Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL DEGRADO E’ OVUNQUE, SOLO I VOLONTARI CERCANO DI RIDARE DIGNITA’ A PERSONE E LUOGHI… NON CI SONO PALESTRE NE’ CAMPI SPORTIVI IN GRADO DI FORNIRE MOMENTI DI AGGREGAZIONE PER I GIOVANI
Miseria e Nobiltà . È questo l’unico racconto possibile del Rione Sanità a 50 anni dalla morte di Totò, il suo cittadino più illustre? Forse.
Anche se di nobiltà se ne vede sempre meno e di miseria sempre di più agli angoli dei vicoli che precipitano da Capodimonte a piazza Dante, dove i contrabbandieri di sigarette, ultimo anello della catena del disagio sociale, hanno ricominciato a mescolarsi agli spacciatori di cocaina e di eroina.
«La crisi ha accelerato il processo di sudamericanizzazione della città », dice Ernesto Albanese, presidente de L’Altra Napoli Onlus, cooperativa sociale che ha l’obiettivo di valorizzare il talento dei giovani.
Di tirarli fuori dalla strada, allontanarli dalle piazze dello spaccio e magari di sostituire la droga con la musica, come succede dal 2008 con «Sanitansamble», orchestra ispirata all’esperienza del maestro venezuelano Josè Antonio Abreu.
Un violino ti salva la vita. Un ago e un kalashnikov te la tolgono. Non tanto difficile da capire. Eppure.
«A Napoli è scomparsa la classe dirigente. E quel poco che è rimasta è più diffidente che mai. La logica è quella di sempre: fottersene e tirare a campare».
Se a pronunciare queste parole fosse stato un forestiero sarebbe esplosa una polemica infinita, ma Albanese è uno dei comandanti dell’esercito del bene, un gruppo non enorme ma sempre più largo di persone, organizzate da don Antonio Loffredo, prete di strada e guida della Basilica di Santa Maria della Sanità , che si è messo in testa di ribaltare l’irribaltabile, di sfidare la criminalità comune e organizzata, la stupidità della burocrazia e l’inerzia delle istituzioni, e di riscrivere una storia che va avanti identica da secoli.
Lucida follia, che per trasformarsi in progetto efficace ha deciso di allearsi anche con la memoria di Antonio De Curtis, nato in via Santa Maria Antesaecula 109, il centro preciso della «guapperia» napoletana, e passato a miglior vita il 15 aprile del 1967. «Le celebrazioni per la sua scomparsa, che presenteremo domenica, saranno l’occasione per restituire al Rione un po’ dell’orgoglio di sè».
Il quartiere
Il Rione allora. Cinque chilometri quadrati con la densità abitativa di Macao, due scuole in tutto – una elementare e un istituto superiore con il secondo tasso di abbandono più alto d’Italia – nessuna banca, molti usurai, un teatro parrocchiale e zero cinema.
I bassi e i palazzi del Settecento. Un paradosso complicato piantato nel centro della città , eppure periferia estrema, isolata, complicata da raggiungere, evitata da vigili e polizia, presidiata inutilmente dall’esercito e abitata da sessantacinquemila persone senza una palestra o un campo da pallone degno di questo nome.
Camorra, baby gang, disoccupazione. «Dire che tutto questo non esiste, come tende a fare il sindaco De Magistris è becero negazionismo. E così non se ne esce. Abbiamo perduto occasioni enormi come il porto e Bagnoli e se la politica non interviene, prima con la repressione, poi con la riqualificazione urbanistica, non oso immaginare che cosa sarà di questa città tra dieci anni».
Sostiene lo storico Isaia Sales che a Napoli l’integrazione economica e culturale sia stata resa impossibile dalla presenza di un vastissimo sottoproletariato e da un altrettanto grave e duratura questione criminale «dovuta all’accettazione delle attività illegali come parte integrante dei suoi equilibri economici».
Ma la durezza di Albanese – che come vedremo non è rassegnazione – è giustificata dall’esperienza personale. Suo padre fu assassinato davanti al portone di casa nel 2005 da due balordi che gli rubarono i tremila euro appena ritirati in banca.
«Gli spezzarono il collo. Non dico che sia la normalità . Ma non è neppure un’eccezione». Per questo ha fondato l’Onlus, si è avvicinato a don Antonio ed è diventato socio della Fondazione di Comunità San Gennaro, che con i suoi tredici soci, a cominciare dalla cooperativa La Paranza che gestisce le Catacombe, guida le celebrazioni in memoria del Principe della Risata.
