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UN MURO CONTRO TRUMP, IN AMERICA E’ RIVOLTA, STOP DA 16 GIUDICI: “NORMA INCOSTITUZIONALE”

Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile

IL NYT: “STA FACENDO MARCIA INDIETRO”… MIGLIAIA DI PERSONE PROTESTANO IN AEROPORTI E STRADE

La protesta contro il bando dell’immigrazione raggiunge anche la Casa Bianca: migliaia di persone si sono radunate davanti alla residenza del presidente per partecipare ad una manifestazione intitolata «No Muslim ban» e promossa sulle reti sociali con il motto «Non staremo in silenzio. Combattiamo».
Il decreto firmato dal presidente Donald Trump che ha congelato per tre mesi gli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica e per quattro mesi il programma dei rifugiati (a tempo indeterminato per quelli siriani), ha causato caos e indignazione in tutto il mondo, mentre a diversi viaggiatori è stato impedito l’ingresso nel Paese.
L’opposizione dei procuratori generali: “Incostituzionale”
I procuratori generali di 15 stati e della capitale hanno emesso una dichiarazione congiunta con cui condannano come incostituzionale il bando del presidente Donald Trump contro i viaggiatori provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica.
Gli attorney general sostengono che la libertà  religiosa è un principio fondamentale del Paese, auspicando che l’ordine esecutivo sia ritirato e impegnandosi nel frattempo a garantire che il minor numero possibile di persone soffrano per questa situazione.
Gli Stati cui appartengono i firmatari sono, oltre a Washington, California, New York, Pennsylvania, Massachusetts, Hawaii, Virginia, Oregon, Connecticut, Vermont, Illinois, New Mexico, Iowa, Maine e Maryland
Il «New York Times»: la Casa Bianca depotenzia il bando sui profughi  
La Casa Bianca avrebbe deciso di depotenziare la portata dell’ordine esecutivo che predispone il bando dei profughi e dei cittadini provenienti da sette paesi islamici, che sta portando ad un’ondata di proteste dentro e fuori gli Stati Uniti.
Secondo il New York Times, il capo di gabinetto di Donald trump, Reince Priebus, ha fatto sapere che verranno esentati dal divieto di ingresso i possessori della carta verde, quella che garantisce il soggiorno su territorio americano.
Sempre a detta di Priebus, comunque, la polizia di frontiera mantiene «l’autorità  discriminatoria» di trattenere e sottoporre a interrogatorio viaggiatori sospetti che provengano da taluni paesi. Caos e proteste negli aeroporti americani
Genitori che arrivavano negli Usa per riunirsi con le famiglie, studiosi impegnati nelle università  americane, rifugiati in fuga dalla guerra, sono stati le prime persone colpite dal provvedimento. Durante la giornata sono stati resi noti vari casi di viaggiatori a cui non è stato consentito di salire a bordo di aerei diretti negli Usa, in particolare da Egitto, Turchia e Olanda. Altre persone sono state invece bloccate all’ingresso negli Stati Uniti.
A New York, più di una decina di persone è stata fermata all’aeroporto internazionale JFK, tra cui due iracheni che avevano visti speciali per gli Usa.
Uno di loro, Hameed Jhalid Darweesh, è stato liberato dopo tre ore di detenzione e dopo l’intervento di varie organizzazioni e di due deputati democratici. Il 53enne aveva ottenuto un visto per sè e la famiglia, dopo aver collaborato per anni con le forze americane in Iraq.
«Ho appoggiato il governo Usa dall’altro lato del mondo, ma quando arrivo qui mi dicono ‘no’ e mi trattano come se avessi violato le regole e fatto qualcosa di male», ha raccontato ai giornalisti, ringraziando per il sostegno molti statunitensi.
A nome di Darweesh e di un altro iracheno fermato a New York, gli avvocati delle organizzazioni per i diritti civili hanno presentato una richiesta in un tribunale federale per domandare la liberazione di tutti quelli che siano stati colpiti dalla misura e perchè non sia impedito l’ingresso del Paese secondo l’ordine di Trump.
«La guerra contro l’uguaglianza del presidente Trump già  sta avendo un terribile peso umano, non si può permettere che questo divieto prosegua», ha detto Omar Jadwat, direttore di American Civil Liberties Union (Aclu), tra i gruppi promotori del ricorso.

