Agosto 2nd, 2014 Riccardo Fucile
L’ESECUTIVO NEGA CHE CI SARà€ “UNA STANGATA”, MA POI AMMETTE DIFFICOLTà€ COL PIL E IL BONUS FISCALE: “NON POSSO GARANTIRLO ANCHE A PENSIONATI E PARTITE IVA”
Non siamo ancora al destino cinico e baro con cui Giuseppe Saragat accolse una sconfitta elettorale, ma nel roboante e visionario discorso pubblico di Matteo Renzi sempre più spesso comincia a far capolino la realtà .
Ieri, per dire, mentre illustrava dalla sala stampa di palazzo Chigi le magnifiche sorti e progressive del Paese una volta che sarà in vigore lo “sblocca-Italia” (provvedimento che arriverà in Consiglio dei ministri a fine agosto e su cui ieri è stata aperta una consultazione pubblica), ha cominciato a ricalibrare le sue affermazioni su un paio di temi decisamente rilevanti: la crescita e il bonus fiscale da 80 euro.
Notevole, e persino commovente, l’oscillazione renziana.
La visione: “Inizia un percorso di cambiamento strutturale che consentirà all’Italia di guidare la ripresa: a settembre ci sarà una grande ripartenza col botto e noi ad agosto staremo qui a completare il pacchetto dei mille giorni”.
Anzi no, “l’Italia è già ripartita, dobbiamo incoraggiarla”.
Poi la realtà : “Il dato dellacrescita noi lo aspettavamo più alto, in linea con le previsioni dell’Eurozona…”.
Di nuovo la visione: “Le cose si stanno rimettendo in carreggiata e quindi non c’è nessuna stangata in arrivo”.
E ancora la realtà : “Saremo in grado di mantenere il bonus 80 euro? Sì. Saremo in grado di estendere la platea? Non sono in grado di garantirlo, ci proveremo”.
Questa gli deve essere costata parecchio, peraltro, visto che a fine maggio – proprio alla fine della campagna elettorale — promise che gli 80 euro non erano “che l’inizio. Il governo vuole pensare anche ai pensionati e alle partite Iva”.
Degli incapienti (quelli che guadagnano meno di ottomila euro l’anno), esclusi pure loro dalla platea del bonus, s’era già fatto carico presentando il decreto Irpef: “Questo è solo l’antipasto, lo estenderemo anche agli incapienti”.
Poi si sa com’è: poco poco, piano piano la realtà si fa strada come il Marzullo di Maurizio Crozza nella testa dell’intervistato.
Non solo. Ieri Renzi ha interpretato persino la parte del gufo (nell’immaginario renziano è chiunque metta in dubbio le sue parole): “Juncker si è impegnato a fare 300 miliardi di euro di investimenti e noi diciamo che siamo molto junckeriani su questo, ma ci dica dove li prende”.
Pier Carlo Padoan, invece, sulla (mancata) crescita del Prodotto interno lordo aveva già deliziato la platea nei giorni scorsi: “Speravamo fosse maggiore”.
Parole che danno tutto un altro senso ai numeri che il governo ha scritto nel Documento di economia e finanza.
Ieri, però, il ministro dell’Economia era ottimista: “L’insieme delle misure contenute nello Sblocca Italia rappresentano una grande leva di sviluppo che potrà produrre risultati anche prima del previsto”.
Più prosaicamente, però, Padoan ha anche annunciato che nel mirino ci sono le municipalizzate: “C’è terreno propizio per una razionalizzazione, allo scopo di migliorare l’offerta di servizi pubblici locali e per valorizzarle in vista della privatizzazione. Come? Si possono immaginare incentivi normativi, fiscali e anche una fuoriuscita graduale e ordinata dal Patto di stabilità interno”.
Non una parola, ieri , sul caso di Carlo Cottarelli e il destino della spending review, silenzio finora pure sulla richiesta delle opposizioni di andare a riferire in aula. In compenso, però, è stato reso noto il parere della Ragioneria generale sulla copertura dell’emendamento che ha consentito a 4mila insegnanti bloccati dalla riforma Fornero di andare in pensione a “quota 96”: è molto negativo e prevede la creazione di “debiti fuori bilancio”.
Si tratta della norma che ha fatto infuriare anche Cottarelli, che ha parlato di qualcuno che “rema contro”: ebbene quell’emendamento parlamentare è stato appoggiato con convinzione dallo stesso Renzi contro il parere, ad esempio, del suo ministro Stefania Giannini.
Ha tutto il diritto di farlo, ma ad oggi non si possono avere i parametri europei a posto e una politica redistributiva.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 2nd, 2014 Riccardo Fucile
SE IL PATTO DEL NAZARENO FOSSE UN “ATTO PARLAMENTARE” SAREBBE DEPOSITATO… DECRETO ANTICORRUZIONE E ANTIRICICLAGGIO BLOCCATI: SOLO UN CASO?
