a costo di vendermi, di trovare una soluzione per mia figlia».
Nel frattempo è ospite, con la figlia di 4 anni, di un’altra occupazione, spiega.
A Villa Fiorita, per esempio, «stiamo ospitando una trentina di persone che abitavano a via Cardinal Capranica», conferma Donatella. «Ma di giorno in giorno i numeri delle persone che scopriamo dormire per strada aumentano. Che dire: ci chiamano criminali, ma stiamo fungendo noi da stato sociale», sorride. E c’è anche qualcuno che racconta di non voler andare in altri edifici occupati: per non rivivere la minaccia di uno sgombero.
A Villa Fiorita non sanno se la loro occupazione è o meno nelle priorità del piano sgomberi di Viminale e Prefe
«C’è infatti una sentenza europea che ha confermato che il proprietario deve tornare in possesso dell’immobile, ed è stata anche comminata una sanzione all’Italia per la mancata restituzione alla proprietà ». Ma «il nostro scopo non è tenerci l’immobile di qualcuno. Chi occupa non è che vuole rimanere in quel posto a tutti i costi. Noi chiediamo le case: siamo aventi diritto e ci devono sistemare nelle case popolari».
Alcuni ex abitanti di via Cardinal Capranica sono andati a finire anche in un’altra occupazione, quella di Battistini. Lo conferma Vincenzo, 60 anni, che qui vive da sei anni. «Ci hanno proposto una stanza, noi siamo in quattro. Che deve fare ia figlia di 17 anni, cambiarsi di fronte a suo fratello di 23?», dice Lamia. Era tra le più accorate, durante lo sgombero: testarda con la sua sedia a rotelle, del perdere casa non se ne faceva una ragione. Con la famiglia ha dormito per strada. Ora sono ospiti dell’occupazione di via Battistini.
«E poi la proposta dei centri di accoglienza… Ma mica sono appena stata pescata a Lampedusa, io. Sono quasi 29 anni che sono in Italia. I miei figli sono italiani», dice. «Che vogliono fare, mettere 10mila persone in mezzo alla strada? Ma questa è istigazione a delinquere», chiosa Vincenzo. «Pensano che rimarranno tutti onesti, mentre lottano per campare?».
(da Fanpage)
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Luglio 20th, 2019 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ DELLA TUSCIA: “DIVARIO DEL 17,5% TRA REDDITI DICHIARATI E CONSUMI EFFETTUATI” (SOLO PER LE PERSONE FISICHE)
C’è un fiume sotterraneo che scorre sotto l’economia registrata e monitorata dagli indicatori tradizionali e vale circa 119 miliardi di euro. E’ la stima elaborata da uno studio del Dipartimento Economia impresa e società dell’università della Tuscia sulla cosidetta economia sommersa, che ha esaminato i dati delle ultime dichiarazioni dei redditi, relative al 2017, confrontandoli con i consumi delle famiglie nello stesso anno.
Esiste, rileva l’indagine, un divario del 17,5% tra il reddito disponibile degli italiani ed i loro consumi.
In pratica il valore del sommerso Irpef è 5 volte superiore ai 23 miliardi che servono per evitare gli aumenti Iva.
In sostanza, spiega lo studio, pur ipotizzando che non sia stato risparmiato nulla da nessuno in Italia nel 2017, si sono spesi 118,8 miliardi in più di quanto è stato dichiarato (e che al massimo poteva essere speso).
La ricerca non considera l’intera casistica delle società di capitali (che non distribuiscono utili ai soci persone fisiche) nè l’Iva, quindi il divario individuato attiene solo il mondo delle persone fisiche
Guardando alle singole Regioni, al primo posto la percentuale di divario più alta si registra in Campania (29,02%), segue la Calabria (26,77%) e la Sicilia (26,51%); la percentuale più bassa è invece rilevata nelle Marche (1,17%)
Considerando il biennio 2016/2017, il sommerso vale circa 217 miliardi, ed è sempre la Campania al primo posto con la percentuale più alta (24,97%), seguita da Lazio (22,59%) e Molise (22,56%); la percentuale più bassa è invece nelle Marche in cui è negativa (-0,22%): la spesa media complessiva è cioè inferiore al reddito disponibile
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2019 Riccardo Fucile
IL RICORDO DI GRECO E DEGLI ALTRI PROTAGONISTI DI MANI PULITE
Con la morte di Francesco Saverio Borrelli se ne va il secondo protagonista del pool di Mani Pulite
dopo che, il 30 marzo 2014, era mancato a 83 anni l’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio.
