Destra di Popolo.net

L’ECONOMIA FA PAURA AGLI ITALIANI: IL 58% E’ INSODDISFATTO, SOLO L’1,9% E’ MOLTO CONTENTO

Agosto 11th, 2014 Riccardo Fucile

SI TRATTA DEL LIVELLO PIU’ ALTO DA 20 ANNI, SPAVENTANO LA RECESSIONE E LA DISOCCUPAZIONE

La crisi fa davvero paura agli italiani.
Lo rivela l’Istat che pochi giorni fa ha certificato la ricaduta del Paese di recessione dopo appena sei mesi e adesso spiega che quasi un italiano su cinque (il 18,7%), si dice “per niente soddisfatto” della “situazione economica”.
E’ quanto emerge dall’indagine dell’Istat sugli aspetti della vita quotidiana.
Dalle serie storiche, pubblicate nei giorni scorsi, la percentuale, riferita al 2013 è la più alta da venti anni, dal 1993 (primo anno riportato).
Certo l’analisi dell’Istituto di statistica si riferisce allo scorso anno.
Prima quindi della salita a palazzo Chigi di Matteo Renzi che ha preso il posto di Enrico Letta lo scorso febbraio e prima anche all’arrivo del bonus da 80 euro in busta paghi per i redditi annui inferiori ai 25mila euro.
Il governo vede lievi segnali di miglioramento, ma i consumi stagnano.
E così, rispetto al 2012 la fetta di popolazione (over-14) che “storce la bocca” pensando alle condizioni economiche è aumentata (si fermava al 16,8%) e risulta addirittura raddoppiata a confronto con il 2002 (era al 9,4%). Tornando al 2013, sommando ai “per niente soddisfatti” anche i “poco soddisfatti” la quota lievita addirittura al 58%. I “molto soddisfatti” intanto sono scesi appena all’1,9%.
Insomma anche nella percezione della famiglia la strada per la ripresa resta lunga e, soprattutto, in salita.
D’altra parte anche i dati sulla disoccupazione non lasciano sperare per il meglio.
Se il tasso assoluto cala al 12,3%, il livello più basso degli ultimi 10 mesi, e per i tecnici dell’Istat “l’emorragia di occupazione si è fermata”; la situazione resta drammatica nella fascia 15-24 anni anni: il 43,7% è senza lavoro.

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SCUOLA, LA GUERRA DEI POVERI: “BASTA PROF DAL SUD”

Agosto 11th, 2014 Riccardo Fucile

L’ASSALTO ALLE CATTEDRE DEI PROF DEL SUD E IL NORD PROTESTA: “CI TOLGONO IL POSTO”

Supplenti delle scuole del Nord sul piede di guerra: dicono no all’invasione dei colleghi del Sud nelle loro graduatorie per le immissioni in ruolo e per le lunghe supplenze.
E lanciano su Facebook il profilo “Ora basta!!!” che ha già  migliaia di adesioni.
Lo scorso aprile, le graduatorie ad esaurimento — utilizzate per reclutare metà  degli immessi in ruolo e i supplenti annuali — delle regioni padane sono state letteralmente invase da precari del Sud in cerca di una cattedra fissa.
L’esodo ha determinato lo scavalcamento di migliaia di colleghi del luogo che a settembre rimarranno senza assunzione nè supplenza.
Una situazione che sta scatenando una vera e propria guerra tra poveri Nord-Sud in cui si intrecciano mille drammi umani.
Domenica Tusa, 47 anni, dopo una quindicina d’anni da supplente di scuola elementare in provincia di Palermo, lo scorso aprile ha deciso di trasferirsi in provincia di Firenze.
Lascerà  il marito a Palermo “per chissà  quanti anni”, sradicando “la figlia diciassettenne dal suo ambiente”.
Storie di precarietà  che combaciano con quelle degli insegnanti settentrionali.
Ilaria Tovani, prima della migrazione di massa, era in buona posizione nella lista della scuola dell’infanzia della provincia di Lucca.
«La nostra provincia — spiega l’insegnante — è stata la più colpita d’Italia: la collega che si trovava al primo posto è scivolata al 155°. Così vediamo sfumare l’immissione in ruolo e anche la possibilità  di ottenere le supplenze, rischiando a settembre la disoccupazione».
I numeri chiariscono bene la situazione. Il 53 per cento delle oltre 28mila cattedre messe a disposizione dal ministero per le assunzioni di quest’anno andranno a scuole del Nord.
Ma il grosso sarà  appannaggio di docenti meridionali trasferitisi di recente. Nella lista della primaria di Firenze e provincia, le prime 55 posizioni (quelle utili per le immissioni in ruolo di quest’anno) sono occupate da altrettante new entry: 16 siciliani, 33 campani e 2 calabresi. Due aspiranti maestre di ruolo sono nate all’estero e altre due, le più “settentrionali” di tutte, sono originarie di Frosinone.
Stesso discorso in provincia di Prato e in provincia di Lucca, ma per la scuola dell’infanzia: quasi tutti i posti andranno a docenti meridionali.
Le graduatorie dei grossi centri sono state prese d’assalto dai siciliani in fuga dalla regione con la disoccupazione più alta d’Italia. In provincia di Milano saranno 245 le assunzioni a titolo definitivo per la scuola primaria.
Nelle prime posizioni troviamo ben 241 trasferiti da altre province: 116 siciliani, 54 campani, 21 pugliesi e 18 calabresi. In totale, 209 meridionali, il 93 per cento.
Anche la provincia di Torino è terra di conquista per i siciliani.
A determinare la fuga al Nord dei precari meridionali i tagli della Gelmini, che hanno colpito soprattutto le regioni del Sud, e il calo della popolazione scolastica nel meridione che hanno ridotto le opportunità  per tutti.
Così, in aprile, scatta l’esodo verso il settentrione e le graduatorie delle province meridionali si svuotano. Nella scuola primaria si registra un meno 21 per cento di iscritti a Palermo, un meno 23 a Napoli e 12 per cento in meno di aspiranti in provincia di Bari e Reggio Calabria.
Di contro, sempre alla primaria, a Firenze la graduatoria si è allungata del 26 per cento, a Milano del 15 e a Prato addirittura del 57.
Ma il record spetta alla graduatoria di scuola dell’infanzia di Lucca — da dove è partita la protesta — che, nel giro di un anno, ha visto crescere gli iscritti del 181 per cento.
Ma il balzo da guinness dei primati è di Rosaria Mallardo. Nel 2013, si trovava al 1.622° posto della graduatoria ad esaurimento della scuola primaria in provincia di Napoli.
Spostandosi a Prato si ritrova adesso al 18° posto.
Un balzo di 1.604 posti. Da record.

Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)

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CON ADI’ IN FUGA TRA I MONTI DOPO IL MASSACRO: “HANNO UCCISO 500 YAZIDI, ANCHE I BAMBINI SEPOLTI VIVI”

Agosto 11th, 2014 Riccardo Fucile

PIU’ DI 200.000 CRISTIANI VERSO IL KURDISTAN, UN ESODO SENZA PRECEDENTI, MA LE STRAGI CONTINUANO

Persone spinte in fosse comuni e sepolte vive dagli jihadisti dello Stato islamico.
Adì ha scarponi sfondati e una carabina col calcio tarlato e le canne arrugginite, così piccola da sembrare un giocattolo: se è sopravvissuto allo sterminio, lo deve soltanto alla forza dei suoi vent’anni.
«Tre giorni fa, ero ancora sui monti di Sinjar, dove m’era arrampicato assieme ai miei per sfuggire alla follia omicida degli islamisti. Ma quando siamo arrivati in cima ci siamo accorti che eravamo in trappola, come mosche in un vaso di colla. Gli islamisti avevano infatti raggiunto i più lenti di noi e cominciato ad ammazzare gli uomini e a stuprare le donne. Ho avuto paura, e ho ripreso la mia fuga: dopo una massacrante marcia forzata a più di 40 gradi, e dopo aver attraversato quelle montagne, sono finalmente arrivato qui», racconta il ragazzo, indicando una catena di appennini spelacchiati e arsi dalla calura.
Incontriamo Adì a Zahko, cittadina del Kurdistan iracheno, a pochi chilometri dal confine turco, travolta negli ultimi giorni da migliaia di profughi che continuano ad arrivare da ogni parte, ingrossando le più grigie statistiche dell’offensiva islamista e occupando ogni angolo disponibile, ogni scuola, cantiere, praticello o scantinato. Soprattutto, creando una situazione che gli operatori umanitari, a cominciare da quelli dell’Unhcr, non sanno più come gestire.
Poco importa, infatti, che i profughi siano cristiani, sciiti, sunniti o yazidi, poichè qui sono tutti bisognosi di ogni cosa, avendo lasciato tutto dietro le loro spalle pur di salvare la pelle.
Adì racconta di come gli sia cambiata la vita dal giorno in cui gli “uomini neri” hanno invaso la piana di Ninive e conquistato Mosul, prima di assediare e prendere Sinjar, la sua città .
Narra della violenza gratuita, degli omicidi, dei rapimenti di ragazze. S’infuria quando ripensa all’orrendo ricatto cui sono sottoposti gli yazidi dagli islamisti: o vi convertite o vi sgozziamo. Ma quando gli diciamo dell’ultimo massacro compiuto dalle legioni di terroristi sulla sua gente, ossia delle cinquecento persone sepolte vive, soprattutto donne e bambini, rivelato ieri al mondo dal ministro per i Diritti Umani iracheno, Mohammed Shia al-Sudani, Adì china il capo e si scioglie in un pianto disperato.
«E io che sono scappato abbandonando la mia famiglia in montagna. Ma l’ho fatto soltanto per obbedire a mio padre, il quale mi ha detto di andare. Forse sarei dovuto restare con loro», singhiozza il ragazzo, angosciato per le sorti della madre e delle sorelle.
Evitiamo di ragguagliarlo sull’altra notizia diffusa ieri dal ministro di Bagdad, quando ha parlato di oltre trecento donne yazide ridotte in schiavitù dai combattenti dello Stato islamico.
Per essersi macchiati di quest’ultimo crimine, gli jihadisti somigliano decisamente più a dei predoni che non a degli osservanti soldati di Allah.
Del resto, lo stesso di può dire dei loro fratelli africani di Boko Haram, che lo scorso aprile hanno rapito duecento ragazze in un liceo nel nord della Nigeria per poi spartirsele tra le soldataglie accampate nel bush.
Per arrivare a Zahko, Adì ha prima dovuto attraversare il confine siriano, per poi tornare nel territorio del Kurdistan iracheno al riparo dagli jihadisti.
Come lui, in questo deserto dove il vento è un fiato incandescente che disidrata, sono riuscite a fuggire almeno ventimila persone, anche grazie a un corridoio aperto come via di fuga dai peshmerga, i combattenti curdi.
Ma in quel tratto infernale molti bimbi non ce l’hanno fatta a raggiungere la Siria, e sono morti o di fatica o di disidratazione.
«Prima di poter accedere a una strada battuta, ho dovuto camminare per 7 ore con pochissima acqua e pratiza viveri sulle cime incandescenti dei monti di Sinjar. Quante sciagure per un popolo che dedica un culto arcaico agli angeli e che in quattromila anni di storia non ha mai dichiarato guerra a nessuno, e proprio perchè da sempre perseguitato, dagli Ottomani fino a Saddam Hussein, ha mantenuto nascoste le sue tradizioni e i suoi testi sacri, al punto da apparire misterioso agli occhi degli altri popoli.
Intanto, questa drammatica terra dove, giorno dopo giorno, gli sfollati si fanno più numerosi è anche un teatro di guerra.
Le organizzazioni umanitarie concordano tutte nel riconoscere che tra i 200mila profughi che in questi giorni patiscono nel nord dell’Iraq, la comunità  degli yazidi è quella che sta messa peggio, soprattutto la parte di essa ancora rimasta sena.
E ieri, grazie ai primi ed efficaci raid statunitensi contro le postazioni dello Stato islamico, le forze dei peshmerga curdi hanno riconquistato Makhmur, 30 chilometri a sud di Erbil, capitale della regione autonoma del Kurdistan.
La sua caduta, avvenuta la settimana scorsa, con le bandiere nere issate sugli edifici più imponenti della città , aveva fatto temere il peggio: la conquista di tutto il territorio da parte della valanga jihadista, e la conseguente messa a repentaglio degli interessi petro-politici di molti Paesi occidentali, in particolare degli Stati Uniti.
I bombardamenti aerei americani sono dunque proseguiti anche ieri.
Il Comando militare statunitense ha detto di aver colpito cinque obiettivi, inclusi cinque blindati e una postazione per mortai: «Le forze aeree americane hanno continuato ad attaccare i terroristi dello Stato islamico in Iraq, conducendo con successo diversi raid, con aerei e droni, per difendere le forze curde vicino a Erbil, dove si trovano personale e cittadini americani (il consolato statunitense, in parte evacuato proprio ieri sera, e un Centro militare congiunto di forze statunitensi e irachene, ndr) ».
Il Comando ha poi aggiunto che i velivoli americani sono tornati alla base senza danni
Quanto ad Adì, adesso non sa più che cosa fare.
Vorrebbe tornare indietro ma è troppo stanco per riaffrontare la strada appena percorsa. Tra le folle di profughi che intasano Zahko non ha ancora un trovato lo spazio per poter allungare le gambe, nè ha incontrato un suo parente e neanche un solo yazida.
«E poi ho paura delle bombe che cadono dal cielo. Un mio cugino che viveva a Mosul, da dove era riuscito a fuggire per Sinjar, prima di dover scappare anche da lì, mi ha raccontato che la seconda città  dell’Iraq è diventata il bersaglio di tutti: dei cannoni dello Stato islamico, degli aerei da combattimento dell’esercito regolare di Bagdad e dei caccia statunitensi. Ho paura che oggi ciò possa accadere un po’ ovunque in questo Paese maledetto».
Poi però, prima di lasciarci, ci confida il suo segreto: «Lo sa dove mi piacerebbe andare, e dove farò di tutto per arrivare? In Svizzera».