Le catacombe
«Faremo tre grandi concerti, molte iniziative e molti incontri in collaborazione con le autorità , ma soprattutto riqualificheremo largo Vita, piazzetta San Severo e il palazzo di Santa Maria Antesaecula. Le piazze devono tornare ad essere dei punti di ritrovo. Verdi. Accoglienti come se fossero dei salotti, perchè come sostiene don Antonio: con le pietre sanate si sanano i cuori», dice Marco Cappella, direttore della Fondazione.
Il potere della bellezza, che il Rione sembra avere dimenticato o che, peggio, non ha mai avuto. «La speranza è un pane raro. Ma qui adesso c’è. Il cambiamento è possibile». Viene voglia di credergli. Anche perchè parte di quel cambiamento è visibile a pochi metri da lui.
Vincenzo Porzio, ha 31 anni, ed è uno dei ragazzi de La Paranza, la cooperativa che ha portato i visitatori delle catacombe da 6 mila a 80 mila l’anno. «Le vuole vedere?». Un posto favoloso. Che sembra un set teatrale.
Gallerie di tufo alte sei metri, camminamenti e cubicoli che corrono tra le tombe. La città dei morti che parla con quella dei vivi. «Abbiamo completamente rifatto l’impianto di illuminazione. Ci siamo organizzati. Ci sono voluti tempo e pazienza. Ma i risultati sono arrivati. Prima i taxisti quando vedevano un turista gli dicevano: stai lontano dalla Sanità e dalle Catacombe, adesso gli consigliano di venire. Persone che poi scoprono il quartiere, le sue pizzerie, i suoi palazzi, che aiutano la nostra economia».
Un lavoro fatto dai privati. Che oggi vorrebbero una mano dal pubblico. «Ma l’impressione è che per ogni soluzione la burocrazia crei un problema», dice Vincenzo.
«Vede, la camorra è una cooperativa fondata sulla paura. Noi siamo una cooperativa fondata sulla fiducia. E ci ribelliamo all’idea che qualcuno continui a considerarci il bidone dell’immondizia di questo Paese. L’assistenzialismo non ci interessa. La collaborazione con le istituzioni sì. Perchè qui il rischio è che il patto sociale salti definitivamente», dice Pasquale Calemme presidente della Fondazione San Gennaro. «Cultura, capitale umano e innovazione. Queste sono le nostre linee guida. La sfiducia nelle istituzioni e la povertà ti spingono verso altre strade. C’è bisogno di un grande sforzo collettivo». Svuotano l’oceano con un secchiello? Può darsi. Però lo fanno. Lungo la strada che dall’ospedale in dismissione del Rione porta fino a via Toledo, un gruppo di ragazzini decenni dà fuoco a un bidone della spazzatura. Arriva una jeep dell’esercito. Esce un militare. Dice: che fate? Quelli ridono. Il più piccolo prende un cartone e lo butta nel fuoco. Se ne frega del soldato. La fiamma si allarga. I passanti ignorano la scena, forse condizionati da una scritta sul muro che dice: fatevi i cazzi vostri.
Due turisti inglesi entrano in una pizzeria. C’è la margherita miseria e nobiltà . Trequarti ricca – funghi, salsiccia, prosciutto – un quarto solo pomodoro.
Il menù è bilingue. Segno che un po’ di turismo arriva davvero.
Cala la notte. Una gigantesca foto di Totò che ingoia una forchettata di spaghetti occupa la parete di un bar.
Ha ragione il giornalista scrittore Pietro Treccagnoli: «Alla Sanità ci si ammala. Ci si ammala di Napoli. Della sua anima aristocratica e plebea».
Le macchine contromano, i ragazzi in tre in motorino, le grida – dimmi che è un pregiudizio, dai, invece no è così davvero – l’illegalità visibile che si fa normalità , abitudine, sistema fondato su regole interne al quartiere che nessun forestiero è in grado di intendere. Mancano molte cose. Ma manca soprattutto una visione politica vera.
«Cito Papa Paolo VI. La politica è la forma più alta di carità . Noi, anche qui, adesso, siamo la politica», dice don Antonio Loffredo.
Certo, l’ultima parola non è detta. E questi partigiani del bene la loro voce la fanno sentire forte. «C’è anche il Principe della Risata al nostro fianco, no?».
Ma in questo scontro eterno tra miseria e nobiltà , tra criminalità e speranza, i cattivi danno ancora l’impressione di essere in vantaggio.
Andrea Malaguti
(da “La Stampa”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL BACINO DI CAMPOTOSTO E’ COMPOSTO DA TRE DIGHE IN SEQUENZA
E ora c’è un altro incubo: le dighe. 
