Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile
A PALAZZO MADAMA LA RELATRICE FINOCCHIARO DIFENDE LO SCUDO… IL MINISTRO BOSCHI (CHE AVEVA DETTO DI VOLERLO TOGLIERLO) NON FIATA
I nuovi senatori saranno coperti dall’immunità .
Dopo tanti balletti, tante polemiche, tante aperture ambigue da parte del governo, ieri Palazzo Madama ha votato.
E ha respinto tutti gli emendamenti che chiedevano di cancellare o di riformulare lo scudo. Assenti i Cinque Stelle, che non stanno più partecipando ai lavori. Favorevole anche Forza Italia. Fine dei giochi.
E c’è da scommettere che alla Camera non saranno riaperti. Il governo (come i relatori) si è rimesso all’Aula sugli emendamenti: nessuna posizione ufficiale, che però viene lasciata esprimere alla relatrice Anna Finocchiaro (e a Zanda) che difendono con forza il testo uscito dalla Commissione.
Quello nel quale, appunto, lo scudo veniva reintrodotto.
Una dinamica che rispecchia il modo in cui è stata affrontata tutta la questione: quando all’inizio era venuta fuori, il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, aveva dichiarato che “il governo non voleva” l’immunità .
Ma in realtà le modifiche introdotte dalla Commissione al ddl governativo erano state concordate tutte con Palazzo Chigi e con lo stesso premier.
Una questione non centrale, derubricavano dall’esecutivo, soggetta a cambiamenti in caso di accordi tra tutti, suggerivano .
La modifica dell’immunità era stata anche messa sul piatto di una trattativa con le opposizioni, che in realtà non è mai stata davvero tale. Nè su questo punto, nè su altri. Difficile che si vada incontro alle loro richieste sulla platea che deve eleggere l’inquilino del Colle.
Mentre sull’Italicum qualsiasi cosa deve essere prima mediata con Berlusconi (che fa resistenza sull’abbassamento delle soglie, voluto da Sel).
Esemplare, dunque, la discussione in Aula di ieri. Di “una soluzione equilibrata e ragionevole”, ha parlato la senatrice Finocchiaro a proposito dello scudo, sottolineando che “il pari trattamento di deputati e senatori” è un principio al quale “i relatori tengono moltissimo”.
E poi, un’apertura quanto meno futuribile: “Nulla vieta che in fase di modifica regolamentare il Parlamento possa tornare sulla questione”.
Il dibattito era stato complesso e articolato.
Felice Casson, tra i firmatari di un emendamento per togliere lo scudo non solo ai senatori, ma pure ai deputati: “Sono sorpreso perchè in questi ultimi giorni abbiamo letto, un po’ su tutti i giornali, che c’era una sorta di apertura, da parte del Governo, per ragionare insieme al Senato su come modificare queste norme costituzionali”. proprio “perchè cozzano pesantemente contro il principio di uguaglianza di tutti cittadini davanti alla legge. Noi proponiamo di abolire questi due commi, indifferentemente per la Camera e per il Senato”.
Sulla stessa linea Vannino Chiti. E Casson aveva presentato anche un emendamento per permettere al nuovo Senato di intervenire sui conflitti di interesse.
Bocciato anche quello. Ancora Casson: “Questo mi dà quasi il senso e il timore che effettivamente, sul ruolo del parlamentare, non si accetti alcun controllo e nessuna verifica di carattere costituzionale e si voglia trasformare l’immunità in impunità ”. Al di là di qualche intervento accorato, in realtà , il dibattito a Palazzo Madama va avanti liscio.
Disinnescato l’ostruzionismo, tra canguri e accortezze regolamentari (come la negazione di voti segreti), ieri l’Aula ha approvato rapidamente e senza difficoltà , anche grazie ai pochi interventi, gli articoli da 3 a 9 del ddl Boschi, ossia l’abolizione dei senatori a vita, il divieto di vincolo di mandato, la durata della Camera, i regolamenti.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile
LA RIFORMA DEL SENATO INTERESSA SOLO AL 3% DEGLI ITALIANI, MA IL BULLETTO CIRCONDATO DA LECCHINI MANDA PIZZINI: “VERRA’ IL TEMPO DI DENUNCIARE LE RESPONSABILITA’ DI PROFESSORI E GIORNALISTI”
Pur con i metodi spicci che abbiamo descritto, Renzi ha stravinto in pochi giorni la prima battaglia
contro l’opposizione sulla cosiddetta riforma del Senato.
Ora, per vincere la guerra, deve sperare che la sua legge costituzionale passi senza modifiche alla Camera e poi, dopo tre mesi di pausa, di nuovo al Senato e alla Camera.
Dopodichè, se non avrà raggiunto i due terzi, i cittadini voteranno nel referendum confermativo (che non è, come credono lui e la Boschi, una gentile concessione del governo, ma un diritto previsto da quel che resta della Costituzione).
La “riforma” — stando ai sondaggi — interessa non al 40,8%, ma al 3% degli italiani e in venti giorni ha raccolto il No di 210.000 amici del Fatto.
Ma, come si dice, contento lui… In politica però non basta vincere. Bisogna saper vincere, impresa ancor più ardua del saper perdere.
E Renzi, con l’intervista di ieri a Repubblica, dimostra di non saper vincere.
Anzichè riconoscere cavallerescamente l’onore delle armi ai suoi avversari, fra i quali militano alcuni fra i migliori intellettuali e costituzionalisti, ha seguitato a insultarli con un linguaggio guappesco a metà strada fra il bar sport e la curva sud (“gufi professori, gufi brontoloni, gufi indovini”).