L’altroieri si è tenuta nella sede di largo del Nazareno a Roma la Direzione del Pd. 
Evento utilissimo per due motivi.
Il primo: si è scoperto che il Pd, a dispetto delle apparenze, ha una direzione.
Il secondo: si è appreso, da un passaggio del lungo monologo del segretario-premier Matteo Renzi in maniche di camicia, che il Patto del Nazareno da lui siglato il 18 gennaio col pregiudicato Silvio B., è nientemeno che “un atto parlamentare”.
Ora, per carità , Renzi avrà pure preso il 40,8% — come non perde occasione di ricordare — ma neppure il 100,8% potrebbe autorizzarlo a mentire così allegramente. Non foss’altro che per risparmiarsi una ramanzina della Boschi sulle bugie che, come diceva Fanfani quand’era ispirato, “non servono”.
Gli “atti parlamentari” sono documenti scritti, firmati, stampati, datati, protocollati e soprattutto pubblici, affinchè tutti possano prenderne visione.
Il Patto del Nazareno, invece, non lo conosce nessuno. A parte i nazareni medesimi, cioè Renzi, B., Letta Zio e Verdini.
A una nostra domanda, il premier ci fece sapere che B. non gli aveva chiesto salvacondotti giudiziari, nè lui poteva concedergliene.
E su questo siamo disposti a credergli.
Sia perchè, anche volendo, nessun governo, neppure presieduto da B., può far nulla contro una sentenza definitiva.
Sia perchè sul caso Ruby il salvagente a B. era già arrivato per grazia severina ricevuta.
Su tutto il resto, però, regna il mistero. Il documento, che alcuni giurano di aver visto e di cui i due cerchi magici confermano l’esistenza, resta un segreto di Stato: l’unico che Renzi non ha declassificato. Altro che atto parlamentare.
Da giorni il nostro Fabrizio d’Esposito raccoglie notizie e conferme su questo e quell’articolo, comma, codicillo del Patto: oltre alla porcata dall’Italicum, degno rampollo del Porcellum (non a caso scritto da Calderoli ma voluto da B.), e alla boiata del Senato, la cosiddetta riforma della giustizia si fa con B. (che tra l’altro se ne intende), sulle tv non si muove foglia, idem sul conflitto d’interessi.
Quando poi Napolitano si deciderà ad andare in pensione, Renzi e il pregiudicato troveranno insieme il successore all’insaputa dei cittadini con l’espressa esclusione di Prodi e di altri antidoti viventi alle larghe intese (i vari Rodotà e Zagrebelsky, molti graditi al popolo del centrosinistra, di Sel e anche dei 5Stelle, già scomunicati dal premier come gufi, soloni e professoroni).
Si parla addirittura di Roberta Pinotti, che due anni fa corse alle primarie del Pd per fare il sindaco di Genova e arrivò terza, ma solo perchè i candidati erano tre (fossero stati 37, sarebbe arrivata trentasettesima).
Diceva Gesù: “Dai frutti conoscerete l’albero”. Vale anche per il Patto: dai frutti che ha già prodotto possiamo tranquillamente immaginarlo.
A metà giugno è pronta per il voto in commissione e poi in aula la legge anticorruzione, cui la Camera lavora da un anno.
Renzi, volendo, può migliorarla con gli emendamenti del governo, tipo sul falso in bilancio.
Invece dice che il testo non gli piace e che ne presenterà uno nuovo di zecca. Risultato: nuovo testo mai arrivato e anticorruzione addio.
Idem per l’autoriciclaggio, pronto da settimane ma bloccato in commissione Giustizia. Poi c’è Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia in quota B. travestito da tecnico, beccato a fare campagna elettorale per due candidati al Csm, poi puntualmente eletti: ai tempi di Letta, Renzi ne avrebbe chiesto la testa.
Ora invece, anzichè farlo volare giù dalle scale, lo lascia al suo posto.
Il giorno del Patto, Renzi disse ai quattro venti che l’accordo con B. sull’Italicum serviva a dare all’Italia “una legge elettorale che garantisca maggioranze certe per non fare mai più larghe intese”.
Da allora non va più neanche alla toilette senza consultare Arcore, anzi Cesano Boscone, in base a un papiro segreto che ha commissariato l’Italia intera.
E inperfetta continuità con 40 anni di democrazia a sovranità limitata, che non può rispettare le leggi scritte a partire dalla Costituzione, perchè deve obbedire a quelle occulte: il Piano di Rinascita di Gelli, il papello di Riina e ora il patto con un tizio che conosce bene gli altri due.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 2nd, 2014 Riccardo Fucile
QUIRINALE PROIBITO PER CHI HA BATTUTO SILVIO ALLE ELEZIONI: E’ UNA CLAUSOLA DEL PATTO DEL NAZARENO
“Non sono sorpreso dalla clausola anti-Prodi del Patto del Nazareno”. Non si aspettava altro Romano Prodi.
