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LE PROCURE SUI PROFUGHI FANNO POLITICA O APPLICANO LA LEGGE? SE CI SONO CONTATTI TRA SCAFISTI E QUALCHE ONG FUORI LE PROVE

Aprile 23rd, 2017 Riccardo Fucile

DIRE CHE “PROCESSUALMENTE NON CI SONO ELEMENTI E CHE DEVE INTERVENIRE LA POLITICA” VUOL SOLO DIRE METTERE IN CATTIVA LUCE CHI SALVA DELLE VITE… CHISSA’ COME MAI CERTA MAGISTRATURA NON SI DEDICA CON LO STESSO ZELO A CHI ISTIGA ALL’ODIO RAZZIALE, POLITICI COMPRESI

Tra chi salva i disperati che attraversano il Canale di Sicilia, non tutte le ong che recuperano migranti sarebbero uguali: «Ci sono quelle buone e quelle cattive», dice il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro.
La sua è la procura più esposta nell’affaire migranti, per necessità  prima ancora che per scelta, avendo competenza su quella parte di Sicilia, la zona orientale, dove affacciano i porti di Pozzallo, Augusta, Catania e Messina che da soli assorbono il maggior numero di arrivi di migranti.
Secondo Zuccaro questa massa di persone «sta creando problemi di ordine pubblico che potrebbero influire sul tessuto sociale delle popolazioni, poi ci sono i problemi del caporalato, quelli della gestione del denaro per l’accoglienza e l’ospitalità , che lasciano intravvedere fatti gravi».
Frasi al tempo stesso pesanti e vaghe, visto che compito della magistratura dovrebbe essere quella di perseguire reati specifici, non lanciarsi in valutazioni sociologiche.
Al centro delle polemiche sarebbero le Ong – le organizzazioni non governative – che stanno con le loro navi, qualcuna anche con droni e aerei, a pattugliare il tratto di Mediterraneo davanti alla Libia.
Perchè sono lì, come si finanziano, hanno contatti diretti con i trafficanti? Questo si chiedono i magistrati di Catania.
«Su Ong come Medici senza frontiere e Save the Children davvero c’è poco da dire – dice Zuccaro – discorso diverso per altre, come la maltese Moas o come le tedesche, che sono la maggior parte» (cinque delle nove Ong schierate in mare, c’è poi la spagnola Proactiva Open Arms).
Le buone e le cattive, dunque: «Abbiamo evidenze che tra alcune Ong e i trafficanti di uomini che stanno in Libia ci sono contatti diretti – dice Zuccaro – non sappiamo ancora se e come utilizzare processualmente queste informazioni ma siamo abbastanza certi di ciò che diciamo; telefonate che partono dalla Libia verso alcune Ong, fari che illuminano la rotta verso le navi di queste organizzazioni, navi che all’improvviso staccano i trasponder sono fatti accertati».
E quale sarebbe il reato?
Se una Ong non entra nelle acque territoriali libiche e attende eventuali Sos dai barconi per porli in salvo di che reato si macchierebbero?
O forse sarebbe meglio lasciarli affogare?
In realtà  tutto parte dalla decisione della Ue di impedire che i profughi arrivino in Europa e dall’aver arretrato in mare aperto le sue linee di intervento, così i barconi affondano prima e non disturbano chi avrebbe il dovere di porli in salvo.
Per questo le Ong si sono avvicinate di più al limite delle acque territoriali, per sostituirsi a chi per cinismo politico ha abdicato ai propri impegni.
Per questo l’agenzia dell’Ue Frontex nel suo rapporto «Risk analysis 2017» ha definito «taxi» alcune Ong. Ed è probabilmente per questo che Zuccaro parla di prove che non è possibile utilizzare in un processo (ma allora che parla a fare?).
Tutte le nove Ong sono, comunque, sotto la lente della procura etnea: «Per quelle sospette dobbiamo capire cosa fanno, per quelle buone occorre invece chiedersi se è giusto e normale che i governi europei lascino loro il compito di decidere come e dove intervenire nel Mediterraneo».
Quindi in concreto, politichese a parte, reati penali non se ne vedono allo stato attuale salvo lanciarsi in valutazioni politiche che non crediamo siano di competenza della magistratura.
«L’inchiesta richiede tempi che l’Europa non si può permettere – dice Zuccaro – il problema resta essenzialmente politico e i governi europei, non solo quello italiano, devono intervenire subito, per me, quei 250 mila in arrivo quest’anno sono una stima per difetto».
Ma se anche arrivassero 250.000 profughi è forse un problema della magistratura o un tema su cui la Procura debba schierarsi?
Se la magistratura ritiene che dietro qualche Ong ci siano dei criminali spicchi dei mandati di arresto, dopo aver fornito possibilmente le prove.
Altrimenti dedichi il suo tempo a perseguire i reati di istigazione all’odio razziale che quotidianamente vengono commessi in Italia sui social e non solo.
E se proprio deve sollecitare la politica, si chieda che fine ha fatto l’impegno degli altri Stati Europei ad accogliere l’anno scorso 36.000 profughi sbarcati in Italia e che avrebbero dovuto essere redistribuiti negli altri Paesi.
O che risultato ha prodotto la firma con le autorità  libiche da parte del ministro Minniti che avrebbe dovuto “bloccare” gli arrivi.
O forse andare controcorrente è chiedere troppo?