(da “La Stampa“)

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I MESSAGGI TRA LA RANIERI E LA TAVERNA: “NON SI CHIAMANO I MAGISTRATI E LE PERSONE ONESTE PER CONDIVIDERE CENTRI DI MALAFFARE”

Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile

L’EX CAPO DI GABINETTO DELLA RAGGI ACCUSA LA SENATRICE DI AVER COPERTO MARRA E LA RAGGI

Repubblica in un articolo a firma di Giovanna Vitale pubblica oggi una serie di scambi via sms tra Paola Taverna, ex componente del direttorio romano che doveva vigilare su Virginia Raggi oltre che senatrice della Repubblica, e Daniela Raineri, ex capo di gabinetto della sindaca poi dimessasi dopo gli scontri con Romeo e Marra.
I messaggi attraversano la giornata del 31 agosto e il 3 settembre e nell’articolo si sostiene che la Taverna «non solo era al corrente della manovra (per far fuori la Raineri), ma sembra agire per tutelare Raffaele Marra, all’epoca vice-capo di gabinetto e già  fedelissimo di Raggi».
In giornata le due si sentono perchè la Raineri, a quanto si sostiene, ha intenzione di sostituire Marra con un ufficiale dei carabinieri di sua fiducia; la Taverna le chiede di attendere l’incontro con “V.” (ovvero Virginia), come da accordi con Minenna.
Poi la Raineri viene convocata dalla sindaca per il parere dell’ANAC sul suo compenso, scoppia la lite e arrivano le dimissioni della magistrata.
Il 3 settembre la Raineri scrive un sms alla Taverna nominando anche il suo compagno Stefano Vignaroli:
Raineri, 3 settembre, ore 17,10: «Desideravo congratularmi con te e Stefano per le belle interviste a sostegno di Virginia! Fra le tante delusioni questa non l’avevo messa in conto!».
Taverna, 17.14: «Parliamoci chiaro. Nessuna intervista se non due righe rubate. Io e il direttorio romano siamo gli unici ad aver mantenuto il punto e saremo i prossimi ad essere impallinati. Poi sei donna troppo intelligente per non capire la mia posizione, dove alla fine sarà  tutta colpa mia che fortemente vi ho voluto con buona pace di tutti».
Taverna, 17,18: «Spero ti sia chiaro e se ciò che hai conosciuto di me ti fa pensare differentemente io come penso anche tu vado a dormire con la coscienza a posto».
La Raineri però non replica. L’altra insiste.
Taverna, 18.47: «Mò sono diventata lo sfogatoio di tutti e poi non merito nemmeno risposte?».
Raineri, 18.53: «Che vuoi che ti dica Paola. Ho letto sconcertata! Qualunque commento sarebbe offensivo e preferisco tacere!».
Taverna, 18.59: «Ti sei fatta la tua opinione per due righe di giornale». 19.00: «Ma cosa vuoi che ti dica. Va bene così». 19.01: «Pensa di me quello che vuoi. So di essere stata sempre una persona corretta». 19.15: «Io ho una responsabilità  enorme nei confronti del Movimento 5S nazionale». 19.16: «Carla sono sufficientemente provata e penso anche tu. Lasciamo stare che è meglio». 19.17: «Mo la stronza sono io. Va beh meglio che taccia anch’io».
Raineri 19.22. «Direi che è proprio meglio lasciar stare. Mi chiedo soltanto perchè ci avete così tanto voluti! (il riferimento è a lei e a Marcello Minenna ndr) Io non vi avevo mai cercati! Non si chiamano i magistrati e le persone oneste a condividere centri di malaffare!».
Taverna, 19.24 «Condividere i centri di malaffare?».
Raineri, 19.24: «Proprio così! Cara Paola dopo quello che è successo l’unica cosa decente da fare era prendere le distanze dalla sindaca non certo sostenerla!».
Dopo questi scambi le due non si sentiranno più.

(da “NextQuotidiano”)

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EUROPEISTI PENTITI E FAN DI PUTIN: PRIMI STRANIERI IN FUGA, CACCIATI I GIAPPONESI DA VIA DEL TRITONE

Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile

IL DEBUTTO DEI SOVRANISTI E LA FUGA DI TURISTI DALLA VIA DELLO SHOPPING: NON PASSA LO STRANIERO… CI MANCAVA PURE IL MOSCOVITA IN CORTEO CON IL CROCEFISSO ORTODOSSO CHE BENEDIVA IL MONDO