A uno a uno, stanno arrivando i ricordi dei superstiti del pool, a cominciare da quello di Francesco Greco, a capo della procura di Milano e considerato l’allievo dell’ex magistrato che guidò la squadra di Mani Pulite.
“Francesco Saverio Borrelli era un capo che sapeva proteggere i suoi uomini, una persona che ha fatto la storia d’Italia”, ha detto Greco all’Adnkronos. “Spero di poter organizzare per lunedì la camera ardente in Tribunale a Milano”. ”È stato un grande magistrato che ha fatto la storia di questo Paese”, ha aggiunto all’Ansa.
Commosso anche il ricordo dell’ex magistrato Gherardo Colombo: “Ho appreso la notizia della morte dell’amico – perchè era un amico, Saverio – e ovviamente è una notizia che mi addolora molto. Abbiamo passato tanti anni lavorando gomito a gomito, era una persona eccezionale”, ha commentato all’Adnkronos.
Sono tre i componenti di quella squadra che esercitano ancora la professione di magistrato: l’attuale procuratore capo di Milano Francesco Greco, 68 anni, che, all’atto dell’insediamento, nel 2016, abbracciò Borrelli ringraziandolo per essere stato il suo mentore; Ilda Boccassini, di un anno più anziana, prossima alla pensione prevista a dicembre; Paolo Ielo, 58 anni, procuratore aggiunto a Roma
Piercamillo Davigo, 68 anni, è nell’organico della Cassazione e consigliere togato del Csm con la sua corrente Autonomia e Indipendenza.
Colombo, 73 anni, ha lasciato la magistratura nel 2007 a soli 60 anni, per dedicarsi tra le altre cose a un’assidua attività di prevenzione della corruzione nelle scuole, convinto dell’inutilità del carcere in una prospettiva di cambiamento del Paese. “Sono molto addolorato per la notizia. Francesco era un uomo raro, molto raro”, ha dichiarato all’Ansa.
Anche Antonio Di Pietro, 69 anni, forse il volto più popolare del Pool, aveva appeso la toga ‘prematuramente’ con le dimissioni date nel 1994. In seguito si è dedicato alla politica col suo movimento ‘Italia dei valori’ fino a diventare ministro dei Lavori Pubblici nel governo guidato da Romano Prodi. Un’esperienza durata solo sei mesi perchè si dimise dopo aver ricevuto un avviso di garanzia nell’ambito di un’indagine da cui poi uscì scagionato. Si ripresenterà in un’aula del Palazzo di Giustizia di Milano a settembre, nelle vesti di avvocato di alcuni giornalisti del ‘Sole 24 Ore’ che chiedono di costituirsi parte civile nell’udienza preliminare con al centro presunte irregolarità nei bilanci del quotidiano economico.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 20th, 2019 Riccardo Fucile
A CAPO DELLA PROCURA DI MILANO PER 11 ANNI, DIVENNE IL SIMBOLO DELLA STAGIONE DI MANI PULITE
Francesco Saverio Borrelli è morto nell’Istituto tumori di Milano. Aveva 89 anni. Da alcune settimane era ricoverato nella stanza numero 3 dell’Hospice Virgilio Floriani, al secondo piano. Nell’autunno scorso i medici gli avevano diagnosticato un tumore al cervello ed era stato operato all’ospedale San Raffaele. Con lui, sempre e fino all’ultimo, i famigliari: la moglie Maura Laura Pini Prato e la sorella, la figlia Federica e il figlio Andrea, pure magistrato, i nipoti Francesco, Teresa e Sofia.
La notizia del ricovero dell’ex capo della Procura milanese, fino al 2002 procuratore generale della Corte d’appello, si era sparsa da tempo e non solo nell’ambiente giudiziario. Decine, negli ultimi giorni, i colleghi di ieri e di oggi, gli avvocati, il personale delle cancellerie e gli agenti delle forze dell’ordine che hanno voluto passare a salutare quello che per tutti resta il capo del pool di Mani Pulite, una figura di magistrato il cui significato ha ampiamente superato la funzione giudiziaria.
Centinaia però anche le persone comuni e gli amici che, saputo della sua degenza, si sono affacciate con discrezione alla porta della sua stanza per dirgli semplicemente “grazie” e abbracciare i famigliari.