Pietro Del Re
(da “La Repubblica”)

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IL BUSINESS A 5 STELLE DI CASALEGGIO, UTILI QUADRUPLICATI

Agosto 11th, 2014 Riccardo Fucile

FATTURATO A 2,1 MILIONI DI EURO

È stato un 2013 d’oro per la Casaleggio Associati, la società  di comunicazione fondata da Gianroberto Casaleggio, guru del Movimento 5 Stelle.
Lo spiega oggi Il Giornale riportando i dati del bilancio dell’anno passato depositato dall’azienda.
La politica fa bene ai conti della società  del guru M5s: due milioni di fatturato, quadruplicati gli utili
Se nel 2012 la Casaleggio Associati fatturava 1,3 milioni di euro, nel giro di un anno ha quasi raddoppiato il giro d’ affari, chiudendo con un ricavo di 2,1 milioni di euro. (..)
I profitti sono passati dai 68mila euro del 2012 a 255mila nel 2013, con un dividendo di 245 mila euro staccato ai quattro soci secondo le rispettive quote: il 30% a Casaleggio, l’altro 30% a suo figlio Davide, il restante 40% ai due soci Lucia Eleuteri e Mario Bucchich.
Fonte principale dei ricavi del gruppo, scrive il quotidiano, è prima di tutto il blog di Beppe Grillo, di cui la società  incassa i profitti pubblicitari.
Oltre al sito del leader 5 stelle, la società  gestisce anche il portale del Movimento due siti di informazione (Tze Tze e La Fucina), spesso linkati dalle altre pagine gestite dal gruppo.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI IN CONFUSIONE, TRE GIORNI FA DAVA RAGIONE A DRAGHI, OGGI DI NUOVO IN OVERDOSE: “DECIDO IO LE COSE DA FARE, NON L’EUROPA”

Agosto 10th, 2014 Riccardo Fucile

DOPO UN GIORNO DI IMBARAZZO, IL PREMIER DI NUOVO IN OVERDOSE DI ONNIPOTENZA: “NON E’ L’EUROPA CHE CI DEVE DIRE COSA FARE”