(da agenzie)

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CANDIDATI ALL’ELISEO: PER CHI TIFANO I LEADER ITALIANI E CHI RISCHIA DI PIU’

Aprile 23rd, 2017 Riccardo Fucile

CENTROSINISTRA PER MACRON O HAMON, SINISTRA PER MELENCHON, FORZA ITALIA PER FILLON, LEGA E FDI PER LE PEN, GRILLO CON CHI VINCERA’… SALVINI E MELONI RISCHIANO LA SBERLA FINALE DOPO AUSTRIA E OLANDA

Un tempo – un tempo, in fondo, non così lontano – non ci sarebbero voluti grandi giri di parole per definire il tifo sfegatato di politici nostrani per candidati in elezioni di altri Paesi: sarebbero stati etichettati come «provinciali», e la questione sarebbe finita lì. Ma in un mondo ormai anche politicamente globalizzato, la faccenda si è fatta diversa: e se il presidente Trump non ha dubbi, l’agguato agli Champs à‰lysèes favorirà  Marine Le Pen, non desta più scandalo il fatto che i politici italiani esprimano preferenza – facciano il tifo, appunto – per questo o quella candidata alle presidenziali francesi.
Gli schieramenti, diciamo la verità , non riservano grosse sorprese.
E così, per esempio, se Matteo Renzi non nasconde le sue simpatie per Emmanuel Macron, il più ortodosso Orlando sceglierebbe al primo turno Benoà®t Hamon (ala sinistra del Partito socialista francese) per convergere solo al secondo turno, eventualmente, sul candidato più gradito a Renzi.
Uguale ortodossia sembra orientare le scelte dei movimenti e dei gruppi alla sinistra del Partito democratico, che – fermo restando l’ostracismo nei confronti della Le Pen – considererebbero un segnale importante per tutta la sinistra europea un’affermazione di Jean-Luc Mèlenchon, che lasciò il Ps nel 2008 per fondare il nuovo Partito della Sinistra (un po’ alla stregua di quanto poi accaduto in Italia con la nascita di Articolo Uno).
Scelte e simpatie in fondo prevedibili: come del resto lo sono gli schieramenti formatisi nel centrodestra, dove la sfida francese – però – potrebbe avere impatti e conseguenze assai più dirette sugli equilibri in campo.
I cosiddetti «sovranisti» – e cioè il tandem Salvini-Meloni – sperano che un successo di Marine Le Pen dia credibilità  alla loro linea anti europea e nazionalista da spendere, nel braccio di ferro ingaggiato con Silvio Berlusconi intorno alla leadership del centrodestra italiano, ma se andasse male per loro sarebbe un grosso problema.
L’ex Cavaliere, al contrario, ha manifestato solo tiepide simpatie verso Franà§ois Fillon, candidato repubblicano, da molti – in Francia – avvicinato proprio a Berlusconi, ma con troppe grane giudiziarie pendenti per esser apertamente sostenuto.
Altri ambienti di Forza Italia e di centro non vedono male invece il liberal-populista Macron.
Resterebbero da inquadrare i Cinque Stelle: ma anche in questo caso l’operazione risulta impossibile. A chi vanno le simpatie del Movimento di Beppe Grillo? A tutti e a nessuno.
Attentissimi a non scoprirsi e a non caratterizzarsi – per cercare consenso tanto a destra quanto a sinistra – con le elezioni francesi mandano in scena il copione già  visto nelle elezioni presidenziali americane: qualcuno con Trump, qualcuno con la Clinton e qualcun altro addirittura col candidato verde.
Alla fine staranno con chi vince.
Il «tifo» italiano – sia chiaro – non è dettato solo dalla classica dicotomia sinistra-destra quanto, piuttosto, dalle nuove faglie politiche di questo terzo millennio: populismo-antipopulismo, europeismo-antieuropeismo, globalizzazione-nazionalismo…
Questo è evidente soprattutto nelle scelte di campo dei partiti del centrodestra.
La cosa, naturalmente, riguarda soprattutto il tandem «sovranista». Dopo la Brexit, è come se il vento – almeno in Europa – avesse lentamente cominciato a girare. In Austria e Olanda i candidati antieuropei e xenofobi sono stati sconfitti. E se lo stesso accadesse al Front National, molti – anche qui in Italia – dovrebbero cominciare a rifare i propri conti.

Federico Geremicca
(da “La Stampa”)

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TRA GLI INDECISI NELLA CAMPAGNA A SUD DI PARIGI: “ALTRO CHE BANLIEU, E’ QUI CHE SI SOFFRE DAVVERO”

Aprile 23rd, 2017 Riccardo Fucile

UN SONDAGGIO DI TRE GIORNI FA TRA GLI AGRICOLTORI DAVA FILLON AL 41% E LA LE PEN SCESA DAL 35% AL 20%: “UN PAESE ESPORTATORE DI CEREALI COME LA FRANCIA SE CHIUDE LE FRONTIERE DOVE VA A FINIRE?”