E pure minaccioso: “Parte dell’establishment che non sopporta il mio stile. Ma verrà il giorno in cui si potrà finalmente parlare delle responsabilità delle èlite culturali nella crisi italiana: professori, editorialisti, opinionisti”.
Stile? Quale stile? E cosa gli impedisce oggi di denunciare le responsabilità delle èlite culturali, visto che le insolentisce da mesi a ogni pallida critica.
Il bello è che il bullo si dipinge come un premier assediato, solo contro tutti, mentre è il più omaggiato e leccato dai poteri forti e dalla stampa al seguito che si sia mai visto: nemmeno il suo socio B. aveva goduto di consensi così oceanici nell’Italia che conta, oltrechè in Parlamento.
Il sopravvivere di alcuni pensatori critici è un’anomalia solo per il fatto che essi siano così pochi. Le responsabilità dell’intellighenzia nella crisi italiana esistono, e sono gravi, ma esattamente opposte a quelle indicate da lui: il guaio in Italia non è l’eccesso, ma il deficit di controcultura rispetto al potere.
Il fatto che non lo capisca o finga di non capirlo è allarmante, perchè la democrazia è anzitutto rispetto e tutela delle minoranze.
Che significa “verrà il giorno”? Cosa intende fare quel giorno ai dissenzienti? Fustigarli sulla pubblica piazza? Metterli alla gogna? Ripristinare l’Indice dei libri proibiti?
La Guapparia alla fiorentina dilaga per li rami dal Capo ai suoi sottopancia, con episodi di bullismo ancor più tragicomici dei suoi.
L’altro giorno Benedetta Tobagi ha osato aderire all’appello del Fatto contro la svolta autoritaria. E subito tal Lorenza Bonaccorsi, membro della Vigilanza per il Pd, le ha inviato un pizzino degno di Gasparri: “La consigliera trova il tempo di attaccare la maggioranza di governo, anzichè occuparsi di quanto accade in Rai. Altro che aderire a campagne politiche di parte che nulla hanno a che vedere col ruolo affidatole dal Parlamento”.
Capito il messaggio? Cara Tobagi, siccome il Pd ti ha messa nel Cda, smetti di pensare con la tua testa e pensa invece a turibolare il partito e il governo come tutti gli altri.
Miglior conferma della svolta autoritaria non poteva arrivare.
Intanto Sabina Guzzanti anticipava il suo film La Trattativa, in programma al Festival del Cinema di Venezia. Nuovo pizzino pidino, firmato dalla stessa Bonaccorsi e dai suoi sodali Gelli (ma sì), Magorno, Oliverio e Anzaldi (quello che protestò perchè Virginia Raffaele osava imitare Monna Boschi).
“Il film della Guzzanti appare decisamente irrispettoso del simbolo della Repubblica, con al centro un uomo con coppola e lupara: un modo per accomunare l’intero Paese alla cupola mafiosa che offende e appare decisamente fuori luogo”.
Se Renzi non richiama subito i rottweiler, qualcuno si chiederà : a quando il ripristino del Minculpop?
Ma poi si morderà la lingua, perchè al confronto di questi bulletti il Minculpop era roba seria.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile
CASO MOSE: LA MEMORIA DIFENSIVA DELL’EX CONSIGLIERE CHIAMA IN CAUSA L’EX MINISTRO: “ERO SOLO UN CONSIGLIERE POLITICO”
«Non vi è dubbio che vi sarebbero sufficienti elementi per iscrivere il ministro (Giulio Tremonti ndr) nel registro degli indagati».
È questo uno dei passaggi salienti delle 70 pagine di memoria difensiva depositata dagli avvocati di Marco Milanese, Bruno Larosa e Antonio Spagnuolo, durante l’udienza al tribunale del riesame di Milano contro la misura di custodia cautelare.
L’ex consigliere politico di Tremonti, in carcere per corruzione dal 4 luglio scorso – accusato di aver ricevuto dal presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati la somma di 500mila euro (poi nascosti dietro a un armadio ndr) per sbloccare i 400 milioni di finanziamenti per il Mose – si difende.
E mette nero su bianco tutte le contraddizioni delle indagini svolte dai magistrati veneziani, incrociando interrogatori e intercettazioni dell’inchiesta, citando Claudia Minutillo, segretaria di Giancarlo Galan o gli stessi Piergiorgio Baita e Mazzacurati, ma riportando anche i dettagli di alcune dichiarazioni di Vincenzo Fortunato, ex capo di Gabinetto del dicastero di via XX settembre, ai pm di Napoli che indagarono per primi anni fa proprio su MIlanese.
In sostanza i legali dell’ex comandante della Guardia di Finanza sostengono che il loro assistito non avrebbe potuto interferire sui fondi del Cipe «neanche facendo pressioni o opera di convincimento, mancandogli anche di ogni potere discrezionale, su dinamiche amministrative tanto complesse da richiedere non solo specifiche competenze tecniche, ma soprattutto l’accordo politico tra i componenti della maggioranza di Governo, tra gli stessi Ministri, i rispettivi Capi Gabinetto e quelli degli uffici legislativi».
Che in sostanza, quei 400 milioni di euro destinati al Consorzio Venezia Nuova per le dighe in laguna, erano semmai di competenza dell’ex ministro Tremonti e dell’allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta.
E per consolidare questa posizione citano il verbale della Minutillo dove è lei stessa a spiegare ai magistrati di aver saputo che Mazzacurati, «una volta avuto i soldi dal Baita, avesse pagato “credo” Gianni Letta, una volta Tremonti e una volta Matteoli».