“Oggi non è l’Europa che deve dire a noi cosa fare”. A distanza di tre giorni si fa meno accondiscendente la reazione di Matteo Renzi alla strigliata della Bce di Mario Draghi che giovedì, dopo aver indicato nell’incertezza e “la mancanza di riforme strutturali che non sono condotte con sufficiente impegno” la causa ultima della recessione italiana, aveva auspicato una cessione di sovranità  all’Europa per quanto riguarda le riforme strutturali da parte dei Paesi membri.
A caldo il presidente del consiglio aveva fatto sapere di aver molto apprezzato le parole del governatore della Bce.
Concetto approfondito poche ore dopo davanti alle telecamere di La7. “Sono assolutamente d’accordo con Draghi — aveva detto intervistato a In Onda — se è un affondo, affondo anche io. Il presidente della Bce ha detto una cosa sacrosanta, noi dobbiamo rimettere in ordine l’Italia per farla diventare più competitiva. E le parole di Draghi sono la migliore risposta ai critici del Senato, che è una delle riforme che stiamo facendo”.
L’unico colpo di coda era stato sul tema scottante della sovranità  nazionale: “Sulla questione della cessione di sovranità  Draghi ha fatto un ragionamento più ampio sull’Europa. Non ha detto che l’Italia deve andare verso una cessione di sovranità  sulle riforme ma ha parlato di Eurozona. L’Italia non è finita, con buona pace dei gufi e degli sciacalli”.
Ed è da qui che Renzi è ripartito per rialzare la testa dalle colonne della Stampa che l’ha intervistato domenica 10 agosto.
“La frase di Draghi è: se non fa le riforme, l’Italia non è attrattiva per investimenti esteri. Bene: questa è la linea anche mia e di Padoan. Siamo d’accordo, nessun problema. Ma se qualcuno vuole interpretarla e far intendere che l’Europa deve intervenire e dire all’Italia quel che deve fare, allora no, non ci siamo. Oggi non è l’Europa che deve dire a noi cosa fare”, ha detto al quotidiano della Fiat.
Il Pd ha vinto le elezioni, “io e il governo siamo usciti più forti dal test di maggio e non abbiamo bisogno di spinte da Bruxelles: minimamente”, ha aggiunto rafforzando il concetto.
Per poi replicare indirettamente anche all’interpretazione allargata della cessione di sovranità : “Sono gli Stati a dover indicare alla Commissione via e ricette per venir fuori dalle secche”.
Quanto all’andamento del Pil italiano, “devo esser sincero e dirla tutta: la drammatizzazione del Pil è qualcosa che rispetto ma non condivido. Infatti non è che l’Italia sia rientrata in recessione: non ne è mai uscita”.
Quindi ha fatto suo il fattore tempo rivendicato da Padoan, ma confutato dallo stesso Draghi per il quale “molti pensano che ci vuole molto tempo per registrare gli effetti delle riforme strutturali. Non è così”.
Passaggio ignorato da Renzi che alla Stampa dice: “Noi stiamo facendo cose importanti, che daranno frutti nel tempo: la riforma della Pubblica amministrazione curata da Marianna Madia, assieme alla semplificazione fiscale, saranno una rivoluzione; e l’intervento di Poletti sul lavoro ha creato 108mila nuovi occupati, dei quali — chissà  perchè — nessuno parla”.
Non lo ha certo aiutato la base di partenza, con le statistiche che per il 2013 parlano dell’insoddisfazione del 18,7% degli italiani — cioè quasi uno ogni cinque — per la situazione economica del Paese, come emerge dall’indagine dell’Istat sugli aspetti della vita quotidiana fresca di aggiornamento.
Dalle serie storiche, pubblicate nei giorni scorsi, infatti, la percentuale riferita al 2013 è la più alta da venti anni, dal 1993 (primo anno riportato).
Dei tagli alla spesa, invece, l’ex rottamatore si è occupato direttamente dal palco del raduno Scout di San Rossore. “Una parola fumosa come spending review non significa qualcosa di astratto”.
“Bisogna cambiare tutti. Se vogliamo fare bene, bisogna cambiare tutti. Da questo punto di vista è più semplice e più difficile del previsto”. Concetto che si fa più complesso se confrontato con la dichiarazione alla Stampa secondo cui “in Italia non c’è una classe dirigente che resiste al cambiamento, c’è semplicemente una classe dirigente che non esiste”.

(da “Huffingtonpost“)

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BERLUSCONI A DIETA PUNTA A MANGIARE ALFANO

Agosto 10th, 2014 Riccardo Fucile

MA NCD INSISTE: “I RIFORMATORI SIAMO NOI”