Siamo a Sens, un centinaio di km a sud-est da Parigi. Ma qui nell’Alta Borgogna è un altro mondo. Una città  antica intorno alla sua cattedrale. E subito fuori campi gialli di colza e terra di quella buona per i cereali.
Le acque dello Yonne scorrono dolci come il mito della «douce France».
Due mesi fa un sondaggio Cevipof indicava che la Le Pen era la prima scelta (35%) tra i contadini, «che sono sempre meno numerosi, ma rappresentano i votanti di riferimento di tutte le zone rurali, l’8% dell’elettorato nazionale», spiega Franà§ois Purseigle, sociologo specialista delle campagne.
Allora, però, il 51% diceva che voleva astenersi, «mentre gli agricoltori vanno sempre a votare e sono spesso militanti della destra ».
Non è chiaro oggi quanti vogliano davvero rinunciare, ma pochi giorni fa un sondaggio di Bva riportava Franà§ois Fillon, il candidato della destra, in testa al 41,5%, mentre la Le Pen si fermava al 20%.
«La tentazione Fn esiste — conclude Purseigle -, ma ci sono anche resistenze: i contadini sono sempre stati europeisti convinti. Beneficiano ancora degli aiuti comunitari. E tanti sono influenzati da un cattolicesimo sociale, intollerante alla famiglia Le Pen».
A Saint-Clèment, vicino a Sens, Michel Jouan, 65 anni, è già  in pensione e ha ceduto i suoi ettari al nipote. Lui voterà  Fillon, ma ritiene che «avrebbero dovuto sostituirlo, dopo che sono scoppiati gli scandali».
Secondo Michel, «la Le Pen trionfa sull’ignoranza. Un Paese esportatore di cereali come la Francia, se chiude le frontiere, dove va a finire ? E se usciamo dall’euro, visto come sono indebitati i contadini, chi pagherà  gli interessi che gonfieranno?».
Di Fillon non sopporta neppure «i cattolici estremisti che si è messo accanto. Per me i preti dovrebbero sposarsi». Ma si turerà  il naso.
Pochi chilometri più in là , Franck Thibault, 55 anni, produce cereali bio. Fa parte della Confèdèration Paysanne, quella di Josè Bovè, e «oggi voterò Jean-Luc Mèlenchon, per la sua attenzione al sociale e ai servizi pubblici».
Non crede che alla fine uscirà  dall’Europa. E non lo vuole. Ma una cosa Frank l’ha decisa. «Al secondo turno, se ci saranno la Le Pen e Fillon, io lui non lo voto. Nel 2012 votai Hollande contro Nicolas Sarkozy. E nel 2002 Jacques Chirac contro Jean-Marie Le Pen. Ma questa volta non mi fregano».

(da “La Stampa”)

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FRANCIA, ALTA L’AFFLUENZA, ALLE 12 AL 28,54% IN AUMENTO RISPETTO AL 2012

Aprile 23rd, 2017 Riccardo Fucile

CHIUSURA DEI SEGGI ALLE 20, SECONDO TURNO IL 7 MAGGIO

Alle 8 di questa mattina sono state aperte le urne che attendono 47 milioni di cittadini francesi, di cui 1 milione e 300mila registrati presso ambasciate e consolati all’estero, chiamati a votare per il primo turno delle elezioni presidenziali.
Il primo dato relativo all’affluenza, alle 12, si è attestata al 28,54%, in lieve aumento rispetto al 2012 (28,29%) al primo turno delle presidenziali francesi.
Una sostanziale stabilità  che sgombera il campo dalle ipotesi che ventilavano un astensionismo record, fra distacco dalla politica e voto in un clima di paura.
La consultazione avviene in un clima senza precedenti, con lo stato d’emergenza dopo l’assassinio di un agente di polizia nel cuore di Parigi, i servizi segreti in allarme e i seggi considerati obiettivi “vulnerabili”. Cinquantamila i poliziotti che sorvegliano i 66.000 seggi.
La chiusura dei seggi è prevista per le 19, tranne che nelle grandi città , dove resteranno aperti fino alle 20.
Il secondo turno è fissato per il 7 maggio. Il presidente – il cui mandato dura 5 anni – deve essere eletto a maggioranza assoluta dei voti espressi. Un secondo turno elettorale è in programma per il prossimo 7 maggio. La supervisione del voto è curata dal Consiglio Costituzionale, lo stesso che annuncia il risultato del voto.
I CANDIDATI AI SEGGI  
La candidata del Front national alle presidenziali francesi, Marine Le Pen, ha votato intorno alle 11 a Hènin-Beaumont, nel dipartimento di Passo di Calais. È qui che la leader dell’estrema destra francese ha allestito il suo quartier generale, dove attenderà  l’esito del primo turno delle presidenziali, per le quali si vota oggi in Francia. Le Pen non ha rilasciato dichiarazioni all’uscita. All’interno della scuola, gremito di giornalisti, ha salutato con un bacio gli scrutatori del seggio, ha sorriso alle telecamere ed è uscita a bordo di un suv seguita da un’altra auto di scorta.
Emmanuel Macron ha votato al municipio di Le Touquet, nel dipartimento di Nord-Passo di Calais. insieme alla moglie Brigitte. Il leader del movimento En Marche! ed ex ministro dell’economia si era sposato nella cittadina di mare a nord di Parigi quasi dieci anni fa.
HOLLANDE: LA DEMOCRAZIA È PIU’ FORTE DI TUTTI  
«Siamo stati messi a dura prova nell’ultimo periodo, ma siamo pronti alle presidenziali e alle legislative. Questo è il messaggio che possiamo dare; la democrazia è più forte di tutto». Lo ha detto il presidente francese Francois Hollande subito dopo aver votato per il primo turno delle presidenziali.
TWEET IRONICO DEL MINISTERO DELL’INTERNO PER INVITARE AL VOTO  
Il ministero dell’Interno francese invita i cittadini ad andare a votare, e lo fa con un po’ di humour, pubblicando su Twitter una foto in cui si vede un giovane in posa divertente e ostentata, che con occhiali da sole e una maglietta bianca su cui si legge «Sì, io voto», mette la scheda elettorale nell’urna. «È il giorno! Avete fino alle 19 o alle 20 a seconda delle città  per andare a votare», si legge nel tweet del ministero.
Forte appello contro l’astensionismo in Francia: sul Journal du Dimanche personalità  come Carla Bruni-Sarkozy (cantante), Christine Lagarde (direttrice del Fmi), Jean d’Ormesson (scrittore), Laurence Parisot (ex presidente del Medef, la Confindustria francese) si rivolgono ai connazionali affinchè oggi si rechino in massa alle urne. «Votez!», «Votate!», è scritto a caratteri cubitali nella prima pagina del Jdd che pubblica l’appello, davanti ai rischi di un’astensione record.
11 CANDIDATI, 4 I FAVORITI  
I candidati in lizza sono 11, quattro i favoriti secondo i sondaggi: Emmmanuel Macron, candidato di “En marche”, Marine Le Pen, leader del Front National, Franà§ois Fillon, vincitore delle primarie di centrodestra, esponente di Les Rèpublicains, Jean-Luc Chèvenement, che incarna la sinistra ribelle del movimento `La France insoumise’, protagonista di una forte rimonta nei sondaggi nella fase finale della campagna.
Segue ad una certa distanza Benoit Hamon, vincitore delle primarie del Partito socialista. Gli altri candidati sono Nathalie Artaud, Franà§ois Asselineau, Jacques Cheminade, Nicolas Dupont-Aignan, Jean Lassalle, Philippe Poutou.