Sconta il peccato originale di esser stato l’unico candidato alla presidenza del Consiglio ad aver battuto Silvio Berlusconi.
Prima i due governi auto-affossati dal centrosinistra (1998 e 2008), poi i 101 voti mancanti del Pd, l’orribile scherzetto parlamentare che chiuse al Professore le porte del Quirinale (2013) aprendo quelle delle larghe intese.
Ma non basta, perchè come rivelato ieri dal Fatto Quotidiano, e confermato dalla pasdaran berlusconiana Mariarosaria Rossi sull’huffingtonpost.it  , proprio nel “papello” del Nazareno, uno dei punti fermi riguarda ancora l’incubo dell’ex Cavaliere.
Così recita il Patto: “In nessun caso, durante le trattative per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica, potrà essere fatto il nome di Romano Prodi”.
Il Professore ripete da ormai più di un anno, proprio dallo scherzetto dei 101, che per lui i giochi sono finiti: “Game over, non andrò mai al Colle”.
Pretattica? Un modo per non bruciare la possibilità di ritornare in corsa al momento opportuno?
Può darsi, molti osservatori lo hanno pensato. Ma ieri mattina per Prodi quella che poteva essere un’intuizione è diventata certezza di fronte alla prima pagina del Fatto: “Ultimo segreto del Nazareno: Prodi mai sul Colle”.
Quando il Professore risponde al telefono, nel primo pomeriggio di ieri, ha già sfogliato il Fatto da diverse ore. E si aspetta questa chiamata. “Pronto, eccovi”.
Buongiorno Presidente, ha letto della clausola anti-Prodi del Patto del Nazareno, sul Fatto?
Come no? Certo che ho letto.
Ed è sorpreso?
No. Non sono sorpreso per niente. Non parlo. Non dico nulla. Anzi, una cosa la dico…
Prego.
È l’unica buona notizia politica delle ultime settimane. Vi ringrazio. Adesso basta, però.
Ma c’è qualcosa di positivo in questo Patto del Nazareno, a parte la clausola anti-Prodi?
Faccia conto che io sia in viaggio nel deserto o sulla luna, senza portatile.
No, mi scusi posso farle ancora una domanda Presidente? Una sola.
No.
Lei avrebbe mai stretto un accordo con Berlusconi per riformare la Costituzione?
Può chiedermi come mi chiamo al massimo, le rispondo: Romano Prodi.
È il 18 gennaio 2014, il premier e segretario del Pd Matteo Renzi incontra il padrone di Forza Italia Silvio Berlusconi.
Immaginate la scena, Berlusconi che fissa questo preciso punto: “Il prossimo presidente della Repubblica lo scegliamo insieme . E l’unico nome che non si potrà fare sarà quello di… Romano Prodi”.
Renzi, che ha provato fin da quell’aprile 2013 ad allontanare, a parole, dai suoi fedelissimi l’onta dell’agguato al Professore, alza lo sguardo verso l’ex Cavaliere, si protende per stringergli la mano e dice: “Sì, eleggeremo insieme il capo dello Stato e non sarà Prodi”.
Ci pensa la senatrice Mariarosaria Rossi — tesoriere di Forza Italia, fedelissima di Berlusconi e amica intima della fidanzata Francesca Pascale — a confermare tutto: “Sarà naturale per voi eleggere insieme al Pd il successore di Napolitano?”, le chiede Alessandro De Angelis dell’huf fingtonpost.it  .
“Non sbaglia”, risponde lei sicura.
Game over.
Giampiero Calapa’
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 2nd, 2014 Riccardo Fucile
FUSIONE TRA DUE BILANCI IN ROSSO, NASCE ITALIANA EDITRICE SPA CON LA FIAT CHE FA LA PARTE DEL LEONE
La Stampa e il Secolo XIX, dopo anni di indiscrezioni e rumor, si uniscono per dar vita a un nuovo
gruppo editoriale.
Le società proprietarie dei quotidiani basati a Torino e Genova, cioè da un lato la Editrice La Stampa della famiglia Agnelli e dall’altro la Sep (Società edizioni e pubblicazioni) dei Perrone, si fonderanno in Italiana Editrice.
La maggioranza (77%) sarà di Fiat e sulla poltrona di presidente siederà John Elkann, mentre Carlo Perrone, con il 23%, avrà la vicepresidenza.
L’obiettivo, spiega una nota congiunta — è quello di creare “un nuovo protagonista del panorama editoriale nazionale, capace di affrontare con maggiore forza le sfide legate alla trasformazione del settore”.