Primo risultato raggiunto dai sovranisti: via del Tritone ripulita dai giapponesi. Per ora un successo incidentale.
Ma alla fuga dei turisti dalla via di shopping, percorsa dal corteo della destra quasi unita, dovrebbero seguire risultati secondo progetti più ambiziosi.
E le cui premesse sono state illustrate dalla signora del pomeriggio, Giorgia Meloni leader di F.lli d’Italia, sul palco di piazza San Silvestro , a due minuti a piedi da palazzo Chigi.
«Seguite il ragionamento», ha detto Meloni, e noi lo abbiamo seguito, eccome, e non è stato nemmeno complicato perchè il ragionamento era il seguente: «L’immigrazione è pianificata per fornire manodopera a basso costo al grande capitale».
Dunque, si ritmava, «via gli stranieri dall’Italia», e non per questioni etniche, ma per far fronte al complotto planetario del «grande capitale» ma, è stato detto nel corso degli interventi, anche delle «lobby col potere saldamente in mano», della «finanza globalizzata» e naturalmente dei «poteri forti».
Un nemico di tale inafferrabile vastità  meritava uno slogan all’altezza, sebbene, per una folla di destra, dalla sorprendente assonanza leninista: «Il popolo al governo» («L’insurrezione è la risposta più energica, più uniforme e più razionale di tutto il popolo al governo», dal celebre discorso del «Che fare»).
Un impegno politico tanto vibrante e impegnativo avrebbe meritato una partecipazione più massiccia di quella di una piazza di media grandezza non più che pienotta, ma chi segue la politica sa che le «manifestazioni oceaniche» sono rimaste nella mitologia del secolo scorso e forse dei primissimi anni di questo.
È meno banale notare il meticciato ideologico fatto di sigle che andava dai leghisti (qui nella versione centromeridionale di «Noi con Salvini») al Partito liberale di Giancarlo Morandi (esangue reincarnazione del vecchio Pli), che alle elezioni Europee del 2014 stava in una lista che si chiamava «Scelta europea», e adesso aderisce a scelte antieuropee, e fino al movimento di Gaetano Quagliariello (Idea) e ai ragazzi di Patria e Libertà , di cui ignoriamo colpevolmente i contorni, ma li si possono intuire dalla pagina Facebook, illustrata da una foto di Yukio Mishima con la katana.
E poi c’erano anche quelli di Forza Italia, capeggiati dal governatore ligure Giovanni Toti e da un Renato Brunetta naturalmente rissoso («il centrodestra unito vince, e chi non ci sta se ne assume la responsabilità »), ma la loro presenza non ha impegnato il partito, visto che non una bandiera forzista s’è unita allo sventolio.
A caratterizzare lo spirito dell’iniziativa sono state bandiere più suggestive, per esempio quella russa, innalzata da una delegazione guidata da un moscovita con crocefisso ortodosso impugnato a benedire il mondo; una giovane donna di Odessa aveva con sè una drappo nero-arancione, ridisegnato sui colori del nastro di San Giorgio che in Russia simboleggia patriottismo e indipendenza.
«Arancione come il fuoco, nero come il fumo», ha detto la donna per evocare la risolutezza di un sentimento: infatti è di Odessa, cioè Ucraina, ma si sente una donna della Grande Madre, e l’ovvia conseguenza del gruppo di cui faceva parte erano due grandi icone di Vladimir Putin e Donald Trump.
Però poi a distinguerci siamo sempre noi italiani, soprattutto con i cori che hanno seguito la tradizionale etichetta di happening di questa natura: «Gentiloni / fuori dai cog…» si direbbe il più apprezzato da un popolo con una visione del mondo non sempre lineare, per esempio fermo nel dichiarare abusivo il presidente del Consiglio (lo avrebbe fatto più tardi anche Giorgia Meloni), nonostante gli sia stato affidato l’incarico dal presidente della Repubblica secondo le più consolidate – e forse usurate – obbedienze costituzionali, e cioè secondo la dottrina di quella Carta che tutti questi hanno difeso con enfasi nel referendum di dicembre.
Probabilmente sono soltanto sofismi, la posta in gioco, per tornare all’inizio, è la sovranità . «I nostri soldi li prendono così / miliardi a clandestini e banche del Pd», si cantava. Bisognerà  mandare al diavolo Bruxelles e Francoforte, la burocrazia e la finanza, ristabilire i confini e controllarli armi in pugno. Reintroduciamo il servizio di leva, ha detto Salvini, e creiamo eserciti regionali: un insuperabile progetto che però non è stato accolto con l’atteso nerboruto entusiasmo.
Legalizzare la prostituzione, ecco l’idea di Salvini più applaudita: non è questione di destra o sinistra, è che siamo italiani.