In una mano il secchiello. Nell’altra il modellino di un cavallo di legno, un cavalluccio di Troia da introdurre nelle linee nemiche.
Un Cavaliere, ex, con un programma agostano slim and sexy tra dieta punti Dunkan e ripetizioni per gli addominali, ha riunito a pranzo a villa San Martino collaboratori e un pugno di parlamentari fedelissimi per mettere giù il risiko della campagna d’autunno.
La tregua sarà  breve, un paio di settimane, ma le linee guida sono chiare e le armi da utilizzare anche: riunire i moderati e riportare a casa il Nuovo centro destra di Alfano, con le buone o con le cattive.
Mettendo in conto le perdite, “minime” ha rassicurato, di chi non accetterà  nè le prime nè le seconde.
Il secchiello si declina con l’operazione “ricongiungimento”.
È la prima opzione, convincere gli ex azzurri e i moderati del centrodestra che non c’è alternativa alla riunificazione.
“In condominio”, per carità , ma sotto un amministratore unico che si chiama Silvio Berlusconi.
Che a bene vedere è tra i pochi vincitori delle ultime settimane: assolto per insufficienza di prove dallo scandalo Ruby; azionista di maggioranza della riforma del Senato approvata grazie ai voti di Forza Italia; in attesa del giudice a Strasburgo che gli restituisca l’agibilità  politica; infine – da non sottovalutare per la tempistica – a metà  del percorso di riabilitazione nei servizi sociali (termine a fine febbraio).
Su queste basi sono cominciate, assicura una prima linea Ncd, “una serie di telefonate”.
“Con la scusa di ringraziare e restituire saluti e congratulazioni a parlamentari che lo avevano chiamato ma con cui non aveva parlato, Berlusconi sta chiamando senatori che non sentiva da tempo”.
E che, non a caso, sono soprattutto calabresi. A cominciare da Antonio Gentile, coordinatore Ncd in Calabria che ancora deve lavare l’onta delle dimissioni forzate da sottosegretario dopo il caso dell’Ora di Calabria.
E poi Caridi, Bilardi, Aiello, D’Ascola con cui in effetti, essendo uno dei suoi avvocati nei processi napoletani e baresi, i contatti non si sono mai del tutto interrotti.
Si potrebbe parlare di nemesi calabrese. O contrappasso.
A seconda se sarà  più utile il secchiello o il cavallo di Troia, strumento eventuale dell’opzione più dura.
Nel novembre 2013, ai tempi del drammatico scisma da Forza Italia, fu la quota calabrese dei senatori a determinare la nascita del gruppo Ncd al Senato.
Adesso potrebbe essere la quota calabrese, cinque su 33, ad avviare una lenta e progressiva implosione del gruppo.
Non servirà  molto tempo per capire come evolve la situazione nell’area del centrodestra.
A novembre si voterà  in Calabria per le regionali e per il sindaco di Reggio.
Quello calabrese è un territorio dove certi nomi sono molto pesanti in termini di voti. E potrebbe essere un problema se ad esempio l’ex governatore Giuseppe Scopelliiti, costretto alle dimissioni da una condanna in primo grado e deluso per l’esito delle elezioni europee con Ncd-Udc, creasse una sua lista civica.
“Potrebbe essere questa l’occasione per tentare la riunificazione e l’alleanza con Forza Italia” spiega un senatore calabrese.
Nell’opzione secchiello, quella più pacifica, sono da tener presenti anche altre relazioni pericolose che dopo l’assoluzione-Ruby si manifestano con meno imbarazzo. Il sottosegretario economico Luigi Casero, ad esempio, tiene “rapporti fraterni e quotidiani con il cerchio magico Rossi-Toti-Pascale” ed è anche un prezioso insider negli uffici di via XX Settembre, nelle pieghe dei bilanci e della manovra che il premier Renzi scriverà  in queste settimane e per cui si potrebbe trovare nella scomoda necessità  (ripetutamente smentita) di aver bisogno dei voti di Forza Italia.
Nella maratona a palazzo Madama, Paolino Bonaiuti, l’ultimo ad aver detto addio a Silvio, ha consumato aperitivi e spuntini con Denis Verdini sotto gli occhi di tutti alla buvette del Senato.
E poi il tesoriere Maurizio Bernardo, il deputato Antonio Leone che ha lasciato la metà  del cuore in Forza Italia, Schifani e Cicchitto i più convinti nel dire che indietro non si torna.
Eppure ognuno di loro negli ultimi giorni non nasconde colloqui informali con l’altra parte.
Cicchitto, ad esempio, che pure definisce “una balla il rientro di senatori Ncd in Forza Italia”, sente spesso Berlusconi perchè insieme stanno riscrivendo la riedizione del libro sulla giustizia che questa volta uscirà  per i tipi di Mondadori.
Se poi le buone maniere e la pazienza del secchiello dovessero non bastare, Berlusconi tiene sempre pronto il cavallino di Troia, quelle prime file di Ncd – il capogruppo Nunzia De Girolamo, il ministro Lupi e la portavoce Barbara Saltamartini – che hanno già  detto e spiegato come vedono la situazione: non c’è altra strada oltre il ricongiungimento.
Con questo piano, che prevede piຠopzioni, il leader di Forza Italia inizia dieta e remise-en-forme per prepararsi alla campagna d’autunno.
Le cartine di tornasole che riveleranno le prossime mosse sono note: la manovra di bilancio; eventuali rimpasti di governo dove brucia più di tutte la casella del Viminale e di Alfano, le alleanze per le prossime regionali.
A Quagliariello, Lorenzin e lo stesso Alfano, per cui è impossibile un ritorno sotto Berlusconi, non resta che fare in fretta a creare i nuovi gruppi parlamentari dei Popolari, al momento fermi al palo.
E diventare loro “il soggetto riformatore” su tasse e lavoro nella squadra di governo. Per poter dire che “siamo noi la calamita per Forza Italia, e non viceversa”.

(da “Huffingtonpost“)

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L’ABBRACCIO CON BERLUSCONI SUI TEMI ECONOMICI IMBARAZZA IL PD

Agosto 10th, 2014 Riccardo Fucile

CRESCONO LE DIVISIONI ALL’INTERNO DEI DEMOCRAT

Che sia solo una vampa d’agosto, o l’inizio di una strategia d’autunno più strutturata, fatto sta che il pressing dei forzisti per entrare nell’area di governo non conosce soste. Dopo i baci e gli abbracci bipartisan in Senato per il sì alla riforma costituzionale, dopo il timbro del capogruppo di Fi Paolo Romani – “questa è una riforma che porta le firme di Renzi e Berlusconi” – i forzisti vogliono dire la loro anche sulle ricette economiche per dare una frustata che rilanci la crescita.
E non solo dai banchi dell’opposizione.
Esattamente un anno dopo la condanna Mediaset, che convinse Berlusconi al divorzio con Enrico Letta, la strategia si è invertita.
“Abbiamo capito un anno prima quello che Silvio ha capito adesso, ma non è colpa nostra”, sorride Gaetano Quagliariello del Nuovo Centrodestra.
I renziani per ora fanno muro, separano con nettezza il dialogo istituzionale dalle ricette economiche. –
“Non sono nelle mani di Berlusconi, la mia maggioranza è la più solida della Seconda Repubblica”, dice il premier. “Non c’è possibilità  che Fi entri nel governo, siamo due mondi separati”, gli fa eco la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi.
E tuttavia il tema è sul tavolo, in vista di un autunno che si preannuncia caldo.
“Solo la collaborazione tra Renzi e Berlusconi può salvare il Paese da rischio di un commissariamento europeo”, dice la senatrice forzista Manuela Repetti.
Ma al Nazareno questa ipotesi non è neppure presa in considerazione: “Lo escludo nel modo più assoluto”, spiega all’Huffington Post il responsabile economico Pd Filippo Taddei.
“La nostra linea in economia è riformista, nettamente progressista, a partire dalla riduzione delle tasse sul lavoro, l’estensione degli ammortizzatori sociali e l’idea di welfare che vogliamo ristrutturare per renderlo più efficiente”.
“Non crediamo allo stato minimo o al liberismo selvaggio, per noi in economia esistono ancora una destra e una sinistra”, dice Taddei, che giudica “poco credibile” l’offerta dei forzisti.
Taddei esclude ogni ipotesi di commissariamento dell’Italia da parte della Troika.
E si fa carico delle tante preoccupazioni emerse in queste settimane nella minoranza dem a proposito dell’asse con Verdini. E del rischio che questo tracimasse fuori dalla sfera istituzionale, paventato sia da Bersani che da Fassina.
Tuttavia Cesare Damiano, ex Fiom ed esponente di punta della minoranza Pd, risponde in modo inatteso alla strategia berlusconiana: “La strategia dell’ex Cavaliere ha una sua razionalità : dopo essersi dimostrato affidabile sulle riforme in Senato punta a offrire al premier una collaborazione strutturale, a svuotare Ncd e a sostituitlo come partner di governo. E io credo che, tutto sommato, nell’ambito di un’alleanza innaturale con un pezzo di centrodestra, Berlusconi sarebbe un alleato migliore…”.
In che senso? “Dico che, stando nel perimetro delle larghe intese che io considero innaturale, sia meglio un alleato che non ha la necessità  di alzare ogni giorno il tiro per dimostrare che esiste. Che non è a rischio di sopravvivenza, e dunque non ha bisogno di sollevare temi come l’articolo 18 che hanno estenuato anche i più pazienti, e che non interessano più neppure alle imprese…”.
Un abbraccio mortale del Cavaliere? “Non credo che Renzi abbia molto da temere, Berlusconi vuole tornare a occupare un posto egemonico a destra, e comunque anche oggi siamo alleati con un pezzo di centrodestra”, conclude l’ex ministro del Lavoro.
Per ora, c’è da fare argine al pressante corteggiamento di Berlusconi.
E l’ex Cavaliere, in questo ambito, resta un osso duro.