Da un paio di settimane Borrelli aveva infine perso conoscenza. Il suo profilo si era fatto affilato, sotto il lenzuolo e dentro la tunica bianca giaceva un fisico magrissimo. Teneva gli occhi socchiusi e non muoveva più la parte sinistra del corpo. La moglie e i figli non hanno smesso di tenergli la mano e di sorridergli, di chiedergli se riuscisse ancora a sentire la loro voce. A chi lo andava a trovare confermavano, con dolore ma senza smarrire la serenità , che la speranza di una reazione però era finita.
“E’ forte – dicevano nelle ultime ore – ma questa volta non ce la fa”.
Giudice e magistrato per 44 anni, Francesco Saverio Borrelli era nato a Napoli il 12 aprile 1930. Anche il padre Manlio e il nonno avevano indossato la toga e così aveva scelto di proseguire la tradizione di famiglia. Si era laureato in giurisprudenza a Firenze a 22 anni, allievo di colui che sarebbe poi diventato presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, con una tesi su Pietro Calamandrei dal titolo “Sentimento e sentenza”.
Si era poi subito trasferito a Milano, assumendo il ruolo di pubblico ministero nel 1955. Nel 1983 il passaggio da Pm e magistrato, con la nomina a procuratore aggiunto presso il Tribunale.
Alla guida della Procura milanese, esercitata poi per undici anni fino al 1999, era stato chiamato nel 1988. Mai avrebbe immaginato, come lui stesso ha più volte ricordato, che quattro anni dopo si sarebbe aperta una delle più decisive stagioni di inchieste sulla corruzione e sui rapporti illeciti politica-affari della storia italiana. Mani Pulite, con l’inchiesta sulla famosa mazzetta incassata da Mario Chiesa al Pio Albergo Trivulzio, scoppiò nel febbraio del 1992.
Borrelli si rese conto subito della pervasività della corruzione degenerata in sistema nazionale e assieme a Gerardo D’Ambrosio, per affrontare Tangentopoli, formò il famoso pool con Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Ilda Boccassini.
Se Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono i simboli della lotta contro le mafie, Francesco Saverio Borrelli è l’icona di quella contro la corruzione, di una figura di procuratore capo quale garante non dei poteri, ma dei diritti.
Nella storia italiana, anche quando si parla di Borrelli, esiste un prima e c’è un dopo. Sua la firma sotto il primo avviso di garanzia a Bettino Craxi, o sotto il mandato di comparizione del 1994 a Roma per Silvio Berlusconi, impegnato al G7 di Napoli. Nessuno dimentica il suo appello alla classe politica prima della campagna elettorale del 1993: “Se hanno scheletri nell’armadio li tirino fuori, prima che li troviamo noi. Si candidi solo chi ha le mani pulite”.
Storico il suo “Resistere, resistere, resistere come sulla linea del Piave”, in occasione dell’ultimo discorso inaugurale dell’anno giudiziario nelle vesti di procuratore generale della Corte d’Appello, nel 2002, contro le riforme del governo Berlusconi, impegnato a ridimensionare l’indipendenza della magistratura.
Dopo la pensione, nell’aprile dello stesso anno, Guido Rossi nel 2006 lo aveva voluto alla guida dell’ufficio indagini della Figc, la Federazione italiana gioco calcio, pure alle prese con gli scandali di Calciopoli.
Ritiratosi e vita privata un anno dopo, Francesco Saverio Borrelli aveva finalmente potuto dedicarsi alle sue grandi passioni: la famiglia, il pianoforte, la musica di Wagner, i suoi amati cavalli.
“Nessun cambiamento deve suscitare scandalo – disse nel pieno della “questione morale” – purchè sia assistito dalla razionalità e purchè il diritto, inteso come categoria del pensiero e dell’azione, non subisca sopraffazione dagli interessi”.
L’ultima lezione, inascoltata.
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2019 Riccardo Fucile
ARBORE E LAURITO: “HA LASCIATO UN’ITALIA CATTIVA, CI RTROVEREMO A NAPOLI IN UN’ALTRA VITA”
Il feretro bianco arriva alle 10.50 tra gli applausi di migliaia di persone in attesa all’esterno della
chiesa, già gremita alle prime ore del mattino. La bara passa tra due ali di gente che scatta foto con gli smartphone. Il rito è celebrato da padre Giovanni Paolo Bianco davanti ai cittadini che hanno voluto rendere omaggio all’ingegnere filosofo che ha saputo interpretare l’animo partenopeo: “Ha dato onore alla città , sapeva parlare alla gente. Napoli perde un grande uomo, un uomo d’amore”. Le persone che non sono riuscite a entrare in chiesa ripetono le sue battute nel cortile esterno.