Mattia Feltri
(da “la Stampa”)

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“HO UN POSTO DI LAVORO FISSO MA NON MI VOGLIONO DARE UNA CASA IN AFFITTO”

Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile

TORINO, LA CUOCA 45ENNE CONGOLESE: “SONO NERA, RICEVO RIFIUTI DA SEI MESI”

Rita Kimbembi, 45 anni, è arrivata a Torino nel 2009. Originaria della Repubblica democratica del Congo, ha ottenuto l’asilo e ora aspetta la cittadinanza.
Lavora come cuoca in una cooperativa, ha un contratto a tempo indeterminato. Quasi una rarità , in periodo di crisi. Eppure. «Per un africano affittare casa non è difficile, è impossibile».
Addirittura?  
«Per me, almeno finora, è stato così. Un anno fa ho lasciato la casa dove vivevo perchè era un quarto piano senza ascensore. Ho un problema alla gamba sinistra e non riuscivo più a fare le scale. Non potevo restare là . Ora mi ospita un’amica. Cerco un appartamento da sei mesi, ma nessuno mi vuole».
Che tipo di abitazione vorrebbe?  
«Un appartamento con almeno due camere. Così mia figlia, che ora sta in Francia da mia sorella, potrà  venire a vivere con me. Ha 14 anni e tutte le sere mi manda via Whatsapp le offerte di case in affitto che trova su Internet. Ma quando chiamo per chiedere informazioni, puntualmente mi respingono».
In che modo?  
«L’ultima volta mi hanno chiesto una garanzia pari a otto anni di affitti».
Prego?  
«E’ andata proprio così. Quando il proprietario di casa ha scoperto che sono africana, ha detto che mi avrebbe affittato l’appartamento solo se avessi versato una caparra di 30mila euro. Sosteneva che è un obbligo previsto dalle leggi italiane».
A chi altro si è rivolta?  
«Ho chiamato agenzie, ho parlato con privati, ho risposto ad annunci su Internet. Ma finora è stata fatica sprecata. Mi domandano da dove vengo, io rispondo che sono africana. E all’improvviso mi dicono che la casa non è più disponibile. Ho anche fatto telefonare a un’amica italiana, ma quando mi sono presentata all’appuntamento e hanno visto il colore della mia pelle sono rimasti sorpresi. Hanno cambiato tono dicendomi che c’era già  un’altra persona interessata alla casa. Non li ho più sentiti, sono passati due mesi. La scorsa settimana ho visto che l’annuncio è ancora esposto nella vetrina dell’agenzia».
Le hanno mai detto esplicitamente «non si affitta a immigrati»?
«Sì. Almeno in cinque casi mi hanno spiegato che il proprietario si rifiuta di fare un contratto a stranieri. Solo italiani».
Come ha reagito?  
«La prima e la seconda volta sono rimasta a bocca aperta. Ero sorpresa, non riuscivo a crederci. Le volte successive ho protestato: ho mostrato il contratto di lavoro e le mie buste paga, ho tentato di spiegare che sono una persona per bene, ma non è servito a niente. Mi dicevano “le faremo sapere”. Poi sparivano».
Ha provato a darsi una spiegazione?  
«Sapevo che ci sono molti italiani a cui non piacciono i neri, ma questo atteggiamento razzista non riesco proprio a mandarlo giù. Forse pensano che noi veniamo dalla foresta e che non saremo in grado di pagare un canone. Ma si sbagliano. Io ho un lavoro, guadagno più di mille euro al mese. C’è un proverbio africano che dice: è più importante avere un posto dove posare la testa che un piatto dove mangiare. Io, piuttosto di non pagare l’affitto, mi levo il cibo di bocca».

Gabriele Martini
(da “La Stampa”)