(da agenzie)

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INTERVISTA A TRUDEAU: “ACCOGLIENZA E SOLIDARIETA’, COSI’ SFIDIAMO IL TERRORISMO”

Aprile 22nd, 2017 Riccardo Fucile

IL PREMIER LIBERALE CANADESE: “PIU’ TASSE AI RICCHI PER AIUTARE LA CLASSE MEDIA. LA NOSTRA ECONOMIA E’ PIU’ SOLIDA PERCHE’ INTEGRIAMO GLI STRANIERI”

«La maniera migliore per combattere il terrorismo è unirci in una società  dove tutte le persone vengano ascoltate».
Il premier canadese Justin Trudeau è il fenomeno politico del momento, leader in controtendenza del movimento progressista. In occasione della visita del collega Gentiloni, ha accettato di rispondere alle domande della Stampa.
Quali temi ha discusso col premier Gentiloni, in vista del G7?  
«Prima di tutto abbiamo parlato di come estendere le opportunità  per canadesi e italiani, per creare posti di lavoro ben retribuiti per la classe media su entrambe le sponde dell’Atlantico».
Lei è l’unico leader progressista del G7 che ha vinto di recente le elezioni, mentre altri Paesi occidentali, a partire dagli Usa, rifiutavano questa agenda. Perchè il movimento progressista è in crisi, a parte il Canada, e quale programma dovrebbe adottare, in Europa e America, per riconquistare la fiducia degli elettori?
«Nelle ultime elezioni è stato incredibilmente incoraggiante vedere come i canadesi non abbiano risposto alla politica della divisione, la negatività  e l’esclusione, ma ad una visione che diceva: “Uniamoci e lavoriamo duro insieme sulle sfide che abbiamo davanti, affinchè tutti possano avere successo”. Al cuore del nostro successo c’è stato riconoscere che le persone guardano con ansia al futuro e cercano leader che offrano soluzioni reali per sostenerle in questi tempi incerti. La rabbia e l’ansia dei popoli sono reali. Molte persone sono preoccupate per cosa potrebbe riservare il futuro: che la globalizzazione e i cambiamenti tecnologici le lascino indietro, e i loro figli non abbiano le stesse opportunità  dei genitori. Questo è il motivo per cui il nostro governo, entro un mese dall’entrata in carica, ha aumentato le tasse per l’1% dei più ricchi e le ha tagliate per milioni di canadesi della classe media. Abbiamo migliorato i pagamenti per i sussidi familiari in un unico Canada Child Benefit mensile ed esentasse. Questo cambiamento ha dato a 9 famiglie su 10 più soldi per aiutarle a fronteggiare i costi crescenti di allevare i figli, e ci ha messi in condizione di ridurre la povertà  infantile del 40%. Il nostro governo ha fatto anche investimenti significativi nell’addestramento professionale, affinchè più canadesi ricevano l’istruzione e l’esperienza di cui hanno bisogno, e siano preparati per i lavori di oggi e di domani. In tutto il mondo abbiamo bisogno che la classe media si senta più sicura riguardo le sue prospettive e il suo futuro. Dobbiamo sostenere la gente in un’economia che cambia e un mondo sempre più globalizzato».
La minaccia del terrorismo, che ha appena colpito Parigi e a gennaio Quèbec City, è uno dei fattori che contribuiscono allo scontento. Che politiche deve adottare il movimento progressista, per combattere il terrorismo senza rinunciare ai propri valori?
«Lo scorso gennaio il Canada ha pianto la perdita di sei vite innocenti, prese di mira semplicemente perchè praticavano la loro religione. È stato un attacco contro la comunità  islamica e tutti i canadesi, che ha colpito una delle nostre libertà  più care: praticare la propria fede senza paura. L’attacco cercava di instillare paura e dividere i canadesi tra loro. Invece, i canadesi si sono uniti. Un movimento di solidarietà  si è rapidamente formato nel Paese, mentre i canadesi si univano per condannare l’attacco, favorire il dialogo, e combattere paura e odio con messaggi positivi e speranza. I leader di tutti i livelli governativi e di tutti i partiti sono andati a Quèbec City per schierarsi con la comunità  musulmana, e piangere con coloro che avevano perso i loro cari. La diversità  e l’apertura verso il mondo sono una fonte di forza, e hanno reso il Canada non solo più prospero come Paese, ma anche più sicuro e unito. Noi continueremo a mostrare solidarietà  e sostenere le comunità  che sono state afflitte dagli atti di terrore. Sappiamo che la maniera migliore di difendere i canadesi e combattere il terrorismo è unirci in una società  compassionevole, dove tutte le persone vengono ascoltate, ricevono assistenza, aiuto, e sono là  gli uni per gli altri».
Quando Trump ha proposto il bando per i migranti, lei si è impegnato ad accogliere più rifugiati in Canada. Perchè?  
«La diversità  è al cuore del successo del Canada. È ciò che siamo e facciamo. Noi abbiamo provato che un Paese può essere costruito, e definito, dai valori condivisi. Non religione, lingua o etnia, ma i valori comuni. In Canada, qualunque sia la tua fede, chi ami, o da dove vieni, puoi lavorare duro, avere successo, e costruire un futuro migliore per te e i tuoi figli. I canadesi capiscono che quando ci uniamo per dare il benvenuto e integrare i nuovi arrivati, ciò rafforza le nostre comunità  e aiuta a costruire la nostra società  ed economia su basi durevoli. Siamo orgogliosi della tradizione di aprire le braccia ai bisognosi, dai rifugiati ungheresi negli anni ’50, ai boat people vietnamiti negli anni ’80, a più di 40.000 siriani oggi. Continueremo ad accogliere i rifugiati, e svolgere un ruolo di leadership per risistemarli».
Dopo la Brexit, il futuro della Ue è in gioco nelle elezioni in arrivo in diversi Paesi. Lei vede la possibile fine dell’Unione come un’opportunità  o una minaccia per il Canada?  
«Canada e Ue si giovano di un rapporto robusto, che è diventato più forte con la recente firma dell’accordo Ceta. Insieme, Canada e Ue hanno creato un accordo gold-standard, che servirà  da modello per le relazioni commerciali rinvigorite in tutto il mondo. Ceta risponde all’ansia crescente che il sistema attuale benefici solo una piccola èlite, mettendo la classe media canadese ed europea davanti a tutto. La storia ha dimostrato che le politiche aperte di commercio e i mercati sono la maniera migliore per creare posti di lavoro buoni e ben retribuiti per la classe media, aiutare le aziende a diventare più competitive, e guidare la crescita economica. Ceta fa proprio questo. Metterà  cibo sulle tavole delle famiglie, renderà  più facile e meno costoso competere per le imprese, e creerà  buoni posti di lavoro per la classe media su entrambe le sponde dell’Atlantico. Insieme alla Ue, continueremo ad essere i campioni degli accordi commerciali progressisti, che mostrano i benefici di un mondo più aperto e interconnesso, e creano opportunità  migliori per la classe media».