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A CALDEROLI: “FINITE LE RIFORME, SMETTO, TORNO A BERGAMO E APRO UN RISTORANTE”

Agosto 10th, 2014 Riccardo Fucile

LA MALATTIA: “HO SUBITO SEI INTERVENTI IN DUE ANNI E SONO STATO DUE VOLTE IN RIANIMAZIONE: SE MI CHIEDONO DI DOMENICA, SPERO DI ESSERE ANCORA QUI A ROMPERVI LE SCATOLE”

“Io l’ho capito di notte, e mi spiace per chi non lo capisce mai o troppo tardi.”
Cosa ha capito, Roberto Calderoli?
Niente di geniale, roba semplice, umana: quanto vale la vita, cos’è la vita; quanto tempo sprechiamo, cos’è lo spreco di tempo.
Il leghista Calderoli non era filosofico. Calderoli sbraitava: parolacce, leggi porcate, tattiche d’aula
“Io ho fatto la chemioterapia a Modena e di notte, perchè la notte davvero mi sento me stesso, la passavo accanto a mia mamma: ora non c’è più. E io ho paura di non esserci stato abbastanza, quanto volevo, quanto dovevo con chi mi ha amato e chi mi ama. Oggi sono stanco.
Il Senato da sopprimere e riformare l’ha inchiodata a Roma.
Io adoro il mio lavoro, io sono contento che esista, perchè mi distrae e mi ha aiutato in questi giorni. Mia mamma è morta, e sono stordito, devastato. Quando sono tornato qui, a Bergamo, ho avvertito una brutta sensazione, molta tristezza. Sono andato al cimitero, ho incontrato mia sorella, i signori delle pompe funebri, ho svolto quelle terribili pratiche burocratiche che devi fare nel pieno di un lutto.
E che fa domani, Calderoli?
Sistemo il mio Maggiolino del ’72, manca qualche litro di olio, e vado a Cuneo, a trovare la mia compagna e mio figlio, che non vedevo da più di due mesi. E poi lunedì mi ricovero, mi devono “tirare” tre vertebre e togliermi dei fili. Quando sono caduto ho perso i sensi: terapia intensiva. Ho detto al primario che mi sarei riposato a casa e invece sono rientrato a Roma.
Non mollerà  mai la politica?
Io tra un po’ smetto: finisco con le riforme, che sia questa legislatura, corta o lunga, o la prossima. Aprirò un ristorante, in Piemonte: Langhe, tartufi, carni, vini, prezzi modici. Volevo fare qualcosa per la gente, forse ci riuscirò più da ristoratore che da uomo di partito.
Calcola ogni particolare, cerca di prevedere ogni conseguenza. Sarà  mica diventato saggio?
Io programmo le giornate, le settimane e i mesi, oggi mi ripasso le carte per la legge elettorale. Così mi tranquillizzo. Ma ora penso che l’importante sia vivere, sopravvivere. Ho subito sei interventi in due anni e sono stato due volte in rianimazione. Mi chiede di domenica? Io spero di esserci domenica, di essere ancora qui a rompervi le scatole.
Non fa vacanze?
Diciamo che non sono un tipo che ne trascorre molte. Vi devo raccontare questa, io ancora non ci credo. Era il viaggio di nozze.
Divertente?
Un disastro, una comica fantozziana. Era il ’98. Un deputato di Forza Italia, molto potente, mi consiglia un villaggio a Villasimius in Sardegna. Aspetti, non quello dei Ligresti.
E allora?
Un posto elegante, quasi di lusso. Per convincermi mi disse che la famiglia reale belga lo trovava fantastico.
Non vi è piaciuto?
Piacere? Un inferno, ragazzi.
Un inferno?
Insomma, intendiamoci, quello era il nostro viaggio di nozze e avevamo un letto matrimoniale con due materassi accatastati in orizzontale: appena ti stendevi, sprofondavi in mezzo con il sedere. Poi vado in bagno e rompo la tavoletta del cesso; ritorno in camera e parte la musica da discoteca nei locali sotto. Un giorno e siamo scappati, poi mi telefonò Umberto Bossi.
E che voleva?
Mi chiamava con insistenza, mi voleva a Milano: e sì, le anticipo la domanda, anche quella volta l’ho accontentato.
Ha nostalgia dei leghisti con le ampolle?
Tanta, tantissima. Eravamo noi, ragazzi, con i pantaloncini, la sfrontatezza, le idee pazze, però eravamo veri.
E poi, la secessione da voi stessi.
Il partito era Bossi, poi il malore di Umberto, soprattutto gli scandali dei soldi. Adesso la Lega è in ripresa. All’epoca Bossi mi voleva lasciare la guida del partito, ma c’era bisogno di Bobo Maroni.
Quando ha conosciuto Bossi?
Mio cognato è stato il primo consigliere leghista in provincia di Varese. E dunque l’ho visto a casa di mia sorella, era un carnevale.
In maschera?
Niente trucchi, soltanto buon cibo. Al battesimo di un mio nipote, mi disse che aveva bisogno per le candidature al Comune di Bergamo e così, per scherzo, ci ho provato. Il primo discorso era in dialetto stretto bergamasco, incomprensibile.
Calderoli è appassionato di colpi di testa.