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MANOVRE MILITARI E PROVOCAZIONI ARMATE DI PUTIN

Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile

LA MAPPA DELLA POLITICA AGGRESSIVA DEI RUSSI

La Russia preoccupa la Nato e l’Ue.
Lo sguardo degli esperti militari sono puntati su Kaliningrad, l’enclave russa tra Polonia e Lituania, diventata una spina nel fianco orientale dell’Europa.
Negli ultimi mesi è stato il teatro del più grande dispiegamento di truppe e armamenti russi.
Dopo l’annessione della Crimea, Estonia, Lituania e Lettonia temono di essere in testa alla lista delle mire espansionistiche di Putin.
Per questo le preoccupazioni di Ue e Nato si concentrano principalmente lungo il Mar Baltico. D’altronde i campanelli d’allarme, nei mesi scorsi, non sono mancati: oltre 400 sconfinamenti dei caccia russi nei cieli di altri Paesi solo nel 2015.
Questa è l’analisi di Mark Galeotti
Ci sono missili balistici e sistemi terra-aria avanzati che si stanno dirigendo verso Kaliningrad, con un esplicito avvertimento: i Paesi che stanno pensando di unirsi alla Nato o che stanno ospitando strutture antimissilistiche dovrebbero considerarsi potenziali obbiettivi.
Ci sono flotte navali al largo della costa siriana, per ragioni che hanno poco a che fare con il conflitto in corso lì e molto di più con l’affermare esplicitamente che la Nato non dovrebbe considerare il Mediterraneo come il suo “stagno”.
Ci sono bombardieri che costeggiano e attraversano lo spazio aereo europeo.
C’è una crescente volontà  da parte del Cremlino di minacciare apertamente conseguenze militari — anche quelle termonucleari — e di simulare operazioni offensive. È un momento complicato per l’Europa.
Questa mappa mostra esempi selezionati di provocazioni dell’esercito russo verso il continente europeo negli ultimi tre anni
Mark Galeotti
analista associato dell’ECFR., esperto di politica e sicurezza russa e di intelligence

(da “La Stampa“)

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“IN CANADA SARETE SEMPRE I BENVENUTI”: IL LEADER LIBERALE TRUDEAU AI RICHIEDENTI ASILO

Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile

IL PREMIER CANADESE E’ IL PERFETTO ANTI-TRUMP: “LA DIVERSITA’ E’ LA NOSTRA FORZA”

“A tutti coloro che stanno scappando da persecuzioni, terrore e guerra: i canadesi vi accoglieranno, a prescindere dalla vostra fede religiosa. La diversità  è la nostra forza”. Così il primo ministro canadese Justin Trudeau ha risposto all’ordine del presidente americano Donald Trump che vieta per tre mesi l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana.
Il messaggio — diffuso sui social network dallo stesso Trudeau — ha ottenuto centinaia di migliaia di like e condivisioni, confermando la popolarità  del premier canadese.
Trudeau, che ha rilanciato una sua foto mentre accoglie una piccola profuga, ha poi reso noto di aver ricevuto rassicurazioni dal governo americano che il provvedimento non si applicherà  ai cittadini canadesi, anche se in possesso di doppia cittadinanza. Trudeau – leader del partito liberale amatissimo anche per il suo aspetto decisamente accattivante – ha scelto come ministro per l’immigrazione del suo governo Ahmed Hussein, arrivato in Canada come profugo dalla Somalia.

(da “Huffingtonpost”)

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CHI E’ ANN DONNELLY, LA GIUDICE CHE HA DATO IL PRIMO VERO SCHIAFFO A TRUMP

Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile

FERMATO IL “MUSLIN BAN”… DECINE DI MIGLIAIA DI AMERICANI IN PIAZZA

Arriva da una donna il primo sonoro schiaffone a Donald Trump: si tratta di Ann M. Donnelly, 57 anni, la giudice federale che con una decisione storica ha bloccato il cosiddetto Muslim ban, l’ordinanza firmata ieri dal neo presidente che impedisce l’accesso negli Usa agli immigrati provenienti da sette paesi a maggioranza islamica (Siria, Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen).
Spiazzando la Casa Bianca, la giudice Donnelly ha ordinato alle autorità  di non procedere alle deportazioni dei cittadini provenienti dai sette paesi musulmani in questione e muniti di visto d’ingresso negli Stati Uniti.
La giudice ha accolto la richiesta di una procedura d’urgenza dell’Aclu (l’American Civil Liberties Union) e ha ascoltato la richiesta di fermare le espulsioni di alcuni cittadini stranieri detenuti, in particolare di un siriano che rischiava l’espulsione “entro un’ora nonostante avesse documenti regolari”, come recitava la richiesta dell’Aclu, in quanto la sua incolumità  non poteva essere garantita al suo ritorno a Damasco.
Il punto — secondo la Donnelly — è che le persone arrestate, fermate e rispedite a casa o bloccate alla partenza erano già  state controllate e autorizzate a un visto di soggiorno.
Motivo per cui la giudice ha reputato illegittimi i fermi e le deportazioni.
“Vittoria!!!”, ha twittato l’Unione americana per le libertà  civili subito dopo la decisione della giudice.
“Le nostre corti di giustizia oggi si sono comportate come un baluardo contro gli abusi del governo e gli ordini incostituzionali”, ha aggiunto la potente organizzazione non governativa di difesa dei diritti civili e delle libertà  individuali. Anche se la questione è tutt’altro che risolta e nuove udienze dovrebbero tenersi a febbraio, “la cosa più importante oggi era che nessuno fosse messo su un aereo”, ha detto l’avvocato dell’Aclu Lee Gelernt.
Da Washington a San Francisco, dove erano sorte proteste spontanee contro l’ordine esecutivo di Trump, si moltiplicano i ringraziamenti alla Donnelly, che anche su Twitter viene dipinta come la donna che ha dato una bella lezione a The Donald.
Ann , 57 anni, madre di due figlie, è stata nominata giudice federale da Barack Obama nell’ottobre del 2015.
A suggerire il suo nome al presidente Obama era stato il senatore democratico dello Stato di New York Chuck Schumer. Per 25 anni ha lavorato nell’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan Robert Morgenthau.
“La sua reputazione è leggendaria”, ha detto Schumer a proposito della Donnelly. “Era una delle persone più ammirate nello staff di Morgenthau”. Nata a Royal Oak, in Michigan, nel 1959, Donnelly si è laureata all’università  del Michigan per poi specializzarsi in legge alla Ohio State University.
Dal 1984 al 2009 è stata procuratore aggiunto presso l’ufficio del procuratore distrettuale di New York. Dal 1997 al 2005, è stata consulente senior per i processi e dal 2005 al 2009 è stata a capo del Bureau sulla violenza famigliare e gli abusi sui minori.
In qualità  di assistente del procuratore distrettuale, Donnelly ha contribuito all’azione legale contro Dennis Kozlowski, ex ceo di Tyco International, condannato tra le altre cose per frode e furto aggravato.
Dal 2009 al 2015 ha servito come giudice della Court of Claims di New York, lavorando anche per la Corte Suprema di New York nel Bronx, a Brooklyn e a Manhattan. Poi il passaggio, voluto da Barack Obama, a livello federale.
Con la sentenza che ha fermato temporaneamente il Muslim ban, Donnelly è diventata l’eroina del movimento anti Trump.
Un movimento che sta risvegliando la coscienza civica di moltissimi americani, pronti a scendere in strada per manifestare contro provvedimenti ritenuti discriminatori e contrari ai valori che hanno fatto grandi gli Stati Uniti.
Nelle prossime ore proteste, scioperi e cortei sono previsti in diverse città  americane sotto lo slogan “NO Muslim Ban”, già  diventato topic trend su Twitter.
A Washington come ad Atlanta, a Chicago come a Seattle, decine di migliaia di persone sono determinate a far capire a Trump che questa volta ha davvero esagerato.

(da “Huffingtonpost”)

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DILAGA LA PROTESTA NEGLI AEROPORTI USA: A NEW YORK IN CENTINAIA CONTRO IL BLOCCO

Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile

E ALLE 9, QUANDO ARRIVA LA NOTIZIA CHE UN GIUDICE HA SOSPESO I RIMPATRI FORZATI, ESPLODE L’URLO DI GIOIA

“Perchè Donald Trump mi odia? sono musulmana, ma ho solo nove anni”. Jerome Garcia, un insegnante, ha scritto le parole di una sua scolara grande su un cartello che porta alto sulla testa: “Sono qui per i miei studenti. Bambini che vanno ancora alle elementari e sono già  terrorizzati. Conosco il loro terrore, sono figlio di immigrati clandestini anche io. I miei arrivarono dall’Honduras e l’America ci ha dato una grande opportunità . Sono diventato un educatore: un uomo che non ha paura”.
Ogni cartello è una storia, qui al Terminal 4. Sul suo una donna di nome Ruth ha scritto: “Oggi sono qui per i miei fratelli e sorelle musulmane. Così quando verranno a prendere me che sono ebrea, loro mi difenderanno”.
Samira Gupta, 21 anni, batte i piedi dal freddo nonostante sia avvolta in un grande scialle di lana. “Non me ne vado. Ho i guanti di lana, due termos di caffè, banane e merendine”, racconta.
“Sono venuta con mio fratello dopo aver letto su Twitter che c’era una protesta davanti all’aeroporto. Sono nata a New York ma i miei genitori sono indiani. No, non siamo musulmani: ma quello che sta accadendo ci riguarda lo stesso”.
Jerome, Ruth e Samira sono arrivati fin qui grazie al tam tam su Twitter più volte rilanciato dal regista Michael Moore che da ore racconta quello che sta accadendo davanti all’aeroporto più famoso del mondo, in instancabili e continui Facebook live. È proprio qui, al controllo passaporti del Termina 4, che due rifugiati iracheni con i documenti perfettamente in ordine, sono stati fermati nella notte di venerdì poche ore dopo la firma dell’ordine esecutivo voluto da Donald Trump che proibisce l’ingresso a rifugiati e cittadini di sette paesi musulmani.
Quando uno di loro, Haameed Khalid Darweesh, ex interprete dell’esercito americano, viene rilasciato a metà  pomeriggio, la notizia viene accolta con sollievo solo per poco: i media parlano infatti subito dopo di almeno 11 persone fermate alla frontiera. Scatta così la mobilitazione sui social: “appuntamento a Jfk” twitta Michael Moore: “e se non siete a New York, bloccate qualunque aeroporto vicino a voi”.
Alle sette di sera il traffico intorno a Jfk è completamente impazzito. Davanti al terminal ci saranno circa tremila persone, che però si sono sparpagliate davanti ai diversi ingressi innervosendo molto la polizia e fanno sentire molto forte la loro voce: “No hate, no fear, refugees are welcome here”, ritmano. “Non odio nè paura, i rifugiati qui sono i benvenuti”.
A decine si catapultano giù dal trenino che porta all’aeroporto: così tanti che la polizia decide, intorno alle otto, di chiudere la fermata. Con buona pace di chi deve prendere un aereo.
Tassisti e autisti di Uber – un’immenso popolo di immigrati su quattro ruote – hanno fatto sapere che sono solidali con la protesta. E finchè dura non accompagneranno nè preleveranno nessuno. In molti hanno scritto i cartelli proprio lì sul treno o sul piazzale gelato, dove per qualche minuto c’è perfino uno spolvero di neve.
Quando alle nove arriva la notizia che il giudice federale di Brooklyn ha bloccato il rimpatrio forzato dei rifugiati, la piazza esplode, in tanti esultano facendo il segno di vittoria. Ma poi si passano subito la voce: “Non è certo finita, dobbiamo continuare così”. Domani si ricomincia.

(da “La Repubblica”)

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CIALTRONE: I PAESI ISLAMICI DOVE TRUMP HA INTERESSI ECONOMICI SONO STATI ESCLUSI DALLA BLACK LIST

Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile

NEGLI USA E’ RIVOLTA CONTRO TRUMP, UN GIUDICE BLOCCA L’ESPULSIONE DEI CITTADINI CON PASSAPORTO DEI SETTE PAESI… PROTESTE NEGLI AEROPORTI