Dopo le scosse telluriche, sommate alle gran precipitazioni, a preoccuparsi è la Commissione Grandi Rischi della Protezione civile, che si è riunita venerdì sera.
«I recenti eventi – scrivono gli esperti italiani di sismologia e vulcanologia – hanno prodotto importanti episodi di fagliazione superficiale che ripropongono il problema della sicurezza delle infrastrutture critiche quali le grandi dighe».
Ecco, le grandi dighe. Da Nord a Sud, quelle che superano i 15 metri di altezza e contengono almeno 1 milione di metri cubi d’acqua, classificate di interesse nazionale, sono 541.
Ma le dighe sono sempre state un argomento poco sexy per la politica. Eppure si sa che sono vecchie e malandate, e che andrebbero quantomeno rinforzate.
Il rimedio, finora, è stato di svuotarle per metà (quelle dei privati, tipo Enel) o addirittura per due terzi (quelle dei consorzi pubblici). E peccato se ci si rimette in elettricità idroelettrica o in riserve idriche.
Il warning di venerdì della Commissione Grandi Rischi, però, non è arrivato del tutto inatteso sul tavolo del governo.
Il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, da un anno ha messo gli uffici al lavoro, quando si è reso conto che le dighe erano una bomba a orologeria.
Ad agosto ha ricevuto un primo rapporto. Il 1° dicembre, su quella base, il governo ha stanziato 294 milioni di euro per intervenire sulle 101 dighe più a rischio.
Ora però, dopo le scosse di terremoto sommate alle cosiddette “bombe di neve”, il rischio cresce.
Il primo bacino sotto osservazione è Campotosto, dove ci sono tre dighe in sequenza: Rio Fucino, Sella Pedicate e Poggio Cancelli. I controlli tranquillizzano, ma in questi giorni la Direzione generale Dighe del ministero ha affiancato l’Enel per nuovi rilievi ed è stato chiesto di esaminare il piano di emergenza della Regione Abruzzo.
L’invaso è 10 metri sotto il livello di regolazione, il volume della metà rispetto al massimo.
«I sistemi di monitoraggio e controllo installati – si legge in documenti interni al ministero delle Infrastrutture – hanno segnalato, per il rilevato di terra della diga di Poggio Cancelli, effetti strumentali delle scosse sismiche del 24/8 e 30/10 in termini di spostamenti verticali dei terreni di fondazione dell’ordine della decina di millimetri e analoghi a quelli osservati nel corso della sequenza sismica aquilana».
Per quanto riguarda la sequenza sismica attivata il 18 gennaio con 4 eventi di magnitudo superiore a 5, con l’epicentro proprio in questa area, l’Enel ha comunicato di avere «attivato i controlli straordinari previsti dalle vigenti disposizioni, senza rilevare sulla base delle prime verifiche danni alle dighe. I controlli sono tuttavia ancora in corso e resi parziali e difficoltosi dalle condizioni di innevamento, tanto da richiedere accessi anche in elicottero».
Ma non c’è solo l’Abruzzo. Ci sono altre dighe nel Lazio e nelle Marche che preoccupano, dipendenti queste dai Consorzi di bonifica.
L’associazione nazionale Anbi da qualche mese avverte di temere «le conseguenze sotterranee dei sommovimenti tellurici, che potrebbero avere attivato frane e faglie…». Preoccupa l’impianto idrovoro di Ripasottile, a Colli sul Velino, già danneggiato dal sisma umbro del ’98 e da quello dell’Aquila.
Nelle Marche, sono le dighe di Gerosa, San Ruffino, Cingoli, Rio Canale e Mercatale ad essere costantemente monitorate. «Nessuna anomalia è stata finora registrata».
francesco grignettiLa diga di Cingoli si porta dietro anche il dramma di un viadotto con gravi deficit strutturali che è chiuso dal 30 ottobre e solo nelle prossime settimane potrà essere riaperto dopo un intervento straordinario dell’Anas.
Francesco Grignetti
(da “La Stampa”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
INDIRIZZATA AL PREFETTO DI PESCARA IL GIORNO 18: “I CLIENTI NON POSSONO RIPARTIRE”… MA GLI SPAZZANEVE NON RIUSCIVANO AD ARRIVARE E LA TURBINA ERA A VENTI CHILOMETRI
Il 18 gennaio scorso, dopo il succedersi di scosse sismiche e di intense nevicate, l’amministratore unico dell’hotel Rigopiano, Bruno Di Tommaso, ha mandato una mail al Prefetto di Pescara, al presidente della Provincia, alla polizia provinciale e al sindaco di Farindola, segnalando che “la situazione” stava diventando “preoccupante” e chiedeva di “predisporre un intervento”.