Le voci sul polo unico Milano-Torino-Genova
Fin qui gli annunci. Di fatto però la svolta si colloca nella situazione di sofferenza economica dei due editori. E, a detta di molti, va inquadrata in un progetto più ampio di cui si vocifera da oltre un anno.
Da quando cioè l’erede dell’Avvocato, attraverso la cassaforte di famiglia Giovanni Agnelli & c sapa, ha sborsato circa 90 milioni per diventare primo azionista di Rcs con il 20%, quota scesa ora al 16,7%.
Il piano sarebbe quello di creare un polo unico, con dentro Stampa e Secolo, nell’orbita della società che edita il Corriere della Sera.
Sul fatto che il consolidamento sia nell’aria da tempo ci sono pochi dubbi: lo stesso amministratore delegato di Rcs, Pietro Scott Jovane, lo scorso ottobre aveva risposto “non confermo nè smentisco” alle domande su una possibile fusione tra Stampa e Corriere.
Prospettiva che appare ancora più agevole dopo la notizia della prossima uscita di Ferruccio De Bortoli dal quotidiano di via Solferino, annunciata e programmata per il prossimo aprile.
Anche perchè non è un mistero che tra i candidati alla direzione ci sia l’attuale direttore della Stampa, Mario Calabresi. Se ne saprà di più la prossima primavera, dopo l’addio di De Bortoli e sulla base al peso relativo che in quel momento avranno i soci di Rcs, tra cui Diego Della Valle (oggi al 7,3%) e Urbano Cairo (3,6%).
Quel che è certo è che la (costosa) passionaccia per l’editoria della famiglia Agnelli, proprietaria del quotidiano torinese fin dagli anni ’20 del secolo scorso e nel 1973 anche grande azionista dell’Editoriale Corriere della Sera, si trasmette di generazione in generazione e non conosce crisi.
Elkann, infatti, siede dal 2009 nel cda del britannico The Economist, di cui ha una piccola quota, e dal 2013 in quello della News Corp di Rupert Murdoch, a cui fanno capo Wall Street Journal, New York Post, Times, Sunday Times e Sun.
E anche su questo fronte non mancano le indiscrezioni: dopo la riorganizzazione delle tv europee con il marchio Sky in un’unica superpiattaforma, alcuni analisti ipotizzano che gli Agnelli possano essere interessati a investire nel colosso che lo Squalo è intenzionato a creare conquistando Time Warner. Che a sua volta controlla la Cnn.
Gli indizi e i passi già fatti
Gli elementi, a ben guardare, non mancano. Partiamo dai conti.
L’Editrice La Stampa ha perso 14 milioni nel 2011, 27 nel 2012 e oltre 66 lo scorso anno, di cui però 39 imputabili alla concessionaria di pubblicità Publikompass.
Risultato: tra 2012 e 2013 Fiat ha dovuto iniettare nella società quasi 150 milioni.
Lo scorso aprile, davanti a proiezioni che danno anche il 2014 in rosso per 4-5 milioni, dal Lingotto è arrivato un ultimatum: o il pareggio di bilancio o per il quotidiano torinese, che è già in stato di crisi e sta ultimando un piano di prepensionamenti, sarebbero arrivati nuovi tagli.
Nel frattempo, a dicembre 2013, la società aveva affidato tutta la raccolta pubblicitaria nazionale — per la carta e per il web — alla Rcs Pubblicità del gruppo guidato da Scott Jovane. Ridimensionando di conseguenza Publikompass (il 70% della forza lavoro è stato messo in mobilità ).
Sul fronte genovese, dove di nozze con Torino si parla dal 2005-2006 quando un primo tentativo andò a monte, l’ultimo bilancio disponibile (2012) si è chiuso con perdite per 4,5 milioni.
Dal novembre scorso i 77 redattori sono in contratto di solidarietà al 25%.
Perrone, che ha speso molto di suo negli ultimi dieci anni per risanare l’azienda con corpose iniezioni di liquidità , ha affidato a una società di consulenza la messa a punto di un piano di riduzione dei costi, rilancio e “rielaborazione dell’offerta multimendiale”.
Ma l’iniziativa è stata ritenuta insufficiente dalle banche creditrici, che nell’ambito del rinnovo di alcuni finanziamenti avrebbero spinto per le nozze con la Stampa.
Peraltro nell’estate 2013 alla guida di Sep era arrivato da Torino l’ex direttore generale di Publikompass Maurizio Scanavino, mossa che aveva riacceso i riflettori sul possibile piano di integrazione sotto l’ombrello degli Agnelli.
Cioè, in ultima analisi, in quella Rcs che dopo aver archiviato il 2013 con un rosso di 218 milioni, la chiusura di sei testate periodiche e la cessione di altre quattro, nei primi sei mesi del 2014 ha ridotto le perdite a 70 milioni.