Per questo motivo i legali si domandano: «Se l’accordo era stato fatto con Tremonti bisognava consegnare i soldi al Milanese? Il quale era si il suo consigliere politico, ma certamente non si sarebbe prestato a prendere soldi per il ministro. La risposta a questo quesito è l’unica plausibile (se mai quell’incontro e quella richiesta da parte di Tremonti ci furono!): che fu lo stesso Tremonti a chiedere a Mazzacurati di non riferire ai soci del Consorzio – coloro che sborsavano il denaro – che i soldi erano destinati a lui e di usare una forma meno diretta: li consegno a Milanese».
A questo punto «viene naturale una considerazione» si legge «Ma di questo fatto, in relazione ai probabili sviluppi investigativi, non è competente per le indagini preliminari il c. d. Tribunale dei Ministri? Non vi è dubbio che vi sarebbero sufficienti elementi per iscrivere il Ministro nel registro degli indagati (per poi magari archiviarne la sua posizione perchè è infondata la notitia criminis) e, così facendo, si finisce per rendere competente un altro organo inquirente che non la Procura della Repubblica».
Gli avvocati hanno chiesto di annullare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere anche a causa delle condizioni di salute dell’ex parlamentare e ai «probabili rischi per la salute e per la vita stessa del Milanese» dovuti alla detenzione.
Rispetto ai 500 mila euro che Milanese avrebbe incassato come tangente per sbloccare i fondi a favore del Mose gli avvocati danno un’altra versione e forniscono prove “materiali” sul fatto che sia stato impossibile nasconderli dietro un armadio per non farli trovare alla Guardia di Finanza. Scrivono i legali Larosa e Spagnulo: «Intanto, la circostanza è in se stessa inverosimile, tanto nella immaginazione che se ne può avere, quanto nella ricostruzione fatta dai Giudici sulla base delle dichiarazioni degli indagati. Ciò in primo luogo perchè il fatto è noto per averlo dichiarato Mazzacurati ai vari soci del Consorzio, poi perchè è inverosimile che un importo così rilevante venga lasciato incustodito per la notte nella scrivania di un dirigente; poi ancora perchè l’intervento della Gdf rende impossibile sottrarre documenti o buste, proprio negli uffici dei dirigenti della società controllata (e qui la Gdf operava a seguito di delega della Procura)».
Non solo.
Gli avvocati hanno portato in aula una risma di fogli per far comprendere la possibile ampiezza delle banconote: «Tra l’altro è improbabile che delle banconote per 500 mila euro, possano essere collocate dietro ad un armadio, poichè ciò necessita di un sufficiente spessore tra la parete e l’armadio stesso che la G. di F. avrebbe sicuramente individuato. D’altronde sia il Baita che la Minutillo per raccontare la vicenda narrata loro usano espressioni sintomatiche: rispettivamente “leggenda” e “nota di colore”».
Non solo secondo i legali è lo stesso Pio Salvioli, ex tessera del Pci, considerato il collettore dei finanziamenti, a smentirlo in un interrogatorio del 30 luglio 2013, spiegando che i soldi andavano sempre a Luciano Neri, uno dei presunti faccendieri di Mazzacurati.
«Ero solo un consigliere politico»
Secondo gli avvocati di Milanese: «la circostanza della sua assenza di funzioni è confermata dalle dichiarazioni di Fortunato Vincenzo (Capo Gabinetto del Ministro dell’Economia dal 2008), il quale sentito sul punto nell’ambito del procedimento penale pendente a Napoli, attualmente in fase di giudizio e richiamato nell’ordinanza cautelare), in data 11.1.11, riferisce: “L’incarico di consigliere politico non è disciplinato normativamente nei suoi contenuti operativi. Le sue specifiche funzioni sono di raccordo con i parlamentari nel seguire i lavori legislativi, presentazione degli emendamenti ed in genere tutto ciò che attiene l’attività parlamentare: Non è richiesto lo status di parlamentare per svolgere il detto incarico, anche se questo non è precluso».
Domanda: Aldilà delle suddette attività , Milanese si è di fatto occupato anche di altre attività a lui delegate dal Ministro, formalmente o meno?
Risposta di Fortunato: Sì va detto, in primo luogo, che Milanese si occupa dell’attività politica del Ministro in senso ampio ed in particolare cura i rapporti del ministro con il partito di comune appartenenza nelle riunioni degli organismi dove è prevista la sua presenza. In secondo luogo Milanese ha seguito, in collaborazione con gli uffici stampa, anche gli aspetti politici della comunicazione esterna …”.
La domanda è in sostanza questa, a detta dei legali: «Per cui il Mazzacurati, con quella presunta “mazzetta” di 500 mila euro, dal Milanese cosa si sarebbe comprato Il risultato? La sua discrezionalità ? In concreto quale sarebbe stato il servizio reso dal Milanese al privato? Perchè solo se lo si individua, non essendo questa un’attività che può restare ignota — seppur ricondotta ad un determinato genus — si può validamente sostenere che nel caso di specie si sono asserviti quei “doveri istituzionali, espressi in norme di qualsiasi livello, compresi quelli di correttezza ed imparzialità ».
Il tribunale del riesame si è riservato di decidere entro il 7 agosto, giovedì prossimo.
(da “linkiesta“)
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Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile
DA CAPOSCOUT PERSE LA STRADA DEL RITORNO E TUTTI DOVETTERO PASSARE UNA NOTTE ALL’ADDIACCIO …. CHIUDERA’ IL TRADIZIONALE APPUNTAMENTO DE “LA ROUTE”
Un grande prato verde, come quello della canzone di Gianni Morandi. 33 mila giovani dai 16 ai 21
anni che, dopo aver attraversato l’Italia lungo sentieri simbolici (Vajont, Casal di Principe, Piana degli Albanesi), si danno appuntamento nel parco regionale di San Rossore, in provincia di Pisa, per la Woodstock cattolica.