Ne ho presi di colpi in testa, anche col martello.
Non esageri.
Davvero, mi portarono al pronto soccorso. Era al liceo classico, c’era un picchetto e non mi facevano entrare a scuola. Io mi consideravo e mi considero un anarchico. Superai il blocco per sfida, non per altro, volevo solo fare casino. E allora un ragazzo mi diede una martellata.
Studente monello.
Nella mia vita ho fatto bravate che non posso confessare perchè sono penalmente rilevanti. Mi sono diplomato e laureato con il massimo dei voti, però non sono mai stato un secchione. E facevo tanto sport: discesa libera di sci, poi la moto enduro, le macchine da rally. Ho vinto anche dei premi, lo facevo a livelli professionisti. Spesso le cose mal si conciliavano, ma la mia famiglia mi sosteneva.
Sportivi?
Eccome. Una volta mia mamma supplicò la professoressa di giustificarmi per un compito di greco, perchè avevo una gara di moto.
E la professoressa?
Mi mise zero, rimandato a settembre. Così decisi di prendermi un biennio per accorciare i cinque anni in una scuola privata.
È benestante la famiglia Calderoli?
Mio padre era un dipendente dell’Asl, poi ha fatto la libera professione, ma otto figli non li cresci con leggerezza. Mi ricordo che al mare c’era concesso bere la Spuma, perchè d’inverno il massimo era l’acqua gassata con la bustina di idrolitina. Però la Spuma andava diluita, sennò otto bicchieri non li riempivi.
Da bambino le faceva le ferie.
Soltanto se nostro zio ci prestava la casa a Lignano. Io il mare l’ho visto la prima volta che avevo più di dieci anni.
A Roma, da politico, se la spassa?
Quando finisco le mie cose, scappo a casa con la voglia di cucinare, poi mi fermo un attimo prima e compro una pizza al taglio o un panino pieno di schifezze. Non faccio vita notturna, in questo sono molto noioso.
Quanti errori ha commesso, Calderoli?
Ho detto e fatto tante cose sbagliate. Era anche un modo per finire sui giornali o in televisione.
Diabolico
Dai, che lo sapete. Quando non esisti sui media, devi utilizzare certe espressioni.
Tipo: “La civiltà  gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”.
Esatto, e me ne rammarico. Ognuno deve essere libero, può amare chi vuole, può donare affetto a chi vuole. Ma per le adozioni sono sempre contrario.
Sta cambiando, senatore?
Ho cercato di migliorare la mia immagine, anzi di far emergere la mia vera immagine, sono un po’ meglio di un orso, un burbero. Il rapporto tra la politica e la comunicazione è distruttivo. Le ultime campagne elettorali sono state vergognose, e ci metto dentro tutti i partiti, inclusa la Lega. Ci sta per travolgere un ciclone, e noi ci siamo comportanti come tanti comandanti Schettino.
Buon viaggio.
Sarà  lungo, non posso rischiare con l’acceleratore del Maggiolino, anche se ho davvero voglia di passare due giorni con la mia compagna che abita lì (Gianna Gancia, consigliere regionale leghista, ndr). Non ci vediamo mai, in due mesi è capitato due volte: al funerale di mia madre, a un consiglio federale leghista.
E perchè non si trasferisce?
Non potrei mai lasciare Bergamo, io abito in un bosco. Non vedo tetti, macchine o persone, soltanto animali: cani, lupi, oche, galline, cinghiali, a volte dei cerbiatti e poi l’orsa che mi ha scatenato un sacco di critiche.
Soffre di solitudine?
Ho subìto un trauma bestiale quando Gianna ha traslocato, ma era presidente della provincia di Cuneo e non poteva restare qui.
Ha rimpianti?
Ho paura di aver costretto a rincorrermi chi mi voleva bene o chi mi voleva abbracciare. Il mio è un mondo capovolto. Però penso di aver conquistato la fiducia dei politici, mi ha impressionato la vicinanza di Giorgio Napolitano, di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi dopo la morte di mamma. Berlusconi mi ha chiamato tutti i giorni, era amico di mia mamma perchè gli ricordava la sua, si scambiavano dei biglietti: tante cose mi separano da Berlusconi, ma con me è sempre stato gentile. Io portavo mio figlio ad Arcore.
Oddio.
Mi accompagnava alle riunioni e parlava di calcio con Berlusconi. Una volta gli ha regalato un bellissimo orologio del Milan: l’ha messo in cassaforte, mai indossato perchè mio figlio è juventino.
Non lo porta un po’ giro?
Soltanto una volta siamo andati a Eurodisney a Parigi, per lui sarà  stato fantastico, io su quelle giostre mostruose mi sono cagato addosso.
Cosa le manca?
Mia mamma. E la sala operatoria: è un luogo che adoravo da chirurgo, meno da paziente, ma è un luogo che mi ha sempre affascinato.

Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)

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FISCO, GIUSTIZIA E COLLE: ECCO IL PATTO DI SILVIO

Agosto 10th, 2014 Riccardo Fucile

RESPINTO L’ASSALTO DI FITTO, PORTE APERTE AGLI ALFANIANI “PENTITI”

Il voto al Senato sul ddl Boschi, approvato con una maggioranza molto più risicata di quanto Renzi avrebbe sperato, ha aperto scenari nuovi per Forza Italia, che si ritrova a recitare il ruolo di opposizione responsabile e indispensabile al premier per portare avanti le riforme istituzionali.
E se fino a qualche settimana fa Silvio Berlusconi era costretto a frenare i più scontenti dei suoi perchè «anche se ci sfiliamo Renzi le riforme se le fa lo stesso», ora il quadro si è completamente capovolto.
E l’ex Cavaliere è pronto a trarre vantaggio da una situazione che, dal primo incontro del Nazareno, si è completamente capovolta.
«MATTEO HA BISOGNO DI NOI»
«In realtà  la situazione è cambiata solo in parte, perchè Renzi la maggioranza sull’economia ce l’ha ancora» spiega Gianfranco Rotondi.
Un’analisi che corrisponde a verità , ma che cela – non si sa quanto volontariamente – un aspetto fondamentale. E cioè che alla ripresa Renzi si troverà  presumibilmente ad affrontare una situazione dei conti pubblici tutt’altro che rassicurante.
E per mettere mano a quelle riforme esplicitamente invocate dal governatore della Bce Mario Draghi, dovrà  adoperare strumenti che potrebbero essere invisi all’ala sinistra del Pd, quella più legata al sindacato.
Sarà  a quel punto che l’appoggio di Forza Italia diventerà  necessario. Ma con sfumature diverse rispetto a quanto si immaginava settimane fa.
«Certamente non saremo noi a dare i voti a Renzi, ma sarà  lui a dover venire sulle nostre posizioni» spiega senza tanti giri di parole il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri.
E la cosiddetta «Agenda Berlusconi», pubblicata ormai quotidianamente dal Mattinale di Brunetta, è piuttosto esplicita: sulla riforma del lavoro, ad esempio, prevede una «moratoria per 3 anni dell’articolo 18, in particolare per le piccole e medie imprese». Sarà  pronta la sinistra a superare uno dei suoi storici tabù?
E sul Fisco richiede una manovra «choc» indirizzata soprattutto sul versante casa (abolizione della tassazione dell’abitazione principale) e Iva, da abbassare in due anni di 2 punti percentuali.
STOP INTERCETTAZIONI
Il dialogo sulla riforma della giustizia è invece già  partito, anche se finora non è andato come Renzi e il ministro Orlando avrebbero desiderato, con l’ex Guardasigilli Nitto Palma che ha definito «deludente» la bozza messa a punto dal suo successore. Nell’ambito della trattativa entreranno presumibilmente la limitazione – giudicata eccessiva – al ricorso alle vie giudiziarie per limitare il conseguente numero di processi – Forza Italia è pur sempre il partito degli avvocati – ma soprattutto il tema intercettazioni.
Su questo il Mattinale è esplicito: «Si contemperino le necessità  investigative con il diritto dei cittadini a vedere tutelata la loro riservatezza». In soldoni: limitare il ricorso all’ascolto «coatto» il più possibile.
Al di là  dei provvedimenti di governo, nel dialogo tra Berlusconi e Renzi – che riprenderà  a settembre – rivestirà  un ruolo cruciale la partita del Quirinale.
Il voto sul Senato ha contestualmente allontanato le elezioni anticipate e avvicinato il passo d’addio di Napolitano.
In pratica, sarà  quasi sicuramente questo Parlamento a eleggere il nuovo inquilino del Colle.
E un Renzi assai poco sicuro delle sue truppe non potrà  che affidarsi ancora una volta all’«amico» Silvio. Mancano ancora molti mesi, il quadro può cambiare radicalmente, ma al momento le quotazioni della Pinotti sembrano superare quelle di Draghi, specie dopo l’uscita di quest’ultimo sulla «sovranità  da cedere all’Europa».
LA SFIDA NEL CENTRODESTRA
A essere cambiati non sono solo i rapporti con Renzi, ma anche quelli interni all’area del centrodestra. La lettera spedita da Berlusconi ai senatori è stata chiarissima: l’ex premier punta a recuperare presto l’agibilità  politica – attraverso il ricorso alla Corte di Strasburgo contro la sentenza Mediaset e la legge Severino – ed è pronto a riassumersi la responsabilità  di rilanciare Forza Italia.
Ogni discorso sulla successione – e in primis la richiesta di primarie – è quindi stato rispedito al mittente. Da questo punto di vista, la prova di forza di Raffaele Fitto, pur avendo raggiunto numeri importanti e probabilmente inaspettati, non è andata a buon fine.
Berlusconi, ovviamente, non vuole assolutamente rompere con «mister preferenze». Si racconta, peraltro, che fino a pochi minuti dal voto sul Senato sia Verdini che Gasparri abbiano telefonato a Fitto per chiedergli di tornare sui suoi passi e convincere i senatori a lui vicini a sostenere la riforma.
Segno che Berlusconi è non è assolutamente mosso da sentimenti di rivalsa ed è intenzionato a recuperare i rapporti con i frondisti.
Molte altre strade, peraltro, per Minzolini e company non ce ne sono. Berlusconi ha dimostrato di restare la stella polare del centrodestra e con questo stanno facendo i conti anche gli alfaniani, costretti a vedersi scippato il ruolo di «ricattatori» del governo.
Sono in tanti, tra i parlamentari azzurri, ad aspettarsi ora il ritorno all’ovile di qualche esponente di Ncd pentito, come peraltro a livello locale è già  avvenuto, specialmente al Nord.
Ma ora è da Palazzo Grazioli che frenano: «Queste sono operazioni delicate» spiega un confidente dell’ex premier, «meglio non accelerare troppo i tempi ed evitare confusione…».

Carlantonio Solimene
(da “il Tempo”)

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