Ann Donnelly, giudice federale di New York, ha emesso un’ordinanza di emergenza che temporaneamente impedisce agli Stati Uniti di espellere i rifugiati che provengono dai sette paesi a maggioranza islamica soggetti all’ordine esecutivo emanato dal presidente Donald Trump , che ha congelato gli arrivi da quei paesi per tre mesi.
L’ordinanza di emergenza del giudice Donnelly annulla una parte dell’ordine esecutivo del presidente Donald Trump sull’immigrazione, ordinando che i rifugiati e altre persone bloccate negli aeroporti degli Stati Uniti non possono essere rimandate indietro nei loro paesi.
Ma il giudice non ha stabilito che queste stesse persone debbano essere ammesse negli Stati Uniti nè ha emesso un verdetto sulla costituzionalità  dell’ordine esecutivo del presidente.
I legali che hanno citato in giudizio il governo per bloccare l’ordine della Casa Bianca hanno detto che la decisione, arrivata dopo un’udienza di urgenza in una corte di New York, potrebbe interessare dalle 100 alle 200 persone che sono state trattenute al loro arrivo negli aeroporti statunitensi sulla base dell’ordine esecutivo che il presidente Donald Trump ha firmato venerdì pomeriggio, una settimana dopo il suo insediamento.
Merkel contro Trump: «Stop all’immigrazione ingiustificato
Per Angela Merkel lo stop agli ingressi in Usa dei rifugiati provenienti da alcuni paesi «non è giustificato». La cancelliera tedesca, ha spiegato il portavoce Steffen Seibert, «è convinta che anche la necessaria lotta al terrorismo non giustifica» una misura del genere «solo in base all’origine o al credo» delle persone.
Gentiloni: «Società  aperta è pilastro dell’Ue»
«L’Italia è ancorata ai propri valori. Società  aperta, identità  plurale, nessuna discriminazione. Sono i pilastri dell’Europa». Così il premier Paolo Gentiloni su Twitter.
«May non è d’accordo con il blocco dell’immigrazione»
Alla premier britannica Theresa May la decisione del presidente americano Donald Trump di sospendere ogni accesso agli Usa da sette Paesi a maggioranza islamica non piace. Il suo portavoce ha affermato oggi che la premier «non è d’accordo» con il decreto esecutivo di Trump e sfiderà  il governo americano qualora il bando dovesse avere un effetto negativo sui cittadini britannici. La presa di posizione avviene poche ore dopo che la stessa May, nel corso della sua visita ieri in Turchia, si era rifiutata di commentare il bando deciso dal presidente americano. Si tratta di una decisione, aveva affermato, che riguarda gli Stati Uniti.
Trudeau: «Il Canada accoglie indipendentemente dalla fede
Prendendo le distanze della Casa Bianca che ha deciso di vietare l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi musulmani, il premier canadese Justin Trudeau, ha invece affermato la volontà  del suo Paese di accogliere i rifugiati «indipendentemente dalla loro fede».
«A coloro che fuggono da persecuzione, terrore e guerra, il Canada vi accoglierà , indipendentemente dalla vostra fede. La diversità  è la nostra forza. Benvenuti in Canada», ha scritto il premier, su Twitter. Trudeau ha anche pubblicato sull’account una sua foto in procinto di accogliere rifugiati, scattata nel 2015, quando il premier aveva voluto recarsi personalmente in aeroporto per l’arrivo di un primo contingente di rifugiati siriani nel quadro di un ponte aereo organizzato dalle autorità  di Otttawa. Da allora il Canada ha accolto più di 35mila rifugiati siriani.
Il ministro degli Esteri iraniano: «La nostra decisione non è retroattiva»
«A differenza degli Usa, la nostra decisione non è retroattiva», ha detto il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif in riferimento alla decisione dell’Iran di applicare il principio di reciprocità  dopo la decisione del presidente americano Donald Trump di sospendere i visti per i cittadini iraniani. «Coloro che hanno già  un visto valido iraniano saranno accolti volentieri». «Pur rispettando i cittadini americani e facendo differenza fra loro e le politiche ostili del governo statunitense, l’Iran ha dovuto prendere misure reciproche per proteggere i propri cittadini».
Proteste negli aeroporti degli Stati Unit
L’ordine esecutivo con cui Donald Trump ha sospeso temporaneamente l’arrivo di tutti i rifugiati e delle persone provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica ha innescato una serie di proteste davanti agli aeroporti internazionali di numerose città  degli Stato Uniti. In particolare circa 2.000 persone, tra cui alcune celebrità , si sono riunite davanti al John F. Kennedy Airport di New York (foto) , causando anche alcuni disordini.
L’agenzia che gestisce lo scalo ha tentato di ostacolare l’afflusso dei manifestanti fermando i treni che portano ai terminal, ma il governatore dello stato di New York, il democratico Andrew Cuomo, ha cancellato la misura, affermando che la gente ha il diritto di protestare.
E manifestazioni ci sono state anche nel vicino aeroporto di Newark, in New Jersey, dove si sono radunate circa 120 persone con cartelli contro l’ordine esecutivo di Donald Trump.
E anche all’aeroporto di Denver, in Colorado, decine di manifestanti si sono riuniti davanti al locale scalo internazionale, così come a Chicago, davanti all’aeroporto à’Hare si è radunata una piccola folla e diverse persone sono state arrestate.
Secondo quanto riferisce la stampa locale, anche diversi passeggeri in arrivo allo scalo si sono uniti ai manifestanti.
Simili manifestazioni si sono svolte anche a Dallas, Seattle, Portland, San Diego. E a Los Angeles, circa 300 persone sono entrate nel terminal dopo aver inscenato una veglia a lume di candela. E ancora, a San Francisco, centinaia di persone hanno bloccato la strada che porta allo scalo per esprimere la loro protesta.
I paesi islamici dove Trump ha interessi economici esclusi dalla “black list”.
E sale anche la protesta per l’esclusione di alcuni paesi islamici, da cui sono provenuti molti dei terroristi responsabili di attentati gravissimi contro cittadini americani, dalla black list decisa da Trump.
Sono proprio quei paesi dove il tycoon ha importanti interessi economici.
In un tweet, James Melville ad esempio fa il confronto con gli altri Stati messi al bando dal presidente degli Stati Uniti in relazione alle azioni violente contro gli Usa. Dal confronto emerge un dato sconcertante: le nazioni escluse dalla lista nera sono proprio quelle che hanno dato i natali agli autori delle più efferate stragi contro cittadini americani, mentre dai paesi inseriti nella lista non ci sono persone che hanno compiuto azioni violente negli Usa.

(da “La Repubblica”)

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