Ospite d’onore: il loro «fratello maggiore» inquilino di Palazzo Chigi, in libera uscita per un giorno dal «redde rationem» romano.
E così sabato prossimo, nel pieno della battaglia per la riforma del Senato, Matteo Renzi chiuderà la «Route» che per quattro giorni radunerà gli scout.
Un ritorno alle origini che ai maligni suona come un maxi-spot dall’ambientazione «celeste», antitetica allo zolfo del Palazzo.
L’ossigeno del terzo settore invece dei veleni della politica.
Anche il tema è in linea: «Vivere il presente, scrivere il futuro». Lo scout più famoso d’Italia , «a meno di un cataclisma », ci sarà : «Come potrebbe perdersi la Route nazionale, tra l’altro nella sua regione?», spiega il deputato ed ex vicepresidente della Toscana, Federico Gelli, scout come Renzi.
Zaino in spalla, fazzolettone al collo e scarponi ai piedi.
Le vie dello scoutismo sono infinite. Palazzo Borromeo, ricevimento per i Patti Lateranensi.
I giornalisti domandano al Segretario di Stato, Pietro Parolin se conosce Renzi. «Sono stato assistente ecclesiastico degli scout e dunque può essere che in passato l’abbia incontrato», sorride il premier vaticano.
Cinque mesi dopo è il presidente del Consiglio a riannodare i fili dell’appartenenza all’Agesci, la «meglio gioventù del Papa» nella quale si sono formati lui e la moglie Agnese.
L’occasione è apparsa propizia. per chi è stato anche caporedattore di «Camminiamo insieme», la testata dell’Agesci.
«Di quell’esperienza ricordo il valore della lealtà e il principio di legalità – rievoca Renzi -. Lì ho imparato ad affrontare le sfide più difficili: la strada si apre quando è in salita». Insomma «senso della comunità , socialità , stare insieme».
In verità i suoi amici scout ricordano ancor oggi quando da guida, Renzi si perse con un gruppo di ragazzi nei boschi della Garfagnana, costringendo tutti a passare la notte all’addiaccio e a cantare per scacciare i cinghiali.
Non ne azzeccava una già allora.
Renzi ha mantenuto rapporti «molto stretti» con i suoi vecchi amici scout: «Le mie relazioni più care vengono da lì e mia moglie fino al 2007 è stata nella comunità capi». Insomma «questo è il mio mondo», confida a Vita.it.
Efficace scuola anche di politica: «Le nostre associazioni nascondono meccanismi politici».
Perciò cita uno slogan della Route scout del 1997: «Siamo donne e uomini, non solo gente e io mi impegno senza pretendere che gli altri si impegnino».
Giacomo Galeazzi
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Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile
ECCO I TRUCCHI UTILIZZATI DAI 1.900 EVASORI TOTALI…. LE METE: ISOLE VERGINI, OLANDA E BERMUDA… FINTE RISTRUTTURAZIONI PER 700 MILIONI DI EURO
Vanno alle Isole Vergini e alle Bermuda, ma passano anche per l’Olanda e il Delaware.
Ovunque, pur di non pagare.
È inarrestabile il flusso di capitali occultati all’estero che ha fatto scattare l’entità dell’evasione a livelli impressionanti: un miliardo e 400 milioni di tasse non pagate in appena diciotto mesi.
Soldi nascosti al Fisco attraverso operazioni di «esterovestizione» grazie al trasferimento di residenze e sedi di società in quei «paradisi» europei e sudamericani ormai diventati mete preferite di piccoli imprenditori e liberi professionisti.
È l’ultima frontiera di chi tenta di sottrarsi ai controlli, ma non è l’unica.
Altro versante «caldo» è quelle delle operazioni immobiliari e delle ristrutturazioni che ha consentito di accertare un mancato versamento delle imposte pari a quasi 700 milioni di euro.
Sommato alle altre verifiche «mirate» compiute dagli specialisti della Guardia di Finanza dal primo gennaio 2013 al 30 giugno scorso si tocca la cifra record di 3 miliardi e 800 milioni di euro già contestati dall’Agenzia delle Entrate.
Un «buco» nei conti dello Stato che si sta cercando di sanare anche tenendo conto che la correzione complessiva dei conti sul 2015 dovrebbe essere di circa 16 miliardi tra tagli di spesa e recupero dei soldi non versati dai contribuenti.
Ci sono già state 270 proposte di sequestro di beni per un totale di 700 milioni di euro. Il rapporto delle Fiamme Gialle elenca sistemi e luoghi dove finiscono i fondi evidenziando i metodi apparentemente semplici utilizzati da 1.900 evasori totali e altre migliaia di cittadini che hanno versato soltanto una minima quota dei propri guadagni.
Residenze all’estero e «treaty shopping»
Sono 19 i progetti di interventi mirati effettuati nell’ultimo anno e mezzo dai finanzieri per combattere l’evasione fiscale, seguendo la direttiva del comandante generale Saverio Capolupo che impone «un’analisi di rischio basata sull’incrocio delle informazioni nelle banche dati all’attività di intelligence svolta sul territorio». Il risultato ha fatto concentrare le verifiche del Nucleo Speciale Entrate sulle operazioni effettuate all’estero.