“I clienti sono terrorizzati dalle scosse sismiche e hanno deciso di restare all’aperto”, scriveva il direttore, “non potendo ripartire a causa delle strade bloccate”.
Questo il testo completo del messaggio spedito via e-mail da Di Tommaso. “Vi comunichiamo che a causa degli ultimi eventi la situazione è diventata preoccupante. In contrada Rigopiano ci sono circa 2 metri di neve e nella nostra struttura al momento 12 camere occupate (oltre al personale). Il gasolio per alimentare il gruppo elettrogeno dovrebbe bastare fino a domani, data in cui ci auguriamo che il fornitore possa effettuare la consegna. I telefoni invece sono fuori servizio. I clienti sono terrorizzati dalle scosse sismiche e hanno deciso di restare all’aperto. Abbiamo cercato di fare il possibile per tranquillizzarli ma, non potendo ripartire a causa delle strade bloccate, sono disposti a trascorrere la notte in macchina. Con le pale e il nostro mezzo siamo riusciti a pulire il viale d’accesso, dal cancello fino alla SS42. Consapevoli delle difficoltà generali, chiediamo di predisporre un intervento al riguardo. Certi della vostra comprensione, restiamo in attesa di un cenno di riscontro”. Inoltre, alle ore 7,00 di mercoledì 18 gennaio la Provincia di Pescara era stata informata del fatto che per raggiungere l’hotel Rigopiano era necessaria una turbina. ”A Rigopiano non si va”, viene riferito da un dirigente nella Sala Operativa.
Gli spazzaneve erano al lavoro dalle 3,00 e si erano dovuti fermare ad un bivio che porta all’hotel.
A quel punto scatta la ricerca della turbina. All’una ne viene rintracciata nell’aquilano verso Rieti, ma sarebbero occorse ore per portarla nel pescarese.
Ma il mezzo che anche il presidente della Provincia Antonio Di Marco cercava disperatamente in quel giorno di terremoti e slavine, e che avrebbe potuto liberare la strada dell’hotel permettendo agli ospiti di salvarsi prima della valanga era là , vicinissimo.
A una ventina di chilometri dall’albergo. Per tutta la mattina e il pomeriggio del 18 gennaio ha viaggiato tra i comuni di Penne e Guardiagrele. Sarebbe bastato che qualcuno, dalla Prefettura, l’avesse deviato in tempo su Farindola.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE: “SE FACCIO UN ATTO ILLEGITTIMO, IL CULO E’ MIO”
Ieri è andato in scena il processo dei comitati cittadini al “semestre nero” di Chiara Appendino. 
Come nel resto d’Italia, infatti, molti dei sostenitori della candidatura della sindaca M5S si sono accorti che i grillini hanno promesso tanto in campagna elettorale ma adesso non sono in grado di mantenere le promesse.
Una vecchia, vecchissima storia della politica italiana dove per un voto si tende a scendere a patti con chiunque, salvo poi accorgersi che i patti non possono essere mantenuti.
Andrea Giambartolomei sul Fatto Quotidiano racconta com’è andata:
“Qui non si fa un processo a nessuno — premette Emilio Soave, esponente di Pro Natura, associazione ambientalista tra le promotrici dell’evento -. Qual è la svolta complessiva? Molte decisioni sono quelle della scorsa amministrazione, per cui questo è stato un ‘semestre nero’”.
Lui addita il via libera alla costruzione di centri commerciali e supermercati, a cui il M5s e Appendino volevano dare un taglio.
Un’altra promessa finora non rispettata è la moratoria agli sfratti: “Sia mo l’ultima ruota del carro”, dice Luciano del Comitato sull’emergenza abitativa.
Ricorda agli eletti alcuni interventi promessi come il censimento dell’edilizia pubblica per trovare alloggi sfitti e il riesame dei criteri per le case popolari.
Subito il vice Montanari, ritenuto dal Pd il “signor No”per la contrarietà ai grandi progetti, ammette: “Sì, è stato un ‘semestre nero’. Ci siamo accorti che le cose erano complicate, che al bilancio mancavano quasi trenta milioni dieuro di entrate”.
Così ha spiegato le ragioni dell’approvazione di alcuni progetti. Sull’emergenza casa le parole d ell ‘assessore alle Pari opportunità Marco Giusta non soddisfano la platea, e subito interviene la consigliera Deborah Montalbano, che vive in una casa popolare nel quartiere Vallette, a cui erano stati contestati problemi di affitti non pagati.
Spiega nel dettaglio ogni progetto portato avanti contro l’emergenza abitativa, ma sa che ai suoi concittadini quelle risposte non bastano.