(da “La Stampa”)

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SU MARINE ALEGGIA L’INCUBO JOSPIN: LE CERTEZZE SVANITE DELLA LE PEN

Aprile 22nd, 2017 Riccardo Fucile

EROSA LA SICUREZZA DEL FRONT NATIONAL, BALLOTTAGGIO DA SICURO A RISCHIO

La conclusione della campagna di Marine Le Pen ha l’effetto di un fulmine a ciel sereno.
Da due anni la leader del Front National è nominata tra i favoriti nelle intenzioni di voto al primo turno delle presidenziali. E viene sistematicamente data per sconfitta al secondo, chiunque sia l’avversario.
Una doppia posizione, quella di favorita e di grande sconfitta, che l’ha spinta a puntare tutto su una strategia di compromesso, per unire un’ipotetica maggioranza la sera del 7 maggio.
C’è solo un problema: nulla è andato come previsto.
Marine Le Pen sognava una “partita di ritorno” contro Sarkozy e Franà§ois Hollande? Entrambi eliminati, volenti o nolenti.
Lo scandalo che ha colpito Fillon, lungi dal fargli ottenere nuovi elettori, ha portato alla ribalta Emmannuel Macron, evidenziando anche le mancanze giudiziarie della candidata.
Lei, che puntava su un testa a testa contro un “candidato del sistema”, si ritrova in un match a quattro che include anche l’inclassificabile Jean-Luc Mèlenchon.
Così l’ascesa della figlia di Jean-Marie Le Pen, che ha sfiorato il 30%, è andata gradualmente rallentando, portandola dal primo al decimo posto a meno di tre punti dai suoi principali avversari, come spiega il nostro sondaggista.
“Anche se è probabile che riesca a superare il punteggio più alto di un candidato del Fn alle presidenziali, e perfino il record storico di voti ottenuti dal Front National alle elezioni, c’è un’erosione nei consensi. A febbraio era ancora al 28%, e oggi si aggira intorno al 22-23% secondo i sondaggi. Tutto questo indica che Marine Le Pen non ha saputo sviluppare una dinamica intorno alla sua campagna”, spiega Yves-Marie Cann direttore degli studi politici presso Elabe.
A destra, improvvisazione e inversioni di rotta.
Marine Le Pen sarà  la Lionel Jospin del 2002, eliminato al primo turno nello stupore generale, per aver preso sotto gamba la sua campagna? Anche se questo scenario non è il più plausibile, è ormai matematicamente possibile e continua ad affacciarsi nella mente degli esponenti di destra.
Per evitare che, da una perdita, si passi ad un’emorragia nel rush finale, la candidata ha effettuato una decisa inversione di rotta negli ultimi dieci giorni e si è mostrata ansiosa di consolidare la sua base elettorale al primo turno, riaffermando i principi fondamentali del Front National: identità  e lotta all’immigrazione. Una svolta manifestata chiaramente nel corso del grande comizio di Marsiglia.
Segnale inequivocabile, Marion Marèchal Le Pen, incarnazione dell’area storica del Front National e a lungo messa da parte durante la campagna, ha preso la parola prima di sua zia.
Obiettivo: accaparrarsi a tutti i costi il favore dell’estrema destra già  corteggiata da Robert Mènard a Perpignan.
Ma ci sono altri segnali d’inasprimento ideologico, tra cui due nuove misure non previste dal programma: una moratoria immediata sull’immigrazione legale e la chiamata all’ordine dei militari riservisti in vista di un ripristino delle frontiere
Provocazioni destinate a scuotere gli animi.
Intanto, Marine Le Pen ha svestito i panni di candidata “moderata” per rituffarsi in discorsi infiammati, provocatori e destinati a ri-mobilitare il suo elettorato.
Dopo la polemica sul rastrellamento al Velodromo d’Inverno, la candidata del Front National ha ripreso gli slogan controversi del 2012, che legano immigrazione e terrorismo.
“Con me, non ci sarebbe stato Mohammed Merah… Non ci sarebbero stati i terroristi immigrati del Bataclan e dello Stade de France a novembre 2015”, ha insinuato durante l’acceso meeting allo Zenith di Parigi. Un collegamento che la candidata si è affrettata a ribadire dopo l’arresto di due persone sospettate di pianificare un attentato contro i candidati delle presidenziali.
“La colonizzazione ha giovato molto all’Algeria, dato che ne stiamo parlando: ospedali, strade, scuole. Gli stessi algerini in buona fede sono i primi ad ammetterlo”, ha dichiarato a BFMTV, dopo aver convinto il canale TF1 a ritirare la bandiera europea durante un’intervista. Obiettivo: lasciare il segno in un momento di cristallizzazione nei sondaggi.
“La sua base elettorale è molto solida e non è diminuita, ma la candidata non è riuscita a conquistare nuovi voti”, avverte il sondaggista Yves-Marie Cann.
“Da un po’ di tempo a questa parte i vecchi elettori di Sarkozy nel 2012, che finora non avevano espresso intenzioni di voto, iniziano ad esprimersi a favore di Fillon. Problema: Marine Le Pen non recupera”. Un avvertimento, dato che un quarto dei francesi non ha ancora deciso per chi votare domenica prossima.

(da “Huffingtonpost“)