«Il progetto “Planet” – è scritto nel dossier – esamina in particolare i principali sistemi di evasione». Sono sei i metodi utilizzati: «L’“esterovestizione” della residenza fiscale di persone fisiche oppure delle società ; la stabile organizzazione occulta di tipo personale e materiale; il cosiddetto treaty shopping con l’abuso delle agevolazioni previste dalle direttive comunitarie; gli acquisti effettuati presso operatori situati in Paesi o territori a fiscalità privilegiata; la delocalizzazione dei redditi in Paesi a fiscalità privilegiata attraverso società collegate o controllate; l’utilizzo dei “trust”».
Vergini e Bermuda passando per l’Olanda
Mete preferite per le operazioni di «esterovestizione» e la stabile organizzazione sono il Lussemburgo e Olanda; stesse destinazioni vengono scelte per chi effettua il treaty shopping , anche se le Isole Bermuda e le Isole Vergini britanniche, sono risultati gli Stati dove è stato rintracciato il maggior numero di «azionisti di riferimento e quindi destinatari ultimi dei flussi di passive income ».
Nell’elenco dei finanzieri un posto di rilievo lo occupano anche il Delaware e il Costa Rica dove sono state scoperte numerose operazioni illegali.
«Numerosi cittadini italiani – sottolinea il rapporto – si sono cancellati dall’anagrafe della popolazione residente in Italia per emigrare in Paesi a fiscalità privilegiata. In realtà avevano mantenuto la titolarità della partita Iva, la rappresentanza legale di società aventi sede in Italia, la presenza del nucleo familiare e la disponibilità di immobili e utenze» e ciò ha consentito di far scattare la denuncia per il recupero delle tasse non pagate.
Accertamento simile è scattato nei confronti di quelle società che risultavano «non residenti» ma in realtà «controllavano oppure erano controllate da società italiane; erano amministrate da un Cda composto in prevalenza da consiglieri residenti in Italia».
Grandi marchi e piccole imprese
Tra le imprese finite sotto osservazione e poi segnalate all’Agenzia, c’è chi ha «fittiziamente localizzato la residenza fiscale di alcune società all’estero e poi rimpatriate in Italia».
Altri metodi sono quello del transfer pricing, il trasferimento di beni e servizi tra imprese di uno stesso Gruppo residenti in Stati diversi, oppure «gli interessi corrisposti, in regime di esenzione, ad una consociata comunitaria ma con un beneficiario che in realtà era localizzato in un paradiso fiscale».
Sono metodi applicati in passato da grandi marchi ma l’attività svolta dalla Guardia di Finanza dimostra come lo stesso sistema sia stato utilizzato da centinaia di imprese più piccole con effetti gravi per l’economia italiana: 103 sono gli evasori totali individuati in un anno e mezzo, per un’elusione fiscale che sfiora il miliardo e mezzo di euro.
Molti hanno effettuato operazioni illecite all’interno dell’Unione Europea utilizzando due sistemi che portano a società residenti in uno Stato membro con fiscalità agevolata.
Il primo prevede «il versamento dei dividendi a società controllanti che sono all’estero», il secondo passa invece per il «pagamento degli interessi e dei canoni a consociate sempre che abbiano la sede fuori dall’Italia»
Case comprate e ristrutturate «in nero»
Un intero capitolo del rapporto è dedicato al «settore delle compravendite immobiliari, delle connesse intermediazioni nonchè delle ristrutturazioni e riqualificazioni energetiche del patrimonio edilizio».
L’indagine si è concentrata sia sugli acquisti compiuti dai titolari di partita Iva, sia sui bonifici bancari e postali effettuati dai committenti.
I risultati «confrontati con le risultanze delle dichiarazioni all’Anagrafe Tributaria, hanno fatto emergere attività d’impresa totalmente sconosciute al Fisco e altre che hanno dichiarato redditi inferiori al reale».
Sono 1.304 gli evasori totali, cioè che non hanno versato neanche un euro di tasse pur avendo effettuato decine di interventi.
Tra loro anche numerosi mediatori immobiliari che hanno percepito «in nero» il compenso per la trattativa tra acquirente e venditore.
E poi ci sono coloro che hanno dichiarato cifre molto più basse di quelle realmente spese per acquisire appartamenti, ville, interi stabili o terreni. Ma soprattutto hanno denunciato soltanto una minima parte degli importi versati per i lavori di ammodernamento.
All’opposto c’è chi ha dichiarato costi superiori a quelli effettivamente sostenuti per ottenere gli sgravi fiscali previsti per utilizza materiali poco inquinanti o comunque energie alternative. In totale è stata accertata un’evasione da 615 milioni di euro in appena diciotto mesi e sono già scattati sequestri di beni per 181 milioni di euro.
Il caso più eclatante citato nel dossier è quello di una società con sede in Lombardia «evasore totale» nonostante «abbia ceduto e locato vari immobili per un giro d’affari di svariati milioni di euro, è risultata amministrata di fatto da un prestanome peraltro già sottoposto a misura restrittiva per reati di criminalità organizzata, ed è emigrata successivamente nel Regno Unito».
La contestazione riguarda 15 milioni di euro di ricavi e quasi 2 milioni di euro di evasione dell’Imposta sul valore aggiunto.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA SPAGNA STAVA PEGGIO MA ORA E’ IN RIPRESA, DA NOI NON AVVIENE PERCHE’ NON ABBIAMO MAI RISTRUTTURATO IL SISTEMA… SCENDE IL COMMERCIO AL DETTAGLIO: – 0,7%
Mercoledì sapremo se l’Italia è nuovamente piombata nella recessione senza fine che ci attanaglia
dal 2008.