Una serie di problematiche già conosciute, che però adesso esplodono come contraddizioni alla prova dei risultati. E che si sostanziano nella meravigliosa risposta del presidente del Consiglio Comunale Fabio Versaci a chi gli chiedeva di essere più forti: «Se faccio un atto illegittimo, il culo è il mio».
E infatti poco dopo di lei intervengono altri comitati, come i “Figli di Miccichè” (riferimento a Torino Miccichè, militante di Lotta continua che conduceva battaglie per il diritto alla casa nel quartiere Falchera).
Intervengono anche gli “Studenti indipendenti” che chiedono più residenze universitarie pubbliche al posto di quelle private.
Duro l’intervento del comitato per l’acqua pubblica: dalla scorsa estate contestano alla giunta Appendino di non aver trasformato Smat in un’azienda di diritto pubblico e di aver cercato di riempire i buchi di bilancio coi dividendi della società .
Ancora più duri e arrabbiati, però, sono gli animalisti contrari la riapertura dello zoo al parco Michelotti: il M5s si era opposto, ma il progetto è passato perchè c’è il rischio che il Comune debba pagare una penale da 70 milioni di euro per gli accordi presi dall’amministrazione di Piero Fassino.
“I consiglieri del M5s non hanno votato per riaprire lo zoo”, ha ricordato il presidente del consiglio comunale Fabio Versaci. Lui e il capogruppo Alberto Unia concordano su molte critiche ascoltate, ma respingono gli attacchi: “Spero sia l’inizio di una serie di incontri sui singoli temi”, dice il secondo.
E a chi chiede loro di forzare di più, il presidente Versaci risponde con franchezza: “Se faccio un atto illegittimo, il culo è il mio”.
Versaci infatti, che ha evidentemente il dono della sintesi, spiega perfettamente la contraddizione insita nel metodo di governo del M5S: prima di promettere bisognerebbe sapere se si è in grado, anche legalmente, di mantenere.
Il terrore di finire nei guai per danno erariale avrebbe infatti impedito di promettere, ad esempio, di fermare la riapertura dello zoo. Ma questo non avrebbe consentito di rimediare i voti di chi la voleva.
D’altro canto non si dovrebbe mai dimenticare che Grillo disse che per aprire l’inceneritore a Parma si sarebbe dovuti passare sopra il cadavere di Pizzarotti; il sindaco, invece, ha prima promesso che lo avrebbe fermato e poi ha “scoperto” che non poteva più fare nulla per farlo.
Quando la demagogia incontra la realtà , di solito finisce a piume e catrame.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
LA PROCURA ACQUISIRA’ LE DISCUSSIONI TRA “I QUATTRO AMICI AL BAR”: PROVEREBBE IL CONFLITTO DI INTERESSI
Valeria Pacelli sul Fatto Quotidiano torna sulla chat dei quattro amici al bar per raccontare che una serie di messaggi in cui si discute della posizione di Renato Marra, fratello di Raffaele nominato capo del dipartimento turismo del Comune verranno trascritti e acquisiti dalla procura di Roma nell’inchiesta sulle nomine in Campidoglio.
Il Fatto racconta cosa c’è nelle chat tra Marra, Raggi, Frongia e Romeo:
Al Gruppo Telegram al quale si fa riferimento partecipano oltre a Marra e Raggi, anche l’ex capo della segreteria della sindaca, Salvatore Romeo, el’ex vicesindaco Daniele Frongia.
Per lo più i quattro parlano di politica e questioni personali, quando non usano la chat per fissare appuntamenti. E poi qualche selfie, tipo quello in tuta che la Raggi manda una sera, quando decide di restare a dormire in Campidoglio dopo aver lavorato fino a tardi. Si tratta di materiale che verrà coperto da omissis, in quanto non penalmente rilevante, nell’informativa che la polizia giudiziaria consegnerà questa settimana alla Procura
Ma l’attenzione della procura si concentra su uno scambio di messaggi che invece potrebbe essere utile per l’indagine: è quello tra Virginia Raggi e Raffaele Marra in cui i due parlano della retribuzione di Renato.
Secondo Anac, infatti, alla procedura d’incarico partecipò il fratello Raffaele, anche se fu la Raggi ad assumersi la totale responsabilità della decisione.