“Il mare nei suo occhi e il Vesuvio nel suo cuore” dice padre Bianco sull’altare.
Nella navata tre minuti di applausi. “Figlio di questa terra – aggiunge il parroco – Luciano De Crescenzo ha sempre sottolineato il suo essere napoletano. Pensava e lasciava pensare. Filosofo, ha saputo tradurre in linguaggio semplice i grandi pensatori e si è definito uomo d’amore, ha definito i napoletani un popolo d’amore. Faceva parte di una tv dove non si gridava, ed è bello consegnare il suo insegnamento a tanti giovani che oggi sono dietro una tastiera e perdono la bellezza dell’incontro”.
Padre Bianco poi legge alcuni versi di “Era de maggio”: “Napoli ha perso un grande figlio”.
In chiesa gli amici di una vita, quelli che ieri si sono recati alla camera ardente allestita in Campidoglio. Marisa Laurito e il sociologo Domenico De Masi, E Renzo Arbore, legato a De Crescenzo da un’amicizia fraterna.
La zona presidiata dalle forze dell’ordine, presente il presidente della Regione Vincenzo De Luca, mentre l’assessore alla Cultura Nino Daniele è stato delegato dal sindaco de Magistris, che si trova a Palermo per la commemorazione di Borsellino. Il Comune ha dichiarato il lutto cittadino, bandiere a mezz’asta.
“Vogliamo dedicare subito una strada della città a De Crescenzo, vico Belledonne perchè lui pensava che dobbiamo ricordarlo con un sorriso e quando c’è un sorriso c’è ancora speranza per il mondo” ha detto l’assessore Daniele scatenando un lungo applauso.
La figlia Paola: “Era un desiderio di papà , ringrazio la città “.
Arbore e Laurito hanno difficoltà a parlare per la commozione, l’attrice e la figlia cercano di sistemare sul feretro corone di fiori e una sciarpa del Napoli donata da un tifoso.
Appassionati i ricordi degli amici sull’altare. “Luciano tocca a me – urla Arbore quasi in lacrime – il regalo più bello è l’applauso della tua Napoli, non so come ricambiare. Penso a quello che vorresti sentirti dire, ma come faccio a sintetizzare la tua vita? Primo in tutto: nell’ingegneria, nello sport, nella filosofia. Non ti posso sintetizzare, posso dire solo alcune cose: la Napoli che hai cantato non è quella del passato, della nostalgia. Napoli ha avuto tante stagioni che ci hanno fatto soffrire: il terremoto, la bambina morta a Forcella, le disgrazie. Ma questa è la Napoli di sempre che sotterrerà tutti noi, la Napoli della bellezza, della cultura, del sole, della sensibilità , dell’amore per il pubblico. La Napoli che sopravvive agli intellettuali che non ti volevano bene. Ti sei vendicato Luciano, scusa se faccio il tuo avvocato”.
E ancora: “Rubavo le tue battute, sei stato un uomo d’amore. Generoso di cuore, meno di portafoglio – sorride – per farti brillare gli occhi bisognava dirti “ti portiamo a Napoli” ma non ti volevamo portare qui da morto. Adesso un regalo: per te il tuo popolo si scambia un segno d’amore”. Strette di mano e abbracci tra i presenti.
Marisa Laurito legge la prefazione di un libro del filosofo, “Panta rei”.
Le pagine ripercorrono velocemente – attraverso i ricordi – la vita di De Crescenzo, la lettura commuove: dalle dimissioni all’Ibm agli amori, dalla figlia agli amici, dai premi ai primi mali.
“Non cambierà mai l’amore che ti vogliamo – dice con voce rotta dal pianto Laurito – hai illuminato la mia vita con l’intelligenza, la cultura, e io ricorderò sempre i tuoi dolcissimi occhi. Se ci sarà una resurrezione, la prossima vita voglio nascere e vivere con te a Napoli, Luciano”.
Il sociologo Domenico De Masi: “Ci ha lasciato l’importanza delle radici, il messaggio dell’allegria – patrimonio dei napoletani – e il messaggio della convivialità . E’ stato sempre “il gruppo”, mai solo. Questi suoi amici carissimi, Renzo e Marisa, gli hanno cantato tutte le canzoni napoletane fino all’ultimo istante e forse , se ci pensate, ognuno di noi vorrebbe morire così. Luciano amava due poesie. La prima di Eduardo, del 1948, dolcissima: “Io vuless truvà pace”, ve la leggo io. La seconda Marisa”.