L’Istat pubblicherà il dato sul Pil del secondo trimestre: dopo lo choc dell’andamento negativo registrato nel primo, sono in molti a temere che anche nel periodo che va da aprile a giugno il prodotto possa essersi fermato o, peggio, che possa essere calato.
Ma anche se il dato sulla crescita si rivelasse piatto o positivo di qualche decimale, la Banca d’Italia ha spazzato via di recente ogni illusione sui prossimi mesi: a fine anno non cresceremo più dello 0,2 per cento.
L’interrogativo di fondo, al settimo anno di Grande crisi, dopo un quarto di produzione industriale bruciata e il 9 per cento del Pil perso dal 2007, è: perchè l’Italia arranca dietro agli altri partner europei e non riesce a tirarsi fuori dalle secche della crisi?
Soprattutto, riuscirà a recuperare la ricchezza persa?
Perchè altri Paesi come la Spagna sembrano aver invece agguantato la via del recupero?
Un Paese impreparato
Un termine che abbiamo dimenticato o messo tra parentesi per sette lunghi anni, ma che per molto tempo aveva acceso gli animi, è quello del “declino”.
Per qualcuno un’esagerazione, per molti la diagnosi lucida di un Paese piombato in affanno dopo l’accelerazione della globalizzazione degli anni Novanta, l’ingresso nell’euro e il boom dei Paesi emergenti.
Uno spettro che avremmo dovuto scongiurare, sostiene Giorgio Barba Navaretti, «con una seria ristrutturazione del sistema industriale, che la Germania e gli Stati Uniti hanno affrontato all’inizio degli anni Duemila.
Noi no, noi siamo entrati nella crisi con un sistema industriale già stanco».
Con lo tsunami da subprime e la profonda recessione che ne è seguita, spiega l’economista dell’Università cattolica di Milano, «molte imprese hanno poi chiuso, sono scomparse, e non è un problema congiunturale: è tessuto industriale che va ricostruito da zero».
Lunga lista di difetti
I difetti, «i mali del Paese», per dirla con Tito Boeri, «sono noti: un sistema educativo che non funziona, un mercato del lavoro che esclude i giovani, un sistema salariale che non incentiva il lavoro, le barriere burocratiche, la spesa pubblica che agevola i più anziani o chi è già protetto, il peso insopportabile delle tasse.
Tutto questo contribuisce al declino del Paese. Prima della crisi era diventata una parolaccia, non si poteva più parlarne, ora che tutti stanno uscendo dalla recessione e noi fatichiamo di più, sarebbe utile forse riprendere quel dibattito».
Leggendo gli ultimi rapporti economici di istituzioni di peso come la Banca d’Italia o il Fondo monetario internazionale, l’accento sulla necessità di andare avanti con le riforme è sempre forte e convinto. Ma emergono anche, tra le righe, degli interrogativi pesanti cui sembra difficile dare una risposta.
Scorrendo il bollettino economico di luglio di via Nazionale, vi si legge per esempio che «in Italia stenta a riavviarsi la crescita».
Parole analoghe a quelle contenute nell’ultimo “Article IV” del Fondo: «L’economia fatica ad emergere dalla sua profonda recessione».
E gli economisti di Ignazio Visco rivelano anche che l’andamento stagnante della produzione «contrasta» con gli indicatori di fiducia di imprese e famiglie, che hanno segnalato di recente un miglioramento.
Un traino solo dall’export
Tutti concordano nel dire che la spinta dei prossimi mesi, se arriverà , sarà esogena: il traino sarà export, naturalmente soggetto ai rischi delle gravi tensioni geopolitiche in Ucraina e in Medio Oriente. Dunque la Banca d’Italia avverte anche che il rafforzamento della ripresa dipende «necessariamente» anche da un riavvio della domanda interna.
Paolo Guerrieri è scettico su questa possibilità : «C’è un problema di stretta del credito che continua a soffocare le imprese», sostiene l’economista del College of Europe aggiungendo che «siamo ancora in pieno aggiustamento dei conti pubblici», con famiglie e imprese schiacciate da un peso fiscale «intollerabile» e «un governo con margini di manovra molto stretti per gli investimenti».
Per il senatore del Pd, a questi problemi si aggiunge «un motore dell’industria ingolfato da tempo».
È chiaro, insomma, «che ci troviamo un momento di crisi profonda sia dal lato della domanda, sia da quello dell’offerta».
Ed è altrettanto chiaro che di questo passo sarà anche «molto difficile» che il Pil riesca a riprendersi nel 2015, addirittura balzando all’1,3% stimato dalla Banca d’Italia.
Tonia Mastrobuoni
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Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile
SOMME TOTALI CHE SUPERANO I 10.000 EURO AL MESE
Mentre i soldi disponibili per le attività dei Consigli regionali diminuiscono, le spese per i vitalizi aumentano.
Secondo quanto riporta il Messaggero è questa la situazione nella maggior parte delle Regioni italiane.
Starebbe cominciando, dunque, un’ondata di nuovi tagli per arginare una situazione insostenibile dal punto di vista economico.
Il problema in particolare non è legato ai nuovi consiglieri cui non spetta il vitalizio, ma a quelli del passato per cui non si può applicare l’abolizione in modo retroattivo. Inoltre alcuni politici raddoppiano o addirittura triplicano il proprio rimborso a vita sommando diverse cariche.
Il Lazio è il manifesto della situazione.
Nella Regione del debito extra-large della Sanità e dell’addizionale Irpef tra le più alte, la spesa continua a salire alla voce vitalizi e vale il 25% del bilancio del Consiglio regionale, cioè oltre 20 milioni di euro l’anno.