Ma, per l’Anticorruzione, “tale dichiarazione non è sufficiente per rimuovere il conflitto”, proprio perchè la nomina fu il frutto di “un’attività istruttoria (…) svolta dal funzionario in posizione di conflitto di interessi”:
I pm stanno valutando il ruolo di Raffaele Marra nell’iter di nomina del parente. E c’è un messaggio nella chat che ha fatto sorgere dei sospetti: quello in cui la Raggi chiede cosa dicono le norme quando un dipendente del Comune cambia fascia professionale: il caso che innesca la “curiosità ” della sindaca è quello di Renato Marra, da anni graduato della Polizia municipale, che aveva fatto domanda per diventare comandante dei vigili (fascia 5). Poi, per non creare imbarazzi vista la presenza del fratello al Personale, vi aveva rinunciato, accettando un ruolo inferiore di fascia 3 (al Turismo).
A rispondere è il fratello Raffaele, che invia alla sindaca le foto dei riferimenti normativi. Lì la Raggi si informa pure del livello retributivo. Identica la risposta di Marra: è stabilito per legge.
Secondp gli investigatori questo potrebbe essere un elemento che prova come la nomina di Renato sia stata gestita anche da Raffaele.
Al contrario di quanto affermato da Raggi nella memoria all’Anac, in cui il ruolo del dirigente era definito “di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali”.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
“NON SARA’ MAI DALLA PARTE DELLA CLASSE MEDIA”…TRUFFE FISCALI E AMICIZIE PERICOLOSE, MENTALITA’ DA MAFIOSO….E A DESTRA CI SONO DEI CAZZARI CHE SBAVANO PER LUI E I SUOI AMICHETTI FINANZIERI E PETROLIERI
“Donald Trump sogna di essere il più grande presidente di tutti i tempi ed è così egocentrico da
crederci. Peccato che non sa nulla del mondo”.
È durissimo il premio Pulitzer David Cay Johnston, 69 anni, il giornalista investigativo che meglio conosce il passato di Trump.
Lo segue dal 1988, quando si occupò dei suoi casinò: “Non sapeva nulla di gioco d’azzardo. Gli interessava solo succhiare denaro da quel business e poi mandarlo alla malora”.
Einaudi ha appena pubblicato il suo “Donald Trump”, la biografia che scava su lati oscuri e legami ambigui del tycoon.
Nel libro parla di truffe fiscali e amicizie pericolose.
Com’è possibile che con questo passato sia arrivato alla presidenza?
“Quando annunciò la sua candidatura, pochi lo presero sul serio. E gli articoli su di lui che ho scritto negli ultimi 30 anni erano considerati vecchi. Quando si è deciso di frugare davvero nel suo passato aveva già costruito la sua base pronta a perdonargli tutto”.
Che presidente sarà ?
“È cresciuto nel Queens ed ha la mentalità di un padrino mafioso. Non si fida di nessuno, non dimentica uno sgarbo. Pensiamo a come ha trattato Mitt Romney che non lo aveva sostenuto: lo ha umiliato facendogli credere di aver bisogno di lui per poi sbattergli la porta in faccia”.
La sua emotività influenzerà il modo di governare?
“La sera che ordinò di uccidere Bin Laden, Barack Obama andò a cena fuori, ci sono i video: non tradì emozioni. Meryl Streep non ha nemmeno nominato Trump nel suo discorso ai Golden Globe: e lui le ha rovesciato addosso una tonnellata di insulti”.
Quanto peserà il fattore Putin?
“I legami con gli oligarchi sono noti. E da tempo gira la storia dei ricatti. La sua consigliera Kellyanne Conway ha detto che i repubblicani si opporranno a ogni indagine del Congresso: ma se non hai niente da nascondere dovresti fugare ogni dubbio”.
Ci sono diversi miliardari nel suo governo…
“Aveva promesso di sottrarre potere a Wall Street. Invece ha trasformato Washington in un club di coccodrilli. Non sarà mai il campione della classe lavoratrice”.
Fa discutere la scelta di Jared Kushner, il marito di Ivanka, come consigliere.
“Non è il più pericoloso: anzi tiene a bada i suoi istinti. Mi preoccupano più gli altri figli, Eric e Donald Jr. . La loro presenza all’incontro con i big di Silicon Valley era un messaggio preciso: “Fate affari con noi o avrete guai con la Casa Bianca””.
Non gliene perdona una: non avrà un pregiudizio politico?
“Sono un elettore repubblicano. Ma Trump non ha morale. È pronto a dire qualsiasi cosa per i suoi scopi. I fatti non contano per lui: vive in una realtà che si costruisce su misura”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
INTESA SU VITO DI MARCO… AL SENATO VOTO CRUCIALE PER GLI INTERESSI DI FORZA ITALIA E DI BERLUSCONI
Un altro uomo di fiducia di Silvio Berlusconi per blindare il cruciale baluardo dell’Agcom.