La seconda poesia dedicata dalla Laurito a De Crescenzo in vita. Gli amici del filosofo – Laurito, Benedetto Casillo, Marina Confalone e De Masi – leggono insieme i versi sull’altare. Glejeses prende la parola: “Voglio ricordare le parole di Luciano: ‘A forza di levare il trucco da Napoli, di dimenticarsi di mandolino, pizza, sole e mare, le stanno togliendo la pelle’ diceva. Noi, Luciano, quel trucco non ce lo toglieremo. E voglio dirvi una cosa: quando girammo la famosa scena del camorrista con Nunzio Gallo, voi non lo sapete, ma per quella scena Luciano fu minacciato dalla camorra. Non l’ha mai detto”.
Poi Vincenzo De Luca: “Ho visto migliaia di persone semplici venendo qui. De Crescenzo sembrava l’uomo di un mondo scomparso, oggi invece ci siamo resi conto che quella immagine gentile, semplice, persino debole, era una grande presenza che ci illuminava”. Il presidente della Regione ricorda il dialogo cinematografico del professor Bellavista con il dirigente milanese e il discorso al camorrista in “Così parlò Bellavista”: “‘I problemi non possono diventare un alibi’ diceva nel film De Crescenzo – sottolinea De Luca – perchè se ci diamo alibi pregiudichiamo il futuro dei nostri figli e rendiamo impossibile la vita nei nostri territori. Un messaggio di rigore dato con gentilezza. De Crescenzo è stato un maestro vero, un filosofo – conclude il governatore – ha lasciato una grande lezione. La grandezza è sempre legata all’umanità e alla semplicità “.
All’uscita del feretro un lunghissimo applauso. “Luciano, Luciano, Luciano” grida la folla che lo accompagna e cerca di toccare la bara all’esterno della basilica. Un corteo spontaneo di cittadini segue l’auto che si allontana tra gli applausi. E alcune donne intonano “Era de maggio”.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
LA LIBIA NON E’ UN PORTO SICURO, CHI HA DATO L’ORDINE HA VIOLATO LA LEGGE… DOPO LA TESTIMONIANZA DI CAROLA E I DOCUMENTI PRODOTTI SI APRE UN NUOVO FILONE
Per Carola nessuna espulsione (e oggi ha lasciato l’Italia da persona libera), mentre dichiarazioni e nuove prove rischiano di mettere nei guai chi ha dato l’ordine a Sea Watch di riportare i migranti in Libia: «Quasi un’istigazione a commettere una violazione contro il diritto internazionale», si lascia volutamente sfuggire un investigatore.
Quattro ore di interrogatorio per Carola Rackete sono bastate ai magistrati di Agrigento per ottenere la conferma che l’inchiesta non può circoscriversi solo a Sea Watch.
«Si è trattato di un incontro sereno al quale seguiranno tutte le valutazioni del caso», dicono fonti della procura.
E le valutazioni, a quanto si apprende, non riguardano solo le eventuali irregolarità nel salvataggio dei migranti (ipotesi che pare stia sfumando), ma il comportamento delle autorità italiane che dietro ordini politici hanno insistito perchè i naufraghi venissero respinti verso la Libia, «pur sapendo che Tripoli, come sembrano dimostrare le dichiarazioni del governo italiano e atti ufficiali degli organismi internazionali da tempo noti alle autorità di Roma, non era e non è un porto sicuro», spiega una fonte.
Carola Rackete ha risposto a tutte le domande del procuratore aggiunto Salvatore Vella e dei pm Cecilia Baravelli e Alessandra Russo.
I pm, adesso esamineranno il verbale dell’audizione e la documentazione prodotta durante l’interrogatorio dai difensori della “capitana”, gli avvocati Leonardo Marino e Alessandro Gamberini.
Nel corso del faccia a faccia con i magistrati, Carola ha ribadito che «il salvataggio in mare è avvenuto con tutte le caratteristiche della regolarità ». A supporto di questa ricostruzione ha spiegato punto per punto ogni annotazione riportata sul registro di bordo. I magistrati hanno già avuto modo di incrociare i contenuti del “diario della capitana” con quanto è stato acquisito presso la centrale di coordinamento dei soccorsi di Roma. «Noi avvocati abbiamo prodotto tutto», spiegano Gamberini e Marino, lasciando intendere di avere consegnato spontaneamente altre prove a conferma di quanto dichiarato da Rackete.