Se non bastasse alcuni ex consiglieri del Lazio, ex senatori o deputati tra 5 anni potranno vedere triplicato il proprio vitalizio abbinando a quello regionale, quello del Parlamento europeo e quello del Parlamento italiano.
Per una somma totale che può superare i 10 mila euro.
Per esempio, sempre nel Lazio, un gruppo di 40 ex consiglieri “under 50” sta per festeggiare il proprio cinquantesimo anno di età con un regalo in più: potranno ritirare infatti l’assegno del vitalizio del Consiglio regionale cumulabile con altri vitalizi. Mentre emergono alcuni tentativi di correggere il tiro la comitiva di politici col doppio rimborso si sta per allargare a quelli che hanno appena lasciato il Parlamento europeo.
Potito Salatto è uno di questi, in Europa col Pdl dal 2009 e poi in Fli. Oggi si gode dalla Grecia il triplo vitalizio: 5.200 euro dalla Regione, 1.200 dal Parlamento italiano e 800 euro per la pensione dopo 25 anni all’Enasacro.
Salatto commenta che “è tutto in regola”, la legge infatti lo permette.
Il forzista Luciano Ciocchetti somma il vitalizio della Camera (quasi 3 mila euro) a quello di 2.300 euro circa della Regione Lazio: “Non abbiamo rubato nulla. E la legge non l’ho fatta io”, commenta il politico che spera di tornare presto in Parlamento. Augusto Battaglia del Pd si augura che “per i politici valgano le stesse regole dei lavoratori”.
Nel frattempo tra Regione e Parlamento percepisce 6.800 euro di vitalizio.
Tuttavia in questa classifica ci sono dei veri e propri recordman.
Domenico Gramazio, Pdl, supera i 10 mila euro tra Regione e Parlamento. Angiolo Marroni, storico esponente della sinistra, arriva a quasi 8 mila euro abbinando il vitalizio da consigliere regionale, più il compenso da Garante dei detenuti, più la pensione di reversibilità della moglie defunta per le sue attività da parlamentare e consigliere.
Anche Donato Robilotta, già assessore regionale con Forza Italia, percepisce 3 mila euro di vitalizio ma è infuriato contro la crociata anti-vitalizi: “Prendo il vitalizio previsto dalla legge. Non ci sto ad essere trattato come un malfattore”.
Sulla questione è intervenuto anche il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che a margine di una conferenza stampa ha commentato così i dati diffusi in questi giorni: “Bisogna preparare provvedimenti che partano sia dal riconoscimento dei diritti acquisiti, ma anche dalla necessità di non tollerare le stravaganti scelte fatte negli anni passati, dove ‘stravaganti’ è almeno virgolettato”.
“Noi i vitalizi li abbiamo aboliti – ha continuato il presidente – perchè è evidente che andavano aboliti e siamo la Regione che di più ha adottato le regole di trasparenza e spending review”.
“Ora ci sono dei diritti acquisiti che negli anni, prima di noi, sono partiti.
“È evidente – ha proseguito il politico in quota Pd – che andranno affrontate le storture che dentro quel sistema ci sono evitando il pericolo che si possano aprire vertenze e ricorsi”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile
PER UN INCIDENTE A BRESSANONE, LA COMMISSIONE INVESTIGATIVA PUNTO’ IL DITO CONTRO UN DIRIGENTE DI INFRASTRUTTURE: “CI HA OSTACOLATO”… E LUI OSCURA LE PARTI CHE NON CONDIVIDE
Hanno accusato le società che, secondo loro, avevano fatto scarsa manutenzione. Hanno messo
nero su bianco il calcolo del possibile ritorno economico che quelle aziende avrebbero avuto da questo risparmio.
Hanno puntato il dito, infine, contro un dirigente del ministero dei Trasporti che — dicono — ha ostacolato le indagini.
I componenti della commissione ministeriale investigativa che hanno indagato sull’incidente ferroviario di Bressanone (era il 6 giugno 2012) avevano usato parole chiare per spiegare perchè secondo loro quel treno merci deragliò nella stazione altoatesina.
Ma chi voleva leggere quelle parole sul sito del ministero dei Trasporti non ha potuto: lo stesso dirigente accusato, cioè il direttore per le investigazioni ferroviarie del ministero dei Trasporti Marco Pittaluga, ha censurato la relazione della commissione investigativa perchè “non condivise”.
Tanto che ora il presidente della commissione Roberto Focherini ha scritto al ministro Maurizio Lupi: “Si ricordi — che la nomina del direttore per le investigazioni è competenza del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e quindi anche la responsabilità del suo operato“.
E pensare che la prima causa dell’incidente di Bressanone, secondo i tecnici della commissione, è analoga della strage di Viareggio, avvenuta il 29 giugno 2009, quando morirono 32 persone e per la quale è in corso un processo dove sono imputati tutti i vertici delle Ferrovie dello Stato.
Nella stazione di Bressanone a deragliare non fu un treno carico di gpl come in Versilia, ma un treno merci carico di rottami.
Ma in entrambi i casi si è trattato di un deragliamento causato da un problema a un assile di uno dei vagoni. In sostanza per scarsa manutenzione.
A Bressanone non morì nessuno, si fecero male senza gravi conseguenze solo i due macchinisti. Ma forse fu un caso. Era mezzogiorno: un’oretta dopo la stazione si sarebbe riempita di studenti al ritorno da scuola.
Dopo quasi due anni di indagini, a maggio di quest’anno, la commissione ministeriale investigativa ha presentato la sua relazione.
Ma sul sito del ministero dei Trasporti è stata pubblicata il 18 luglio oscurata in più parti da grosse righe nere.