Elkann promette: “Stampa e Secolo manterranno le loro testate”
Elkann ha garantito che “i valori che hanno guidato entrambe” le testate “per oltre un secolo rimarranno gli stessi, come pure l’indipendenza e la qualità dell’informazione offerta quotidianamente ai propri lettori”.
Quanto alla sorte dei due “marchi”, il presidente di Fiat (che venerdì ha officiato l’assemblea che ha dato il via libera alle nozze tra Fiat e Chrysler) ha detto che “la Stampa e il Secolo XIX continueranno a uscire con le loro storiche testate, rafforzando ognuna il dialogo con il proprio territorio, ma al contempo avranno entrambe alle spalle un’unica società più efficiente e più solida dal punto di vista economico e finanziario”. Promessa che, peraltro, potrebbe essere mantenuta anche nel quadro di un’unica società editoriale con diversi dorsi locali.
Perrone, dal canto suo, ha evocato i ”profondi mutamenti generati dall’evoluzione tecnologica” che l’editoria sta conoscendo e ha auspicato che l’integrazione che caratterizzerà il nuovo possa costituire “la base per affrontare al meglio le future sfide di un mercato sempre più caratterizzato dallo sviluppo digitale”.
Timori di ricadute sugli organici
I rappresentanti sindacali dei giornalisti della Stampa incontreranno l’azienda per un confronto all’inizio della prossima settimana, mentre quelli del Secolo XIX hanno convocato un’assemblea già per sabato pomeriggio.
Resta alta la guardia sulle potenziali ricadute sugli organici delle testate: oggi nel giornale torinese lavorano 165 giornalisti assunti e al Secolo XIX 77.
L’operazione, comunque, dovrà ottenere il via libera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e di consigli di amministrazione e azionisti di entrambe le società , che si terranno entro ottobre.
Le “nozze” non si celebreranno quindi prima della fine dell’anno.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2014 Riccardo Fucile
NEL 2012 IL MINISTERO DELL’ECONOMIA CHIEDEVA SPIEGAZIONI SU “FLORENCE MULTIMEDIALE”
Il documento è datato maggio 2012. Qualche settimana dopo, l’8 giugno, Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, avvierà l’iter per le primarie di coalizione.
Solo a settembre Matteo Renzi, arrembante sindaco di Firenze, romperà gli indugi e ufficializzerà la propria candidatura.
Dopo mesi passati a «rottamare» ha deciso di giocarsi la sua grande occasione.
Se vince sarà lui a guidare il centrosinistra alle elezioni Politiche del febbraio 2013.
Renzi è lanciatissimo eppure a maggio il Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato del ministero dell’Economia e delle Finanze (il titolare è ancora Mario Monti che a luglio passerà il timone a Vittorio Grilli ndr ), invia un documento che riguarda una «verifica amministrativo-contabile alla Provincia di Firenze».
Il periodo sotto esame è quello in cui Matteo governava, il quinquennio 2004-2009. E il quadro dipinto da via XX Settembre è tutt’altro che entusiasmante.
Ci si sofferma, in particolare, sul ruolo giocato da Florence Multimedia, la società esterna nata nel 2005 per volere dello stesso Renzi che ha preso il posto dell’ufficio stampa della Provincia.
L’accusa è pesante.
Secondo il ministero dal 2006 al 2009 «sono stati contrattualizzati, nella forma di contratto, convenzione, disciplinare di servizio, affidamenti al lordo per euro 9.213.644,69».
Nessun problema se non fosse che subito dopo si legge: «Ovviamente, non essendo stata prodotta alcuna evidenza documentale a supporto di quanto asserito, si può solo prendere atto». Insomma non ci sono documenti. Per questo la relazione sottolinea che «sarebbe interessante sapere quale grado di contezza abbia avuto l’Organo Consiliare di questi affidamenti “complementari” il cui importo, a ben vedere, triplica quello dei “Contratti di servizio base”».
Tradotto per i non addetti ai lavori il presidente-sindaco, forse all’insaputa dell’istituzione, avrebbe allegramente «buttato» 6 milioni di euro.
Non certo una bazzecola. Per altro «ricondotta ad altre fattispecie piuttosto evanescenti (“integrazioni economiche di precedenti contratti” o “affidamenti con contestuale approvazione di un progetto contenente gli elementi essenziali della prestazione”)».
Non avete capito niente? Normale.
Nemmeno gli ispettori del ministero. Proprio per questo invitavano a «fornire ulteriori elementi in ordine ai rilievi ancora da regolarizzare».
La vicenda, infatti, era iniziata a dicembre del 2011. Ma a maggio restavano dei punti oscuri da chiarire.