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IL PODEMOS DI MELENCHON, E LA GAUCHE SPERA NEL BALLOTTAGGIO

Aprile 22nd, 2017 Riccardo Fucile

IL CANDIDATO DELL’ESTREMA SINISTRA AFFIANCATO DALL’AMICO IGLESIAS E DAI SANDERSIANI

“On va gagner! On va gagner!” (“Vinceremo! Vinceremo!”). Le poche centinaia di persone riunitesi al belvedere del Parc de Belleville, nel cuore del 20imo arrondissement di Parigi, aspettano il loro leader al sole di un caldo pomeriggio primaverile, scandendo quello che ormai è diventato lo slogan standard di tutti i comizi elettorali di questa campagna, indipendentemente dal colore politico e dal candidato di turno.
A differenza di Macron, Le Pen e Fillon, che dopo l’attentato di giovedì sera hanno deciso di sospendere gli incontri dell’ultima giornata della campagna, Jean-Luc Mèlenchon ha scelto di non cedere, chiudendo la sua corsa elettorale con “l’aperitivo ribelle”, nome derivato dalla Francia Ribelle (France insoumise in francese), il movimento fondato per sostenere la sua candidatura a queste elezioni.
L’atmosfera che si respira prima dell’arrivo del “tribuno” dell’estrema sinistra francese non sembra essere delle più entusiasmanti.
Molti i giovani, qualche famiglia e alcuni curiosi, in una piccola piazza blindata dalla polizia che controlla tutti quelli che entrano perquisendo zaini e borse.
Nell’attesa, tra un bicchiere di vino e una manciata di patatine, un cantautore cerca di scaldare inutilmente gli animi intonando alcuni pezzi con la sua chitarra, mentre Paul, 30enne impiegato nel settore privato, spiega alla sua amica Leila che Mèluch ha ancora delle possibilità  di passare il primo turno.
“Ci sono quattro candidati gomito a gomito e con i margini di errore dei sondaggi tutto è possibile!”. Per questo parigino “Mèlenchon incarna la forza del popolo e la speranza di cambiare le cose in Francia”.
Meno ottimista Juliette, 45enne regista, che fino a pochi giorni fa non era neanche sicura di andare a votare, mentre Jordan cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno, considerando che, “anche se non dovesse passare al ballottaggio”, il suo candidato “potrebbe ottenere un punteggio rilevante” che denoterebbe un cambiamento nelle intenzioni di voto degli elettori di sinistra.
Analisi e ragionamenti vengono interrotti verso le 19:00 per un minuto di silenzio in ricordo del poliziotto vittima dell’attentato sugli Champs Elysèes.
Finalmente, mezz’ora dopo, Mèlenchon fa la sua apparizione.
Al suo fianco Pablo Iglesias, leader del movimento spagnolo Podemos, e Marisa Matias, deputata a Strasburgo per i portoghesi del Bloco de Esquerda.
Un endorsement dal sapore europeo, con un retrogusto che ricorda un’Internazionale di altre epoche.
Non appena il candidato della France insoumise prende la parola, la piazzetta si sveglia dal torpore primaverile e comincia ad acclamare a gran voce il suo leader.
“Tutto il mondo ci guarda” tuona dal piccolo palco allestito per l’occasione il candidato gauchiste, prima di fare appello “alla coscienza di ognuno” per “sbarazzarsi di Madame Le Pen”.
Al nome della candidata del Front National, il pubblico esplode in un tripudio di fischi e buu, seguiti dall’immancabile “El pueblo unido, jamas sera vencido”.
Il leader della France insoumise continua il suo discorso ricordando che il primo turno si giocherà  “per una manciata di voti” e per questo sarà  necessario mobilizzare il maggior numero possibile di elettori.
A dar manforte l’amico Iglesias, che dice la sua sugli avversari che dovrà  affrontare domenica il suo alleato: “Ho due parole per definire Emmanuel Macron: banchiere e marketing. Franà§ois Fillon posso definirlo con il termine corruzione, mentre per Marine Le Pen possono usare la parola paura. La Francia e L’Europa non hanno bisogno di banche, di paura e di corruzione”.
Dato nei sondaggi al quarto posto con il 19% delle preferenze dietro a Fillon, Le Pen e Macron, in queste ultime settimane Mèlenchon è stato protagonista di un’inattesa rimonta, compiuta soprattutto ai danni del suo avversario socialista Benoit Hamon, rimasto fermo al 7%.
Abile oratore e fine stratega, il candidato della France insoumise incarna la figura dell’outsider di queste presidenziali, nonostante calchi la scena politica francese da ormai più di 30 anni.