Il fascicolo si arricchisce di nuovi materiali.
A quanto trapela, la richiesta di portare i migranti in Libia, ordine reiterato via radio e via mail su precisa indicazione del ministero dell’Interno, si aggiunge ad altri episodi ricostruiti in questi mesi dalla procura e che mettono nel mirino proprio il Viminale e il ministero delle Infrastrutture.
Incrociando i rilievi svolti durante precedenti sbarchi (da Sea Watch a Mediterranea) emerge una modalità operativa a tratti incoerente: il coordinamento della Guardia costiera libica, infatti, non è svolto in autonomia da Tripoli ma spesso appare sotto la regia di Roma
La lista degli indagati potrebbe allargarsi, e presto potrebbero essere sentiti funzionari di vertice dei ministeri coinvolti
Intanto i relatori speciali delle Nazioni Unite in materia di diritti umani hanno espresso «grave preoccupazione» per il procedimento contro Rackete.
«Dichiarazioni pubbliche e attacchi personali da parte di personaggi politici di alto rango sono – si legge in una nota — una grave interferenza nell’autonomia dei singoli giudici, e possono avere l’effetto di ostacolare l’autorità del potere giudiziario come un ramo autonomo del potere dello Stato».
Perciò il gruppo di esperti esorta «le autorità italiane a porre immediatamente fine alla criminalizzazione delle operazioni di ricerca e soccorso. Salvare migranti in pericolo in mare non è un crimine».
(da “Avvenire”)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
MENTRE LA MERKEL AFFONDA: “L’ITALIA DEVE CHIARIRE SULLA VICENDA RAPPORTI LEGA-RUSSIA”
“Un chiarimento tocca all’Italia. Penso che il Parlamento italiano o altri chiederanno chiarezza
sulla vicenda”. Stavolta è Angela Merkel ad affondare il colpo sulla storia dei fondi russi che, secondo inchieste giudiziarie, la Lega avrebbe cercato a Mosca.
L’affare Savoini prende sempre più una piega europea.
Anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, parlando con diversi quotidiani europei a Berlino, punta i riflettori sulla Russia che “viola le leggi internazionali” e che dunque ‘merita’ le sanzioni decise dall’occidente.
Lontani dalla Russia e da chi ci fa affari: dalla Germania arriva un segnale deciso.
E il Parlamento europeo si prepara ad istituire una commissione d’inchiesta sui presunti finanziamenti di Putin alle forze politiche sovraniste in Europa: c’è la Lega, ma anche il Rassemblement National di Marine Le Pen e gli austriaci dell’Fpo di Heinz Christian Strache. Appuntamento a settembre a Strasburgo.
Ieri nella conferenza dei presidenti all’Europarlamento, la capogruppo dei socialisti Iratxe Garcia Perez ha presentato ufficialmente la proposta di chiedere una commissione di inchiesta sui finanziamenti e sui sostegni che sarebbero arrivati dalla Russia ai partiti di estrema destra francese, italiana e austriaca.
“I rapporti politici e finanziari tra la Russia e alcuni dei partiti sovranisti euopei e più in generale con le frange più oltranziste dell’estrema destra offrono profili di ambiguità che non solo in Italia preoccupano — dice Franco Roberti, ex magistrato anti-mafia, neoeletto eurodeputato Dem — Per questo chiederemo l’istituzione di una commissione d’inchiesta”.
Appuntamento dunque alla prima plenaria a Strasburgo dopo la pausa estiva, a settembre. La storia dei fondi russi è l’arma con cui la maggioranza europeista punta a mettere all’angolo i sovranisti euroscettici.
Non solo Le Pen e l’Fpo, che sono all’opposizione nei loro rispettivi paesi. Ma anche e soprattutto Salvini che è azionista di maggioranza del governo italiano.
Ora nell’isolamento c’è Salvini e il suo gruppo sovranista, non i paesi di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) che comunque hanno legami forti con la Germania, vengono ‘tollerati’ e ‘controllati’ dalla macchina europea, non sono mai stati considerati nel ‘cordone sanitario’ anti-sovranista predisposto a Bruxelles dagli europeisti. Il metodo della Russia, sostiene Merkel, “solleva questioni. Il fatto che i partiti populisti in Europa ricevano il sostegno della Russia è motivo di preoccupazione”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
DOPO TANTO CASINO, SALVINI ORA SE LA PRENDE CON TONINELLI E TRENTA
Non si parla più di crisi, di salita al Colle, di scioglimento anticipato della Camere. Tutto rinviato. Forse.