Cosa sia successo poi non è dato sapere. C’è un processo avviato davanti alla Corte dei Conti, ma riguarda la nomina di quattro direttori generali (anche di questi si parlava nella relazione del maggio 2012). L’ipotesi è che si sia configurato un danno erariale e la prossima udienza è fissata per settembre.
Ma dei soldi alla Florence Multimedia nessuno ha più parlato.
Nel frattempo il «rottamatore» ha perso le primarie del 2012, si è leccato le ferite, è tornato in pista per quelle del 2013, è diventato leader del Pd e poi, per via extraparlamentare, è arrivato a Palazzo Chigi.
Un’ascesa fulminea su cui oggi si allunga l’ombra di quei 6 milioni.
Il documento del ministero dell’Economia, infatti, dovrebbe essere parte integrante della denuncia che l’avvocato Carlo Taormina, difensore del dipendente comunale Alessandro Maiorano (il «nemico pubblico numero uno» di Renzi), sta preparando e presenterà nei prossimi giorni.
L’obiettivo è capire perchè quei soldi siano stati spesi e perchè, nonostante la richiesta di chiarimenti, nulla si sia mosso.
Chissà se stavolta le spiegazioni saranno più convincenti. E documentate.
Nicola Imberti
(da “il Tempo”)
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Agosto 1st, 2014 Riccardo Fucile
I SOLDI DELLA FONDAZIONE DEL PREMIER: ARRIVANO DA PARLAMENTARI E MINISTRI PD…IN SEI MESI CONTRIBUTI PER 347.000 EURO
Il 30 giugno scorso mentre il Paese era già dov’è ora, in attesa che gli annunci del governo
diventassero realtà , il ministro per le Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Luca Lotti, si trovavano a Firenze insieme a Marco Carrai e Alberto Bianchi per approvare il bilancio 2013 della fondazione Open (evoluzione della Big Bang) creata per raccogliere fondi finalizzati al finanziamento delle attività politiche del premier Matteo Renzi.
Boschi, Lotti, Carrai e Bianchi sono i membri del Cda della fondazione. Ed escluso Carrai ne sono anche finanziatori.
Insieme ad altri imprenditori, liberi professionisti e molti parlamentari. Con esattezza 28 deputati e 8 senatori.
Tutti del Pd. E tutti ovviamente renziani.
Nell’elenco c’è il tesoriere del partito, Francesco Bonifazi , l’europarlamentare Simona Bonafè, il deputato poi sindaco ereditiere di Firenze Dario Nardella e il suo collega a Montecitorio poi primo cittadino a Prato Matteo Biffoni.
Oltre a mezza segreteria democratica.
Dal gennaio 2013 al 30 giugno 2014 tutti hanno elargito denaro alla fondazione di Renzi.
In base ai dati di cui il Fatto è in possesso nel periodo compreso tra il primo gennaio 2014 e il 30 giugno scorso nelle casse della Open sono entrati 347.650 euro.
Da quando cioè Renzi ha vinto le primarie, nel dicembre 2013, ed è poi diventato presidente del Consiglio.
E ha nominato ministri, sottosegretari, scelto i candidati per le europee e assegnato poltrone nelle controllate.
Ernesto Carbone, deputato che a Roma guida una Smart del 2001 pagata simbolicamente un euro, ha versato alla fondazione 12mila euro.
Stessa cifra elargita da Bonifazi e dal senatore Andrea Marcucci che ha dichiarato un reddito di 397.424 mila euro, mentre Bonifazi ha depositato alla Camera un 730 da 67mila euro.
David Ermini e Michele Anzaldi hanno destinato alla attività politica di Renzi 10.400 ciascuno, mentre Luca Lotti e Dario Parrini, segretario del Pd della Toscana e componente della direzione nazionale del partito, hanno contribuito con 9.600 a testa. C’è poi Maria Elena Boschi, ministro nonchè segretario generale della Fondazione Open, che ha versato 8.800 euro per il suo mentore politico.
Con un assegno da 8mila euro in mano si sono presentati invece il sindaco di Prato Matteo Biffoni, il deputato Marco Donati e il senatore Mauro del Barba.
A seguire: Ernesto Magorno , deputato e sindaco di un paesino in provincia di Cosenza nonchè segretario regionale del Pd in Calabria per appena pochi mesi, ha elargito 7200 euro alla causa dello scout di Rignano.
Stessa cifra versata da Luigi Dallai e da due senatori: Stefano Lepri e Mario Morgoni. Il deputato Edoardo Fanucci contribuisce con 6800 euro mentre il sindaco di Firenze, Dario Nardella, si è fermato a 6600 euro seguito da Erasmo D’Angelis , sottosegretario alle Infrastrutture già nel governo Letta, che ha versato 6400 euro. L’elenco dei parlamentari è decisamente lungo e le cifre non sono enormi, va detto. Ma è quanto meno curioso che versino soldi alla fondazione del premier invece che al Pd.