Un nuovo tassello dell’intesa Pd-Forza Italia che ormai si dipana dalle banche alle comunicazioni per approdare da qui a breve – chissà – alla riforma della legge elettorale.
Mercoledì il Senato ha in calendario l’elezione del commissario mancante all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dopo la morte di Antonio Preto (area Fi) nel novembre scorso.
La rosa di tre-quattro nomi si è ristretta ora a Vito Di Marco. Professionista di stretta fiducia di Paolo Romani, col quale ha lavorato nel 2010-2011 al ministero dello Sviluppo economico nell’ufficio di “diretta collaborazione” quando l’attuale capogruppo forzista era viceministro con delega alle telecomunicazioni. Romani da sempre considerato “uomo azienda” ai vertici del partito, assai vicino a Fedele Confalonieri.
Di Marco, 44 anni, oggi è consulente di Tivùsat, un trascorso da conduttore radiofonico a Radio2 e da redattore del programma “Supergiovani” su Raidue alla fine degli anni Novanta, poi nell’ufficio Telecom di Bruxelles.
Il suo nome avrebbe ottenuto il placet del Pd renziano forse anche in forza del lontano passaggio in una radio dei vecchi Ds a Bologna. Sul suo nome ci sarebbe il nulla osta anche di Alfano e Verdini.
Con l’elezione tornereranno quattro i commissari che affiancheranno il presidente Angelo Marcello Cardani. E tra loro Antonio Martusciello, stessa scuderia: manager in Publitalia e poi coordinatore campano e parlamentare di Fi.
Sono le leve sulle quali potrà contare Silvio Berlusconi alla vigilia delle delicate scadenze che attendono l’Agcom e che incrociano i destini Mediaset.
Prima fra tutte, il 21 aprile, la chiusura dell’indagine che l’Agenzia sta conducendo proprio sull'”assalto” di Vivendi al Biscione, col possibile stop all’eventuale Opa di Bollorè. E poi la difficile partita sulle frequenze (Banda 700), per non dire della par condicio in campagna elettorale.
Per la poltrona vacante è circolato negli ultimi giorni anche il nome ben più pesante dello stesso capogruppo Romani.
Ma la carica scadrà tra due anni appena (il resto dell’Agcom nominata nel 2012) e il diretto interessato – come ha spiegato a tanti colleghi – non sarebbe “minimamente interessato” a lasciare la politica, ammesso che una pedina così poco “tecnica” ottenesse l’ok del Pd.
Si è ritirato ieri dalla corsa Roberto Sambuco (ex capo dipartimento Comunicazioni al ministero dello Sviluppo), mentre restano outsider Antonio Scino (ex all’Autorità dei trasporti e all’Energia) e Raffaele Tiscar, da pochi giorni capo di gabinetto del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, dopo aver lasciato Palazzo Chigi da vicesegretario generale con Renzi.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
LETTERA DEGLI SPECIALISTI: “C’E’ IN GIOCO LA SICUREZZA DI MAMME E BAMBINI”
Sono preoccupati. “Perchè la Regione fa un passo avanti e due indietro”, dice Paolo Tagliabue, che
presiede la sezione lombarda della Sin, la Società italiana di neonatologia.
E delusi, “visto che in questo modo si perdono di vista le mamme e i bambini, a favore di strumentalizzazioni che non hanno nulla di scientifico”, aggiunge Patrizia Vergani che guida la Slog, la Società lombarda di ostetricia e di ginecologia.
Sono le accuse che ginecologi e neonatologi lombardi lanciano al Pirellone: le due società hanno scritto una lettera per rivendicare la chiusura dei punti nascita sotto la soglia dei 500 parti annuali.
Strutture che, si legge nel documento, “proprio a causa dello scarso numero di parti, non possono garantire competenze adeguate in situazioni di emergenza/urgenza nè standard di qualità idonei a promuovere, sostenere e proteggere la fisiologia della nascita”.
La questione (annosa) risale al 2010. A un accordo siglato in conferenza Stato-Regioni, messo in pratica adesso, che prevede che i reparti di maternità dove ogni dodici mesi nascono meno di 500 bambini, siano chiusi.
Motivo: facendo nascere così pochi bimbi, queste strutture – sprovviste di terapie intensive pediatriche e neonatali – non hanno l’esperienza e la “manualità ” necessaria a garantire la sicurezza, soprattutto in caso di emergenza improvvisa.
Una conclusione condivisa da tutti gli esperti, anche sulla base di studi internazionali. Ma che in Lombardia – dove le maternità sotto la soglia sono sette: Angera, Gravedona, Chiavenna, Sondalo, Piario, Casal Maggiore e Broni-Stradella – ha fatto scattare la rivolta degli abitanti delle zone dove ci sono le strutture a rischio.