In un attimo, la “crisi” viene declassata a rimpasto, ritocco. Un intervento chirurgico sull’esecutivo che avrebbe come unico scopo, quello di far ripartire la macchina di palazzo Chigi. Eppure la Lega continua a rumoreggiare.
I toni si sono abbassati, è vero, ma lo stato d’animo di via Bellerio resta immutato. Sono ancora infuriati, risentiti, a tratti anche delusi, perchè sotto sotto ci avevano sperato. “Basta, non vogliamo più governare con quelli lì”, insistono.
Fatto sta che il giorno dopo lo scontro più duro con tanto di crisi sbandierata ai quattro venti, Matteo Salvini prova a staccare la spina, ma non troppo.
Trascorre la giornata con i figli ma non incontra Luigi Di Maio per l’ormai famoso chiarimento. A meno di un colpo di scena, i due si vedranno non prima di lunedì. Non è dato sapere, giorno e luogo. Filtra pochissimo dalla war room di Salvini.
Tutto resta top secret: l’agenda del weekend, la tabella di marcia della prossima settimana. Tuttavia, nel giorno in cui fa il papà , trova il tempo di sferrare un attacco al vetriolo a due ministri di rito grillino. Ricomincia insomma lo stop and go che parrebbe essere la strategia preferita del ministro dell’Interno.
Scoccano le 12 quando il Capitano della Lega scolpisce un invettiva contro Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta. “C’è — avverte – un evidente e totale blocco sulle proposte, iniziative, opere, infrastrutture da parte alcuni ministri 5Stelle che fa male all’Italia”.
E ancora: “Sono inaccettabili i No e i blocchi quotidiani di opere e riforme da parte dei 5Stelle. Ieri Toninelli (con centinaia di cantieri fermi) che blocca la Gronda di Genova, che toglierebbe migliaia di auto e di tir dalle strade genovesi; oggi il ministro Trenta che propone di mettere in mare altre navi della Marina, rischiando di attrarre nuove partenze e affari per gli scafisti”.
La postilla di questo attacco rimanda alla parola rimpasto. Un rito da Prima Repubblica che entrambe le forze politiche non osano nemmeno scandire, pronunciare, perchè non appartiene al vocabolario di chi ha fatto della protesta il core business.
In Transatlantico si diffonde la voce che lo step successivo alla ritrovata pace sia un ritocco ad alcune caselle dell’esecutivo gialloverde. I bookmaker del palazzo quotano Nicola Molteni e Raffaele Volpi al posto di Toninelli e Trenta che sono le due figure mai state digerite dal Carroccio.
Nel frattempo, però, il premier Giuseppe Conte – oltre a dichiarare sibillino “che non vivacchia, ma lavora”, prende la difesa di Toninelli e Trenta.
“Un affronto”, accusa un leghista di peso. Non a caso lo spin della casa leghista è quello di sferzare il duo Toninelli-Trenta. Scendono in campo i due capigruppo a Montecitorio e palazzo Madama. Il primo, Riccardo Molinari, prende di mira Toninelli per colpire, anche, l’inquilino di palazzo Chigi: “Con il ‘no’ alla Gronda, la misura è davvero colma. Toninelli è il ministro del ‘no’ ed è incomprensibile che il premier Conte prenda le sue parti quando sa bene che il Paese ha bisogno di ripartire e non di essere bloccato per paura di sbagliare”. Mentre il secondo, Massimiliano Romeo, non solo si dice “esterrefatto” dalla presa di posizione di Conte perchè “l’azione di governo è innegabilmente frenata da incomprensibili no e continui pareri ostativi”. Ma, accusa la ministra della Difesa di aver siglato un accordo segreto con Ursula Von der Leyen, “per condizionare il voto degli europarlamentari M5S per la presidenza della Commissione Europea”.
Botte da orbi anche nel giorno della non-crisi. Di più: sull’autonomia differenziata finisce in un nulla di fatto. Ancora un altro vertice andato a vuoto, accusano i leghisti. “Ci sentiamo presi in giro. La misura è colma”, taglia corto il governatore del Veneto, Luca Zaia.
Stessi toni da parte del presidente della Lombardia, Attilio Fontana: “Abbiamo perso un anno in chiacchiere. Aspettiamo di vedere il testo definitivo ma, se le premesse sono queste, da parte mia non ci sarà alcuna disponibilità a sottoscrivere l’intesa”.