Anche Enrico Letta e molti altri politici hanno guidato e guidano una loro fondazione ma nessuno prima d’ora aveva ricevuto in maniera così massiccia elargizioni da politici amici poi diventati deputati e infine nominati ministri, sottosegretari o vertici di partito.
Alla fondazione di Renzi, invece, arrivano fondi da deputati e senatori.
Da Palazzo Madama versano soldi alla Open Stefano Collina (6400 euro), l’ex vicepresidente della Provincia di Firenze quando Renzi ne era presidente Laura Cantini (5600), Rosa Maria Di Giorgi (5000), Nadia Ginetti (4800).
Da Montecitorio, invece, la lista è più corposa: l’ex segretario generale dell’Istituto Luigi Sturzo, Flavia Piccoli, e Silvia Fregolent contribuiscono alla fondazione renziana con 5600 euro; il sottosegretario per le riforme costituzionali Ivan Scalfarotto e Yoram Gutgeld versano ciascuno 4800 euro.
Paolo Coppola, Federico Gelli, Giovanna Martelli, Ermete Realacci e l’oggi eurodeputata Simona Bonafè si fermano a 4000.
Altri versano una cifra quasi simbolica: Filippo Crimi 3.200 euro, Piergiorgio Carrescia 2.000, Luigi Famiglietti, Roger De Menech e Davide Faraone 1.600. Rimanendo nell’ambito del “renzismo”, escludendo quindi gli imprenditori e i liberi professionisti che hanno compiuto elargizioni nel 2013 e nei primi sei mesi del 2014 alla fondazione, va registrato il contributo di Alberto Bianchi.
Presidente prima della Big Bang e ora della Open, avvocato di Renzi, amico di Carrai, ha versato complessivamente 29.400 euro.
Di cui, da prospetto, 5400 nel 2012 e 25 mila nel 2013.
Lo scorso aprile Bianchi è stato nominato dal governo nel consiglio di amministrazione di Enel.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2014 Riccardo Fucile
PROMEMORIA PER ZANDA SU COSTITUZIONE, EMENDAMENTI E NORMA CANGURO
Riforma costituzionale, ostruzionismo, applicazione della «norma-canguro» per accorpare migliaia di emendamenti, proteste dell’opposizione, appelli al Quirinale.
Sembra la cronaca parlamentare degli ultimi giorni, in realtà è quella di quasi dodici anni fa. Copione analogo, ruoli invertiti con il centrosinistra dall’altra parte della barricata.
Era l’autunno 2002 e il governo Berlusconi, che schierava come ministro delle Riforme Umberto Bossi, aveva presentato un disegno di legge costituzionale di «devolution» di poteri su scuola, sanità e polizia dallo Stato alle Regioni.
La maggioranza di centrodestra marciava con passo deciso e senza dialogare con l’opposizione; l’Ulivo, progenitore del Pd, contestava con tutte le forze.
Alla fine di novembre la riforma Bossi approdava in Senato per la prima lettura.
E l’Ulivo rispondeva esattamente come fa oggi chi si oppone al Pd: ostruzionismo. Anzi, per usare l’espressione coniata dal centrosinistra dell’epoca, «ostruzionismo scientifico».
A deciderlo all’unanimità , l’assemblea dei senatori di centrosinistra.
A orchestrarlo, una task force di esperti senatori: Bassanini, Villone, Vitali per i Ds; Mancino e Petrini per la Margherita; Dentamaro per l’Udeur; Turroni per i Verdi.
I quali accolsero la «devolution» sommergendola con 1300 emendamenti.
In valore assoluto, meno degli ottomila che le opposizione hanno presentato oggi in Senato; in realtà , molti di più se si considera che il testo Bossi contava solo 2 articoli e 149 parole, mentre il ddl Boschi 35 articoli e 4323 parole.
L’obiettivo di Bossi era ottenere il primo sì del Senato entro il 9 dicembre, quando cominciava inderogabilmente la discussione della legge Finanziaria.
Quello dell’Ulivo era impedirlo, in modo da allungare i tempi di diversi mesi.
Non solo: per raddoppiare l’ostruzionismo ingolfando il Parlamento, l’Ulivo aveva già pronti altri settemila emendamenti sulla legge Finanziaria.
La battaglia parlamentare fu molto animata e ricorda quella attuale. L’Ulivo non mancò di alzare i toni («Scempio della Costituzione», «Violata la dignità del Parlamento»), di appellarsi al Capo dello Stato, di convocare proteste di piazza, di prolungare in ogni modo i lavori: contestazioni sul resoconto verbale, denuncia dei «pianisti», iscrizione in massa per parlare, pioggia di questioni pregiudiziali.