Dopo aver rifiutato di partecipare alle primarie del Partito Socialista (a cui è stato iscritto fino al 2008) ed essersi sganciato dall’orbita del Front de Gauche, l’eurodeputato ha cominciato una massiccia campagna di comunicazione, fatta di meeting in giro per la Francia, video diffusi attraverso il suo canale Youtube e ologrammi trasmessi contemporaneamente in diverse città .
Questa strategia lo ha portato a superare Fillon all’inizio di aprile, arrivando al terzo posto dietro a Macron e Le Pen, per poi tornare alle spalle del candidato Repubblicano.
A nulla sembrano essere serviti gli attacchi provenienti dai diversi fronti. Per fermare la sua avanzata, lo stesso Hollande è sceso in campo con un’intervista rilasciata una settimana fa a France 5, dove dichiarava che l’ex socialista “non rappresenta la sinistra” capace di governare.
Con le sue proposte sul passaggio alla VI° Repubblica, la revisione dei trattati europei senza uscire dall’unione e l’abbassamento delle tasse, Mèlenchon ha saputo far leva sull’elettorato di sinistra, arrivando a far parlare di sè al di là  dei confini nazionali.
Ieri, in una tribuna su Le Monde, alcuni membri della campagna elettorale del democratico statunitense Bernie Sanders hanno dato il loro sostegno al candidato francese, definito come il rappresentante “di un cambiamento fondamentale” della società  contemporanea.
Un riconoscimento importante, ma che potrebbe non bastare per aggiudicarsi il ballottaggio del 7 maggio.

(da “Huffingtonpost“)

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LAMPEDUSA, LA NICOLINI SI CANDIDA CON UNA LISTA CIVICA, NON CON IL PD

Aprile 22nd, 2017 Riccardo Fucile

ALLA FACCIA DI CHI ABBINA L’ARRIVO DEI PROFUGHI AL DEGRADO TURISTICO: NELL’ISOLA ALBERGHI E CASE VACANZE SCOPPIANO DI TURISTI, AEROPORTO BOOM CON 260.000 ARRIVI

È stata una delle quattro donne testimonial dell’Italia alla Casa Bianca, è diventata la paladina dell’accoglienza ai migranti, ha appena avuto il premio dell’Unesco “per la ricerca della pace”.
Ma per Giusi Nicolini, la sindaca di Lampedusa, la strada della rielezione al Comune è tutt’altro che semplice. Infatti il Pd è riuscito a spaccarsi anche qui, in questi venti chilometri quadrati al centro del Mediterraneo assurti a simbolo della grande migrazione verso Occidente.
E dove si voterà , come nel resto dei Comuni siciliani, l’11 giugno, con 3500 elettori chiamati alle urne. «Il Pd è spaccato a Lampedusa e avrà  un suo candidato. Io sarò candidata di una lista civica di ispirazione Pd», dice lei.
Il concorrente in casa dei democratici è Totò Martello, albergatore, ex sindaco per due mandati, arrivato secondo nell’ultima competizione elettorale con un centinaio di voti di distacco dalla Nicolini.
Storicamente vicino al Pd d’apparato, può contare sul sostegno dei pescatori, conquistati con i cinque milioni di euro stanziati per stato di calamità  dalla Regione. Fu lui a portare avanti l’istanza agitando lo spettro delle reti vuote a causa degli sbarchi, e delle barche impegnate a tirare su dal mare più uomini che pesci.
Un successo che — calcolano sull’isola — vale tra ottocento e mille voti.
Ma la corrente renziana del Pd sostiene la sindaca: il circolo del partito in paese è guidato dal marito, Peppino Palmeri.
Fu Renzi a portare la Nicolini alla Casa Bianca, fu Renzi a proporle la candidatura alle ultime elezioni europee, furono ambienti renziani a sussurrare il suo nome, l’anno scorso, come futura presidente della Regione.
Non a caso il luogotenente siciliano dell’ex premier Davide Faraone ieri ha twittato: «Con la Nicolini sempre e comunque».
Eppure l’isola è divisa. E volano gli stracci con l’altro volto dell’accoglienza, il medico Pietro Bartolo consacrato eroe dal film “Fuocammare”, che ha detto chiaramente di non appoggiarla.
Nessuna sorpresa, per gli abitanti di Lampedusa. I due non si amano, si contendono la scena mediatica e si fanno dispetti più o meno pubblici.
In lizza ci sono poi l’ex senatrice leghista Angela Maraventano (una che i migranti li vorrebbe portare tutti a casa di Alfano) e due giovani che si disputano l’eredità  Cinquestelle, senza avere avuto alcuna investitura ufficiale dal movimento di Grillo: Loreto Cardella e Filippo Mannino.
Elezione davvero aperta. Perchè è vero che la Nicolini – per usare un eufemismo – non è amata universalmente sull’isola, ma è vero pure che i transiti nel piccolo aeroporto hanno sfiorato nel 2016 quota 270 mila, e gli alberghi e le case vacanza scoppiano di turisti.
Il disastro mediatico dell’assedio dei migranti si è trasformato nella narrazione di un’isola sicura e accogliente. E questo, a detta anche dei nemici, è merito suo.