L’autore è proprio Pittaluga: lo dichiara lui stesso nella prefazione. “Alcune parti della allegata relazione non vengono dal sottoscritto condivise — scrive — Ho ritenuto di mondare la Relazione tecnica predisposta dagli investigatori incaricati, nelle parti che ho sopra descritto”.
Il direttore delle investigazioni cancella tra l’altro anche l’accusa a lui rivolta di aver ostacolato le indagini.
“Non si ringrazia — avevano scritto gli autori della relazione, Focherini e Scagliarini — il Direttore Generale Marco Pittaluga che ha ostacolato, abusando della propria autorità , lo svolgimento delle indagini, procrastinando la consegna della relazione”.
A risultare illeggibili parti delle accuse rivolte alle aziende addette alla manutenzione degli assili che si sono scomposti: la à–bb Ts, l’impresa austriaca responsabile della manutenzione del carro, e la Zos, l’officina slovacca che aveva in subappalto la manutenzione.
Circostanze anche in questo caso sovrapponibili a quelle della strage di Viareggio. Gli assili, cioè le coppie di ruote infilate in un asse sotto ogni carro, presentavano un’eccessiva rugosità , secondo gli esperti.
E questa, se da un lato provoca un “aumento del rischio nella formazione di cricche”, cioè le fratture alla base dei deragliamenti, dall’altro consente di assicurarsi assili che nel tempo si consumano molto meno: un risparmio per chi deve fare la manutenzione. E completamente oscurata sul sito del ministero è la parte in cui la Commissione investigativa prova a fare un calcolo su questo punto: “E’ possibile che in tutto ciò ci sia un ritorno economico e cioè quello di avere degli assili a vita ‘infinita’”.
Gli ingegneri calcolano: “Considerando che solitamente in un carro ci sono 4 assili, che il costo di un assile dell’ordine di 1250 euro e ipotizzando un parco di carri dell’ordine di 20mila carri, il vantaggio nel non sostituire un assile nuovo su tutti i carri genera un utile U dell’ordine: U=4*1250*20000=100M€ cioè un utile dell’ordine di 100 milioni di euro”.
Illeggibili sono anche i calcoli elaborati dagli ingegneri della Commissione per definire parametri più rigidi che evitino la fuoriuscita delle ruote dagli assi.
“Un fatto inaudito e gravissimo” commentano i ferrovieri di Ancora in marcia!, storica rivista delle organizzazioni sindacali di base dei macchinisti italiani, che non esitano a parlare di censura e di “un quadro inquietante sulla trasparenza delle ‘investigazioni’ svolte dal ministero”.
Proprio a loro i componenti della commissione Focherini e Scagliarini hanno spedito il testo autentico perchè fosse diffuso.
C’è di più. Il lavoro della commissione evidentemente è stata tenuto in considerazione dall’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria — un organo indipendente — che ha diramato una comunicazione urgente in cui ordina con effetto immediato a tutte le imprese ferroviarie italiane di non accettare le sale montate (cioè l’insieme di ruote e assili) gemelle di quelle lavorate dall’officina slovacca Zos sul treno deragliato a Bressanone.
Negli ultimi due anni però quei pezzi sono circolati.
Ilaria Lonigro
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile
FAVOREVOLI PD, FORZA ITALIA, NCD E UDC
Il punto più spinoso della giornata era questo: l’immunità .
Alla fine, dopo la bocciatura i tutti gli emendamenti aggiuntivi all’articolo 8, il testo uscito dalla Commissione resta invariato.
Quindi, come per i deputati, anche per i nuovi senatori l’immunità resta.
Su questo tema il dibattito si era prolungato, dopo che l’Aula aveva esaminato velocemente gli articoli precedenti: sette in sole due ore.
Un record visti i tempi del dibattito dei giorni scorsi. L’aula ha infatti approvato rapidamente e senza difficoltà , anche grazie ai pochi interventi, gli articoli da 3 a 9 del ddl Boschi che vertono su temi meno delicati della riforma costituzionale, ossia l’abolizione dei senatori a vita, il divieto di vincolo di mandato, la durata della Camera, i regolamenti.
E soprattutto l’abolizione delle indennità per il nuovo senato.
L’immunità resta.
I due ‘contraenti’ del patto del Nazareno sulle riforme, Pd e Forza Italia, si sono detti a favore della permanenza delle guarentigie anche per i nuovi futuri senatori.
In sostanza, Pd e Forza Italia sostengono che i futuri senatori dovranno godere dell’immunità e, quindi, non devono avere un trattamento diverso rispetto ai colleghi deputati, anche se non saranno più eletti in maniera diretta.
Nel dibattito che si è svolto al Senato sugli articoli aggiuntivi all’8 del ddl riforme, quelli appunti relativi all’immunità , il senatore azzurro Donato Bruno ha spiegato chiaramente che “Forza Italia voterà a favore del provvedimento così come uscito dalla commissione”, quindi con l’immunità .
Anche il capogruppo Pd, Luigi Zanda, ha chiarito: “anch’io sarei per il testo uscito dalla commissione”.
A favore anche Pier Ferdinando Casini (Udc), l’Ncd con Gaetano Quagliariello.
Si sono detti contrari, invece, Loredana De Petris (Sel), i ‘dissidenti’ del Pd Felice Casson e Vannino Chiti, il socialista Enrico Buemi.
La relatrice Anna Finocchiaro ha rivendicato l’equilibrio della norma così come uscita dalla commissione.
Governo e relatori si sono quindi rimessi all’Aula sugli emendamenti aggiuntivi all’articolo 8 del ddl.
(da “Huffingtonpost”)
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