Ecco perchè anche se la crisi appare lontana, i leghisti non hanno smesso di rumoreggiare. Vogliono vedere i fatti, non le parole. D’altronde, chiosa un alto dirigente del Carroccio, “il rimpasto è solo un palliativo che porta più in là la caduta del governo. Al massimo fra un paio di mesi il giocattolo si romperà ”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
LA LEGA PUNTA A DIFESA E INFRASTRUTTURE, IL M5S ATTACCA SU AGRICOLTURA E SCUOLA
“Ah ecco, lo vedi dove voleva andare a parare. Ma allora abbiamo anche noi le nostre richieste”.
Matteo Salvini ha appena tirato una bordata a Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli in risposta alla mano tesa di Luigi Di Maio, che gli ha proposto un incontro distensivo.
“Il problema non è lui, sono alcuni ministri che dicono sempre no”, le parole del capo del Carroccio. Frana il castello di carta della crisi sventolata in faccia agli alleati, e torna prepotentemente di moda la parola rimpasto
Per i 5 stelle — che pur nelle ultime 48 ore hanno tremato non poco — il punto di caduta è evidente. Gli strascichi della “fantasmagorica” (cit. fonte molto vicina a Giuseppe Conte) giornata di ieri hanno eco per tutto il giorno. Il premier dopo un breve vertice sulle autonomie scende in sala stampa e difende l’operato della sua squadra, “come è normale che sia”, spiegano fonti di Palazzo Chigi. Con una mossa coordinata i capigruppo della Lega di Camera e Senato. Riccardo Molinari e Maurizio Romeo, escono definendosi “esterrefatti” dalle parole del capo del governo. Suscitando il suo sconcerto: “È ovvio che io difenda i ministri, nessuno escluso. Lo avrei fatto anche a ruoli invertiti”.
La mossa è chiara: passare all’incasso prima dell’estate, monetizzare il successo delle europee e rafforzarsi mentre il vento del Russiagate in camicia verde continua a soffiare forte. Conte è stato sempre chiaro con il suo vice: la disponibilità a sedersi intorno a un tavolo c’è, ma il ministro dell’Interno deve bussare alla porta di Palazzo Chigi e parlarne a quattr’occhi con lui.
Che, mutatis mutandis, è anche la posizione del Movimento 5 stelle: “Se Salvini vuole un rimpasto — il ragionamento di Di Maio — ce lo chieda, ne discutiamo e lo chiudiamo in pochi giorni, non risponderemo più a questi attacchi sterili”.
Non è passato inosservato che il ministero delle Infrastrutture sia rimasto sguarnito di esponenti del Carroccio dopo il passo indietro di Siri e Rixi.
La convinzione della war room pentastellata è che sulla Trenta ci sia una sorta di scudo del Quirinale, che non vorrebbe Interno e Difesa entrambi in mani leghiste. Anche se gli spifferi di via Bellerio oggi hanno iniziato a virare: “Il problema è la gestione della Marina e del controllo del mare, trovino uno dei loro che sia d’accordo con il Viminale, perchè è lì che si dà la linea”.
Ma sono le Infrastrutture il colpo grosso cui punta Salvini, dopo mesi di braccio di ferro sul Tav e l’affaire Gronda delle ultime ore. Al di là delle dichiarazioni di facciata, i 5 stelli vedono quella casella come principale merce di scambio. E non solo per i dubbi sull’operato di Danilo Toninelli, ma anche e soprattutto perchè le materie di competenza del ministero sono causa di scontro continuo. E perchè la realpolitik ha messo di fronte M5s alla difficoltà di mantenere tante delle promesse fatte negli anni. Cedendolo, il discorso si potrebbe ribaltare.
Ma Di Maio e i suoi, se mai si dovesse aprire un tavolo di confronto, non vi arriveranno a mani vuote.
Sanno che la Lega metterà nel mazzo anche l’Ambiente (incedibile) e la Salute (trattabile). I riflettori si sono così accesi su Scuola e Ambiente, guidati dai leghisti Bussetti e Centinaio. “Tante lamentele che riceviamo ogni giorno su quei due dicasteri — commenta un colonnello grillino — anche dagli stessi leghisti”. La crisi mai aperta è già finita, la partita a scacchi è appena iniziata. L’ombrellone può attendere.
(da “Huffingtonpost“)
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