Ad Angera, addirittura, le mamme hanno occupato l’ospedale, chiedendo il mantenimento del reparto di maternità .
Un malcontento che, nell’anno elettorale, il Pirellone non può permettersi: di qui, la discesa in campo della giunta Maroni, che ha chiesto al ministero della Salute di avere delle deroghe in modo da tenere aperte le strutture.
L’ok è arrivato però solo per Sondalo (visto che è l’unica struttura in un’estesa zona montana) e per uno tra i due presidi di Gravedona e Chiavenna.
Palazzo Lombardia, però, non si è arreso: nei giorni scorsi ha presentato un nuovo progetto che prevede di far ruotare le equipe dei medici tra i vari presidi, in modo da far fare ai sanitari esperienza, per due o tre mesi, anche in strutture più grandi. Aumentando così la sicurezza delle strutture, tenendole tutte aperte, e accontentando i pazienti-elettori.
A questa proposta il ministero della Salute deve ancora rispondere. Nel frattempo, però, la contrarietà degli esperti è netta. Perchè la decisione di chiudere le strutture piccole “è basata su standard scientifici: non si può confondere la sicurezza con la politica”, ribadiscono Tagliabue e Vergani.
Nel loro documento, la Sin e la Slog esprimono tutta la loro “preoccupazione per una possibile riapertura di punti nascita di piccoli dimensioni che non garantiscono i principi essenziali di sicurezza e necessitano di risorse che indeboliscono le strutture più grandi già ai livelli minimi degli organici”.
Alessandra Corica
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
I MEZZI PER LIBERARE LE STRADE ERANO STATI INVIATI IN ALTRE AREE
Il mezzo per liberare la strada che portava all’hotel Rigopiano c’era. A venti chilometri di distanza. Ma è stata dirottata altrove. È quanto riporta un articolo di Fabio Tonacci su Repubblica.
La turbina spazzaneve c’era. Il mezzo che avrebbe potuto liberare la strada dell’hotel Rigopiano prima della valanga era là , vicinissimo. A una ventina di chilometri dall’albergo. Per tutta la mattina e il pomeriggio del 18 gennaio ha viaggiato tra i comuni di Penne e Guardiagrele, triturando migliaia di tonnellate di neve.
Sarebbe bastato che qualcuno, dalla Prefettura, l’avesse deviata per tempo su Farindola e forse le cose sarebbero potuto andare diversamente. Forse. Ma è un fatto: la turbina che il presidente della Provincia cercava disperatamente durante quel giorno di terremoti e slavine, era già là .
Il mezzo, si tratta del modello Fresia F90 ST, è considerato uno dei più potenti ed efficaci di Anas. Ed è stato usato dal Centro di coordinamento dei soccorsi su alcuni tratti non statali “tra Guardiagrele, Bucchianico, Fara Filiorum Petri, Penne Pianella”. Ma non viene utilizzata per liberare la strada che collega l’hotel Rigopiano, scrive sempre Repubblica.
La Provincia sulla carta ne avrebbe due (di turbine, ndr): una piccola a Passo Lanciano, e un camioncino polivalente Unimog che d’estate serve per tagliare l’erba e d’inverno la neve. Solo che dal 7 gennaio questo è fermo in officina, con la trasmissione rotta: per ripararla servono tra i 10 e i 25 mila euro. «Soldi che non abbiamo e non sappiamo dove trovare», ammette Di Marco.
«La riforma Del Rio ci ha lasciato senza risorse, pur mantenendo su di noi la competenza su scuola e viabilità .
Ma i dubbi sulla reattività degli interventi sono tanti.
Nel primo pomeriggio l’hotel Rigopiano ha inviato una mail con posta certificata a provincia e prefettura. Serve del gasolio per il generatore e viene poi specificato che i clienti sono impauriti
Una lampadina si dovrebbe accendere nella testa di chi sta coordinando i soccorsi, ossia l’ufficio del prefetto. Non foss’altro perchè la sorella di Roberto Del Rosso, il proprietario, è piombata nel palazzo per chiedere informazioni sullo sgombero della provinciale. E invece non succede niente: la prefettura di Pescara lascia la turbina a lavorare lungo la statale 81. Questione di priorità .
Quando la Fresia ha terminato le operazioni e rientra a Penne viene subito fatta riuscire, riporta sempre Repubblica secondo cui i due operatori “si alterneranno ai comandi per 12 ore” nei venti chilometri che devono percorrere per arrivare all’hotel.
(da “Huffingtonpost”)
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