(da “La Stampa”)

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A GENOVA CI SONO DUE CANDIDATI SINDACO DEL M5S: AI DIBATTITI SI PRESENTANO ENTRAMBI

Aprile 22nd, 2017 Riccardo Fucile

MA IN REALTA’ LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI GENOVA NON AUTORIZZA PIRONDINI A DEFINIRSI TALE, VISTO CHE LA SUA ELEZIONE E’ STATA ANNULLATA

Beppe Grillo ha così a cuore il futuro di Genova e del MoVimento 5 Stelle genovese da avere attualmente due candidati sindaco.
La situazione, come molte vicende che riguardano il M5S, è paradossale e nasce dalla decisione di Grillo di annullare d’imperio il risultato delle comunarie di Genova dalle quali era emersa vincitrice Marika Cassimatis.
La storia è nota: Grillo ha chiesto ai suoi di fidarsi di lui ed è finita come sempre in questi casi ovvero con il M5S costretto a difendersi in tribunale con la Cassimatis che il 10 aprile vinceva il ricorso contro Grillo annullando la decisione del Capo Politico e Garante del M5S di escludere la Cassimatis e anche la seconda votazione che aveva incoronato Luca Pirondini.
È abbastanza ovvio che nonostante il giudizio del Tribunale il MoVimento non accetterà  mai di correre per la Cassimatis e Grillo ha scritto in modo chiaro che la professoressa «non è nè sarà  candidata» ma il problema vero è che Pirondini — nonostante quello che vanno ripetendo i pentastellati genovesi, prima su tutti Alice Salvatore — non può essere considerato il candidato del MoVimento perchè non è mai stato eletto candidato sindaco.
Attualmente quindi il M5S ha due candidati ma nessuno dei due sembra per ora in grado di poter correre per le Amministrative.
I tempi però stringono perchè si andrà  al voto l’11 giugno e il M5S dovrà  espletare le necessarie pratiche burocratiche per la presentazione della lista.
Il 12 maggio è il giorno in cui scade il termine per la presentazione delle liste per le amministrative.
Inoltre resta ancora poco tempo allo scadere del termine dei 15 giorni entro i quali i 5 Stelle possono fare appello per chiedere al tribunale di annullare la decisione del giudice e ottenere così un ulteriore rinvio di venti giorni.
In un modo abbastanza curioso quindi Pirondini e Cassimatis sono accomunati dallo stesso destino ovvero l’essere non-candidati (da intendersi à  la Grillo) del MoVimento 5 Stelle a Genova.
Oggi all’Adnkronos Luca Pirondini ha rotto un silenzio che durava ormai da diversi giorni dichiarando che “il candidato del MoVimento 5 Stelle a Genova sono io”. Pirondini dice che i cavilli giudiziari non lo riguardano e che “il blog ha detto che il candidato sono io”.
Peccato che la decisione del blog sia proprio quella annullata dal tribunale perchè frutto di una violazione del regolamento del MoVimento da parte del Garante.
Nessuno dei due sembra però intenzionato a cedere: sia Pirondini che la Cassimatis partecipano all’incontro tra candidati sindaco per Genova organizzato all’Anaci (l’associazione degli amministratori di condominio).
La Cassimatis replica a Pirondini ricordando che al momento fa testo l’ordinanza del Tribunale ha annullato il ripescaggio della lista Pirondini: “Al momento non ci sono altre sentenze, e quindi va applicata quest’ordinanza del Tribunale, che è molto precisa. Si tratta di fatti, non di opinioni” ed infatti iniziando il suo intervento la professoressa si è presentata come capolista della “lista Cassimatis che ha vinto le primarie del MoVimento 5 Stelle“.
Prima dell’inizio della conferenza alla domanda se non trovasse singolare che ad un dibattito tra candidati sindaco partecipino due persone che vogliono correre per il Movimento 5 Stelle la Cassimatis aveva risposto che “La stranezza risiede nel fatto che una votazione democratica, quella del 14 marzo, in cui la mia lista è stata giudicata vincitrice, è stata annullata”.

(da “NextQuotidiano”)

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