Stesse pratiche messe in atto in questi giorni da Sel e M5S.
Sotto accusa finì anche il presidente del Senato Marcello Pera, che applicò per la prima volta la regola del «canguro» per cancellare migliaia di emendamenti.
«Solo la tecnica del canguro – scriveva l’agenzia Ansa il 4 dicembre – ha potuto salvare governo e maggioranza da un ritardo inaccettabile sul traguardo finale».
Oggi che lo fa Piero Grasso, il Pd applaude.
Ma allora l’Ulivo gridava alla democrazia parlamentare violata.
E fu proprio grazie al contingentamento dei tempi dell’opposizione (che coniò lo slogan «undici ore per sfasciare l’Italia») e al «canguro» che la devolution fu approvata il 5 dicembre, nei tempi voluti dal governo.
Il testo passò alla Camera, che lo votò quattro mesi dopo, ma lì si fermò.
La riforma costituzionale prese un’altra strada, quella della baita di Lorenzago da cui uscì una riforma molto più ampia.
L’iter parlamentare ripartì con la stessa sceneggiatura: ostruzionismo e denuncia della «dittatura della maggioranza» da parte del centrosinistra.
Ancora una volta Pera applicò la norma-canguro per cancellare gli emendamenti.
Alla fine, la riforma fu approvata in doppia lettura dal Parlamento ma ebbe vita effimera: cancellata per fortuna con il referendum del 2006.
Giuseppe Salvaggiulo
(da “il Tempo“)
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Agosto 1st, 2014 Riccardo Fucile
“RENZI RAPPRESENTA IL PARADOSSO CHE FARE DISASTRI SIA MEGLIO CHE NON FARE NULLA”
Sotto mentite spoglie, questa riforma è l’apoteosi del berlusconismo. 
Dopo una stasi ventennale dovuta alla contrapposizione tra potere e opinione pubblica, si attuano le riforme politiche berlusconiane che l’indignazione aveva bloccato.
Esasperando la retorica del fare, arriviamo al paradosso che fare disastri sia meglio che non fare nulla.
Le riforme costituzionali, che secondo Renzi sono ‘fortemente’ volute dal popolo italiano, sono quelle già bocciate dagli italiani nel referendum popolare del 2006.
Lo stesso Berlusconi ha detto che la riforma renziana non è altro che la sua personale riforma, affondata a suo tempo dalle sinistre
In questo modo Berlusconi ha voluto ribadire il suo copyright sul pacchetto di “riforme” di cui lui è l’autore e Renzi l’esecutore.
Carlo Freccero
(dirigente tv e docente universitario)
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Agosto 1st, 2014 Riccardo Fucile
E IL CONTO SALE A 500 MILIARDI SE SI AGGIUNGE IL FATTURATO DI “MAFIA SPA”
Una montagna nascosta nelle tasche degli italiani.
Solo di quelli più furbi però, e difficile da quantificare perchè si perde in mille rivoli, dal mancato scontrino del piccolo dettagliante alla grande evasione Iva che toglie risorse ingenti alla casse dello Stato.
In ogni caso nessuno è mai riuscito a calcolare quanto vale.
Solo stime, le ultime delle quali risalgono al 2008, all’inizio della crisi economica.
Il «Rapporto Riforma» pubblicato nel 2011 spiegava, infatti, che l’economia sommersa valeva tra i 255 e i 275 miliardi, vale a dire tra il 16,3% e il 17,5% della ricchezza prodotta.
Una quantificazione che non teneva in considerazione gli introiti accumulati dalle mafie e conteggiati nella ricerca di Bankitalia sull’Economia inosservata del 2012, relativa al quadriennio 2005-2008, secondo il quale l’economia sommersa, nel totale, ha toccato nel 2008 il 31,1% del Pil.
In valore assoluto – secondo i calcoli di Bankitalia – l’economia che sfugge alle statistiche ufficiali sfiora i 490 miliardi di euro, 290 dei quali dovuti all’evasione fiscale e contributiva e circa 187 all’economia criminale legata alla prostituzione e alla vendita di stupefacenti.
Dai risultati è emerso che nel quadriennio 2005-2008 c’è stata un’incidenza media dell’economia sommersa e di quella illegale pari rispettivamente al 16,5 e al 10,9% del Pil: per un totale del 27,4% di economia inosservata.
Meno catastrofico ma altrettanto pesante il calcolo della Uil che in suo dossier ha stimato che il fatturato prodotto dal nero, nel 2009, sia stato di oltre 154 miliardi di euro con un’incidenza sul pil del 10,3%.
Sommerso che si avvale di manodopera ai quali non viene versata la contribuzione e che nell’anno in esame ha ha coinvolto complessivamente oltre 3,7 milioni di lavoratori.
argomento: denuncia | Commenta »